Sören kierkegaard



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rigorosa ed effettiva dell'etica. Sempre, quando nel senso più rigido

Si parla di un aut-aut, si può esser certi che è in gioco anche

l'etica. L'unico aut-aut assoluto che esista è la scelta tra il bene ed il

male, ma anche questo è assolutamente etico. La scelta estetica o è

completamente spontanea, e perciò non è una scelta, o si sperde

nella molteplicità. Così quando una giovanetta segue la scelta del suo

cuore, questa scelta, per quanto bella possa essere, in senso rigoroso

non è una scelta, perché è completamente spontanea. Quando un

uomo soppesa esteticamente una quantità di problemi vitali, come

io ho supposto che tu facessi, non è facile che si giunga a un autaut,

perché quando non si sceglie in modo assoluto, e cioè

eticamente, si sceglie solo per il momento, e perciò nel momento

seguente si può scegliere qualche cosa d'altro. La scelta etica

perciò, in un certo senso, è molto più facile, molto più semplice, ma

in un altro senso è infinitamente più difficile. Chi vuol

determinare eticamente il compito della propria vita, in generale

non ha una scelta molto vasta; invece per lui l'atto della scelta

acquista una sempre maggiore importanza. Se mi vuoi

comprendere bene, posso dire che nello scegliere non importa

tanto lo scegliere giusto quanto l'energia, la serietà ed il pathos col

quale si sceglie. Con ciò la personalità si manifesta nella sua infinità

interiore e si consolida nuovamente.

Proprio per questo, benché l'uomo possa scegliere il falso,

ciononostante, proprio a causa dell'energia colla quale ha scelto,

scoprirà d'aver scelto il falso. Infatti se la scelta è intrapresa con tutta

l'intensità della personalità, quest'ultima ne resta purificata e vien

posta in una relazione spontanea con quel potere eterno, che,

onnipresente, compenetra tutta l'esistenza. Questa trasfigurazione,

questa più alta iniziazione, non la raggiungerà mai chi sceglie solo

esteticamente. Nonostante tutto il suo ardore, il ritmo della sua

anima è solo uno "spiritus lenis".

Come Catone ti grido dunque il mio aut-aut; eppure non assomiglio

a Catone: poiché il mio spirito non ha ancora acquistato la sua

freddezza rassegnata. Ma so che, se avrò forza sufficiente, solo con

questa invocazione sarò in grado di risvegliarti, non all'attività del

pensiero, che a te non manca, ma alla serietà dello spirito. Forse,

anche senza di questa ti riuscirà di compiere molte cose, forse anche

di stupire il mondo, - non sono di mente angusta -, eppure non

riuscirai ad avere il valore più alto, l'unico che davvero dà

significato alla vita; forse conquisterai tutto il mondo ma perderai te

stesso.

Ma cos'è ch'io disgiungo col mio aut-aut? Il bene e il male ? No! Ti



voglio solo condurre al punto in cui questa scelta acquisterà un vero

significato per te. Intorno ad essa si muove ogni cosa. Quando si è

riusciti a condurre una persona al bivio, in modo che per lui non vi

sia altra via d'uscita che la scelta, allora egli sceglie il giusto.

