Sören kierkegaard



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ti sta quindi a cuore guarirlo, farlo ritornare alla gioia. Come un

cavallo impetuoso ti fai attaccare al carro e ti adoperi per

strapparlo dai lacci del dolore. Non risparmi né tempo né forze, e a

volte riesci. Però non ti posso lodare, perché qui si nasconde qualche

segreto pensiero. Infatti tu sei geloso del dolore. Non ti piace che

qualche altro soffra e che ci sia un dolore che non si possa vincere.

Quando dunque guarisci chi soffre, godi della soddisfazione di dire a

te stesso: ma il mio dolore, quello non lo può guarire nessuno. Questo

è il risultato che tieni sempre «in mente» quando cerchi la

distrazione nel dolore o quella nella gioia; nella tua anima rimane

inamovibile la convinzione che vi è un dolore che non si può togliere.

Così sono giunto al punto in cui tu pensi che il significato della

vita consista nella sofferenza. È caratteristica di tutta

l'evoluzione moderna la predilezione per il dolore. Voler soffrire è

ritenuta una concezione di vita più alta che non voler essere felici.

Il motivo è chiaro: voler essere felici è naturale, voler soffrire non

è naturale. E poi essere felici porta con sé quasi un dovere di

gratitudine, anche se la mente è troppo imbrogliata per sapere bene

chi si debba ringraziare: soffrire invece ci libera da questo e la

vanità è più soddisfatta. La nostra epoca inoltre ha esperimentato in

tanti modi la vanità della vita che non crede più alla gioia, e, tanto

per avere qualche cosa in cui credere, crede al dolore. La gioia

svanisce, si dice, e il dolore rimane; perciò chi costruisce la sua

concezione di vita sul dolore la costruisce su una base sicura.

Se poi ti si chiede, con più precisione, che dolore tu intenda, sei

intelligente abbastanza per evitar di parlare del dolore etico. Non è il

pentimento che intendi: no, è il dolore estetico, è sopratutto il dolore

riflesso. Questo ha la sua origine non nella colpa ma nella

disgrazia, nel destino, in una triste disposizione, nell'influenza

degli altri, eccetera. Tutte cose che conosci molto bene dai romanzi.

Se le leggi nei romanzi ne ridi, se senti gli altri parlarne, li

schernisci; ma quando tu stesso le esponi hanno del significato e sono

verità.

Benché la concezione che fa del dolore il significato della vita sia



di per sé abbastanza triste, non posso fare a meno di mostrarti che è

sconsolata da un lato che forse ti è inatteso. Ripeto quello che ho

detto anche prima: allo stesso modo in cui svanisce la gioia, svanisce

anche il dolore. È una cosa sulla quale non occorre che io attiri la

tua attenzione, perché puoi impararla dal tuo maestro Scribe, che

molto spesso ha schernito quei sentimentali che credevano ad un dolore

eterno. Chi dice che il dolore è il significato della vita ha da

temere la gioia al di fuori di sé, come chi vuole essere felice ha da

temere il dolore al di fuori di sé. La gioia lo può sorprendere

precisamente nello stesso modo in cui il dolore può sorprendere

quell'altro. La sua concezione di vita è dunque legata a una

condizione che non è in suo potere; infatti non è proprio in potere

dell'uomo rinunciare alla gioia o al dolore. Ma ogni concezione che fa

dipendere il senso della vita da qualcosa di esteriore è disperazione.

Così volere il dolore è disperazione proprio allo stesso modo che

volere la gioia, perché è sempre disperazione avere la propria vita in

qualcosa il cui senso è quello di svanire. Sii pure astuto e

perspicace quanto vuoi, scaccia pur la gioia con un aspetto

piagnucoloso e, se lo preferisci, tradiscila col tuo aspetto per

conservare il dolore, la gioia ti potrà sempre sorprendere. Il tempo

divora i figli del tempo, ed un dolore come quello è figlio del tempo,

e la sua presunta eternità è solo un inganno.

Quanto più profonda è la causa del dolore, tanto più pare che esso

debba durare tutta la vita, anzi che non sia necessario far nulla,

dato che esso rimane per sempre. Se il dolore è legato a un singolo

avvenimento è ben difficile che duri in eterno. Lo capisci benissimo,

e quando perciò ti devi pronunziare intorno all'importanza di un

dolore che dura tutta la vita, pensi sopratutto a individualità

infelici e agli eroi tragici. Tutta la disposizione spirituale

dell'individualità infelice ha in sé che essa non può diventare felice o

contenta: le sovrasta un fato, e così anche per l'eroe tragico. Qui è

giustissimo dire che il dolore è il significato della vita, e qui siamo

giunti ad un vero e proprio fatalismo che ha sempre in sé qualche

cosa di seducente. Qui incontri anche la tua ambizione che non si

basa su altro che sul fatto che tu sei il più infelice. Eppure è

innegabile che questo pensiero è il più superbo ed il più ribelle che

possa sorgere nella mente umana.

