Sören kierkegaard



Scaricare 1.13 Mb.
Pagina5/18
18.11.2017
Dimensione del file1.13 Mb.
1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   18

questo essa mancherà, poiché tanto corrotto non sei e quando ti

trovi solo con te stesso la tua bonomia è forse più grande di quanto si

creda.


Ora, riguardo alla tua concezione, credimi, molte cose nella tua vita

ti diverranno chiare, quando con me la considererai come una forma di

disperazione intellettuale. Tu detesti ogni attività nella vita; molto

bene; infatti, affinché questa abbia un significato, la vita deve

avere una continuità, che nella tua vita manca. Tu ti occupi dei tuoi

studi, è vero, sei anche assiduo; ma per te è solo un piacere, e non

fissi nessuno scopo al tuo studio. Per il resto sei libero, te ne stai

ozioso sulla piazza come i lavoratori dell'evangelo e colle mani in

tasca osservi la vita. Sei completamente tranquillo nella

disperazione; nulla ti occupa, non ti scansi da nulla «anche se

buttassero giù delle tegole, dai tetti, non mi scosterei». Sei come un

moribondo, muori ogni giorno, non nel senso profondo e grave che di

solito ha questa parola; piuttosto si direbbe che la vita ha perso per te

la sua realtà. «Io calcolo sempre la vita da un giorno di

licenziamento all'altro.» Lasci che tutto ti passi innanzi, nulla ti fa

impressione. Poi improvvisamente arriva qualche cosa che ti attira,

un'idea, una situazione, il sorriso di una fanciulla, e stai all'erta.