Dovesse perciò accadere che tu, prima di aver finito di leggere questa

analisi un po' particolareggiata, che ti mando di nuovo in forma di

lettera, dovessi sentire che è giunto il momento della scelta, getta

via tutto il resto, non curartene più, non hai perduto nulla; ma

scegli. Vedrai quale valore v'è in questo; nessuna fanciulla può

essere tanto felice per la scelta del suo cuore quanto l'uomo che ha

saputo scegliere. Si deve vivere o esteticamente o eticamente. Qui,

come dissi, non si può ancora parlare, nel senso più stretto, di una

scelta; poiché chi vive esteticamente non sceglie, e chi, una volta

rivelatosi il mondo etico, sceglie il mondo estetico, non vive

esteticamente, poiché pecca e soggiace alle determinazioni etiche,

anche se la sua vita deve essere determinata come non etica. Vedi, è

come un "character indelebilis" dell'etica che essa, nonostante si

ponga modestamente sullo stesso livello dell'estetica, realmente sia

ciò che fa della scelta una scelta. Ed è assai triste, quando si

considera la vita degli uomini, che tanti trascorrano tutta la loro

vita in tranquilla perdizione. Cessano di vivere prima della fine

della loro vita, non nel senso che il contenuto della loro vita si

evolva successivamente, e poi sia posseduto in questa evoluzione ma

finiscono col vivere quasi fuori di sé, scompaiono come ombre, la loro

anima immortale vien dissipata e non si spaventano al problema della

sua immortalità, poiché sono già disciolti prima di morire. Non vivono

esteticamente, ma nemmeno l'etica si è mostrata loro in tutta la sua

interezza; non hanno nemmeno veramente rifiutato l'etica, e perciò non

peccano neppure, se non in quanto è peccato non essere né uomo etico

né uomo estetico. Non dubitano nemmeno della loro immortalità,

poiché colui che profondamente e sinceramente per conto proprio

ne dubita, troverà certo il giusto. Certo questo dubbio deve salire

dalle profondità della propria personalità ed è già ora di mettere

in guardia da quell'oggettività generosa ed eroica colla quale molti

pensatori pensano per conto degli altri, non per conto proprio. Si

chiami pure ciò che io richiedo qui «amore per se stessi»; se questo è

un biasimo non si ha nessuna idea di cosa sia questo «se stesso», la

cui perdita non sarebbe compensata dalla conquista di tutto il mondo:

e nello stesso tempo non si riflette che necessariamente deve essere

una cattiva prova quella che innanzi tutto non convince chi la

enuncia.

Il mio aut-aut non indica la scelta tra il bene ed il male; indica la

scelta colla quale ci si sottopone o non ci si sottopone al contrasto di

bene e male Qui la questione è, sotto quale punto di vista si

voglia considerare tutta l'esistenza e vivere. Che chi sceglie tra il

bene ed il male, scelga il bene, è sì vero, ma questo appare soltanto

dopo; poiché l'estetica non è il male, ma l'indifferenza, ed è perciò

che dissi che è l'etica a fondare la scelta. Perciò non importa tanto

scegliere di volere il bene o il male, quanto di scegliere il fatto di

volere; ma in questo modo vengon posti di nuovo il bene ed il male.

Chi sceglie l'etica, sceglie il bene, ma qui il bene è completamente

astratto, il suo essere con ciò è solo posto, e non ne consegue

affatto che chi sceglie non possa di nuovo scegliere il male,

nonostante che scelse il bene. Qui vedi, di nuovo, quanto sia

importante la scelta. Quello che importa non è tanto la riflessione

come quel battesimo della volontà che dà ad essa carattere etico.

Quanto più passa il tempo, tanto più difficile diventa lo scegliere;

infatti l'anima è costantemente in una delle parti del dilemma, e

perciò diventa sempre più difficile svincolarsi. Eppure questo è

necessario se si deve scegliere, e ha la massima importanza se una

scelta ha un qualche significato. Che sia così, lo dimostrerò più

avanti.


Tu sai che non ho mai preteso di essere un filosofo, tanto meno

quando mi intrattengo con te. In parte per stuzzicarti un po', in

parte perché veramente è la posizione più cara e preziosa, ed in un

certo senso la più significativa nella vita, ho l'abitudine di

presentarmi come marito. Non ho dedicato la mia vita all'arte ed alla

scienza, ciò a cui mi sono dedicato io è insignificante a loro

paragone: mi dedico al mio lavoro, a mia moglie, ai miei figli, o

meglio, non è un sacrificio per me, bensì la mia soddisfazione e

la mia gioia. Sono cose insignificanti in confronto a quelle per le

quali vivi tu, eppure, mio giovane amico, sta bene attento che le

cose grandi per le quali ti sacrifichi tu non ti tradiscano. Benché io

non sia un filosofo, mi vedo costretto ad arrischiare una piccola

riflessione filosofica, che ti prego non tanto di criticare quanto di

prendere "ad notam". Il risultato polemico di cui risuonano tutti i

tuoi inni di vittoria sulla vita, ha una strana somiglianza colla teoria

prediletta della più moderna filosofia, per cui il principio di

contraddizione è stato tolto. So bene che il punto di vista che tu

sostieni è rifiutato dalla filosofia, eppure, mi pare che anch'essa si

renda colpevole dello stesso errore, anzi, che la ragione per cui

essa non se ne accorge è il fatto ch'essa è orientata ancora peggio di

te. Tu stai nel campo dell'azione, quella nel campo della

contemplazione. Perciò non appena la si vuol condurre nel campo

pratico, essa deve giungere allo stesso risultato tuo, anche se non si

esprime nello stesso modo.

Tu medi i contrari in una più alta follia, la filosofia in una più

alta unità. Tu ti rivolgi al tempo futuro perché l'azione è

essenzialmente futura; dici: «posso fare questo o quello, ma qualsiasi

cosa io faccia, è sempre ugualmente male, "ergo" non faccio nulla» La

filosofia si rivolge al tempo passato, a tutta la storia mondiale

vissuta, mostra come i momenti discorsivi si riuniscano in una unità

più alta. Essa media e continua a mediare, ma non mi pare che risponda

affatto a ciò che chiedo io; poiché la mia domanda riguarda il futuro.

