Speciale catechisti del 17 aprile 2016 la guida diocesana più che un insieme di attività, è uno strumento per insegnare un metodo e uno stile Imparare a essere catechisti



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02.06.2018
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Speciale catechisti del 17 aprile 2016
LA GUIDA DIOCESANA Più che un insieme di attività, è uno strumento per insegnare un metodo e uno stile

Imparare a essere catechisti

La luce e la gioia del Risorto riempiono ancora questi giorni, caricandoli di una speranza che non delude e che sa vincere ogni tentazione di abbattersi di fronte al male, anche quello più feroce che ha saputo seminare nelle ultime settimane terrore e morte.

La stessa speranza pasquale ci aiuta, come catechisti, a proseguire nel nostro impegno, nonostante le difficoltà che ci sono, che ci sono sempre state e sempre ci saranno per chi si mette a servizio dell’annuncio del vangelo. Una delle maggiori criticità lamentate dai catechisti è quella derivante dall’uso della guida diocesana, che offrirebbe poche attività da fare con i ragazzi. È vero, la guida non è ricca di proposte concrete, ma ciò corrisponde a una scelta consapevole e ben precisa: quella cioè di non fornire un testo di attività (anche se ce ne sono diverse e ben strutturate!) quanto, piuttosto, di aiutare i catechisti ad assumere un metodo.

Più che proporre cose da fare essa insegna come farle, in particolare come costruire un incontro tenendo conto dei ragazzi del gruppo e della realtà della propria comunità. La guida fa apprendere ai catechisti un metodo di lavoro, spiegando come definire un obiettivo, quali contenuti sviluppare e quali strumenti usare e in base a determinati tempi. Il testo vuole attrezzare ogni catechista affinché sappia elaborare da solo o, meglio, in équipe un incontro con i ragazzi scegliendo, ai fini dell’obiettivo da raggiungere, quali esperienze far vivere. Le griglie esemplificative, all’interno della guida, invitano a considerare i tempi liturgici e i riti che scandiscono le tappe del percorso.

Questo tipo di metodo presuppone che il catechista sia sostenuto da una adeguata formazione che vede, nello stesso, non solo un mero esecutore, ma un educatore che sa lavorare in équipe, che sa elaborare un intervento catechistico mettendo insieme la vita dei ragazzi con gli obiettivi del cammino.

Il corso “Si parte”, proposto dall’ufficio diocesano, mira proprio a garantire questo tipo di formazione, che non è semplicemente importante ma è irrinunciabile, e in nome della quale ogni catechista convinto deve assicurare ogni più ampia disponibilità.



Giorgio Bezze
PREADOLESCENTI Anche in questo numero viene proposta una riflessione sull’età “di transito”

«Cosa chiedono i figli ai genitori? Che mostrino come si diventa adulti»

“Come fai sbagli”. È questo il titolo di un telefilm che RaiUno sta mandando in onda, in prima serata, e che pone al centro dei riflettori due diverse coppie di genitori alle prese con i loro figli preadolescenti e adolescenti.

Preadolescenza e adolescenza: età “di transito” e in transito dalla fanciullezza all’età adulta. Età di cambiamenti e “rivoluzioni” importanti che si manifestano sia dentro di sé (il corpo si sviluppa e si trasforma, il pensiero diventa astratto e razionale, ...) sia fuori di sé (la qualità delle relazioni ricercata con il gruppo dei pari e più conflittuale con gli adulti).

Si tratta di mutamenti che, se diventano molto evidenti durante l’adolescenza, cominciano a manifestarsi già con l’inizio della preadolescenza (dai 9-10 ai 12-13 anni). Età quest’ultima che, nel cogliere di “sorpresa” il/la ragazzo/a, rischia di trovare a volte impreparati anche i suoi genitori.

Può non essere facile infatti, per mamma e papà, accorgersi dei nuovi bisogni che, nella relazione con se stessi e con gli altri, accompagnano i cambiamenti fisici dei figli. In particolare ciò che può risultare più faticoso è riuscire a ritrovare un giusto equilibrio tra autonomia e dipendenza, tra il riconoscere l’esigenza del/della figlio/a di poter stare e uscire di più con gli amici, di avere momenti di privacy o di prendere personalmente decisioni importanti (ad es.: quale scuola intraprendere...) e lo stabilire, nel contempo, dei limiti (a quale ora rincasare, se andare o meno a un party in discoteca, quale acconciatura di capelli o abbigliamento seguire, quanto e come utilizzare smartphone e social network...) o l’offrire il giusto sostegno nelle scelte che riguardano la propria vita.