Perché, mentre in certe occasioni non stai all'erta, altre volte stai

all'erta, pronto a tutto. Dovunque vi sia un avvenimento, ci sei anche

tu. Nella vita ti comporti come nella folla, «ti spingi fino nel

folto, cerchi, se possibile, d'esser buttato sopra gli altri, in modo da

poter stare sopra, e, una volta lassù, cerchi di accomodarti meglio che

puoi; nello stesso modo ti fai portare attraverso la vita». Ma

quando la folla è dileguata, quando l'avvenimento è finito, ti trovi di

nuovo all'angolo della via a guardare il mondo. Si sa che i

moribondi hanno una energia sovrumana, e così è anche per te. Se vi è

un'idea da studiare, un'opera da leggere, un piano da eseguire, una

piccola avventura da vivere - perfino un cappello da comprare, tu ti

butti nella faccenda con un impeto straordinario. Secondo le

circostanze, lavori senza tregua un giorno, un mese, gioisci

nell'accertarti di avere sempre la stessa pienezza di forze, non ti

riposi, «nessun diavolo ce la fa con te». Se lavori con altri, lavori

fino a ridurli a stracci. Ma quando è trascorso il mese o il tempo che

tu sempre consideri come il massimo, i sei mesi, interrompi dicendo

che ormai questa storia è finita; ti ritiri e lasci che gli altri pensino

al resto; e se sei stato solo nell'iniziativa, non ne parli più con

nessuno. Fai credere a te stesso e agli altri d'averne persa la voglia,

e ti lusinghi col vanitoso pensiero che avresti potuto continuare a

lavorare colla stessa intensità se solo ne avessi avuto voglia. Ma

questo è un tradimento colossale. Saresti riuscito a finire, come

quasi tutti gli altri, se tu pazientemente l'avessi voluto, ma nello

stesso tempo avresti anche sperimentato che per far questo occorre

un tutt'altro genere di sopportazione di quella che hai tu. Così hai

deluso te stesso, e non hai imparato nulla per la vita avvenire. Qui ti

posso servire con una piccola informazione. Non sono all'oscuro di

quanto sia traditore il nostro cuore, di quanto sia facile tradire se

stessi, specialmente quando si è, come te, maestri di quella

dialettica, che non solo dispensa ogni cosa, ma tutto sa annullare e

scomporre. Quando nella vita mi è accaduto qualcosa, quando ho

preso una decisione che temevo dovesse, coll'andar del tempo,

prender per me un altro volto, quando ho fatto qualcosa a cui

temevo, coll'andar del tempo, di dover dare un'altra interpretazione,

spesso con poche e chiare parole ho scritto ciò che intendevo o quello

che avevo fatto e il perché. Quando poi ne sento il bisogno, quando la

mia decisione o la mia azione non sono vive davanti a me, prendo il

mio scritto e mi giudico. Ti parrà forse una pedanteria, una

complicazione, e che non valga la pena di far tante difficoltà. Non ti

posso rispondere altro che questo: se non ne senti il bisogno, se la

tua coscienza è sempre così indefettibile e la tua memoria così

fedele, fanne pure a meno. Ma non lo credo affatto, perché la facoltà

dello spirito che veramente ti manca è la memoria, cioè, non la

memoria per questa o quella cosa, per le idee, le facezie o i giochi

dialettici, mi guardo bene da affermarlo, ma ti manca la memoria per

la tua vita intima, per quello che in essa hai vissuto. Se tu

l'avessi, lo stesso fenomeno nella tua vita non si ripeterebbe tanto

sovente, essa non mostrerebbe tanti di quelli che io chiamerei lavori

di mezz'ora, perché li posso chiamare così anche se hai impiegato

mezz'anno per compierli, perché non li hai finiti. A te piace illudere

te stesso e gli altri. Se tu fossi sempre forte come lo sei nei

momenti di passione, saresti, non lo voglio negare, l'uomo più forte

che io abbia conosciuto. Ma non lo sei, anche tu lo sai abbastanza

bene. E' per questo che ti ritiri, ti nascondi quasi a te stesso e ti torni

a riposare nell'indolenza. Ai miei occhi, alla cui osservazione non

sempre puoi sfuggire, diventi quasi ridicolo pel tuo fervore

momentaneo e pel diritto che ti assumi di schernire gli altri. C'erano

una volta due inglesi che partirono per l'Arabia per comperare dei

cavalli. Portavano con sé dei cavalli da corsa inglesi e desideravano

paragonare la loro bravura con quella dei cavalli arabi. Proposero una

corsa a cavallo, gli arabi accettarono e chiesero agli inglesi di

scegliere per prova tra i cavalli arabi il cavallo che volevano. Però

essi non vollero scegliere subito e spiegarono che prima avevano

bisogno di 40 giorni per allenare i loro cavalli. Si attesero i 40

giorni, fu deciso l'ammontare del premio, i cavalli furono sellati e

poi gli arabi chiesero quanto tempo avrebbero dovuto cavalcare. Un'ora

fu la risposta. Questo meravigliò assai gli arabi che risposero assai

laconici: credevamo che avremmo dovuto cavalcare almeno tre giorni.

Vedi così accade anche a te. Se si vuol cavalcare a gara con te per

un'ora «non c'è diavolo che ti tenga», ma a tre giorni non arrivi.

Ricordo di averti raccontato questa storia un'altra volta, ricordo

anche la tua risposta, dicevi che una cavalcata di tre giorni era una

cosa da non prendere alla leggera, che si arrischiava di raggiungere

una velocità tale da non potersi più fermare, perciò saggiamente ti

astenevi da tanta violenza. «Una volta tanto faccio volentieri un

giretto a cavallo, ma non desidero fare il cavallerizzo o nessun'altra

faticosa attività nella vita», e questo in un certo senso è anche

verissimo: poiché tu temi sempre la continuità, e presumibilmente

perché essa ti deruba della possibilità di tradire te stesso. La forza

che hai è la forza della disperazione; è più intensa della comune

forza umana, ma di contro dura meno.

