Sören kierkegaard



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terribile passione, che tu consideri come una esigenza alla quale non

intendi rinunziare: «vuoi considerarti nel mondo come un creditore che

non è stato pagato, piuttosto che annullare questa esigenza» - eppure

ogni orgoglio umano non è che una fragile certezza. Guarda, mio

giovane amico, questa vita è disperazione. Nascondilo agli altri, ma a

te stesso non lo puoi nascondere: è disperazione. Sei troppo frivolo

per disperare, e troppo malinconico per non venir a contatto colla

disperazione. Sei come una partoriente, eppure continui a

procrastinare il momento e rimani sempre colle doglie. Se una donna,

nel momento delle doglie, fosse colta dal dubbio di poter partorire un

mostro o se volesse ragionare con se stessa cosa è che deve veramente

partorire, essa avrebbe una certa somiglianza con te. Il suo tentativo

di fermare il corso della natura sarebbe infruttuoso, ma il tuo è

possibile; poiché quello che l'uomo partorisce in senso spirituale è il

"nisus formativus" della volontà, ed esso è in potere dell'uomo.

Cosa temi dunque? Tu non devi partorire un altro uomo, devi

solo partorire te stesso. Eppure, lo so, in ciò è una serietà che

scuote tutta l'anima; divenir coscienti di se stessi nel proprio

eterno valore è il momento più importante di tutta la vita. E' come

se tu venissi preso e legato e non potessi mai più svincolarti, né nel

tempo né nell'eternità; è come se tu perdessi te stesso, come se tu

cessassi di essere; è come se tu nel momento seguente dovessi

pentirtene, ma non potessi più tornare indietro. E' un momento

terribilmente serio e importante quello in cui ci si lega per

l'eternità a una potenza eterna, in cui si accetta se stesso come colui il

cui ricordo non sarà mai cancellato in nessun tempo, in cui, in

senso eterno ed inalterabile, si diventa coscienti di se stessi come

quello che si è.

Eppure, si può farne a meno! Ecco, qui, v'è un aut-aut. Lascia che ti

parli come non ti parlerei mai se qualcun altro ci ascoltasse, perché

in un certo senso io non ho il diritto di farlo e perché parlo

piuttosto solo del futuro. Se non vuoi scegliere, se vuoi continuare a

divertire la tua anima colla frivolezza e colla vanità delle

spiritosaggini, fallo pure; abbandona la tua casa, emigra, va a

Parigi, datti al giornalismo, fa la corte al sorriso di donne

sdolcinate, rinfresca il loro sangue ardente colla frescura delle tue

battute di spirito, fa che l'orgoglioso compito della tua vita sia di

scacciare la noia delle donne senza cuore o gli oscuri pensieri dei

gaudenti smidollati; dimentica di essere stato un fanciullo, un

fanciullo devoto, innocente, sii sordo a ogni voce più elevata nel tuo

petto, assopisci la tua vita nella brillante meschinità delle serate di

gala, dimentica che in te abita uno spirito immortale, dissipa la tua

anima fino all'estremo; e quando poi le battute di spirito

taceranno, rimane ancora acqua nella Senna, polvere da sparo nelle

botteghe e neppure la compagnia di viaggio ti mancherà. Ma se non

puoi farlo, se non vuoi farlo - e né lo puoi né lo vuoi fare - allora

tirati su, soffoca ogni pensiero ribelle che osi l'alto tradimento

contro il tuo essere migliore, disprezza ogni meschinità che ti

invidia le tue doti di spirito perché le desidera per sé, per farne un

uso ancor peggiore; disprezza l'ipocrita profondità che sopporta di

mala voglia il peso della vita e pretende ancora di essere onorata per

questo; ma non disprezzare la vita, onora ogni sforzo lodevole, ogni

modesta attività, che umile si nasconde; e abbi, sopratutto, un po'

più di rispetto per la donna; credimi, è proprio da lei che viene la

salvezza, come è certo che la perdizione viene dall'uomo. Sono un

marito, e quindi parte in causa; ma è mia ferma convinzione che se

alcune donne hanno gettato l'uomo nella corruzione, esse hanno anche

lealmente ed onestamente cercato di rimediare e continuano a farlo;

poiché di cento uomini che si sviano nel mondo, novantanove

vengono salvati dalle donne, uno solo vien salvato da immediata

grazia divina.