Lascia che ti risponda come meriti. Prima di tutto: tu non soffri. Lo

sai molto bene, perché la tua espressione favorita è che il più

infelice è il più felice. Ma questa è una falsità più tremenda di ogni

altra, è una falsità che si rivolta contro l'eterna potenza che guida il

mondo, è una ribellione contro Dio, come quella di voler ridere

quando si deve piangere; eppure vi è una disperazione che osa farlo e

sfida Dio. Ma è anche un tradimento verso l'umanità. Certo

distinguerai tra dolore e dolore, ma pensi che esista un dolore così

eccezionale che non possa assolutamente esser sopportato come tale e

debba perciò mutarsi nel suo contrario. Ma se esiste un tale dolore,

non sta a te definire quale sia; tu devi lasciar stare i dolori così

come sono se non vuoi tradire la grazia e il diritto più profondi e

più sacri dell'uomo. E finisci anche col diventare un individuo

traditore di ogni grandezza: infatti, secondo te, i grandi uomini non

sono stati tentati colle prove più pericolose e se la sono cavata con

poco nel cammino che porta alla loro gloria, poiché anche essi

avrebbero dovuto soccombere se la sovrumana tentazione di cui parli

fosse toccata loro. È questo il modo in cui intendi onorare il

grande, col rimpicciolirlo? È questo il modo in cui intendi esserne

testimone, col rinnegarlo? Ed ora non fraintendermi. Non sono

l'uomo che pensa che non si debba mai soffrire; disprezzo questa

meschina saggezza, e se ho da scegliere, preferisco sopportare

fino in fondo il dolore. Soffrire è bello, e nelle lacrime vi è del

vigore; ma non bisogna soffrire come un uomo senza speranze. Tu

escludi la speranza quando affermi che lo scopo della vita è di vivere

nel dolore. V'è tra di noi, su questo punto, un contrasto assoluto

che non può mai venir tolto. Io non posso vivere sotto

determinazioni estetiche, sento che vi perdo ciò che è più sacro nella

mia vita; esigo una espressione più alta, e l'etica me la offre. Solo

così il dolore acquista il suo vero e profondo significato. Non

sentirti offeso da quel che dico qui, non metterti a criticarmi se io,

parlando del dolore che richiede gli eroi per esser sopportato, parlo

dei bambini. Un bambino ben educato è incline a chiedere perdono,

senza riflettere troppo se abbia ragione o meno; così la persona

generosa, l'anima profonda, è propensa a pentirsi senza contrattare

con Dio; si pente e ama Dio nel suo pentimento.

Senza di questo la sua vita è nulla solo una schiuma sull'acqua. Ti

assicuro che se la mia vita fosse, senza mia colpa, intessuta di

dolori e sofferenze tali da potermi chiamare il più grande eroe

tragico, da potermi dilettare del mio dolore e da far inorridire il

mondo nominandolo, la mia scelta sarebbe già fatta; spoglierei l'abito

dell'eroe e il pathos della tragedia; non voglio essere il tormentato

che può andar orgoglioso dei suoi dolori, sono l'umiliato, che sente

la sua colpa; ho una sola parola per quello che soffro: "colpa", una

sola parola per il mio dolore: "rimorso", una sola speranza davanti a

me: "perdono". E se mi sarà difficile farlo, mi getterò per terra ed

invocherò l'eterno potere che governa il mondo, per ottenere come

grazia, presto o tardi, che mi sia concesso di pentirmi; poiché

conosco un solo dolore che mi possa portare nel precipizio della

disperazione: che il rimorso sia un disappunto; non in riferimento al

perdono che cerca, ma all'imputazione che presuppone.

Credi tu che il dolore, comportandomi così, non venga consacrato

nel suo diritto, credi che io lo sfugga? Niente affatto! Lo depongo

nel mio essere e perciò non lo dimentico mai. È davvero una

miscredenza nel valore dello spirito non osar di credere che io possa

possedere in me qualche cosa senza andarlo a guardare ogni

momento. Quello che nella vita quotidiana si vuol nascondere

meglio, lo si depone in un luogo dove non si va tutti i giorni, e

questo accade anche in senso spirituale. Io ho il dolore in me, e so

che appartiene al mio essere; lo so con molto maggiore certezza di

chi, temendo di perderlo, lo va a tirar fuori ogni giorno.