Tu aleggi sempre sopra te stesso, ma l'etere superiore, il sublime

finissimo, nel quale sei evaporato, è il nulla della disperazione. Ai

tuoi piedi vedi una quantità di scienze, nozioni, studi, osservazioni, le

quali, purtroppo, non hanno alcuna realtà per te; ne usufruisci, le

combini a tuo capriccio, al solo scopo di addobbare, con quanto buon

gusto è possibile, quella villa di piacere del tuo spirito, nella

quale, per l'occasione, dimori. Non c'è dunque da meravigliarsi se per

te l'esistenza è una favola e «se spesso sei tentato a cominciare ogni

discorso così: 'c'era una volta un re e una regina, che non potevano

avere dei figli'; poi dimentichi ogni altra cosa per osservare che

questo fatto, strano a dirsi, nella favola è sempre ragione di dolore

per il re e la regina, mentre invece nella vita di tutti i giorni ci si

addolora perché si hanno dei figli; il che vien dimostrato dagli asili

e da tutte le istituzioni del genere. Ma poi ti viene l'idea che 'la vita è

un'avventura'». Sei in grado di spendere un intero mese solo per

leggere avventure, ne fai uno studio profondo, fai paragoni e prove

ed il tuo studio non è senza frutto. Ma a che ti serve? Per divertire

il tuo spirito; dissipi tutto in un brillante fuoco d'artificio.

Aleggi sopra te stesso e quello che vedi sotto a te è una quantità di

sensazioni e di stati che adoperi per trovare contatti interessanti

colla vita. Sai essere sentimentale, spietato, ironico, spiritoso,

bisogna riconoscere che in questo hai classe. Non appena qualche cosa

riesce a distoglierti dalla tua indolenza, con tutto il tuo ardore sei in

piena attività, e la tua attività non manca di arte, perché sei fin troppo

fornito di intelligenza, di agilità e di tutte le seducenti doti dello

spirito. Non sei mai, come ti esprimi con tanta compiacente

ricercatezza, tanto poco galante da mostrarti senza portare con te un

mazzetto profumato e appena colto di arguti motti di spirito. Più ti

si conosce, più ci si stupisce dell'intelligenza calcolatrice che

pervade tutto quello che fai nel breve tempo che dura la tua passione,

poiché la passione non ti acceca mai, ti rende solo più avveduto.