È dell'uomo sviarsi in un modo o nell'altro; eppure anch'egli deve

tornare a riposarsi nella pace pura e innocente dell'immediatezza, che

è caratteristica della donna. Se qualche volta la donna lo allontana,

essa compensa largamente il danno recato.

Cosa ti rimane dunque da fare? Un altro forse ti consiglierebbe:

«sposati ed avrai altro da pensare!». E' vero; ma bisogna chiedersi se

la cosa ti giova. Qualunque sia il modo in cui tu giudichi l'altro

sesso, so che sei troppo cavalleresco per sposarti per questa sola

ragione. Inoltre se non puoi tenere a freno te stesso, difficilmente

troverai qualcun altro che sia in grado di farlo. O ti si potrebbe

anche consigliare: «cerca una posizione, gettati nella vita degli

affari, lavora; questa è la cosa migliore, ti distrarrà, facendoti

dimenticare la tua malinconia». Forse ti riuscirebbe di arrivare al

punto di credere d'averla dimenticata; ma non l'hai dimenticata;

improvvisamente proromperà più terribile che mai; e forse allora sarà

in grado di fare quello che non ha saputo fare finora: prenderti di

sorpresa. Inoltre: qualunque cosa tu pensi della vita e del lavoro, tu

sei troppo cavalleresco con te stesso per sceglierti una posizione per

questa ragione; sarebbe una specie di falsità come sarebbe una falsità

quella di sposarsi per questa ragione. Allora che ti rimane da fare?

Ho una risposta sola: «dispera!».

Io sono un marito, la mia anima è attaccata fermamente e

irremovibilmente a mia moglie, ai miei figli, a questa vita di cui

loderò sempre la bellezza. E se dico, dispera, non sono un giovane

esaltato che ti vuole gettare nel vortice delle passioni, né un demone

sarcastico che beffa i naufraghi con questo conforto. Non lodo la

disperazione come una consolazione, o come uno stato in cui tu debba

rimanere. Essa è una missione per la quale occorre tutta la forza, la

serietà e la coerenza dell'anima ed è la mia convinzione, la mia

vittoria sul mondo, che, chi non abbia assaporato l'amarezza della

disperazione, non ha compreso il significato della vita, anche se la

sua vita è stata quanto mai bella e quanto mai ricca di gioie. Tu non

commetti nessun tradimento verso quel mondo nel quale vivi, non sei

perso, per esso, anche se l'hai superato colla disperazione; così

anch'io confido di essere un buon marito nonostante che abbia

disperato io pure.

Quando considero la tua vita in questo modo ti stimo felice; poiché

in verità è della massima importanza che un uomo nel momento

della disperazione non sbagli nel considerare la vita; commettere

uno sbaglio è altrettanto pericoloso per lui come per la partoriente.