La mia vita non è mai stata tanto movimentata da essermi sentito

tentato a voler turbare caoticamente tutta l'esistenza; ma nella mia

vita di tutti i giorni ho esperimentato spesso quanto sia utile dare

una espressione etica al dolore; questo non vuol dire cancellare

l'estetica nel dolore, ma solo dominarla eticamente. Finché il dolore

è calmo e timido, non lo temo; se diventa impetuoso ed appassionato, e

vuole con sofismi portarmi allo scoraggiamento, allora insorgo; non

sopporto nessuna ribellione, non voglio che nessuna cosa al mondo

faccia sfuggire quello che ho ricevuto come una grazia dalla mano di

Dio. Non scaccio il dolore, non cerco di dimenticarlo, ma mi pento. E

anche se il dolore è tale che non sono io che ne ho colpa, mi pento

perché ho permesso che avesse potere su di me, perché non l'ho portato

subito a Dio; se avessi agito così non avrebbe avuto nessun potere di

sedurmi.


Perdonami se parlo ancora dei bambini. Quando un bambino

continua a piagnucolare e non sa quello che vuole gli si dice:

«vuoi avere un pretesto per piangere»; e questo metodo credo sia

ottimo. Questo vale anche per me perché per quanto si arrivi all'età

della maturità e del giudizio si mantiene sempre qualche cosa del

bambino. Quando io piagnucolo dico a me stesso: «vuoi avere un

pretesto per piangere»; ed allora intraprendo la trasformazione. Ti

posso assicurare che è molto benefico per l'uomo, perché le lacrime

che l'addolorato in senso estetico sparge su di sé sono lacrime

ipocrite e non fruttano nulla; ma il sentirsi colpevole, dà veramente

motivo al pianto, e nelle lacrime del pentimento v'è una

benedizione eterna. Quando il Salvatore si diresse verso

Gerusalemme e pianse sulla grande città che non sapeva cosa

servisse al suo bene, egli avrebbe forse anche potuto

commuoverla a piangere; ma se fossero state lacrime estetiche,

avrebbero avuto assai poco profitto, anche se il mondo non avrà visto

tragedie più terribili di quella allorquando il popolo eletto fu

abbandonato. Se fossero state lacrime di rimorso, avrebbero avuto

senso, sebbene i cittadini di Gerusalemme dovessero pentirsi assai più

delle colpe estranee che delle proprie colpe: infatti non era solo la

generazione vivente allora ad essere colpevole, v'era il peccato degli

avi che pesava su di essa. E qui il pentimento si mostra in tutto il

suo profondo significato: poiché mentre in un modo mi isola, in un

altro modo mi lega indissolubilmente a tutta la stirpe; perché la mia

vita non comincia nel tempo col nulla, e se io non so pentirmi del

passato, la libertà è un sogno.

Forse ora capirai perché tratto questa concezione di vita: anche qui

la personalità è vista sotto le determinazioni della necessità, e

rimane solo quel tanto di libertà che essa può, come in un sogno

inquieto, mantenere costantemente l'individuo mezzo sveglio e

condurlo a sperdersi nel labirinto delle sofferenze e del destino,

dove egli vede dappertutto se stesso senza poter giungere a sé. E'

incredibile con quanta leggerezza spesso si vedano trattati questi

problemi.

Perfino pensatori sistematici li trattano come una curiosità della

natura, intorno alla quale non hanno nulla di particolare da dire, ma

che descrivono soltanto; e non vien loro in mente che se vi è una

simile curiosità nella natura, tutto il resto della loro saggezza

diviene nonsenso e illusione. Perciò ci si sente assai più confortati

dalla concezione cristiana che da tutta la saggezza dei filosofi. Il

cristianesimo pone tutto sotto il peccato, cosa che il filosofo è

troppo estetico per aver il coraggio etico di fare. Eppure questo

coraggio è l'unico che possa salvare la vita e l'uomo; purché,

lunaticamente, non si voglia interrompere il proprio scetticismo e

mettersi d'accordo con alcuni compagni di spirito su quello che debba

valere come verità.

