Sören kierkegaard



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sarei io stesso l'assoluto, ma soltanto un prodotto.

Qui voglio interrompere queste argomentazioni per mostrare come

una concezione di vita etica consideri la personalità, la vita e la sua

importanza. Per amor d'ordine ritornerò ad alcune delle osservazioni

fatte prima intorno alla relazione tra l'estetica e l'etica. Dicemmo

che ogni concezione di vita estetica è disperazione, perché si fonda

su ciò che può essere e non essere. Questo non succede per la

concezione etica della vita perché essa si fonda su ciò a cui è

essenziale l'essere. L'estetica, dicemmo, è nell'uomo ciò per cui egli

spontaneamente è quello che è; l'etica è quello per cui l'uomo diventa

quello che diventa. Con questo non affermo affatto che chi vive

esteticamente non si evolve; ma si evolve con necessità, non con

libertà; in lui non avvengono metamorfosi con moti infiniti, con cui

arrivare al punto partendo dal quale egli diventa quello che diventa.

Quando un individuo considera se stesso esteticamente, diventa

cosciente di questo «sé» come di una molteplice concretezza

determinata in sé in vari modi. Ma, nonostante tutte le diversità

interiori, questo molteplice costituisce il suo essere e ha uguale

diritto di venire avanti, uguale diritto di farsi valere. La sua anima è

come una terra dalla quale germoglia ogni genere di erbe, tutte con

uguali esigenze di sviluppo; il suo io sta in questa molteplicità, ed

egli non possiede nessun altro io che stia più in alto. Se egli ha

quello di cui tu parli tanto spesso, della serietà estetica e un po' di

conoscenza della vita, vedrà che è impossibile che tutto si

sviluppi in modo uguale; allora sceglierà, e quello che determina la

scelta sarà un più o un meno, cioè una differenza relativa. Se si

potesse immaginare un uomo che viva senza venir a contatto coll'etica,

egli potrebbe dire: ho disposizione per diventare un Don Giovanni, un

Faust, un capitano di briganti; voglio educare queste mie

disposizioni, poiché la serietà estetica esige che io diventi qualche

cosa di determinato, che io faccia sviluppare in me, nella sua

integrità, ciò di cui è stato posto in me il seme. Una concezione

siffatta della personalità e del suo sviluppo sarebbe esteticamente

giustissima. Da questo capisci cosa significa l'evoluzione estetica;

essa assomiglia allo sviluppo delle piante, e benché l'individuo

divenga, diviene solo quello che è spontaneamente. Chi considera la

personalità eticamente, pone subito una differenza assoluta, quella

cioè tra bene e male; e se in sé trova più male che bene, ciò non

significa che il male è quello che deve avere il sopravvento, ma

significa che il male è quello che deve essere soffocato, e il bene

deve avere il sopravvento. Quando poi l'individuo si evolve

eticamente, diviene ciò che diviene; poiché allora, anche se egli

permette che l'estetica in lui abbia il suo valore, nondimeno essa è

detronizzata, e significa qualcosa di ben diverso da quello che essa

significa per chi vive solo esteticamente. Perfino la serietà estetica è,

come ogni serietà, utile all'uomo, ma non lo potrà mai salvare

pienamente. Credo che fino a un certo punto questo sia accaduto anche

a te; il tuo idealismo estetico ti ha certamente nociuto ma ti ha

anche servito. Nel rivolgerti all'ideale del bene ti sei accecato, ma il

fatto che hai dovuto anche formarti un ideale del male, ti ha

salvato dalla volgarità. Naturalmente la serietà estetica non ti può

guarire; giungerai al massimo, ad abbandonare il male, perché

nemmeno questo si lascia tradurre in realtà idealmente, ma tu non lo

abbandoni perché sia male o perché lo detesti. Tu perciò sei arrivato

solo al sentimento di essere altrettanto impotente davanti al bene

come al male. Inoltre il male non ha forse mai un aspetto più

seducente di quando appare così sotto determinazioni estetiche;

occorre un alto grado di serietà etica per non voler mai accogliere

il male in categorie estetiche. La concezione estetica del male

s'insinua in ciascuno di noi e l'educazione prevalentemente estetica

del nostro tempo vi coopera non poco. Perciò non è raro che anche

i predicatori di virtù siano tanto zelanti contro il male, che si capisce

che il parlatore, benché lodi il bene, goda di pensare che egli

potrebbe benissimo essere la persona più astuta e intrigante, se non

avesse preferito essere una brava persona. Ma questo tradisce la sua

segreta debolezza, e mostra che la differenza tra il bene e il male

non gli sta ben chiara innanzi agli occhi, in tutta la sua gravità.