Colui che dispera per qualche cosa di particolare, corre il pericolo

che la sua disperazione non sia vera e profonda, che sia un

disappunto, un dolore per il particolare. Non devi disperare così,

poiché non sei stato defraudato di nulla di particolare, tu hai ancora

tutto. Se chi dispera si inganna se crede che l'infelicità stia nel

molteplice al di fuori di lui, la sua disperazione non è vera e lo

condurrà ad odiare il mondo, non ad amarlo; poiché come è vero che il

mondo per te è ora un peso, perché è come se volesse essere per te

qualche cosa di diverso da quello che può essere, così è anche vero

che quando tu nella disperazione hai trovato te stesso, l'amerai,

perché è quello che è. Se è colpa, peccato o una cattiva coscienza che

conduce l'uomo alla disperazione, forse egli avrà delle difficoltà a

ritrovare la sua gioia. Disperati dunque, con tutta la tua anima e con

tutto il tuo spirito; più rinvii, più dure saranno le condizioni, e

l'esigenza rimane sempre la stessa. Te lo grido, come la donna che

offrì una collezione di libri a Tarquinio: quando questi non le volle

dare la somma richiesta, ne bruciò un terzo chiedendo ancora la stessa

somma, e quando egli ancora non volle dare la somma richiesta, ne

bruciò un altro terzo, e richiese la stessa somma, finché egli alla

fine diede la somma dapprima richiesta per l'ultimo terzo.

La condizione della tua disperazione è bella, eppure ve ne è una più

bella ancora. Immagina un giovane intelligente come te. Supponiamo

che ami una fanciulla, che l'ami tanto quanto egli ama se stesso.

Supponiamo che in un'ora di raccoglimento egli mediti su quali

fondamenti egli abbia costruita la sua vita e su quali essa debba

costruire la sua. Hanno l'amore in comune, ma egli sentirà che vi sono

delle differenze. Essa forse ha il dono della bellezza, ma per lui non

ha importanza, è tanto effimera, essa forse ha l'animo allegro della

gioventù, ma quella gioia non ha una vera importanza per lui. Egli

invece ha i doni dello spirito e ne sente il potere. Egli la vuole

amare in verità e perciò non gli verrà mai in mente di darglieli, e

nemmeno l'umile animo di lei li vorrebbe da lui. Ma vi è una

differenza, ed egli sentirà che questa deve sparire per poterla

veramente amare. Allora egli sentirà l'animo suo precipitare nella

disperazione. Non dispera per se stesso ma per lei, eppure anche per

se stesso; così il potere della disperazione corroderà tutto, finché

egli troverà se stesso nel suo eterno valore; ma a questo modo egli

avrà trovato anche lei; e nessun cavaliere sarà mai ritornato dalle

sue più pericolose spedizioni più felice e più beato di lui al ritorno da

questa lotta colla carne e col sangue e colle vane differenze della

finitezza. Poiché colui che dispera trova l'uomo eterno; e, come

uomini eterni, siamo tutti uguali. Non gli verrà mai la folle idea di

assopire il proprio spirito o di trascurare la propria educazione, per

poter in certo qual modo raggiungere la parità; egli conserverà le

doti dello spirito, ma nel profondo del suo cuore egli, tra sé e sé,

saprà che chi le possiede è uguale a chi non le possiede. Oppure

immagina uno spirito profondamente religioso, che, per vero e ardente

amor del prossimo, si gettasse nel mare della disperazione fino a

trovare l'assoluto, il punto in cui è indifferente se una fronte è

bassa, o se si eleva più superba del cielo, il punto che non è

l'indifferenza ma l'assoluto valore, perché sotto tutte le fronti abita

l'uomo eterno.

Tu hai parecchie buone idee, molte idee buffe, moltissime assurde;

tienile tutte, non pretendo che tu rinunci ad esse. Una delle tue idee

però ti prego di tenerla salda, una idea che mi accerta che il mio

spirito è consanguineo al tuo. Hai spesso detto che nella vita

vorresti esser tutto ma non un poeta, perché di regola al poeta vien

sacrificato l'uomo. Per conto mio non escludo affatto che vi sian

stati dei poeti che hanno conquistato se stessi, prima di aver

cominciato a scrivere, o che conquistarono se stessi scrivendo.