La prima forma che prende la scelta è un perfetto isolamento. Infatti

mentre mi scelgo mi apparto fuori della mia relazione con tutto il

mondo, finché giungo all'identità astratta con me stesso. Quando

l'individuo ha scelto se stesso secondo la sua libertà, egli è "eo

ipso" attivo. Però il suo agire non sta in alcun rapporto col mondo

che lo circonda; l'individuo lo ha completamente annullato ed esiste

soltanto per se stesso. La concezione di vita che appare ora è

pertanto una concezione etica. In Grecia essa trovò la sua espressione

negli sforzi del singolo per sviluppare se stesso fino a diventare un

modello di virtù. Come più tardi gli anacoreti tra i cristiani, così

questi individui si ritiravano dall'attività della vita, non per

sprofondare in meditazioni metafisiche, ma per agire; ma non agivano

verso l'esterno, ma in se stessi. Questo agire interiore era insieme il

loro compito e la loro soddisfazione; non era loro intenzione

educare se stessi per poter più tardi servire meglio lo stato; no, con

questa loro educazione bastavano a se stessi, e abbandonavano la vita

dello stato per non ritornarvi mai più. Veramente non si ritiravano

proprio dalla vita, anzi, rimanevano in contatto colla sua

molteplicità, perché lo ritenevano necessario in senso pedagogico; ma

la vita dello stato, come tale, non aveva significato per loro; con

qualche formula magica l'avevano senza pericoli resa indifferente e

senza significato per loro. Le virtù che sviluppavano non erano le

virtù cittadine (che erano le vere virtù del paganesimo corrispondenti

alle virtù religiose del cristianesimo) ma le virtù personali del

coraggio, del valore, dell'astinenza, della parsimonia, eccetera. Ai

nostri giorni naturalmente si vede molto raramente questa concezione

di vita tradotta in realtà; siamo tutti troppo presi dalla religione per

rimaner fermi a una determinazione così astratta della virtù. E' facile

scorgere l'imperfezione in questa concezione di vita. L'errore è che

l'individuo aveva scelto se stesso del tutto astrattamente, e perciò la

perfezione ch'egli aveva agognato e raggiunto era altrettanto

astratta. Per questa ragione dimostrai che scegliere se stessi

equivale a pentirsi; perché il pentimento pone l'individuo nella

più stretta relazione e nella più perfetta unione col mondo

circostante.

Nel mondo cristiano si è spesso vista, e a volte si vede ancora oggi,

una analogia con questa concezione di vita greca, solo che nel

cristianesimo, coll'aggiunta della mistica e della religiosità, essa è

diventata più splendida e più ricca. Una individualità greca, che

cerca di sviluppare se stessa fino a un perfetto compimento di tutte

le virtù personali, può raggiungere un grado di virtù alto quanto

voglia, però la sua vita non è più immortale di quel mondo le cui

tentazioni furono vinte dalla sua virtù, la sua beatitudine è una

solitaria soddisfazione personale, effimera come ogni altra cosa.

Invece la vita del mistico è assai più profonda. Egli ha scelto se

stesso in modo assoluto; (è raro sentire un mistico che si esprime

così; egli quasi sempre usa l'espressione apparentemente contraria, e

afferma che ha scelto Dio; la cosa per questo non cambia, come

mostrammo più sopra; poiché se non ha scelto se stesso in modo

assoluto, non ha una relazione libera con Dio, e nella libertà sta

proprio la particolarità della pietà cristiana). Questa libera

relazione spesso nella lingua del mistico viene espressa dicendo che

egli è l'assoluto tu. Il mistico ha scelto se stesso in modo assoluto, e

dunque secondo la propria libertà, è perciò "eo ipso" attivo; ma la

sua azione è diretta verso l'interno. Il mistico sceglie se stesso nel

proprio perfetto isolamento, per lui tutto il mondo è morto e

annientato, e l'anima stanca sceglie Dio e se stessa. Questa

espressione, «l'anima stanca», non deve essere fraintesa, non va usata

male per rimpicciolire il mistico, come se fosse una cosa

compromettente che l'anima solo quando è diventata stanca del

mondo sceglie Dio. Con questa espressione, senza dubbio, il mistico

esprime il suo pentimento per non aver cercato Dio prima, e la sua

stanchezza non va considerata identica alla noia della vita. Già

qui vedrai quanto poco la vita del mistico sia veramente etica,

poiché è l'espressione più alta del pentimento il pentirsi di non aver

scelto Dio prima, prima di diventar concreti nel mondo, mentre

l'animo è determinato solo astrattamente, cioè come fanciullo.