Tanto bene è rimasto in ogni uomo da fargli sentire che essere una

brava persona è il meglio; però per distinguersi un po' dalla massa

esige un alto grado di riconoscimento, perché, pur avendo tante

doti per diventare cattivo, non lo divenne. Quasi che l'aver molte

doti per diventare cattivi fosse un privilegio! Come se, questa

vanità di mostrare le proprie doti, non denotasse una predilezione per

esse! Così spesso si trovano anche delle persone che veramente,

nel profondo del loro cuore, sono buone, ma che non hanno il

coraggio di riconoscerlo davanti a se stessi, perché con questo pare

loro di essere dei piccoli borghesi. Queste persone riconoscono

anche il bene come il meglio, ma non hanno il coraggio di

riconoscere il male per quello che è. Spesso si sente anche questa

espressione: «che povera fine a questa storia!»; di solito si può star

certi che quello che si saluta e annuncia in questo modo è l'etica.

Quando un uomo in qualche modo è diventato misterioso per gli

altri e poi giunge la spiegazione che mostra che egli non era quello

che la gente aveva sperato, cioè un ingannatore astuto e falso ma

una brava onesta persona si dice: «nient'altro? tutto qua?». Davvero

ci vuole molto coraggio etico ad ammettere per sé che il bene è il

valore più alto, perché questa considerazione sembra molto banale.

Questo non piace affatto alla gente, tutti vorrebbero tanto che la loro

vita si distinguesse da quella degli altri. Ognuno può essere una

brava persona, se vuole, ma per essere malvagi occorre sempre del

talento: Per questo molti vorrebbero tanto essere filosofi e non

cristiani; per essere filosofi occorre infatti del talento, per essere

cristiani dell'umiltà, e questa tutti la possono avere se vogliono.

Quello che dico qui, devi tenertelo a mente anche tu, perché nel tuo

essere più profondo non sei cattivo. Ora non arrabbiarti, non vorrei

offenderti, tu sai che ho dovuto fare di necessità virtù, e poiché

non ho le tue doti devo cercare di tenere un po' in onore il fatto di

essere un uomo buono.

Ai nostri giorni, si è cercato di snervare la concezione etica anche

con altri argomenti. Infatti, mentre si trova che è una occupazione

meschina essere buoni, si ha ancora una certa stima per la bontà; ma

non piace che la si metta pubblicamente in evidenza. Non intendo

affatto sostenere che l'uomo debba mettere in mostra la sua virtù, e

debba, in ogni occasione, gettare negli occhi della gente che egli è

una brava persona, ma d'altra parte non bisogna nemmeno nasconderlo

e temere di far riconoscere i propri sforzi. Se uno lo fa, si elevano

subito alte grida contro di lui: si vanta, vuol essere migliore degli

altri; tutti son d'accordo nella petulante espressione: siamo uomini,

siamo tutti peccatori davanti al Signore. E si considera un tratto di

particolare distinzione non ritenere niente di ciò che è umano alieno

da sé. Perciò è assai naturale che nei nuovi drammi il male venga

sempre rappresentato dagli attori più brillanti, e il bene, il giusto, da

un garzone di drogheria. Gli spettatori lo trovano molto naturale e dal

dramma imparano quello che sapevano già prima, che è molto al di

sotto della loro dignità ritrovarsi nella stessa categoria dei garzoni di

drogheria. Davvero, mio giovane amico, occorre molto coraggio etico

per voler seriamente che la propria vita non consista nel

differenziarsi ma nell'aderire a ciò che è semplicemente umano. La

nostra epoca a questo riguardo ha bisogno di una scossa che non

mancherà, poiché verrà il giorno in cui si vedrà che gli individui

migliori in senso estetico, quelli che pongono lo scopo della vita nel

differenziarsi, dispereranno di questa loro posizione eccezionale per

ritrovare ciò che è semplicemente umano. Questo sarà bene anche per

noi gente da poco, che a volte ci sentiamo turbati perché non abbiamo

saputo nella nostra vita distinguerci. E, a dir la verità, il motivo non

era solo che disdegnavamo una concezione simile di vita; ci

sentivamo anche troppo insignificanti per realizzarla.

