Sören kierkegaard



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dell'occhio che non può venir soddisfatto.

Ciò che allora appare col mio aut-aut è l'etica. Perciò non si può

ancora parlare della scelta di qualche cosa, non si può ancora parlare

della realtà di ciò che è stato scelto, ma della realtà dello

scegliere. Questo pertanto è il fatto decisivo, ed è di questo che

voglio renderti cosciente. Fino a questo punto una persona può aiutare

l'altra, quando poi si è raggiunto tale risultato, l'importanza che una

persona può avere per l'altra diminuisce. Nella lettera precedente ho

osservato che l'aver amato dà all'essere di una persona un'armonia

che non vien mai persa del tutto; ora dirò che lo scegliere dà

all'essere di una persona una solennità, una calma dignità che non

vien mai persa del tutto. V'è molta gente che ci tiene moltissimo ad

aver visto di persona questa o quella personalità straordinaria della

storia. Essi non dimenticano mai questa impressione che ha dato alla

loro anima una immagine ideale che nobilita il loro essere; eppure

anche questo istante, per quanto significativo possa essere, è nulla

in confronto al momento della scelta. Quando tutto è silenzio intorno

a noi, tutto è solenne come una notte piena di stelle, quando l'anima

si trova sola in mezzo al mondo, di fronte ad essa appare non un uomo

ragguardevole, ma l'eterna potenza stessa, il cielo quasi si spalanca, e

l'io sceglie se stesso, o piuttosto riceve se stesso. In

quell'istante l'anima ha visto l'altezza suprema, ciò che nessun

occhio mortale può vedere e ciò che non sarà mai dimenticato, la

personalità riceve lo stendardo da cavaliere che la nobilita per

l'eternità. L'uomo non diventa diverso da quello che era prima,

diventa solo se stesso; la coscienza si raccoglie ed egli è se stesso.

Come un erede, anche se fosse erede di tutte le ricchezze di questo

mondo, non le possiede prima di diventar maggiorenne, così la più

ricca personalità non è nulla prima di aver scelto se stessa, e,

d'altra parte, anche quella che potremmo chiamare la più misera

personalità, è tutto quando ha scelto se stessa. La grandezza,

infatti, non consiste nell'essere questo o quello ma nell'essere se

stesso, e questo ciascuno lo può se lo vuole.

Che, in un certo senso, non si tratti di una scelta di qualche cosa,

lo vedrai dal fatto che quello che appare dall'altra parte, ciò che

nella scelta non è stato scelto, è l'estetica, che è l'indifferenza.

Eppure si tratta qui di una scelta, anzi di una scelta assoluta;

poiché solo scegliendo in modo assoluto si può scegliere l'etica.

Dunque colla scelta assoluta è posta l'etica; ma non ne consegue

affatto che l'estetica sia esclusa. Nell'etica la personalità è

centralizzata in se stessa; l'estetica dunque è esclusa in modo

assoluto o è esclusa come l'assoluto, ma rimane sempre come il

relativo. Quando la personalità sceglie se stessa, sceglie se stessa

eticamente ed esclude in modo assoluto l'estetica; ma poiché sceglie

se stessa e nello scegliere se stessa non diventa un altro essere, ma

diventa se stessa, tutta l'estetica ritorna nella sua relatività.

L'aut-aut che ho presentato è dunque, in un certo senso, assoluto,

poiché si tratta di scegliere o di non scegliere. Ma poiché la scelta è

una scelta assoluta, anche l'aut-aut è assoluto: in un altro senso però

l'assoluto aut-aut compare solo colla scelta; infatti, ora si mostra la

scelta tra il bene ed il male. Di questa scelta, determinata

propriamente dalla prima scelta, non mi occuperò ora, ti voglio solo

costringere ad arrivare al punto dove appare la necessità di una

scelta per poi considerare l'esistenza sotto determinazioni etiche.

