Sören kierkegaard



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maturato il suo animo; e, nonostante tutta la sua conoscenza del

mondo, nonostante tutta la sua esperienza egli è ancora un

bambino o un giovane. L'immediatezza dello spirito non può

erompere, eppure esige una rottura, esige una forma di esistenza più

alta. Ma se questo deve accadere, giungerà un momento in cui lo

splendore del trono, il suo potere e la sua forza impallidiranno; e

per affrontare questa situazione gli manca il coraggio. Allora egli

afferra il piacere, tutta la perspicacia del mondo deve escogitare

nuovi piaceri per lui, ché solo nell'istante del piacere egli trova

riposo, e quando questo è passato, egli si sente oppresso ed

estenuato. Lo spirito vuole costantemente erompere, ma non trova

un passaggio, egli lo tradisce costantemente e gli vuole offrire

invece la sazietà del piacere.

Allora lo spirito in lui s'addensa come una nube oscura, l'ira cova

nel suo spirito e diventa un'angoscia che non cessa nemmeno

nell'istante del piacere. Ecco, per questo il suo occhio è così cupo

che nessuno può sopportarne la vista, il suo sguardo tanto

lampeggiante che spaventa, perché dietro all'occhio sta in agguato

l'anima come una oscurità. Questo è il famoso sguardo «da

imperatore», e tutto il mondo trema davanti ad esso; eppure il suo

essere più intimo è angoscia. Un fanciullo che lo guardi in modo

diverso dal solito, un'occhiata casuale lo terrorizzano; si sente come

stregato.

Lo spirito in lui vuole erompere, vuole che egli possieda se stesso

nella sua coscienza, ma egli non può, e lo spirito è scacciato

indietro e una nuova tempesta d'ira s'accumula in lui. Egli non

possiede se stesso, solo quando il mondo trema davanti a lui egli

diventa tranquillo, perché solo allora non vi è nessuno che ardisca

affrontarlo. Di qui quel terrore degli uomini che Nerone ha in comune

con ogni personalità a lui simile. Egli è come ossessionato, non è

libero in sé, perciò è come se ogni sguardo lo volesse incatenare.

Egli, l'imperatore di Roma, teme lo sguardo del più misero schiavo.

Quando uno sguardo come quello lo incontra, il suo occhio

divora l'uomo che ardisce guardarlo così. I miserabili che gli

stanno attorno, comprendono questo sguardo selvaggio e

quell'uomo sparisce.

Nerone non ha alcun assassinio sulla coscienza, ma il suo spirito una

nuova angoscia. Solo nell'istante del piacere egli trova distrazione.

Incendia mezza Roma, ma il suo tormento rimane. Presto queste cose

non lo divertono più. Vi è un piacere ancor più alto, quello di

terrorizzare la gente. Egli è misterioso a se stesso, ed il suo essere è

terrore; ora vuol essere un mistero per tutti e godere del loro

terrore. Da ciò il suo imperiale sorriso che nessuno sa comprendere.

Si avvicinano al suo trono; egli sorride cortese, eppure un orribile

terrore si impadronisce di loro, forse questo sorriso stesso è la loro

condanna a morte, forse il pavimento si aprirà sotto ai loro piedi e

precipiteranno nell'abisso. Una donna si avvicina al suo trono, egli

le sorride clemente; eppure essa diviene quasi impotente dal terrore,

forse con questo sorriso egli l'ha scelta come vittima del suo

piacere. E questo terrore lo diverte. Egli non vuole impressionare

colla sua grandezza, vuole terrorizzare. Non procede altero in tutta

la sua imperiale dignità: debole, impotente, avanza furtivo, poiché

questa impotenza inquieta ancor più. Somiglia ad un moribondo, il suo

respiro è affannoso, eppure è l'imperatore di Roma, e tiene le vite

umane nelle sue mani. Il suo animo è sfinito, solo le facezie ed i

giochi di spirito sono in grado di dargli per un attimo un po' di

vita. Ogni cosa gli si svuota di senso, eppure non sopporta il

silenzio. Egli avrebbe permesso che un bambino fosse trucidato davanti

agli occhi della madre, per vedere se essa, colla sua disperazione,

riuscisse a dare una nuova espressione al dolore. Questo lo divertiva.