Perciò chi vive solo esteticamente ha il segreto terrore della

disperazione, poiché sa molto bene che quello che la disperazione

produce è l'universale, e sa ugualmente bene che quello che egli ha

nella sua vita è la differenza. Quanto più in alto l'individuo sta,

tanto più numerose sono le differenze ch'egli ha distrutto disperando

del loro significato; ma egli salva sempre una differenza che non

vuole distruggere, perché in essa consiste la sua vita. E' strano

vedere come anche le persone più semplici scoprano con

ammirevole sicurezza quella che si potrebbe chiamare la loro

differenza estetica, per quanto insignificante sia, e quella stolta

lotta che si conduce per stabilire quale differenza sia più importante

dell'altra è una delle miserie della vita. Gli esteti esprimono anche la

loro antipatia verso la disperazione dicendo che è una rottura.

Questa espressione è correttissima se l'evoluzione della vita dovesse

consistere in uno sviluppo necessario dell'immediato. Se invece

non è così, la disperazione non è una rottura, ma una

trasfigurazione. Solo per chi dispera per qualche cosa di singolo

avviene una rottura. Ma questo accade perché egli non dispera

completamente. Gli esteti temono anche che la vita debba perdere

la piacevole molteplicità che ha finché la si considera con categorie

estetiche. Questo è un altro malinteso, che certo ha la sua origine in

parecchie teorie rigoristiche. Nella disperazione nulla naufraga.

La vita estetica rimane nell'uomo, ma subordinata a qualcosa di più

alto, e in questa subordinazione viene conservata. E' sì vero che

non si vive in essa come prima, ma non ne consegue affatto che essa

vada persa; forse potrà essere adoperata in un altro modo, ma non

significa che non è più. Gli uomini morali, portano a termine quella

disperazione che gli esteti più profondi hanno già cominciata,

ma volontariamente interrotto; infatti per quanto grande sia la

differenza, essa è pure sempre relativa. E quando l'esteta stesso

confessa che anche la differenza che dà significato alla sua vita è

effimera, e aggiunge che è sempre meglio rallegrarsi di essa fintanto

che la si ha, dice davvero una cosa vile e indegna dell'uomo. E'

come se l'uomo si volesse rallegrare di una situazione basata su un

equivoco che prima o poi verrà alla luce, e non avesse il coraggio di

rendersene conto o di confessarlo, ma volesse godere della situazione

più a lungo possibile. Pure, tu non sei in questa situazione, ma

sei come quello che ha confessato l'equivoco, troncata la relazione,

ma però vuol sempre avere un ultimo congedo da essa.

La concezione estetica considera anche la personalità in relazione al

mondo che la circonda, e l'espressione di questo, riflettendosi nella

personalità, è il godimento. Ma l'espressione estetica del godimento,

nel suo rapporto colla personalità, è lo stato d'animo. Nello stato

d'animo infatti è presente la personalità, ma è presente vagamente.

Chi vive esteticamente infatti cerca per quanto è possibile di

perdersi nello stato d'animo, cerca di avvolgersi completamente in

esso, fin che in lui non rimanga nulla che non ne possa venir

assorbito, perché un simile residuo ha sempre un effetto perturbatore,

che distoglie dal godimento. Quanto più la personalità è vagamente

presente nello stato d'animo, tanto più l'individuo è nel momento, e

questa è di nuovo l'espressione più adeguata per l'esistenza estetica;