Non sono un rigorista etico, entusiasta di una libertà formale ed

astratta; non appena è posta la scelta, l'estetica riacquista i suoi

diritti, e vedrai che solo così l'esistenza diventa bella e che solo su

questa strada è possibile che l'uomo salvi la sua anima e conquisti

tutto il mondo e che adoperi il mondo senza adoperarlo male.

Ma cosa vuol dire vivere esteticamente e cosa vuol dire vivere

eticamente? Cosa è l'estetica nell'uomo, e cosa è l'etica? A ciò

risponderò: l'estetica nell'uomo è quello per cui egli spontaneamente

è quello che è; l'etica è quello per cui diventa quello che diventa.

Chi vive tutto immerso, penetrato nell'estetica, vive esteticamente.

Non è mia intenzione approfondire lo studio di tutto

quell'abbondante materiale che sta nella determinazione che ho data

dell'estetica. Pare quasi superfluo voler illuminare su cosa sia il

vivere estetico, proprio te che con tanto virtuosismo ne hai fatto

pratica, son piuttosto io che avrei bisogno del tuo aiuto. Però voglio

abbozzare alcuni stadi per giungere a poco a poco fino al punto in cui

realmente è la dimora della tua vita, il che per me è importante

perché tu non possa sfuggirmi con una delle tue predilette scappatoie.

Inoltre non dubito di essere in grado di illuminarti un poco anch'io

intorno a ciò che sia il vivere estetico. Infatti, mentre manderei

chiunque desiderasse vivere esteticamente da te, come dalla guida

più fidata, non te lo manderei se desiderasse comprendere, in senso

più elevato, cosa sia il vivere estetico, poiché su ciò non saresti in

grado di illuminarlo, proprio perché tu stesso sei in causa. Questo

glielo può spiegare solo chi sta su di un gradino più elevato, chi

vive eticamente. Forse, per un attimo, potresti sentirti tentato di

mettermi in imbarazzo soggiungendo che nemmeno io potrei dargli

una spiegazione degna di fede su quel che sia il vivere etico,

perché anch'io sono in causa. Questo però mi darebbe soltanto l’occasione di una ulteriore spiegazione. Chi vive esteticamente non

può dare della sua vita nessuna spiegazione soddisfacente, perché

egli vive sempre solo nel momento, e ha una coscienza soltanto

relativa e limitata di se stesso. Non è affatto mia intenzione

negare che chi vive esteticamente, quando questa vita è al suo

massimo, può esibire una quantità di doti spirituali, anzi, che

queste devono perfino essere sviluppate in grado insolitamente

intenso. Eppure l'esteta non possiede liberamente il suo spirito,

manca di limpidezza. Così spesso si trovano degli animali in

possesso di sensi molto più acuti, molto più intensi dell'uomo, ma

sono legati all'istinto animalesco. Vorrei prender te come esempio.

Non ho mai negato le tue ottime doti spirituali, come potrai

vedere dal fatto che molto spesso ti ho biasimato perché le hai

usate male. Sei spiritoso, ironico, buon osservatore, dialettico,

esperto nei piaceri, sai calcolare il momento, sei, secondo le

circostanze, sentimentale o senza cuore, ma, con tutto questo, vivi

sempre solo nel momento, la tua vita si disfa in una serie

incoerente di episodi senza che tu possa spiegarla. Se uno vuole

imparare l'arte di godere è giustissimo che vada da te, ma se

desidera comprendere la tua vita, non si rivolge alla persona

adatta. Forse troverà piuttosto da me quello che cerca, nonostante che

io non sia affatto in possesso delle tue doti spirituali. Tu sei

imprigionato, ed è quasi come se tu non avessi tempo di staccarti, io

non sono imprigionato nel mio giudizio né intorno all'estetica né

intorno all'etica. Nell'etica infatti io mi sollevo sopra il momento, e

giungo alla libertà; ma è una contraddizione che si possa essere

imprigionati nella libertà.