Se non fosse stato l'imperatore di Roma avrebbe forse finito la sua

vita nel suicidio poiché, quando un uomo si toglie la vita, in verità è

assai simile a Caligola, il quale desiderava che tutte le teste degli

uomini stessero su di un collo solo per poter distruggere

contemporaneamente l'intero mondo.

Se sia stato così anche per Nerone non so, ma a volte in queste

persone si trova una certa bonomia, e, qualora Nerone l'avesse avuta,

non dubito che quanti lo circondavano saranno stati pronti a chiamarla

amabilità. Questo è un fatto ben strano, ma esprime un nuovo e

caratteristico aspetto della malinconia, che sorge quando lo spirito

non riesce ad erompere. Accade così che mentre tutti i tesori e le

magnificenze del mondo non arrivano a divertire questi uomini, una

sola parola, una piccola curiosità, l'apparenza di una persona o

un'altra piccola cosa, di per sé insignificante, può procurar loro una

gioia straordinaria. Un Nerone può divertirsi di queste cose come un

bambino. Come un bambino, questa è proprio l'espressione esatta,

perché è qui che si mostra inalterata, inspiegata, tutta

l'immediatezza del bambino. Una personalità completa non può

divertirsi così, poiché anche se ha mantenuto in sé l'infantilità, ha

cessato di essere un bambino. Perciò Nerone, di solito, è un vecchio;

qualche rara volta un bambino.

Ora voglio interrompere questa piccola descrizione che, almeno su

di me, ha fatto una impressione molto forte. Nerone terrorizza

perfino dopo la sua morte; per quanto egli sia stato corrotto, è

sempre carne della nostra carne ed ossa delle nostre ossa, ed anche in

un mostro vi è sempre qualche cosa di umano. Non ho esposto

tutto questo per movimentare la tua fantasia: non sono uno scrittore

che faccia la corte per ottenere l'approvazione dei lettori, meno che

mai la tua, e, come sai, non sono affatto uno scrittore, ma scrivo

solo per te. Non ho nemmeno esposto tutto questo per dare a te ed a

me l'occasione di ringraziare Dio, come quel famoso fariseo,

perché ci ha fatti completamente diversi da Nerone; in me

Nerone risveglia altri pensieri, anche se ringrazio Dio perché la mia

vita è stata tanto poco movimentata che ho presentito questo orrore

solo da lontano, ed ora sono un marito felice. In quanto a te mi

rallegro perché tu sei ancora giovane abbastanza per poter trarre

insegnamento da Nerone. Ognuno impara quello che può; tutti e

due dovremmo imparare che la disgrazia di un uomo non risiede mai

nel non avere egli in suo potere le condizioni esteriori per

raggiungere il godimento, perché solo questo possesso lo renderebbe

completamente infelice.

Cos'è dunque la malinconia? È l'isterismo dello spirito. Giunge un

momento nella vita dell'uomo in cui l'immediatezza diviene quasi

matura ed in cui lo spirito esige una forma superiore nella quale

afferrare se stesso come spirito. Come spirito immediato l'uomo è una

cosa sola con tutta la vita terrena, e lo spirito si vuol quasi

raccoglier fuori da questa dispersione, e trasfigurarsi in se stesso: la

personalità vuole diventare cosciente di sé nel suo eterno valore.