Dimentichi la tua disperazione e tutto ciò che di solito aggrava il

tuo animo e il tuo spirito. Sei occupato completamente dal casuale

contatto in cui ti trovi con una persona. Voglio ricordarti un

fatterello che accadde a casa mia. Probabilmente devo ringraziare le

due giovani svedesi allora presenti per la dissertazione che ci

offristi. La conversazione aveva preso una piega piuttosto seria ed

era giunta ad un punto che non era piacevole per te; mi ero espresso

un po' vivacemente contro l'intempestivo rispetto per le doti

spirituali che è particolare della nostra epoca: avevo ricordato che è

qualche cosa di completamente diverso quello che importa, un certo

fervore di tutto l'essere per il quale la lingua non conosce altra

espressione che la parola "fede". Con ciò, forse, tu venivi posto in

una luce meno favorevole, e poiché certamente comprendesti che per

la via su cui avevi cominciato a incamminarti non potevi più

andare avanti, ti sentisti tentato a provarti in quella che tu stesso

chiami follia superiore, ed esclamasti in un tono sentimentale: «Forse

che io non credo? Credo che nel più profondo del solitario silenzio

della foresta, dove gli alberi si specchiano nelle acque cupe di uno

stagno, nella oscura segretezza che regna anche a mezzogiorno, là

vive un essere, una ninfa, una fanciulla; credo che sia più bella di

ogni immaginazione; credo che di mattino intrecci corone, a

mezzogiorno si bagni nelle fresche acque, e alla sera

malinconicamente colga le foglie delle corone; credo che sarei

felice, l'unico uomo che meriterebbe di esser chiamato così, se

la potessi prendere e possedere; credo che nel mio animo alberghi

una nostalgia che scruta il mondo e credo che sarei felice se questa

potesse esser soddisfatta; credo sopratutto che il mondo abbia un

senso, se solo lo si sapesse trovare - ed ora non dite che non

sono forte nella fede e ardente nello spirito!». Forse tu credi che un

discorso come questo potrebbe renderti degno di diventar membro

di un simposio greco; poiché, tra l'altro, tu ti educhi per questo, tu

ritieni sia una vita splendida trovarsi ogni notte con giovanetti

greci, sedere con una corona nei capelli inneggiando all'amore o a

quello che la fantasia vi ispira, anzi ti sacrificheresti

completamente per inneggiare. A me questo parlare sembra cosa da

matti, per quanto artistico possa essere, per quanto al momento

faccia una certa impressione, specialmente quando tu stesso lo esponi

colla tua febbrile eloquenza; ma mi pare, anche, che sia

un'espressione del tuo stato d'animo turbato, poiché è

naturalissimo che chi non crede a nulla di tutto ciò a cui credono gli

altri, creda a simili esseri misteriosi, così come accade spesso nella

vita che chi non teme nulla né in cielo né in terra, teme i ragni. Ora

sorridi, pensi che sono caduto in trappola, che ho davvero creduto che

tu credessi quello che eri più lontano dal credere di chiunque. È giustissimo, poiché le tue dissertazioni finiscono sempre in assoluto

scetticismo, ma per quanto intelligente calcolatore tu sia, non puoi

proprio negare che tu, per un attimo, scaldi te stesso al calore

malaticcio che emana da queste esaltazioni. Forse la tua intenzione è

quella di ingannare la gente, ma vi è un momento in cui tu, anche

senza rendertene conto, inganni te stesso.

Quello che dico dei tuoi studi vale anche per tutte le tue azioni. Tu

sei nell'attimo, e nell'attimo sei di una grandezza soprannaturale; vi

sprofondi con tutta la tua anima anche coll'energia della volontà,

poiché nell'attimo hai il tuo essere assolutamente in tuo potere. Chi

ti vede solo in un istante come questo, è assai facile che venga

ingannato, mentre chi attende l'istante che segue, potrà facilmente

trionfare su te. Forse ricordi ancora la nota favola di Museo intorno

ai tre valletti di Rolando. Uno di essi, da una vecchia strega che

andarono a trovare in un bosco, ebbe in dono un ditale che lo rendeva

invisibile. Per mezzo di esso penetrò nella camera della bella

principessa Urraca e le dichiarò il suo amore, facendole grande

impressione, poiché essa non vedeva mai nessuno e perciò presumeva

che chi la onorasse del suo amore fosse almeno un principe

azzurro.

Pertanto essa pretese da lui che si rivelasse. Qui stava il difficile;

non appena egli si fosse mostrato, l'incanto sarebbe svanito; eppure

non avrebbe potuto avere nessuna gioia dal suo amore se non si fosse

potuto manifestare a lei. Ho proprio la favola di Museo alla mano e ne

voglio trascrivere un piccolo passo, che ti prego di leggere

attentamente per il tuo vero bene. «Egli acconsentì di mala voglia a

mostrarsi e la fantasia della principessa si figurava l'immagine

dell'uomo bellissimo ch'essa con vivissima attesa aspettava di

scorgere. Ma quale contrasto v'era tra l'originale e l'ideale!

Dinnanzi le stava un volto comune, uno dei soliti uomini la cui

fisonomia non rivelava né lo sguardo del genio né uno spirito

sentimentale!» Quello che tu desideri ottenere dai contatti colla

gente, lo otterrai certo, perché sei più intelligente di quel valletto e

comprendi facilmente che non ti conviene manifestarti. Quando hai

fatto brillare davanti agli occhi di qualcuno una figura ideale - e

devo ammettere che ti sai mostrare ideale sotto qualunque aspetto - ti

ritiri prudentemente, divertito di averlo gabbato. Realizzi il tuo

scopo, ma interrompi anche la coesione della tua vita: hai ottenuto un

momento di più che ancora una volta ti costringe a ricominciare da

capo.