Ogni uomo, per quanto poco intelligente sia, per quanto bassa sia la

sua posizione nella vita, ha un bisogno naturale di formarsi una

concezione di vita, una rappresentazione del significato della vita e

del suo scopo. Anche chi vive esteticamente fa questo, e l'espressione

comune che, in ogni tempo ed in ogni diverso stadio, si è sempre

sentita, è questa: bisogna godere la vita. Questa espressione

naturalmente varia molto, poiché le idee intorno al godimento sono

varie, ma sull'espressione che si deve godere la vita, tutti sono

d'accordo. "Ma chi scorge nel godimento il senso e lo scopo della

vita, sottopone sempre la sua vita a una condizione che, o sta al di

fuori dell'individuo, o è nell'individuo ma in modo da non essere

posta per opera dell'individuo stesso". Ti prego, riguardo a

quest'ultimo punto, di fissare bene in mente le espressioni, poiché

sono state scelte con cura.

Ora passiamo brevemente in rassegna questi stadi per spingerci fino

a te. Tu forse sei già un po' irritato per la formula generale colla

quale ho tentato di definire la vita estetica, ma non potrai negarne

l'esattezza. Assai spesso ti ho sentito deridere la gente che non

capisce il godimento della vita, mentre invece tu credi di averlo

raffinatamente capito. E' possibile che non lo capiscano, ma nella

cosa principale, nel voler godere, sono sul tuo stesso piano. Ora

forse cominci a sospettare che in questo stadio verrai a trovarti in

compagnia di persone che di solito ti sono abbominevoli. Pensi forse

che dovrei essere tanto galante da considerarti un artista, il quale è su

di un piano infinitamente più elevato di quegli arruffoni che nella

vita ti danno tanto fastidio e coi quali non desideri avere in nessun

modo alcunché di comune. Pertanto non ti posso accontentare; poiché

hai qualche cosa di comune con loro, e qualche cosa di molto

essenziale - e cioè la concezione di vita, e quello per cui sei

diverso da loro, ai miei occhi, è qualche cosa di non essenziale. Non

posso fare a meno di ridere di te; ecco, mio giovane amico, questa è

la maledizione che ti segue: i tuoi molti fratelli d'arte che tu non

intendi affatto riconoscere come tali. Tu corri il pericolo di entrare a

far parte di una compagnia cattiva e volgare, tu che sei tanto

aristocratico. Non nego che deve essere antipatico avere in comune la

concezione di vita con un qualsivoglia gaudente e con un cacciatore

qualunque. Non arrabbiarti, il tuo caso forse non è identico al loro,

poiché tu, in un certo senso, stai al di fuori del campo estetico,

come dimostrerò più tardi.

Per quanto grandi possano essere le differenze entro il campo

estetico, pure tutti gli stadi concordano essenzialmente nel fatto che

lo spirito non è in essi determinato come spirito, ma determinato

immediatamente. Le differenze potranno essere ragguardevoli, dalla

completa mancanza di spirito fino al più alto grado di spiritualità,

ma anche nello stadio dove brilla la spiritualità, lo spirito non è

determinato come spirito, ma come dono di natura.

Voglio caratterizzare ogni singolo stadio molto brevemente, e

fermarmi più a lungo solo su quanto possa in qualche modo essere

adatto a te o su ciò che desidererei ti servisse. La personalità

immediatamente determinata non è spirituale, ma fisica. Qui

abbiamo una concezione di vita che insegna che la salute è il bene

più prezioso, quello intorno al quale ruota tutto il resto. Questa

concezione ha un'espressione più poetica se si dice: la bellezza è il

valore più alto. Ma la bellezza è un bene molto labile, e perciò è raro

che si veda questa concezione di vita tradotta in realtà.