Se questo non accade, se il movimento si ferma, e viene represso,

subentra la malinconia. Molte cose si posson fare per dimenticarla, si

può lavorare, ci si può aggrappare a mezzi più innocenti di quelli di

Nerone, ma la malinconia rimane. Vi è qualche cosa di inspiegabile

nella malinconia. Chi ha dolori e preoccupazioni sa perché è triste e

preoccupato. Se si domanda a un malinconico quale ragione egli abbia

per esser così, cosa gli pesa, risponderà che non lo sa, che non lo

può spiegare. In questo consiste lo sconfinato orizzonte della

malinconia. Questa risposta è giustissima: poiché non appena egli

conosce il perché, la malinconia è dissipata, mentre il dolore di chi

soffre non è affatto sollevato se conosce perché soffre. Ma la

malinconia è un peccato, è veramente un peccato "instar omnium",

poiché è peccato non volere profondamente, e sentitamente; questo è il

padre di tutti i peccati. Questa malattia, o piuttosto, questo

peccato, è molto comune ai nostri giorni ed è per esso che tutta la

gioventù in Germania e in Francia sospira. Non ti voglio irritare, ti

tratto quanto più indulgentemente posso. Confesso che il fatto di

essere malinconico, in un certo senso, non è un cattivo segno, poiché

accade di solito alle nature più dotate. Non ti tormenterò nemmeno col

presumere che chiunque soffra di indigestione abbia per questo il

diritto di chiamarsi malinconico, cosa che si osserva anche troppo

spesso ai nostri giorni, in cui l'essere malinconico è quasi diventato

uno snobismo ricercato da tutti. Ma chi vuol essere superiormente

dotato, deve accettare anche che io gli addossi la responsabilità di

poter essere anche più colpevole degli altri. Se egli lo vuol

comprendere nel suo giusto valore, non vi vedrà un rimpicciolimento

della propria responsabilità. Egli verrà portato a inchinarsi in vera

umiltà davanti all'eterno potere. Non appena il movimento è accaduto,

la malinconia è sostanzialmente dissipata, però può succedere a questo

individuo che la vita gli dia ancora molti dispiaceri e molte

preoccupazioni, e a questo riguardo sai che io, meno di tutti,

sopporto la savia meschinità che dice che non serve attristarsi e che

bisogna scacciare i dolori. Mi vergognerei di me stesso se con queste

parole osassi avvicinarmi a chi soffre. Persino colui nella cui vita il

movimento avviene più tranquillamente, più pacificamente e

tempestivamente possibile, manterrà sempre un po' di malinconia; ma

ciò dipende da qualche cosa di assai più profondo, dal peccato

originale, che fa sì che nessuno possa diventare trasparente a se

stesso. Invece coloro la cui anima non conosce malinconia, sono quelli

il cui spirito non presagisce nemmeno una metamorfosi. Con costoro

non ho nulla che fare poiché scrivo solo di te e per te. Credo che

questa spiegazione ti soddisferà, poiché tu non supponi, come molti

medici, che la malinconia risieda nel corpo; lo strano è che

cionondimeno i medici non sono capaci di guarirla; solo lo spirito la

può dissipare, poiché risiede nello spirito, e, quando questo trova

se stesso, scompaiono tutti i piccoli dolori, le cause che, secondo

alcuni, producono la malinconia, - non trovarsi a proprio agio nel

mondo, giungervi troppo presto o troppo tardi, non trovare la

propria sistemazione, - poiché chi possiede se stesso eternamente,

non giunge nel mondo né troppo presto né troppo tardi, e chi

possiede se stesso nel suo eterno valore troverà certo il suo

significato in questa vita.

Intanto spero mi perdonerai questa digressione, dato che l'ho dedicata

espressamente a te. Ora ritorno a quella concezione di vita che

ritiene si debba vivere per soddisfare i desideri. Una intelligenza

pronta comprende facilmente che tale concezione non può essere

tradotta in realtà, e che perciò non vale nemmeno la pena di fare il

tentativo; un egoismo raffinato comprende che in questo modo si viene

privati del culmine del piacere. Abbiamo poi una concezione di vita

che insegna: godi la vita, e si esprime così: godi te stesso; nel

godimento devi godere te stesso. Questa è una riflessione più elevata.