Il mistico, non appena ha scelto, è "eo ipso" attivo, ma il suo agire

è agire esteriore. In quanto è agente, la sua vita ha un movimento,

uno sviluppo, una storia. Uno sviluppo può essere a tal punto

metafisico o estetico che diventa dubbio se lo si possa ancora

chiamare una storia, poiché con questo si pensa ad uno sviluppo sotto

forma di libertà. Un movimento può essere talmente desultorio che può

esser dubbio se lo si possa ancora chiamare uno sviluppo. Se il moto

consiste in questo, che un momento viene e si ripete, innegabilmente

si ha un moto, anzi forse si può scoprire una legge per tale moto, ma

non si può parlare di sviluppo. La ripetizione nel tempo è senza

importanza, e manca la continuità. Di questo soffre in alto grado la

vita del mistico. E' terribile leggere i lamenti del mistico sugli

istanti opachi. Quando l'istante opaco è passato, viene l'istante

luminoso, e così la sua vita si muta sempre, ha movimento, ma non

sviluppo. La sua vita manca di continuità. Quello che la produce

veramente nella vita del mistico è un sentimento, cioè la nostalgia;

tanto se questa nostalgia è diretta verso quello che è passato, quanto

se è diretta verso quello che verrà. Ma il fatto che il sentimento

della nostalgia costituisca l'intermezzo tra gli attimi luminosi,

mostra appunto che manca tra essi la coesione. L'evoluzione di un

mistico è così metafisicamente o eticamente determinata che non si

ardisce di chiamarla storia, se non nel senso in cui si parla della

storia di una pianta. Per il mistico tutto il mondo intero è morto;

egli si è innamorato di Dio. L'evoluzione della sua vita è diventata

lo spiegamento di questo amore. Come vi sono esempi di innamorati

che hanno una certa somiglianza tra di loro, anche

esteriormente nell'espressione e nell'aspetto del viso, così il mistico

sprofonda nella contemplazione della divinità, la cui immagine si

rispecchia sempre più nel suo animo innamorato, e il mistico

rinnova così e ripristina nell'uomo l'immagine perduta di Dio.

Quanto più egli contempla, tanto più limpidamente questa

immagine si rispecchia in lui, tanto più egli stesso viene ad

assomigliare a questa immagine. La sua azione interiore non

consiste dunque nella conquista delle virtù personali, ma nello

sviluppo delle virtù religiose o contemplative. Ma perfino questa è

una espressione troppo etica per la sua vita: la sua vera vita è la

preghiera. Che anche la preghiera faccia parte di una vita etica non

lo voglio negare; ma quanto più si vive eticamente, tanto più la

preghiera ha il carattere di proponimento, cosicché perfino nelle

preghiere di ringraziamento vi è un elemento di proponimento.

Le cose sono diverse per la preghiera del mistico. Per lui la

preghiera è tanto più significativa quanto più è erotica, quanto più

è accesa di ardente amore. La preghiera è l'espressione del suo

amore, la lingua colla quale soltanto può rivolgersi alla divinità,

della quale è innamorato. Come gli amanti nella vita terrena

sospirano l'istante in cui possono esprimere il loro reciproco amore,

sciogliere le loro anime in un tenue mormorio, così il mistico sospira

l'istante in cui, colla preghiera, può, quasi furtivamente, penetrare in

Dio. Come gli innamorati provano la massima beatitudine in questo

mormorio, quando realmente non hanno più nulla di cui parlare, così

anche per il mistico; la sua preghiera è tanto più beata, il suo amore

tanto più felice quanto meno ha contenuto, quanto più nel suo sospiro

esso quasi scompare per lui.

Forse non sarebbe fuori posto far qui rilevare un po' più estesamente

la falsità di una vita come questa, tanto più che ogni personalità più

profonda se ne sente sempre toccata. Così a te non mancano affatto gli

elementi per diventare, almeno per qualche tempo, un mistico.

Sopratutto nel campo della mistica si incontrano i più grandi

contrasti: le anime più pure e più innocenti e gli uomini più

colpevoli, i più intelligenti ed i più ingenui.

Prima voglio esprimere molto semplicemente cosa mi dispiace

veramente in una vita come questa. È un mio giudizio individuale.

Più tardi cercherò di dimostrare che ha la sua ragion d'essere nelle

difficoltà che ho già mostrate, e indicherò le loro cause e mostrerò le

terribili conseguenze alle quali tanto facilmente è esposto il mistico.

A parer mio non si può scagionare il mistico dal rimprovero di

essere un po' invadente nella sua relazione con Dio. Chi può

negare che l'uomo deve amare Dio con tutta la sua anima e con

tutto il suo pensiero, anzi non solo che lo deve, ma anche che

l'adempimento di questo dovere è la beatitudine stessa? Non ne

consegue affatto però che il mistico debba disprezzare

quell'esistenza, quella realtà in cui Dio l'ha posto; perché con ciò

evidentemente disprezza l'amore di Dio o esige per esso

un'espressione diversa da quella che Dio vuol dare.

Qui vale il grave detto di Samuele: l'ubbidienza è più cara a Dio

della grassezza del caprone. Ma questa invadenza può assumere a volte



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