Abbastanza sovente s'incontrano delle fanciulle o dei giovani che

per un breve tempo puntano sulla loro bellezza, ma ben presto essa li

tradisce. Però ricordo che una volta l'ho vista tradotta in realtà, in un

caso raro e fortunato. Quando ero studente, frequentavo spesso,

durante le ferie, una casa di conti in provincia. Il conte, in passato,

aveva tenuto una carica diplomatica, ora, essendo più anziano,

viveva agiatamente nella quiete campestre del suo castello. La

contessa, da ragazza, era stata straordinariamente bella, ed

anche da anziana era la più bella signora che io avessi mai visto.

Da giovane il conte, colla sua maschia bellezza, aveva avuto grandi

successi presso il bel sesso; alla corte si ricordava ancora il

bellissimo gentiluomo. L'età non lo aveva incurvato ed una nobile

genuina dignità aristocratica lo rendeva ancor più bello. Chi li aveva

conosciuti nella loro gioventù, assicurava che era stata la coppia più

splendida che avesse mai visto, ed io, che ebbi la fortuna di

conoscerli nella loro vecchiaia, trovavo che fosse verissimo, perché

erano ancora la coppia più bella che si potesse immaginare. Tanto

il conte quanto la contessa avevano una fine educazione, eppure

la concezione di vita della contessa si riassumeva nel pensar che

fossero la più bella coppia di tutto il paese. Ricordo ancora

benissimo un fatto che me ne accertò. Era una domenica mattina,

nella chiesa situata vicino al castello si celebrava una piccola

funzione. La contessa era stata un po' indisposta e non si arrischiava

ad uscire. Il conte invece vi si recò, vestito in tutta pompa, colla sua

uniforme di gentiluomo di corte, adorna di ordini. Le finestre della

grande sala erano rivolte verso il viale che conduceva alla chiesa.

La contessa stava presso una di esse; vestiva un elegante abito da

mattina ed era veramente deliziosa. Mi ero informato della sua

salute ed avevo intavolato con lei una conversazione intorno allo

sport della vela, che sarebbe stato praticato il giorno seguente,

quando il conte si mostrò in fondo al viale. Essa tacque, divenne più

bella di quanto avessi mai visto, assunse una espressione quasi triste

- il conte si era avvicinato tanto da vederla alla finestra - ella gli gettò

un bacio con grazia e dignità, poi si volse verso me e mi disse: «Non

è vero, Guglielmo, che il mio Ditlev è proprio l'uomo più bello di

tutto il regno! A dire la verità è un pochino curvo da una parte, ma

nessuno se ne accorge quando cammino con lui, e, quando siamo

insieme, siamo ancora la coppia più bella di tutto il paese». Nessuna

giovinetta di quindici anni avrebbe potuto essere più entusiasta del

suo fidanzato, il bel paggio di corte, di quel che lo fosse Sua Grazia

per il già attempato gentiluomo del re.

Entrambe le concezioni di vita concordano nel fatto che bisogna

godere la vita; la condizione del godimento della vita sta

nell'individuo, ma in modo che non è posta dall'individuo stesso.

Andiamo avanti. Incontriamo concezioni di vita che insegnano

che bisogna godere la vita, ma metterne la condizione al di

fuori dell'individuo. Questo è il caso di ogni concezione di vita in

cui ricchezza, onori, nobiltà, eccetera vengono elevati a compito

e contenuto della vita. E rientra in questa categoria anche certo

genere di amore. Immaginiamo una fanciulla innamorata con tutta

l'anima, i cui occhi non conoscano altra gioia che vedere l'amato, la

cui anima non abbia altro pensiero che lui, il cui cuore non abbia

altro desiderio che quello di appartenere a lui, per la quale nulla,

nulla né in cielo né in terra, abbia importanza se non lui; ecco

che abbiamo, di nuovo, una concezione di vita estetica, in cui la

condizione è posta al di fuori dell'individuo stesso. Naturalmente tu

troverai che è una sciocchezza amare in questo modo, penserai che è

una cosa che si legge solo nei romanzi. Pertanto la si può pensare, ed

è certo che a molti un amore come questo appare meraviglioso. Più

tardi ti spiegherò perché non lo approvo.