In senso teorico hai finito col mondo; la finitezza non può esistere



per il tuo pensiero; anche praticamente, in un certo senso, hai finito

col mondo, cioè in senso estetico. Ciononostante non hai nessuna

concezione della vita. Hai qualche cosa che assomiglia ad una

concezione, ed è questa che dà alla tua vita una certa tranquillità,

che però non va confusa con una confidente e consolante fiducia nella

vita. La tranquillità l'hai solo in confronto a chi va ancora a caccia

delle chimere del piacere, "per mare pauperiem fugiens, per saxa, per

ignes". Riguardo al godimento stai in un atteggiamento di orgoglio

assolutamente aristocratico. Questo è assai logico, poiché hai chiuso

la partita con ogni finitezza. Eppure non sai rinunciare ad essa. Sei

soddisfatto nei confronti di coloro che vanno a caccia di

soddisfazioni, ma quello per cui tu sei soddisfatto è l'assoluta

insoddisfazione. Non ti turba vedere tutti gli splendori del mondo,

perché col pensiero sei sopra ad essi; se te li offrissero diresti

come sempre: «Sì, una giornatina la potrei dedicare a queste cose».

Non ti preoccupa non esser diventato milionario, e se te lo offrissero

probabilmente risponderesti: «Sì, sarebbe abbastanza interessante

l'esserlo stato, e un mesetto lo potrei occupare così». Anche se ti

offrissero l'amore della più bella fanciulla risponderesti: «Sì, per un

mezz'annetto potrebbe andar bene». Io non voglio ora unirmi alle

critiche che sento spesso fare sul tuo conto, che sei insaziabile;

preferisco dire: in un certo senso hai ragione; nulla di finito,

infatti, nemmeno l'intero mondo può soddisfare l'animo umano, che

sente il bisogno dell'eterno. Se ti si potesse offrire onore e gloria,

l'ammirazione dei contemporanei - anche se questo forse è il tuo

debole - risponderesti: «Sì, per un breve periodo potrebbe anche

andare bene». Ma tu, a dir la verità, non hai siffatti desideri, non

muoveresti un passo per soddisfarli. Se la fama avesse per te un

significato, dovresti riconoscerla come vera; ma persino le più

elevate doti spirituali ti sembrano pur sempre qualche cosa di

effimero. La tua polemica perciò si esprime ancor più profondamente

quando tu, nella tua amarezza interiore contro tutta la vita, desideri

essere il più sciocco di tutti gli uomini, e d'esser nondimeno

ammirato e adorato dai contemporanei come il più saggio di tutti,

poiché questo sarebbe un vero sarcasmo su tutta l'esistenza, assai più

profondo che se il superiore davvero fosse onorato come tale. Perciò,

tu non aspiri a nulla, non desideri nulla; l'unica cosa che potresti

desiderare è una bacchetta magica che ti potesse dare tutto, e poi la

useresti per pulire la pipa. È così che sei finito per la vita e «non hai

bisogno di fare testamento, perché non lasci nulla dopo di te».

Ma su questo vertice non ti puoi mantenere, perché il tuo pensiero ti

ha bensì tolto tutto, ma non ti ha dato nulla in cambio. Nell'attimo

seguente una cosuccia insignificante ti afferra. La consideri con

tutta la signorilità e l'orgoglio del tuo pensiero presuntuoso, la

disprezzi come un giocattolo meschino che ti ha quasi stancato già

prima di prenderlo in mano, ma pure ti occupa, anche se non è

l'oggetto in sé che ti occupa - e questo non è mai - ma pure ti occupa

tanto che ti abbassi fino ad esso. A questo riguardo, non appena hai

da fare colla gente, il tuo essere mostra un alto grado di slealtà, di cui

però eticamente non ti si può incolpare, perché tu stai al di fuori

delle determinazioni etiche. Fortunatamente per gli altri, partecipi

assai poco ai loro fatti, e perciò la gente se ne accorge poco. Spesso

vieni a trovarmi, e sai d'esser sempre benvenuto, ma sai anche che

non mi verrebbe mai in mente di invitarti a prender parte a qualcosa,

nemmeno a delle inezie. Non andrei nemmeno a fare una gita nei

boschi con te, non perché tu non sappia essere allegro e di

compagnia, ma perché la tua partecipazione è sempre falsa, perché, se

tu ti rallegri veramente, si può star certi che non è per le cose che

rallegrano noi o per la gita, ma per qualche cosa che hai «in mente»;