D'altra parte è altrettanto certo che se l'esistenza del poeta come

tale trascorre nelle tenebre, questa è la conseguenza di una

disperazione, non portata fino in fondo, di uno spirito che non può

raggiungere la sua vera trasfigurazione. L'ideale poetico è sempre un

falso ideale, poiché il vero ideale è sempre quello reale. Quando allo

spirito non vien permesso di elevarsi al mondo eterno dello spirito,

esso rimane a mezza strada e gode delle figure che si disegnano nelle

nuvole e piange sulla loro fugacità. L'esistenza del poeta è perciò

una esistenza infelice; è più alta delle cose finite, eppure non si

eleva all'infinito. Il poeta vede gli ideali ma deve fuggire lungi dal

mondo per gioirne; non può portare le divine figure che ha in sé nel

mezzo dello scompiglio della vita, non può andar tranquillo per il suo

cammino senza turbarsi delle caricature che lo scherniscono; e tanto

meno ha la forza di realizzare nella sua vita l'ideale. La vita dello

scrittore perciò è spesso oggetto della meschina compassione di coloro

che credono di essere al sicuro perché sono rimasti nelle cose finite.

Una volta dicesti, in un momento di scoraggiamento, che forse

c'erano già coloro che tra sé avevano tirato le somme sul tuo conto,

pronti a liquidarti alle seguenti condizioni: ti riconoscevano come un

cervello fine, in compenso però dicevano che ti saresti perduto e non

saresti diventato un membro della società degno di nota. È

innegabile che nel mondo esiste tanta gente meschina che vuole

trionfare su tutto quello che si eleva di un solo palmo dalla

mediocrità. Ma non preoccupartene, non sfidarli, non disprezzarli;

per usare un'espressione a te cara: non ne vale la pena. Ma se non

vuoi esser poeta, per te non v'è altra via di uscita che quella che ho

indicato: dispera! Scegli dunque la disperazione, poiché la

disperazione stessa è una scelta. Si può dubitare senza scegliere

il dubbio, non si può disperare senza scegliere la disperazione. E

mentre si dispera, si sceglie di nuovo. E cosa si sceglie? Si sceglie

se stessi, non nella propria immediatezza, non come questo individuo

casuale, ma si sceglie se stessi nel proprio eterno valore.

Mi sforzerò di spiegare meglio questo punto riguardo a te. Nella

nuova filosofia si è parlato, più che a sufficienza, del fatto che tutta

la speculazione comincia col dubbio; d'altra parte io, quando

occasionalmente mi son potuto occupare di queste meditazioni, ho

inutilmente cercato degli schiarimenti per sapere in che cosa il

dubbio sia diverso dalla disperazione. Qui cercherò di mettere in

evidenza questa differenza, sperando che essa giovi ad orientarti in

senso teorico e pratico. Son ben lontano dal credere di avere un vero

estro filosofico, non ho il tuo virtuosismo nello scherzare colle

categorie, ma quello che in senso più profondo è il significato della

vita, potrà certo esser compreso anche da chi è più ingenuo. Il dubbio

è la disperazione del pensiero, la disperazione è il dubbio della

personalità; e per questo tengo tanto alla determinazione della

scelta, che è diventata il mio motto, il nerbo della mia concezione di

vita; e ho una concezione di vita, anche se non pretendo affatto di

avere un sistema. Il dubbio è il movimento interno del pensiero

stesso, e nel mio dubbio mi comporto più impersonalmente che posso

.