Tu però in un certo senso mi rispondi, anche se la tua risposta è

assurda. Suppongo ora che la filosofia abbia ragione, che il principio

di contraddizione sia stato veramente tolto, o che i filosofi in ogni

momento lo superino in quella più alta unità che esiste per il

pensiero. Pure questo non può valere per il futuro; i contrasti

infatti devono essere esistiti prima che io li possa mediare. Ma se vi è

un contrasto, vi è anche un aut-aut. Il filosofo dice: finora è andata

così, io chiedo: cosa devo fare, se non voglio fare il filosofo,

poiché se lo volessi, vedo che anch'io come gli altri filosofi,

dovrei mediare il tempo passato. Questa però, intanto, non è una

risposta alla mia domanda circa quello che devo fare in futuro;

poiché se anche fossi la testa filosofica più acuta che abbia mai

vissuto al mondo, vi sarà pur sempre da fare qualche cosa di più che

starmene a considerare il passato; inoltre sono un marito e niente

affatto una testa filosofica e per me quel più che resta da fare,

oltre al mediare, è la cosa principale. Io mi rivolgo con ogni

deferenza ai signori filosofi per poter sapere ciò che devo fare. Però

non ricevo alcuna risposta poiché il filosofo media il passato e

permane in esso. Il filosofo si avventa con tanta fretta nel passato

che, come un poeta disse di un antiquario, solo le code del suo abito

sono rimaste nel presente. Ecco che ora ti trovi d'accordo coi

filosofi. Ciò in cui siete d'accordo è che la vita si ferma. Per il

filosofo la storia del mondo è conchiusa, ed egli media. Perciò, ai

nostri tempi, è all'ordine del giorno vedere lo spettacolo triste di

giovani che sanno mediare il cristianesimo e il paganesimo, che sanno

scherzare colle titaniche forze della storia, e a un poveretto non

sanno dire quello che deve fare di questa vita e non sanno nemmeno

quello che essi stessi vi hanno da fare. Tu possiedi molte e svariate

espressioni per giungere al tuo risultato prediletto e qui vorrei

sottolinearne una, poiché, per essa, tu somigli stranamente al

filosofo, anche se la sua reale o finta serietà gli proibisce di

partecipare all'obbligata ascensione della quale tu ti diletti. Se ti si

chiedesse se vuoi sottoscrivere una petizione al re o se desideri una

costituzione o il diritto di votare l'imposta o se ti vuoi unire a questa

o a quella iniziativa benefica, tu risponderesti: «Onoratissimi

contemporanei! Voi mi fraintendete, io non sono affatto con voi, sono

fuori, sono fuori come un piccolissimo 's' spagnolo». Così accade

anche al filosofo, egli è fuori, non è presente, se ne sta ad

invecchiare ascoltando i canti del passato, ascolta le armonie della

mediazione. Io onoro la scienza, onoro i suoi cultori, ma anche la

vita ha le sue esigenze. Anche se vedessi un solo pensatore,

insolitamente intelligente, perdersi unilateralmente nel passato,

oltre alla riverenza che nutrirei per le sue doti spirituali, sarei

imbarazzato sul come giudicarlo, sul cosa pensarne. Ai nostri giorni

non deve far nessun effetto vedere una schiera di giovani, i quali,

senza essere particolarmente dotati filosoficamente, mediante la

mediazione del passato, si spacciano per filosofi moderni. Alla

filosofia ho il diritto di rivolgermi come l'ha chiunque essa non osi

scacciare per totale mancanza di estro. Sono un marito, ho dei figli.

Cosa ne diresti se in nome loro le chiedessi cosa deve fare l'uomo

nella vita? Forse sorriderai, in ogni caso sorriderà della domanda

ingenua di un padre di famiglia la gioventù filosofica, eppure penso

che è davvero un argomento terribile contro la filosofia se essa non

ha nulla da rispondermi. Se la vita stesse ferma, la generazione

presente potrebbe, forse, vivere della considerazione del passato; di

che cosa deve però vivere la generazione seguente? Considerando

forse le stesse cose? L'ultima generazione non ha prodotto nulla,

nulla ha lasciato che debba essere mediato. Osserva che, anche qui,

ti posso, di nuovo, mettere insieme ai filosofi e vi dico: voi perdete

quanto vi è di più alto. Ora la mia posizione di marito mi viene in

aiuto per spiegare meglio ciò che intendo. Se un marito volesse dire

che il matrimonio perfetto è quello senza figli, si renderebbe

colpevole dello stesso equivoco dei filosofi. Egli farebbe di se

stesso l'assoluto; eppure ogni marito sente che questo è falso e

brutto e che, invece, divenire egli stesso momento, come lo diventa

con un figlio, è molto più vero.