Però essa naturalmente non penetra nella personalità stessa, che

continua a rimanere nella sua casuale immediatezza. La condizione per

il godimento è anche qui l'esteriore che non è in potere

dell'individuo; infatti benché egli, come afferma, goda se stesso,

egli gode solo se stesso nel godimento, ma questo godimento è legato a

una condizione esteriore. La differenza dunque è solo nel fatto che

egli gode in modo riflesso e non immediato. Pertanto anche questo

epicureismo dipende da una condizione esterna che non è in suo potere

.

Un'intelligenza indurita e spavalda consiglia la scappatoia: godi te



stesso, respingendo sempre da te le condizioni. Ma è naturale che chi

gode se stesso respingendo le condizioni dipende da esse come colui

che le gode. Deve pur averle per poter godere del fatto di buttarle

via. La sua riflessione ritorna sempre in lui, e poiché il suo

godimento consiste nell'avere il godimento il minor contenuto

possibile, è come se egli svuotasse se stesso, poiché naturalmente,

una riflessione come questa che ha di mira solo il finito, non è in

grado di aprire la personalità.

Con queste considerazioni credo di aver abbastanza chiaramente

tracciato il territorio della concezione estetica; tutti gli stadi hanno

in comune che si vive per ciò che immediatamente si è; poiché la

riflessione non giunge mai tanto in alto, da oltrepassare questo

limite. È solo un fugacissimo accenno che ti presento, ma non

desideravo nemmeno fare di più; per me non sono importanti i diversi

stadi, ma solo il movimento che si deve necessariamente compiere per

trarsene fuori, come ti dimostrerò, ed è su di esso che ti prego di

fermare la tua attenzione.

Suppongo, per usare una tua espressione, che colui che viveva per

la sua salute fosse sano come non mai il giorno della sua morte;

che quando quei conti ballarono nel giorno delle loro nozze d'oro,

un mormorìo d'ammirazione attraversasse la sala, proprio come

quando ballarono al loro matrimonio; suppongo che le miniere d'oro

del ricco siano inesauribili, che onore e gloria accompagnino il

cammino della vita del fortunato; suppongo che la fanciulla sposi

colui che ama, che chi ha del talento mercantile abbracci tutte e

cinque le parti del mondo colle sue relazioni e tenga tutte le

borse del mondo nella propria borsa, che il talento meccanico

congiunga la terra al cielo, suppongo che Nerone non abbia mai

inorridito, ma che un nuovo godimento lo sorprendesse in ogni

istante, che l'astuto epicureo possa ogni momento deliziarsi di se

stesso, che il cinico abbia sempre qualche bene da gettare lungi

da sé per rallegrarsi della propria leggerezza - questo suppongo, e

così tutti costoro saranno felici. Tu non puoi giudicare così, ed il

perché te lo spiegherò più tardi: ma credo che ammetterai che molti

pensano così, anzi alcuni immaginano di aver detto una cosa

particolarmente intelligente aggiungendo che quello che manca a

costoro è di saper apprezzare la loro felicità. Ora voglio percorrere il

cammino inverso. Nulla di tutto questo accade. E allora ? Disperano.

Tu non lo faresti, forse diresti che non ne vale la pena. Perché tu

non voglia ammettere la disperazione, te lo spiegherò più tardi;

qui esigo solo che tu ammetta che una gran parte di uomini

troverebbe che è il caso di disperare. Guardiamo ora perché

disperano. Perché hanno scoperto che quello su cui avevano costruita

la loro vita era effimero? Ma è questa una ragione per disperare? E'

avvenuto un cambiamento sostanziale in quello su cui avevano costruita

la loro vita? È un cambiamento sostanziale dell'effimero che questo

si mostri come effimero? Non è piuttosto qualche cosa di casuale e di

non essenziale il fatto che esso non si mostri nella sua caducità? Non

è intervenuto nulla di nuovo che potesse giustificare un cambiamento.

Ora siccome disperano, sarà perché disperavano anche prima.

La differenza è solo che prima non lo sapevano, ma questa è

una differenza del tutto casuale. Appare dunque che ogni

concezione estetica della vita è disperazione, e che chiunque vive

esteticamente è disperato, tanto se lo sa quanto se non lo sa. Ma

quando lo si sa, e tu lo sai, una forma più elevata di esistenza è

una esigenza imperiosa.

Voglio ora, in due parole, giustificare il mio giudizio sulla

fanciulla e sul suo amore. Saprai che, nella mia qualità di marito, in

ogni occasione ho l'abitudine, tanto a voce come per iscritto, di

lodare contro te la realtà dell'amore, e anche qui mi atterrò alla mia

abitudine, per eliminare ogni equivoco. Una persona intelligente, in

senso finito, sarebbe forse un po' titubante di fronte a un tale

amore; forse ne vedrebbe la fragilità ed esprimerebbe così la sua

meschina saggezza con la formula opposta: amami poco ma amami a

lungo.

Come se tutta la sua saggezza di vita non fosse ancor più fragile, o



almeno molto più meschina di quell'amore! Comprenderai facilmente

che io non potrei che disapprovarlo. Nel campo dell'amore mi

ripugna fare esperimenti psicologici: ho amato una volta sola, e

sono, ancora e sempre, infinitamente felice di questo amore. Non

posso immaginare d'essere amato da altra donna che quella alla quale

sono legato, se non nel modo in cui essa mi rende tanto felice, ma

tenterò ugualmente di farlo. Supponiamo dunque, in qualunque

modo sia accaduto, che io sia diventato oggetto di un tale amore.

Non mi renderebbe felice ed io non lo accetterei mai. Non perché

lo disdegnerei (Dio sa se non preferirei avere sulla coscienza un

assassinio piuttosto che aver mortificato l'amore di una fanciulla);

ma non lo permetterei per amore di lei. «Desidero esser amato da

tutti» per conto mio, desidero essere amato da mia moglie tanto

intensamente quanto è umanamente possibile, e soffrirei se non fossi

amato così; ma non desidero altro, non permetterei che l'animo

di qualcuno dovesse soffrire danno per causa mia; l'amerei troppo

per permettere che avvilisse se stesso. Per un animo orgoglioso v'è

qualche cosa di seducente nell'essere amato così, e v'è qualcuno che

conosce l'arte di sedurre una fanciulla tanto bene da farle dimenticar

tutto per amor suo - alle responsabilità che assumono pensino

loro. Di solito le fanciulle vengono punite anche troppo di questo,

ma è ripugnante permettere che esse si innamorino così. Vedi

perciò dissi e ripeto che la fanciulla era egualmente infelice, tanto

se ebbe il suo amato quanto se non lo ebbe; poiché era una

circostanza casuale che colui che essa amava fosse una persona

onesta, che l'aiutasse ad uscire dallo smarrimento del suo cuore; e

anche se i mezzi che egli usò a questo scopo furono molto duri,

nondimeno dirò che egli agì onestamente, lealmente, fedelmente, e

cavallerescamente con lei.