In fondo, ciò che risulta davvero più difficile è riuscire a essere una presenza autorevole, capace di porsi in ascolto attento e paziente dei propri figli, così come si presentano nel “qui e ora”. Un ascolto che non si lascia intimorire, ingannare o annullare dall’atteggiamento di chiusura, di indifferenza, di rifiuto o di arroganza che quel figlio o quella figlia con il suo comportamento manifesta.

Al riguardo, nella ricerca “Crescere”, che la fondazione Zancan di Padova sta conducendo su un campione di minori monitorati, la possibilità di dialogo con i propri genitori rappresenta, per i preadolescenti intervistati, un fattore che incide positivamente sia sulla percezione di essere supportati dalla famiglia sia sull’immagine positiva di sé e della vita.

Costruire ascolto e dialogo con il proprio figlio preadolescente è tuttavia un compito affascinante e faticoso, poiché chiede al genitore la disponibilità a mettersi in gioco e a interrogarsi su quale sia l’immagine che ha di sé come adulto educatore, oggi, di fronte alle sfide educative che il proprio/a figlio/a manifesta.

Forse, e a ben vedere, una delle maggiori richieste che i nostri figli inconsapevolmente ci esprimono è proprio quella di mostrare loro, attraverso il come gestiamo la relazione con noi stessi, con gli altri e con la realtà (fisica, socio-culturale, “trascendente”), come si fa a diventare ed essere adulti.

Margherita Cestaro

pedagogista
L’ANGOLO DELLA LITURGIA Continua il percorso di approfondimento sulle diverse parti dell’eucaristia

La liturgia eucaristica si apre con la presentazione dei doni

Dopo la liturgia della Parola inizia la liturgia eucaristica. Questo tipo di suddivisione può generare una sorta di confusione: si rischia di separare una parte dall’altra, mentre è l’intera celebrazione che mostra il mistero di Cristo morto e risorto. Nella liturgia eucaristica la parola di Dio non è assente: anche in questa parte risuona la Scrittura (pensiamo alle parole dell’istituzione, per esempio). La Parola consente di riconoscere nel pane e nel vino i segni di Cristo morto e risorto, e questi permettono di sentire viva ed efficace la parola di Dio.

Gli antichi chiamavano questa parte missa fidelium, la messa dei fedeli, perché solo i battezzati (fedeli) vi possono partecipare, a differenza della prima in cui ci sono anche i non battezzati (missa catecumenorum, la messa dei catecumeni che vengono congedati dopo l’omelia). Questa precisazione ci apre a una riflessione importante: solo chi ha ricevuto lo Spirito di Dio può avvicinarsi al mistero di Dio che si esprime nei divini misteri. Cristo morto e risorto in mezzo a noi, può essere guardato, assunto e adorato nei segni del pane e del vino solo da chi è battezzato, abilitato a questo non da una sua virtù, ma dalla grazia dei sacramenti.

Questa parte della liturgia si apre con la presentazione dei doni. Il rito nasce prima di tutto da una esigenza pratica: preparare l’altare per il sacrificio eucaristico; successivamente si è arricchito di significati simbolici, indicando l’ingresso di Gesù nel mondo e il suo offrirsi per la salvezza dell’umanità. Nel messale (Pnmr) troviamo scritto: «Terminata la liturgia della Parola i ministri preparano sull’altare il corporale, il purificatoio, il calice ed il messale...». La norma rituale nomina corporale, purificatoio, calice e messale che sono strumenti: non hanno nessuna rilevanza simbolica. Non vengono quindi portati in processione. Da questo capiamo che non si porta il calice nella processione della presentazione dei doni, perché il calice non è un simbolo come il pane e il vino: è solo uno strumento. Si portano nella processione offertoriale il pane, il vino (insieme all’acqua) e le offerte per i poveri. Tutto ruota attorno al pane e al vino che sono il punto focale dell’azione liturgica. Infatti, il messale continua dicendo: «È opportuno che i fedeli esprimano la loro partecipazione per mezzo dell’offerta, portando il pane e il vino per la celebrazione dell’eucaristia, o altri doni per le necessità della chiesa e dei poveri». Questo significa che l’atto dell’offerta, nel quale il primo a offrirsi è Cristo, necessita della nostra partecipazione, e questa ha bisogno di diventare palpabile, «portando il pane e il vino e altri doni». Per questo è triste vedere le oblate (così si chiamano il pane e il vino) già sull’altare fin dall’inizio della celebrazione, perché viene messa in ombra la nostra partecipazione al mistero celebrato.