Ma forse sono già andato troppo oltre, forse mi sono azzardato in

analisi che non dovrei fare, perché non sono un filosofo, e perché non

è affatto mia intenzione intrattenermi con te di questo o di quel

fenomeno nel tempo, ma rivolgermi a te per farti in ogni maniera

capire che sei proprio tu che mi stai a cuore. Pertanto, ora che sono

già giunto a questo punto, voglio indagare un po' più attentamente su

come stiano le cose riguardo alla mediazione filosofica dei contrari.

Se ciò che sto per dire dovesse peccare di precisione, io ci metto

però tutta la mia serietà, e solo per questo te ne parlo; non intendo

concorrere a nessuna cattedra filosofica, ma già che ho la penna in

mano, voglio, scrivendo, assumermi la responsabilità di ciò che, di

solito, difendo in altri e migliori modi.

Se è vero che vi è un futuro, così è altrettanto vero che vi è un aut

aut. Il tempo in cui vive il filosofo non è affatto il tempo assoluto, è

anch'esso un momento. È sempre cosa che dà da pensare che una

filosofia sia sterile, tanto che la sua sterilità deve essere

considerata una vergogna, così come nell'oriente è considerata una

vergogna la sterilità dell'uomo. Dunque perfino il tempo è un momento,

ed anche il filosofo è solo un momento nel tempo. La nostra epoca, a

un'epoca futura apparirà come un momento discorsivo, e una filosofia

di un tempo più futuro ancora, medierà il nostro tempo, e così via. In

questo la filosofia ha ragione, e bisognerebbe considerare come un

errore casuale della filosofia contemporanea che essa scambiò il

nostro tempo col tempo assoluto. Pertanto è facile scorgere che la

categoria della mediazione ha sofferto con ciò un colpo grave, e che

la mediazione assoluta diventa possibile solo quando la storia finirà,

in altre parole che il sistema è in costante divenire. La filosofia

invece afferma che vi è una mediazione assoluta. Questo naturalmente è

della massima importanza per essa, poiché se si rinuncia alla

mediazione, si rinuncia alla speculazione. D'altra parte dà da pensare

il riconoscerlo poiché se si riconosce la mediazione, non esiste

scelta assoluta, e se questa non esiste, non esiste neppure un

assoluto aut-aut. Qui sta la difficoltà; pure credo che essa in parte sia

dovuta al fatto che si confondono tra loro due sfere, quella del

pensiero e quella della libertà. Per il pensiero il contrario non

esiste; una cosa trapassa nell'altra per poi ricollegarsi in una unità più

alta. Per la libertà il contrario esiste: poiché essa esclude e accoglie.

Io non scambio affatto il "liberum arbitrium" con la vera libertà

positiva. Anche questa ha per tutta l'eternità il male fuori di sé,

anche se solo come possibilità impotente, e non diventa perfetta

coll'accogliere il male sempre più, ma escludendolo sempre più; ma

l'esclusione è proprio il contrario della mediazione. Che io con

questo non giunga a presumere un male radicale, lo mostrerò più

tardi.


Le sfere con cui la filosofia ha da fare propriamente, sono sfere

tipiche del pensiero, e cioè, la logica, la natura, la storia. Qui

impera la necessità e perciò la mediazione ha il suo valore. Che sia

così per la logica e per la natura, nessuno lo può negare; per la

storia invece abbiamo delle difficoltà, poiché si dice che vi regna la

libertà. Pertanto credo che si giudichi impropriamente la storia e che

la difficoltà sorga per questo. La storia infatti è qualche cosa di più

che un prodotto delle libere azioni dei liberi individui.

L'individuo agisce, ma questa azione entra in un ordine di cose che

sostiene tutta l'esistenza. Chi agisce non sa quello che ne consegue.

Ma questo più alto ordine di cose, che, per così dire, digerisce le

libere azioni e le assimila nelle sue leggi eterne è la necessità, e

questa necessità è il movimento della storia mondiale. È perciò

giusto che la filosofia usi la mediazione, ma essa è autorizzata solo

ad usare una mediazione relativa. Se considero una individualità

storica, posso distinguere tra le azioni delle quali la storia scritta dice

che derivano da essa e le azioni colle quali essa appartiene alla storia.