essa è nel momento. Da ciò le enormi oscillazioni alle quali è esposto

chi vive esteticamente. Anche chi vive eticamente conosce gli stati

d'animo, ma per lui essi non sono la cosa principale; poiché ha scelto

se stesso infinitamente, egli è in grado di controllarli. Quel di più

che non vuole rientrare negli stati d'animo è proprio quella

continuità che per lui è il valore più alto. Chi vive eticamente ha,

per ricordare una espressione precedente, memoria per la sua vita, chi

invece vive esteticamente non l'ha affatto. Chi vive eticamente non

distrugge lo stato d'animo, ma lo considera un attimo; questo attimo

lo salva dal vivere nel momento, questo attimo gli dà la padronanza

sul piacere. L'arte di signoreggiare il piacere non sta tanto nel

distruggerlo o nel rinunziarvi completamente, quanto nel determinare

il momento. Prendi qualsiasi piacere tu voglia; il suo segreto, il suo

potere sta nel fatto che esso è nel momento assoluto. Si sente spesso

la gente dire che l'unico mezzo è di astenersi completamente dai

piaceri. Questo è un metodo assai errato, che può aver successo solo

per un certo tempo. Immagina una persona che fosse dedita al gioco. In

lui la passione si accende con tutta la sua violenza, è come se fosse

in gioco la sua vita se non vien soddisfatta; ma se il giocatore è in

grado di dire a se stesso: «in questo istante non voglio, solo tra

un'ora», egli è guarito. Quest'ora è la continuità che lo salva. Lo

stato d'animo di chi vive esteticamente è sempre eccentrico, perché

egli ha il suo centro nella periferia. La personalità ha il suo centro in

sé, e chi non possiede se stesso, è eccentrico. Lo stato d'animo di chi

vive eticamente è centralizzato; egli non è immerso nello stato

d'animo e neppure coincide collo stato d'animo; ma ha lo stato d'animo

e lo ha in sé. Quello per cui egli lavora è la continuità, ed essa è

sempre la maestra degli stati d'animo. La sua vita non manca di stato

d'animo, ha anzi uno stato d'animo totale; ma questo è acquisito, è

quello che si potrebbe chiamare un "aequale temperamentum", che non

è uno stato d'animo estetico, dato che nessuno l'ha per natura o

spontaneamente.

Ma colui che ha scelto se stesso in modo infinito, può egli dire: «ora

posseggo me stesso, non pretendo altro, e contro tutti i

capovolgimenti del mondo pongo l'orgoglioso pensiero: sono quello

che sono?». Niente affatto! Se qualcuno si esprimesse così si

capirebbe subito che ha sbagliato strada. L'errore principale starebbe

nel fatto che egli, nel senso più rigoroso, non ha scelto se stesso:

avrebbe sì scelto se stesso ma al di fuori di sé: avrebbe inteso lo

scegliere in un modo del tutto astratto e non avrebbe afferrato se

stesso nella propria concretezza; non avrebbe scelto in modo da

diventare se stesso nella scelta, da vestire sé di se stesso; avrebbe

scelto se stesso secondo la sua necessità, non nella sua libertà;

avrebbe preso la scelta etica in modo estetico o superficiale. Quanto

più significativo nella sua verità è quello che deve venire alla

luce, tanto più è pericoloso sbagliar strada, e così anche qui appare

una deviazione spaventosa. Quando l'individuo si è afferrato nel

suo valore eterno, questo lo sommerge con tutta la sua pienezza. Le

cose di questo mondo scompaiono per lui. Nel primo istante lo

riempie una beatitudine indescrivibile che gli dà una assoluta

confidenza. Egli può ricadere in un punto di vista unilaterale; le

cose terrene fanno allora valere le loro esigenze. Queste vengono

respinte; ciò che la temporalità gli può dare, quel più o quel meno,

gli appare molto insignificante in confronto a quello che possiede

eternamente. Tutto si ferma per lui, egli è quasi giunto all'eternità

prima del tempo. Si sprofonda in contemplazione, fissa se stesso, ma

questo fissare non può riempire il tempo. Allora gli appare che il

tempo, la materialità siano la sua corruzione ed esige più perfetta

forma di esistenza, subentra ora una stanchezza, una apatia, che

somiglia alla sfinitezza che è compagna del piacere. Questa apatia

può fissarsi e pesare tanto su l'uomo che il suicidio gli pare l'unica

via di scampo. Nessun potere lo può distogliere da se stesso.

L'unico aiuto potrebbe venirgli dal tempo, ma nemmeno questo può

distoglierlo da se stesso, anzi lo ferma e lo attarda; esso arresta

quell'abbraccio dello spirito col quale egli afferra se stesso. Egli non

ha scelto se stesso; come Narciso si è innamorato di se stesso.

Questo stato non di raro finisce nel suicidio.

E' in errore perché non ha scelto nella maniera giusta; non proprio

nel senso che egli non avrebbe affatto dovuto aver d'occhio i suoi

errori, ma perché vede se stesso sotto le determinazioni della

necessità. Vede se stesso, questa personalità con tutte le sue varie

determinazioni, come un anello nella catena del corso del mondo. Si

vede di fronte all'eterno potere il cui fuoco lo arde senza

distruggere ciò che del suo essere deve venir estirpato. Ma non vede

se stesso nella propria libertà, non si sceglie in essa. Se lo fa, nello

stesso istante che sceglie se stesso, è in movimento; per quanto

concreto egli stesso sia, pure ha scelto se stesso per divenire nella

sua libertà; mediante il pentimento si è riscattato dalla sua libertà, e

nella sua libertà può rimanere, solo in quanto la realizza

costantemente. Chi perciò ha scelto se stesso diviene "eo ipso"

attivo.


Ora forse sarà il momento di accennare con poche parole a una

concezione di vita di cui tu ti compiaci altamente, sopratutto come

docente, a volte però anche come praticante. Si tratta, niente di

meno, della concezione che il dolore sia il vero significato della

vita; l'essere più infelice di tutti sarebbe appunto il più felice! A

prima vista non pare che questa sia una concezione di vita estetica:

perché il godimento non può essere il suo vero scopo. Però non è

nemmeno etica. Essa si trova nel pericoloso momento in cui l'estetica

trapassa nell'etica, in cui l'anima tanto facilmente vien irretita da

qualche affermazione di una teoria della predestinazione. Tra le tue

varie eresie questa è forse la peggiore; ma tu sai che è la più utile

quando si tratta di aggirare furtivamente le persone e di attirarle a te.