Andiamo avanti. Incontriamo una concezione di vita che ci insegna

che dobbiamo godere la vita, ma la condizione di questo

godimento la troviamo nell'individuo stesso, però in modo da non

esser posta da lui. Qui in generale la personalità è determinata come

talento. Si ha un talento pratico, un talento mercantile, un talento

matematico, un talento poetico, un talento artistico, un talento

filosofico: la soddisfazione della vita, il godimento, è cercato nello

sviluppo di questo talento. Forse non si rimarrà fermi al talento

nella sua spontaneità, lo si educherà in tutti i modi, ma la

condizione per la soddisfazione nella vita è il talento stesso, che è

una condizione che non è posta dall'individuo. Le persone che hanno

questa concezione di vita appartengono spesso a quelli che di solito

sono oggetto dei tuoi scherni costanti, a causa della loro instancabile

attività. Tu stesso credi di vivere esteticamente ma non lo vuoi

ammettere per loro.

Innegabilmente hai un'altra concezione del godimento, ma questo

non è l'essenziale, l'essenziale è voler godere la vita. La tua vita è

assai più signorile della loro, ma la loro è anche molto più innocente

della tua.

Tutti questi tipi di concezione estetica della vita si assomigliano

anche per il fatto che danno alla vita una certa unità, una certa

coesione, tutto infatti si aggira intorno a una cosa determinata. Essi

costruiscono la loro vita su qualche cosa di particolare, e perciò non

la disperdono, come coloro che costruiscono la loro vita su ciò che di

per se stesso è molteplice. Così avviene in quella concezione di vita

sulla quale mi soffermerò ora un po' più a lungo. Essa insegna: godi

la vita, e spiega così il suo insegnamento: vivi il tuo desiderio. I

desideri però in se stessi sono molteplici, e così è facile capire che

questa vita si frantuma in una sconfinata molteplicità, a meno che nel

singolo i desideri non siano concentrati fin dall'infanzia in un

desiderio unico, che si potrebbe piuttosto chiamare inclinazione,

propensione, ad esempio per la pesca, o per la caccia o per

l'allevamento dei cavalli, eccetera. Siccome questa concezione di vita

trova il suo soddisfacimento in una molteplicità, è facile vedere che

essa sta nella sfera della riflessione; pertanto questa riflessione è

sempre solo una riflessione finita e la personalità permane nella sua

immediatezza. Nel desiderio l'individuo è immediato, e, per quanto il

piacere sia raffinato, ricercato, studiato, l'individuo è pur sempre in

esso come immediato. Chi gode è nel momento, e per quanto

molteplice sia questo godimento, egli è sempre immediato, perché è nel

momento. Pertanto vivere per soddisfare i propri desideri è una

posizione molto raffinata nella vita, e, grazie a Dio, è raro vederla

realizzata completamente, a causa delle difficoltà della vita terrena

che danno altro da pensare all'uomo. Se non fosse così, non dubito che

saremmo spessissimo testimoni di questa orribile commedia: perché,

certo, si sente molto spesso la gente lamentarsi della vita prosaica, il

che, purtroppo, spesso non significa altro se non che essi aspirano a

gettarsi nella selvaggia turbolenza in cui il piacere può

precipitare l'uomo. Infatti perché questa concezione di vita possa

realizzarsi bisogna che l'individuo sia in possesso di una quantità di

condizioni esteriori, e questa fortuna, o piuttosto sfortuna, è raro sia

concessa ad un uomo: questa sfortuna, poiché è certo che questo

dono non viene dagli dei della grazia, ma dagli dei dell'ira.