Anticamente dopo il pane e il vino, venivano portati all’altare tutti i doni concreti che poi la chiesa utilizzava per i poveri: frutta, verdura, sacchi di farina, animali, stoffe e così via (per questo alla fine della presentazione dei doni, il celebrante si lavava le mani, prima di toccare le oblate). Nella liturgia entrano a pieno titolo tutti i gesti della carità che mostrano la propria fede al mondo. Il fatto che qualcuno materialmente porti questi doni, racconta tutta la nostra partecipazione, non perché “tutti fanno qualcosa”, ma perché chi agisce lo fa sempre a nome della chiesa, dell’assemblea. Colui che è offerto, immolato e glorificato, è Cristo per mezzo dell’offerta della sua stessa vita e noi entriamo in questa dinamica di offerta. Dietro a quell’orribile morte, Gesù Cristo consegna se stesso al Padre in obbedienza: questo è il significato del sacrificio e dell’offerta. È l’amore che c’è dietro a quelle piaghe che ci salva, non le piaghe in se stesse. E questo è l’amore della Trinità, quell’amore che il Padre dall’eternità riversa nel Figlio, e il Figlio restituisce, per mezzo dello Spirito, al Padre. Quell’amore per il quale la Trinità non può accettare di essere separata dall’uomo: Dio non accetta la nostra separazione!

Con la presentazione dei doni, unendoci a questa offerta, noi mettiamo la nostra vita dentro l’amore di Dio e diventiamo capaci di amare. Tutto quello che può oscurare o mettere in ombra questo grande mistero va evitato. Questo non è il momento dei nostri cartelloni, dei palloncini o della festa: è l’offerta di Gesù in tutta la sua drammatica e salvifica realtà.



Elide Siviero

servizio per il catecumenato
La mostra

L’invito a tavola si rinnova

Ebbene sì, se insistiamo a invitarvi un motivo c’è. La mostra “A tavola”, l’ottava edizione della rassegna internazionale di illustrazione “I colori del sacro”, si arricchisce proprio grazie alle persone che vi partecipano. Vedere in queste settimane i tanti gruppi di bambini e ragazzi, le famiglie, gli adulti in visita, nei laboratori e nelle diverse iniziative proposte (letture animate, incontri, ecc.) è un’esperienza straordinaria.

Le opportunità sono molte e varie, in particolare per i gruppi parrocchiali. L’équipe diocesana Arte e catechesi ha predisposto tre appositi percorsi differenziati per età, con visita e laboratorio: Invito alla festa (bambini 6-8 anni), A tavola con Gesù (bambini 9-11 anni), Un happening al top. La condivisione è il vero pane (ragazzi 12-14 anni).

Per i gruppi di adulti è stata invece pensata una visita specifica alle illustrazioni e alla mostra “A tavola con Gesù”. Temi evangelici in quattro dipinti del territorio padovano; una piccola esposizione parallela alla rassegna, un assaggio per comprendere come nella vita, così come ci raccontano le Scritture, la tavola sia un luogo privilegiato e il cibo qualcosa di più di un bisogno fisiologico: un atto simbolico perché anche il mangiare e il bere rivelano qualcosa dell’uomo, del suo desiderio dell’altro e dell’Assoluto. Gesù ha scelto di comunicare messaggi importanti proprio a tavola, raccontando parabole che parlano di cibo, ed entrando in relazione con persone di ogni condizione sociale attraverso il mangiare insieme, talvolta suscitando scandalo tra i contemporanei.

I gruppi di volontari che nelle nostre parrocchie sono impegnati nell’organizzazione di sagre, potrebbero trovare qui spunti di riflessione e suggestioni per il lavoro prezioso e gratuito che svolgono per le comunità.