Supposto che il pensiero, quando il dubbio si completa, trovi



l'assoluto e si riposi in lui, esso riposa in lui non in seguito ad una

scelta ma in seguito alla stessa necessità per cui dubitava; poiché

il dubbio stesso è una determinazione di necessità, e così pure il

riposo. Questo è il sublime del dubbio, ciò per cui esso tanto

spesso è stato vantato e lodato da gente che non capisce nemmeno

quello che dice. Ma proprio il fatto che sia una determinazione di

necessità dimostra che non tutta la personalità è compresa nel

movimento. Dice perciò qualche cosa di molto vero chi dice: crederei

volentieri, ma non posso, bisogna che dubiti. Perciò si vede anche

spesso che chi dubita può tuttavia possedere in sé un valore positivo,

che sta fuori di ogni rapporto col suo pensiero; questi può, ad

esempio, essere una persona coscienziosissima, che non dubita affatto

del valore del dovere come regola della sua azione e i cui sentimenti

di umana simpatia non sono affatto toccati dal dubbio. D'altra parte

si vedono, specialmente ai nostri giorni, persone che hanno la

disperazione in cuore, anche se hanno vinto il dubbio. Questo mi fu

palese specialmente nel considerare alcuni dei filosofi tedeschi. Il

loro pensiero è tranquillo, il pensiero logico oggettivo si è

acquietato nella sua corrispondente oggettività; eppure essi sono

disperati anche se si distraggono colla speculazione oggettiva. L'uomo

infatti può distrarsi in molti modi, e non vi è un narcotico migliore

della speculazione astratta, perché ciò che in essa è necessario è di

mantenersi più impersonali che sia possibile. Il dubbio e la

disperazione stanno dunque di casa in due sfere completamente diverse;

sono corde assai diverse dell'anima che vengono messe in movimento.

Ma questa conclusione non mi soddisfa affatto, perché il dubbio e

la disperazione vengono in questo modo coordinati, e questo non

deve avvenire. La disperazione è un'espressione molto più

profonda e completa, il suo movimento è molto più ampio di quello

del dubbio. La disperazione è l'espressione di tutta la personalità, il

dubbio solo del pensiero. La presunta obiettività del dubbio, che lo

rende tanto aristocratico, è proprio un'espressione della sua

imperfezione. Il dubbio sta perciò nella differenza, la disperazione

nell'assoluto. Per dubitare occorre del talento, ma per disperare non

ne occorre affatto.

Ma il talento come tale è una differenza, e quello che per farsi

valere esige una differenza, non sarà mai l'assoluto; perché

l'assoluto può solo essere l'assoluto per l'assoluto. L'uomo più

insignificante, meno intelligente può disperare, una fanciulla, che è

tutto meno che un pensatore, può disperare, mentre ognuno capisce

facilmente quanto sia sciocco dire che essi sono dei dubbiosi. Se il

dubbio di un uomo si acquieta, e egli però dispera e rimane in questo

stato, questo significa che egli non vuole la disperazione in senso

più profondo. Non si può assolutamente disperare senza volerlo, ma per

disperare per davvero si deve per davvero volere la disperazione; ma

quando la si vuole veramente, allora per davvero si è fuori dalla

disperazione; quando veramente si ha scelto la disperazione, si ha

scelto per davvero quello che la disperazione sceglie: si ha scelto se

stessi nel proprio valore eterno. Solo nella disperazione la

personalità è acquietata; non con necessità (perché non dispero mai

necessariamente), ma con libertà, e solo così vien conquistato

l'assoluto. A questo riguardo, penso che la nostra epoca farà un

progresso, se posso permettermi una opinione sulla nostra epoca, dato

che la conosco solo dalla lettura dei giornali e da qualche libro o

dai miei colloqui con te. Non è lontano il giorno in cui, forse a caro

prezzo, si esperimenterà che il vero punto di partenza per trovare

l'assoluto non è il dubbio ma la disperazione.

Pure, ritorno alla mia categoria (non sono un logico, e ho solo una

categoria, ma ti assicuro che è la scelta del mio cuore e del mio

pensiero, la delizia della mia anima e la mia beatitudine): ritorno

all'importanza dello scegliere. Quando dunque scelgo in modo assoluto,

scelgo la disperazione, e nella disperazione scelgo l'assoluto poiché

io stesso sono l'assoluto; io pongo l'assoluto e sono l'assoluto

stesso; ma come perfettamente identico ad esso devo dire: io scelgo

l'assoluto che sceglie me, io pongo l'assoluto che pone me; poiché se

non ricordo che quest'altra espressione è altrettanto assoluta, la mia

categoria dello scegliere è falsa, perché è proprio l'identità di

ambedue. Quello che scelgo non lo pongo, perché se non fosse posto

non lo potrei scegliere; eppure, se non lo ponessi nell'atto della

scelta, non sceglierei realmente. Esso è, poiché se non fosse, non lo

potrei scegliere; non è, perché diventa solo in quanto lo scelgo:

altrimenti la mia scelta sarebbe illusione.