Ora abbiamo visto che ogni concezione di vita estetica è

disperazione; potrebbe perciò parere giusto intraprendere il

movimento col quale viene a galla l'etica. Però rimane ancora uno

stadio, una concezione di vita estetica, la più fine ed aristocratica di

tutte, e la voglio discutere nel modo più accurato: perché ora

viene la volta tua. A tutto quello che ho svolto finora puoi

tranquillamente assentire, e, in un certo modo, non è per te che ho

parlato e anche approderebbe a poco parlar così con te o dirti che la

vita è vanità. Lo sai benissimo anche tu ed hai cercato di aiutarti alla

tua maniera. Ho esposto tutto questo perché voglio avere le spalle al

sicuro, voglio prevenire una tua fuga improvvisa. Quest'ultima

concezione di vita è la disperazione stessa. È una concezione di vita

"estetica", poiché la personalità rimane nella sua immediatezza: è

"l'ultima" concezione di vita estetica, poiché in un certo senso ha

accolto in sé la coscienza della nullità di se stessa. Intanto vi è

differenza tra disperazione e disperazione. Si può esser disperati per

la perdita di una cosa singola, nella quale l'individuo fa consistere

tutto il valore della vita. Se questo singolo bene viene ridonato,

allora cessa la disperazione. Un artista, per esempio un pittore, che

diventi cieco, se in lui non v'è qualche cosa di più profondo, forse

dispererebbe.

Dispererebbe dunque per questo singolo fatto, e se la vista gli

ritornasse, la sua disperazione cesserebbe. Non è il caso tuo, hai

troppe doti spirituali, e la tua anima in un certo senso è troppo

profonda perché questo ti possa accadere. Né si sono mai verificate

circostanze simili. Tu hai pur sempre in tuo potere tutte le

condizioni per una vita estetica, hai una sostanza, sei indipendente,

la tua salute è perfetta, il tuo spirito è rigoglioso e non hai ancora

sofferto perché una fanciulla non ti ha voluto amare. Eppure sei

disperato. Non è una disperazione attuale, per una realtà, ma una

disperazione potenziale, per ogni possibilità della vita. Il tuo

pensiero ha precorso la vita, hai penetrato la vanità di tutto, ma non

sei giunto più in là. All'occasione ti sprofondi nella vita, e mentre in

un momento ti abbandoni al godimento, nello stesso tempo ti rendi

consapevole che ogni cosa è vana. Così sei costantemente al di fuori

di te stesso, cioè nella disperazione. Questo fa sì che la tua vita sta

tra due enormi contraddizioni: a volte hai una straordinaria

energia, a volte una indolenza altrettanto grande.

Altre volte ho notato nella vita che quanto più prezioso è il fluido

col quale gli uomini si inebbriano, tanto più difficile è la loro

guarigione. Quanto più raffinata l'ebbrezza tanto meno corruttrici

sembrano le apparenze. Chi si ubriaca di acquavite si accorge presto

delle conseguenze nefaste, e si può sperare nella sua salvezza. Chi

invece beve champagne è più difficile da guarire. E tu? Tu hai scelto

il mezzo più fine; perché nessuna ebbrezza è bella quanto la

disperazione, nessuna è così decorativa, esercita tanto fascino,

specialmente agli occhi delle fanciulle, (e ne sei molto bene

informato) sopratutto quando contemporaneamente si possiede l'arte di

saper reprimere le proprie espressioni, permettendo che la disperazione venga solo presentita come un incendio lontano e traspaia

solo segretamente. Essa dà un leggero tocco al cappello ed al

portamento di tutto il corpo; lo sguardo diviene orgoglioso e ribelle;

il labbro sorride arrogante. Essa dà una indescrivibile leggerezza

alla vita, una regale superiorità su tutto. E quando una figura simile si

avvicina a una fanciulla, quando questo essere così orgoglioso si

inchina solo davanti a lei, per lei sola tra tutti, essa si sente

adulata, e, peggio ancora, vi potrebbe essere una fanciulla tanto

innocente da credere a questo inchino. Non è vergognoso che un

uomo così... - ma no! non voglio farti una ramanzina, ti farei

soltanto arrabbiare, ho mezzi più potenti: ho il giovane pieno di

speranze che forse è innamorato e viene da te; si è ingannato sul tuo

conto, crede che tu sia una persona fidata e leale, vuole consigliarsi

con te. Tu in realtà dovresti chiudere la porta a ogni giovane

fatale come questo, ma il tuo cuore non lo puoi chiudere, e anche se

non desideri che egli sia testimone della tua umiliazione, non per



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