A chi parteciperà sarà donata la guida delle opere esposte, con testi scritti per offrire uno sguardo storico artistico di immediata accessibilità e – in una sezione che abbiamo chiamato “Dalla Parola all’immagine, dall’immagine alla Parola” – una lettura iconografica con spunti esegetici e catechetici. Un piccolo strumento, dunque, per osservare da vicino i dipinti esposti alla mostra ma anche una traccia per intraprendere un analogo lavoro di approfondimento sulle opere conservate nei luoghi del territorio. “A tavola” sarà aperta fino al prossimo 26 giugno.



Andrea Nante

direttore del Museo diocesano
VIGODARZERE L’iniziazione cristiana in vicariato

«Accompagniamoci a vicenda con fiducia e pazienza»

Anche nel vicariato di Vigodarzere l’avvio del nuovo cammino di iniziazione cristiana ha portato con sé un insieme di slanci e perplessità. Pur essendo appena all’inizio del percorso, e pur essendo le realtà delle nostre otto parrocchie molto variegate, ci sono degli elementi comuni che emergono dai racconti dei referenti. Una delle positività sottolineate è il coinvolgimento dei genitori, che porta a una certa partecipazione alla vita comunitaria anche di una generazione altrimenti poco presente.

Tra i catechisti è nata anche una maggiore comunicazione: stiamo infatti imparando a confrontarci, scambiarci le difficoltà e ipotizzare insieme tentativi di soluzione. In particolare, si rivelano molto preziose le testimonianze e le indicazioni che gli accompagnatori di un’annata possono dare a quelli della successiva. Naturalmente le fisionomie dei gruppi sono tutte differenti e dipendenti dai genitori che ne fanno parte, ma la costruzione progressiva di esperienza all’interno delle parrocchie può essere un valido sostegno in qualche momento di fatica. In vicariato si sta anche incoraggiando la condivisione tra le équipe di ciascun tempo e promuovendo alcune occasioni comuni di formazione, nella convinzione che la nascita di relazioni buone e lo scambio di spunti e buone pratiche possa essere un supporto nel cambiamento di mentalità che siamo chiamati a vivere.

Il nuovo percorso è una bella sfida per i catechisti, perché l’impegno in termini di tempo e di formazione richiesti appare maggiore rispetto al passato. Se per un verso questo è uno stimolo e un aiuto ad apprendere e a trasmettere a propria volta nuovi stili e nuovi linguaggi per testimoniare una fede viva, per un altro può spaventare. Succede infatti che ci si possa sentire intimiditi, a tratti inadeguati, e che quindi si tema di iniziare il percorso o che, seguito un gruppo fino alla cresima, diventi difficile scegliere di ripartire. D’altra parte i nuovi catechisti che iniziano il loro servizio con questo percorso ne sono rimasti affascinati.

Si è notata anche l’importanza di proseguire nel progressivo avvicinamento tra i modi di attuazione del cammino nelle diverse parrocchie, visto che i genitori chiedono la ragione delle diversità, per esempio, di numero e tempo degli incontri. Un aspetto in cui cerchiamo nuove vie è la condivisione con le comunità parrocchiali di questo cammino e il coinvolgimento degli altri operatori pastorali, essendo ancora incerto il modo per intrecciare i servizi mantenendo ciascuno la propria specificità. I dubbi più sentiti per il futuro riguardano la permanenza dei ragazzi nelle comunità parrocchiali in seguito alla celebrazione “anticipata” dei sacramenti e la presenza di accompagnatori dei genitori. Per aiutarci a intravvedere, anno per anno, le soluzioni, è decisivo che catechisti, parroci, comunità, famiglie e parrocchie si accompagnino a vicenda con fiducia e pazienza, sicuri della notizia buona di cui sono testimoni.

Chiara Parisotto

coordinatrice vicariale dei catechisti
UNA CATECHISTA

«Rimessa in discussione la mia fede»

Il cammino di iniziazione cristiana è stato un percorso nel quale mi sono dovuta rimettere in discussione per migliorare la modalità di conoscenza della mia fede vissuta e da testimoniare ai ragazzi.

Alcuni cambiamenti sono stati: gli incontri con i genitori, la collaborazione con gli animatori, la condivisione con i catechisti delle parrocchie del vicariato, la possibilità di vari corsi di formazione proposti dalla diocesi.

Questa esperienza, per me molto importante, vorrei fosse condivisa anche dai genitori che potrebbero fare da supporto negli incontri con i ragazzi, che avrebbero così la possibilità di vedere il proprio genitore interessato e impegnato nel suo percorso, quale primo responsabile della fede dei figli.