È poco frequente veder tradotta in realtà questa concezione di vita

in maniera degna di nota; invece non è raro vedere della gente che

brancola un po' e poi, quando le condizioni vengon meno, pensa che, se

le condizioni fossero state in loro potere, avrebbe certo raggiunto

quella felicità e quella gioia a cui aspirava nella vita. Nella storia se

ne trova qualche raro esempio e, siccome credo possa essere utile

capire dove conduca questa concezione di vita, proprio quando tutto la

favorisce, mostrerò una figura come questa e, di proposito, scelgo

l'onnipotente imperatore Nerone, davanti al quale tutto un mondo si

inchinò e che sempre si trovò circondato da una innumerevole schiera

di volonterosi servi del suo piacere. Una volta, colla solita

temerarietà, dicesti che non si poteva biasimare Nerone per aver

incendiato Roma per farsi un'idea dell'incendio di Troia, ma bisognava

chiedersi se egli avesse veramente arte sufficiente per apprezzarlo.

È uno dei tuoi imperiali divertimenti non sfuggire, non spaventarti

dinnanzi a nessun pensiero. Per soddisfarlo non occorre guardia

imperiale, né oro né argento, né tutti i tesori del mondo; si può

starsene soli a pensare in tutta quiete; è più saggio ma non meno

spaventoso. Forse non era tua intenzione giustificare Nerone, eppure

vi è una certa giustificazione nel non tener conto di quello che si fa,

ma soltanto del modo in cui lo si fa. So anche che questa tua

temerarietà di pensiero la si trova spesso nei giovani, i quali

esperimentano quasi in quei momenti le loro forze nel mondo e sono

facilmente portati ad esaltare se stessi, specialmente quando altri li

ascoltano. Dal pensiero temerario all'azione temeraria vi è, per

fortuna, ancora un passo; tu stesso prima di mettere in atto quelle

voglie sfrenate e selvagge, che qualche volta manifesti,

rabbrividiresti non meno di me. Per questo non prendo troppo sul serio

le tue stravaganze. Eppure nessun uomo può sentirsi al sicuro dal

pericolo di diventare un Nerone. Un puro mostro Nerone in verità non

lo è. Nella mia interpretazione del suo essere forse ti sembrerà che

uso una parola troppo indulgente per lui, eppure non sono certo un

giudice indulgente, benché, in un altro senso, io non giudichi mai

nessuno. Ma credimi, la parola che uso non è troppo indulgente, è

vera. Essa può anche mostrare come una tale aberrazione possa esser

vicina ad ognuno di noi, anzi, oserei dire, come s'insinua in ognuno

che non trascorra tutta la sua vita come un bambino nei momenti in

cui, anche se da lontano, la si sente confusamente vicina. L'essere di

Nerone era la "malinconia". Ai nostri giorni è diventato una cosa

grande essere malinconici; perciò comprendo bene che tu pensi che

questa parola è troppo indulgente, ma io mi collego alla antica

tradizione ecclesiastica che annoverava la malinconia tra i peccati

cardinali. Se ciò è esatto, la cosa è davvero molto spiacevole per te,

perché capovolge tutta la tua concezione di vita. Per prudenza, voglio

subito osservare che l'uomo può avere dei dolori e delle

preoccupazioni talmente sconfinati da seguirlo forse per tutta la

vita, e questo può anche essere bello e vero, ma malinconico l'uomo lo

diventa solo per colpa propria.

Immagino ora il gaudente imperatore. È circondato da littori non

solo quando sale sul suo trono o quando è diretto verso l'assemblea

del senato, ma probabilmente anche quando esce per soddisfare i

suoi desideri, perché possano aprirgli la via alle rapine. Poi lo

immagino un po' più vecchio, la sua gioventù è trascorsa, la lievità

dell'animo lo ha lasciato, ed egli è già esperto in ogni sorta di piaceri,

sazio di essi. Ma questa vita, per quanto corrotta possa essere, ha



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