Ma che cosa è dunque che scelgo ? È questa cosa o è quell'altra?

No, perché io scelgo in modo assoluto, e scelgo in modo assoluto

proprio in quanto ho scelto di non scegliere questa o quella cosa. Io

scelgo l'assoluto. Ma cos'è l'assoluto? Sono io stesso nel mio eterno

valore.

Altro all'infuori di me stesso non potrò mai scegliere come assoluto;



poiché se scelgo qualche cosa d'altro lo scelgo come una cosa finita,

e perciò non lo scelgo in modo assoluto. Perfino l'ebreo che scelse

Dio, non lo scelse in modo assoluto, poiché scelse sì l'assoluto, ma

non lo scelse assolutamente, e così cessò di essere assoluto e divenne

una cosa finita.

Ma cosa è questo me stesso? Se volessi parlare di un primo

momento, di una sua prima espressione, la mia risposta sarebbe: è

la cosa più astratta di tutte, che nello stesso tempo in sé è la più

concreta - è la libertà. Lasciami introdurre una piccola osservazione

psicologica.

Si sente spesso la gente esprimere la propria insoddisfazione e

lamentarsi della vita; spesso la si sente desiderare qualche cosa.

Immagina ora un povero diavolo (lasciamo da parte i desideri

capricciosi che qui non hanno nulla da insegnarci, perché sono

completamente immersi nel casuale). Ecco i suoi desideri: avessi lo

spirito del tale, od il talento del talaltro, eccetera, anzi per

arrivare al massimo: - avessi la fermezza di quel tale. Simili

desideri si sentono pronunciare assai spesso, ma hai mai sentito che

alcuno desiderasse seriamente di poter diventare un altro? Ne è anzi

talmente lontano che è proprio caratteristico di quelle che si

chiamano individualità infelici di aggrapparsi tenacissimamente a se

stesse, tanto che, nonostante tutte le loro sofferenze, per nessuna

ragione al mondo vorrebbero essere degli altri. Ciò ha il suo motivo

nel fatto che queste individualità sono molto vicine alla verità e

sentono l'eterno valore della personalità, non nella sua benedizione,

ma nel suo tormento. Anche se devono rinunciare alla gioia,

preferiscono tuttavia rimanere se stessi. Ma anche colui che ha molti

desideri intende sempre rimanere se stesso, anche se le circostanze

mutano. Dunque in lui vi è qualche cosa di assoluto in rapporto a

tutto il resto, qualche cosa per cui egli è quello che è, anche se il

cambiamento sopraggiunto col realizzarsi del suo desiderio sia stato

il più grande immaginabile. Che egli sia in un equivoco lo mostrerò

più tardi, ma qui voglio solo trovare l'espressione più astratta di

questo «se stesso» che lo rende quello che è. E questo non è altro che

la libertà. Per questa via si potrebbe realmente giungere ad una

plausibilissima dimostrazione del l'eterno valore della personalità.

Perfino un suicida propriamente non vuole sbarazzarsi di se stesso;

quello che lui desidera è solo un'altra forma di se stesso. Perciò si

potrà anche trovare un suicida che sia convinto al massimo grado

dell'immortalità dell'anima. Ma il suo essere e così accecato che con

questo passo egli crede di trovare la forma assoluta per il suo

spirito.


Pure, la ragione per cui ad un individuo può parere che egli si possa

costantemente trasformare, pur rimanendo sempre se stesso, come se il

suo essere più profondo fosse una grandezza algebrica che potesse



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