Vannarosa Bedin

parrocchia di Cadoneghe
GLI ACCOMPAGNATORI DEGLI ADULTI

«Le famiglie sono contagiose»

«Carissimi genitori, con la fine dell’esperienza nella scuola dell’infanzia, i vostri bambini potranno iniziare quel percorso, consolidato da tempo, che a lungo si è chiamato “catechismo”. La nostra diocesi di Padova, in consonanza con la chiesa italiana, ha operato alcune scelte, per cui il catechismo da quest’anno si chiama iniziazione cristiana».

Con queste parole iniziava la lettera che i genitori hanno ricevuto al termine del periodo che i loro figli hanno trascorso alla scuola dell’infanzia, e per oltre 50 famiglie della nostra comunità questo è il terzo anno di frequenza del nuovo percorso di iniziazione cristiana.

Nel frattempo i percorsi sono diventati tre, le famiglie coinvolte oltre 160, 15 gli accompagnatori dei genitori e una decina gli accompagnatori dei bambini.

All’inizio soprattutto diffidenza, ma oggi il gruppo che si è creato con le famiglie (soprattutto quello che segue questo percorso da tre anni) oltre a essere vivace e presente è anche propositivo e attivo.

Ed è proprio questa disponibilità che misura il cambiamento in atto, quello che durante il corso in diocesi che spiegava il nuovo “impianto di catechismo” suonava un po’ come una dichiarazione di intenti lontana e di difficile realizzazione: una comunità che genera alla fede.

Vedremo nel tempo se la scelta intrapresa porterà “buoni frutti”, ma già oggi quello che vediamo con soddisfazione è una intensa partecipazione di tutta la comunità alle celebrazioni che segnano i vari momenti di queste famiglie, il giorno della presentazione alla comunità all’inizio del cammino, la consegna del vangelo, del crocefisso, del Credo e del Padre nostro.

Ricordo una frase del vescovo Antonio che mi ha sempre colpito: «La fede si trasmette per contagio». Forse le famiglie sono il giusto “virus” per contagiare le comunità.



Massimiliano Manca

parrocchia di Vigodarzere
IL PARROCO In vicariato si sta lavorando per questo

«Il terreno va reso più leggero»

Amo le orchidee. Una signora me ne ha chiesta una quando ha smesso di fiorire, per coltivarla. Poco dopo è morta impietosamente. Mi ha detto: «E pensare che l’ho subito trapiantata in terra, perché tu non ti eri accorto che ormai aveva solo cortecce e sassi...». La maggior parte delle orchidee tropicali vive sugli alberi, con radici all’aria aperta. In vaso necessitano di pezzi di corteccia, polistirolo, gommapiuma, che immagazzinano umidità e lasciano circolare aria tra le radici...

È questo il tentativo che stiamo facendo in vicariato: rendere “leggero” il terreno del nostro “iniziare” alla fede. Pur nella grande diversità ci stiamo ascoltando, impariamo gli uni dagli altri, cerchiamo di creare relazioni buone e belle. Gli “strumenti” sono un fraterno e operoso coordinamento vicariale, la formazione proposta a tutti i catechisti, gli incontri “orizzontali” dove mettiamo insieme le esperienze per fasce d’età dei ragazzi, la preghiera condivisa.

Nell’ottava di Pasqua abbiamo dato anche una nota di bellezza con la gita di catechisti e accompagnatori a Ravenna (foto qui sotto). È stato lì, davanti ai mosaici, che un catechista mi ha sussurrato, col naso all’insù: «Quanta Pasqua!».

Non credo che la nuova iniziazione cristiana risolva per se stessa le grandi problematiche della catechesi, né che riesca a far riempire le chiese.

E neppure che ricomponga subito la frattura tra il prima e il dopo sacramenti... Perché avere l’orchidea non basta: è il terreno che va cambiato e reso più leggero, capace di respirare e far respirare le persone. Ci vorrà tempo e forse dovremo sacrificare diverse orchidee, ma stiamo coltivando il sogno che i ragazzi, i genitori, le nostre comunità, vivendo questo nuovo percorso possano dire, in sincerità e gioia: «Quanta Pasqua!».



don Silvano Berto

parroco di San Bonaventura



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