Sai essere spietato, senza riguardi per nessuno, sai scherzare su tutto,

anche sul dolore umano. Non ignori che questo tenta la

gioventù, eppure con questo modo d'agire ti allontani parecchio dai

giovani, perché una compagnia come questa è attraente quanto

repulsiva. Se è una giovane donna che tu vuoi ingannare in questo

modo, non ti sfugge che l'anima femminile ha troppa profondità per

essere affascinata a lungo da cose del genere, e, anche se tu l'hai

interessata per un momento, ben presto essa se ne stancherà ed avrà

quasi ribrezzo per te, perché la sua anima non ha bisogno di questi

eccitanti. Allora cambi metodo, con poche esclamazioni misteriose, che

solo lei può capire, lasci intravedere come spiegazione di tutto una

lontana malinconia. Ti apri solo con lei, ma tanto prudentemente che

essa veramente non arriva mai a sapere qualche cosa di più preciso,

lasci che la sua fantasia immagini la profonda tristezza che nascondi

nel più profondo del cuore. Sei astuto, non lo posso negare, ed è vero

quello che una fanciulla mi disse di te, che probabilmente finirai per

diventare un gesuita. Quanto più astutamente sai, scherzando, tirare

tra le loro mani le fila che conducono sempre più in fondo ai

ripostigli della tua tristezza, tanto più sei contento, tanto più sei certo

di attirarle a te. Non fai dei lunghi discorsi, non palesi il tuo dolore

con cordiali strette di mano o «con romantici sguardi negli occhi

romantici di un'anima sincera», sei troppo intelligente per farlo.

Sfuggi i testimoni, e solo in rari istanti ti lasci sorprendere. Per

le fanciulle vi è un'età in cui non v'è veleno più pericoloso della

tristezza, e tu lo sai, e questa tua conoscenza, come ogni altra, di per

se stessa può essere abbastanza buona; ma io non posso lodare l'uso

che ne fai.

Siccome hai esercitato il tuo spirito a concepire tutta l'esistenza in

categorie estetiche, è naturale che il dolore non sia sfuggito alla tua

attenzione, perché esso è di per se stesso interessante non meno della

gioia. L'intrepidezza colla quale afferri l'interessante dovunque

esso appare, dà costantemente motivo a chi ti circonda di giudicarti

male; a volte ti considerano assolutamente senza cuore, altre volte

un uomo veramente bonario, benché tu non sia veramente né l'uno

né l'altro. Anche il fatto che tante volte persegui il dolore non

differentemente dalla gioia, (si noti bene, se nel dolore come nella

gioia si trova una idea, perché solo così si desta il tuo interesse

estetico), può essere causa del malinteso. Se tu fossi abbastanza

sventato da rendere infelice qualcuno, potresti dar occasione al

più curioso dei malintesi. Non ti ritireresti come gli altri che cercano

slealmente solo la gioia, per andarla a scovare di nuovo in altri

modi; no! il dolore di quell'individuo per te diventerebbe ancor

più interessante della gioia; rimarresti vicino a lui, ti sprofonderesti

nel suo dolore. Hai esperienza, sensibilità, la forza della parola, il

pathos tragico; sai offrire a chi soffre quel sollievo che è la sola cosa

che chi soffre esteticamente agogna l'espressione. Ti diletta

vedere come chi soffre si riposi nel gioco armonioso degli stati

d'animo, quando glieli esponi, e ben presto gli diventi

indispensabile; poiché la tua espressione lo solleva dalle oscure

dimore del dolore. Egli invece non diventa affatto

indispensabile per te, e ben presto te ne stanchi. Perché per te,

irrequieto viandante, non solo la gioia ma anche il dolore è «come una

fugace conoscenza di viaggio». Quando hai consolato chi soffre, e, in

compenso per il tuo disturbo ne hai distillato quanto vi era di

interessante, ti slanci nella tua carrozza e gridi: partenza! Se ti si

chiede per dove, rispondi come Don Giovanni: «Verso il piacere e

l'allegria». Ora sei stanco del dolore, e il tuo animo chiede il

contrario.

Proprio tanto male come ho descritto non credo che ti comporti, e

non voglio negare che a volte senti un reale interesse per chi soffre;




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