La filosofia non ha nulla da fare con quella che si potrebbe chiamare

l'azione interna; ma questa azione interna è la vera vita della

libertà. La filosofia considera l'azione esterna, e non la vede

nemmeno isolata, ma la vede assunta e trasformata nel processo storico

mondiale. Questo processo è il vero oggetto della filosofia che lo

considera sotto la determinazione della necessità. Perciò essa

allontana quella riflessione che vorrebbe far notare che tutto

potrebbe anche essere diverso e considera la storia in modo che non vi

sia alcun problema circa la possibilità di un aut-aut. A questo suo

modo di considerare mi par che si mescolino molte chiacchiere futili,

(non nego che specialmente i giovani stregoni che vogliono esorcizzare

gli spiriti della storia mi sembrino ridicoli): però mi inchino

profondamente davanti ai magnifici risultati ottenuti nella nostra

epoca. Come dissi, la filosofia vede la storia sotto la determinazione

della necessità, non sotto quella della libertà poiché anche se si

chiama libero il processo della storia del mondo, esso lo è nello

stesso senso in cui diciamo libero il processo organizzatore della

natura. Per il processo storico non vi è alcun aut-aut; eppure credo

che non verrà mai in mente a nessun filosofo di negare che esso esista

per l'individuo che agisce. Di qui deriva quella spensieratezza,

quello spirito conciliante col quale la filosofia considera la storia e i

suoi eroi; essa infatti li vede sotto la determinazione della

necessità. Da ciò anche la sua incapacità a far agire l'uomo, la sua

inclinazione al "laisser aller, laisser faire": essa, a dire il vero, esige

che si debba agire necessariamente, ma questa è una

contraddizione.

Perfino l'individuo più meschino ha in questo modo una duplice

esistenza. Anch'egli ha una storia e questa non è soltanto un prodotto

delle sue libere azioni. L'azione interna invece gli appartiene e gli

apparterrà per tutta l'eternità; questa non gli può esser tolta né dalla

sua storia né da quella del mondo; essa lo segue per sua gioia o per

suo dolore. In questo mondo regna un aut-aut assoluto; ma la

filosofia non ha da fare con questo mondo. Se immagino un uomo

anziano che guardi indietro ad una vita movimentata, egli nel suo

pensiero ne scorge la mediazione, poiché la sua storia è intrecciata

con quella del suo tempo ma la sua azione interiore non è toccata

da nessuna mediazione. Un aut-aut costantemente disgiunge ciò che

era disgiunto quando scelse. Al posto della mediazione, compare

qui il pentimento; ma il pentimento non è mediazione, esso non

guarda desideroso quei contrari che devon essere mediati, la sua ira

consuma, soffre di ciò che non avrebbe dovuto avvenire; esso

esclude, al contrario della mediazione che include. Qui appare

anche che io non presumo un male radicale, poiché stabilisco la

realtà del pentimento. Il pentimento è una espressione di

conciliazione, ma è anche un'espressione assolutamente

irriconciliante.

Pure tutto questo lo ammetti forse anche tu, tu che in tanti altri

modi fai comunella coi filosofi, eccetto quando li deridi per conto

tuo. Forse pensi che io, come marito, possa accontentarmi di questi

pensieri per la mia amministrazione domestica. Sinceramente non

chiedo di più, ma mi piacerebbe sapere quale vita sia la più elevata:

quella del filosofo o quella dell'uomo libero. Se il filosofo è

solo filosofo, perso in questa vita senza conoscere la beatitudine

della libertà, gli manca qualche cosa di assai importante, egli

conquista tutto il mondo, ma perde se stesso; questo non accadrà mai

a chi vive per la libertà, per quanto possa perdere molte altre cose.

Dunque io lotto per la libertà, (in parte in questa lettera, in parte, e

sopratutto, in me stesso) per il futuro, per l'aut-aut. Questo è il tesoro

che intendo lasciare a quelli che amo nel mondo. Se il mio

figlioletto fosse adesso nell'età di potermi comprendere e fosse

giunta la mia ultima ora, gli direi: non ti lascio né sostanze né

titoli né onori ; ma so dove giace un tesoro che ti può far più ricco di

ogni cosa al mondo, e questo tesoro ti appartiene e di esso non devi

ringraziare me, perché non voglio che il tuo spirito abbia a soffrire

nel dovere tutto ad una persona: questo tesoro è sepolto nel tuo

interno, è un aut-aut che rende gli uomini più grandi degli angeli.

Qui voglio interrompere questa ricerca. Forse non ti soddisferà, il

tuo occhio avido se ne impossesserà senza saziarti, ma questo accade

perché l'occhio è quello che vien appagato per ultimo, se non si è

affamati, come so che tu non sei, ma si smania solo per un piacere



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