e se non ti rallegri, non è perché accadono delle cose spiacevoli che

ti mettono di cattivo umore, - questo potrebbe succedere anche a noi

altri, - ma perché tu, già dal momento in cui sali in carrozza, hai

colto la nullità di questo divertimento. Te lo perdono volentieri,

perché il tuo spirito è sempre troppo mosso, ed è vero quello che

spesso dici di te stesso, che sei come una puerpera, e quando si è in

questo stato non c'è da meravigliarsi se si è un po' diversi dagli

altri.

Pure, non si può schernire lo spirito, esso si vendica su di te, ti



lega colle catene della malinconia. Mio giovane amico, qui

comincerebbe la via che conduce a diventare un Nerone, se nel tuo

animo non vi fosse una sincera serietà, se nel tuo pensiero non vi

fosse una innata profondità, se nel tuo spirito non vi fosse della

magnanimità, - e se tu fossi diventato imperatore di Roma. Pure, tu

vai per un'altra strada. Poi ti appare una concezione di vita che

sembra l'unica che possa soddisfarti, quella cioè di sprofondare la

tua anima nella malinconia e nella tristezza. Però il tuo pensiero è

troppo sano perché questa concezione di vita possa sopportar la sua

prova: perché, per una tristezza estetica di questo genere,

l'esistenza è vana, come per ogni altra concezione di vita estetica; e

se l'uomo non può soffrire più profondamente, dico il vero quando dico

che la sofferenza finisce non meno della gioia, poiché tutto ciò che è

soltanto finito perisce. Molti trovano che sia una consolazione che la

sofferenza passi; a me pare sconfortante quanto il dire che passa la

gioia. Così il tuo pensiero annulla di nuovo anche questa concezione

di vita. Quando si è annullata la sofferenza, si tiene la gioia; ma

invece della sofferenza tu scegli una gioia che è un cattivo sostituto

della sofferenza. La gioia che hai scelto è il riso della

disperazione. Tu ritorni di nuovo alla vita; sotto questo aspetto

l'esistenza assume un nuovo interesse per te. Come tu provi una gran

gioia nel parlare ai bambini in modo che quello che tu dici sia

compreso da loro con chiarezza, facilità e naturalezza, mentre per te

significa qualche cosa di ben diverso, così tu provi gioia

nell'ingannare la gente col tuo riso. Quando riesci a far ridere,

giubilare e cantare per opera tua, trionfi sul mondo, dici a te

stesso: «se sapeste di cosa ridete !».

Pure, lo spirito non lo si può schernire. L'oscura nube della

malinconia si addensa intorno a te ed il guizzo luminoso di uno

scherzo che rasenta la follia te la mostra ancor più cupa e più

terribile. E non vi è nulla che ti distragga, tutti i piaceri del mondo

non hanno significato per te. Anche se qualche volta invidi la stolta

gioia di vivere dell'ingenuo, non è questo che potrebbe bastarti.

Il piacere non ti tenta; esso è un nulla per te. Non v'è più alcun

fascino per te nel vivere la vita, ma solo nello schiacciarla.

E, per quanto triste sia il tuo stato, in verità questa è una fortuna.

Non è mia intenzione lodare il tuo orgoglio che disprezza la felicità

dell'uomo semplice, ma lodo invece la grazia che tien fermo il tuo

pensiero; se il piacere ti tentasse, saresti perduto. Ma il fatto che non

ti tenta indica la via che devi percorrere: avanti e non indietro.

Vi è anche un'altra falsa strada, non meno spaventosa, dalla quale ti

salva non già il tuo orgoglio, ma la grazia che costantemente ti

sorregge. E' bensì vero che sei orgoglioso - ed è meglio essere

orgogliosi che vanitosi; è bensì vero che nel tuo pensiero esiste una



1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   18


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale