Søren kierkegaard



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14.12.2017
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SØREN KIERKEGAARD (1813-1855).

Nasce a Copenhagen. Studia teologia e diviene pastore protestante ma non ne intraprende la carriera, ponendosi in polemica con l'ambiente teologico del tempo. Si trasferisce per un breve periodo a Berlino dove segue le lezioni universitarie di Schelling. Torna quindi a Copenhagen e si dedica unicamente agli studi.

Il pensiero di Kierkegaard è caratterizzato da una forte impostazione religiosa. Egli avverte in modo drammatico la contrapposizione tra esperienza mondana ed esperienza religiosa. La visione del mondo si incentra intorno al rapporto uomo-Dio nonché sui temi della salvezza e della grazia, ponendosi in contrasto con le risposte date al riguardo dalla scienza e dalla filosofia, soprattutto hegeliana.

Opere principali: Aut-Aut; Timore e tremore; Il concetto dell'angoscia.

Critica alla filosofia razionalistica e a quella idealistica hegeliana.

Per Kierkegaard l'errore fondamentale della filosofia razionalistica (da Cartesio a Kant), così come della scienza, è stato quello di considerare soprattutto il pensiero e la conoscenza in astratto, cioè soprattutto il concetto e l'oggetto del pensiero, trascurando il soggetto che pensa, ossia il singolo individuo concreto nella particolarità della sua esistenza. In questo senso Kierkegaard è considerato precursore dell'esistenzialismo, corrente filosofica del primo Novecento.

È assurdo, dice Kierkegaard, pretendere di costruire, come Hegel, un sistema filosofico globale ma astratto, che dia una risposta metafisica complessiva a tutti i problemi della realtà, quando poi non è capace e si dimentica di spiegare qual è il senso, il significato che l'esistenza ha per il singolo individuo concreto.



La filosofia razionalistica moderna, come anche la filosofia greca antica, afferma Kierkegaard, si basa sulle essenze, ossia su concetti generali ed astratti, ma non si preoccupa di capire quale senso abbia l'esistenza per ciascun uomo. L'esistenza concreta del singolo individuo non coincide col concetto generale e astratto di uomo e di umanità. Le essenze, i concetti astratti, sono schemi mentali fissi che si pretende siano immutabili e necessari, sempre costanti ed uguali. Invece l'esistenza del singolo individuo concreto non si può ricondurre e spiegare in base a schemi fissi e necessari. Essa è sempre imprevedibile, quindi non può essere necessariamente predeterminata e predeterminabile. È in tal senso ridicola, prosegue Kierkegaard, la pretesa di Hegel di poter dedurre la conoscenza dell'uomo singolo dal concetto e dall'essenza universale ed astratta di Umanità e di Spirito dell'umanità e del mondo. L’esistenza del singolo non coincide col concetto; la sua non è certo un’esistenza concettuale. Hegel presume di parlarci dell’Assoluto ma non comprende l’esistenza umana.

Kierkegaard distingue tra "essenza" e "esistenza". L'essenza è l'oggetto del concetto, cioè l'universale, il necessario, ciò su cui verte la filosofia di Hegel, che è essenzialmente una logica e riduce appunto l'intera realtà ad essenze. L'esistenza è invece la condizione in cui si trova l'individuo, il particolare, ed è questa per Kierkegaard la vera realtà. Se infatti, come diceva lo stesso Hegel, la realtà è intrinsecamente movimento (il processo dialettico), esso non può essere prodotto dalle pure essenze ma deve avere come soggetto l'individuo, anzi il singolo, come lo definisce Kierkegaard.

Le essenze sono il regno della necessità, le singole esistenze degli uomini sono il regno della libertà. L'esistenza dei singoli individui, infatti, non ha un senso e un itinerario già prestabilito e ricavabile, deducibile da concetti generali. Invece, ogni singolo individuo è libero di scegliere quale tipo di esistenza vuole vivere e diverse e varie sono le possibilità di scelta. L'individuo è solo con se stesso in questa scelta, alla fine spetta solo a lui decidere quale vita scegliere e condurre: è una scelta libera ma, in quanto scelta di vita, è rischiosa.

Esistere (dal latino ex-sistere) significa emergere, venir fuori dal nulla (prima di esistere l'individuo è nulla), quindi l'esistenza arriva per caso e non da un progetto predefinito che stabilisca in anticipo quale tipo di esistenza condurre. L'individuo si trova a dover scegliere il proprio tipo di esistenza fra innumerevoli e differenti possibilità.



L'uomo è libero di scegliere fra le diverse possibilità, ma poiché sceglierne una significa dover rinunciare alle altre, la sua libertà di scelta diventa angosciosa: la scelta dell'esistenza provoca angoscia. D'altra parte l'individuo non può fare a meno di scegliere: anche il rifiutarsi di scegliere è una scelta di vita.

Le pietre, le piante, gli animali non scelgono quale tipo di esistenza condurre; la loro esistenza si muove nel regno della necessità, cioè all'interno delle leggi naturali predeterminate che reggono la specie cui appartengono. Per essi la specie è dunque più importante dell'individuo singolo. L'esistenza umana è invece il regno della libertà e della possibilità di scelta, ossia è il regno del divenire e del contingente, quindi è il regno della storia. L'uomo è ciò che sceglie di essere: per questo motivo, nel caso dell'uomo e diversamente dall'animale e dalle piante, l'individuo è più importante della specie: "l'uomo è spirito che sceglie ".



Kierkegaard respinge in particolare la dialettica hegeliana, cioè l'idea che la realtà si sviluppi attraverso la contrapposizione fra una tesi e la sua antitesi per poi armonizzarsi e trovare l'accordo nella sintesi. Spesso, obietta Kierkegaard, nella vita e nella storia non è affatto così; spesso le contrapposizione e i conflitti rimangono e non si conciliano nella sintesi. Hegel crede ottimisticamente che le contrapposizioni, cioè sia la tesi che l'antitesi, "et - et", l'una e l'altra, vengano superate nella sintesi. Kierkegaard invece afferma che spesso gli opposti, tesi e antitesi, non si risolvono in una sintesi che li metta d'accordo; spesso prevale uno o prevale l'altro, non "Et-Et" ma "Aut-Aut", o questo o quello, secondo il titolo di una delle sue opere più importanti, e non si può sperare nella loro sintesi. È per questo che l'individuo si trova di fronte a scelte, e a scelte di vita, angosciose, proprio perché sono scelte radicali, assolutamente alternative ed opposte una all'altra: o si scegli una cosa o se ne sceglie un'altra, ma non possono essere scelte entrambe.

Possibilità, angoscia e disperazione (dall'opera Timore e tremore).

L'esistenza è dunque libertà, è poter essere, ossia possibilità di scegliere il modo di vivere la propria esistenza tra le diverse alternative. Ma questa libertà di scelta costituisce un peso grave dell'uomo poiché è rischiosa, tremenda, piena di incertezze e scegliere una possibilità significa rinunciare alle altre che magari avrebbero potuto rivelarsi migliori. L'esistenza è anche possibilità di non scegliere, di non decidere, di restare nella paralisi e perdersi nel nulla, di condurre un'esistenza senza senso, anche se questa non scelta è essa stessa una forma di scelta.

Il rischio e l'incertezza insiti nella scelta dell'esistenza conducono l'uomo all'angoscia: la libertà di scelta è angoscia. Ma l'angoscia è anche formativa: riflettendo, possiamo capire che ogni nostra scelta di vita rimane pur sempre una scelta compiuta nel mondo delle cose finite e delle illusioni. Solo il salto verso la trascendenza e l'affidarsi ad essa può essere fonte di salvezza ma, come vedremo, non senza contraddizioni e paradossi.

Accanto all'angoscia c'è la disperazione. L'angoscia sorge nell'uomo in rapporto al mondo, per effetto dell'incertezza di fronte alle diverse possibilità di scelta offerte dal mondo. La disperazione nasce nell'uomo in rapporto a se stesso: essa è assenza di speranza di poter essere e realizzare autenticamente se stesso, il proprio fine. Infatti, se l'uomo vuole realizzare completamente se stesso e quindi superare i suoi limiti, scopre che ciò è impossibile a causa della sua condizione di essere imperfetto. Ma anche quando l'uomo non vuole realizzare se stesso, quando cioè vuole essere altro da sé, scopre che pure ciò è impossibile perché non può essere comunque diverso da come è. L'uomo non è capace di realizzare ciò che vorrebbe e non è neppure capace, d'altra parte, di sopprimere le sue aspirazioni: da ciò la sua disperazione. L'angoscia è il sentimento che si prova di fronte all'ignoto, quando non si sa cosa accadrà; è la condizione dell'uomo di fronte al problema della scelta. La disperazione è invece la perdita di qualsiasi speranza di salvarsi, è la certezza di perdersi, la negazione delle possibilità, cioè della libertà: è, come da Kierkegaard definita, "malattia mortale".

La disperazione è la colpa dell'uomo che non sa accettare se stesso, la sua condizione di essere limitato e imperfetto. La salvezza, il rimedio sta invece nell'accettare ciò che si è, nell'accettare i propri limiti. L'uomo può sperare nella propria realizzazione quando smette di credere in se stesso, rinunciando cioè alla propria superbia ed offrendosi totalmente a Dio, riconoscendo la sua integrale dipendenza da Dio perché, secondo Kierkegaard, in Dio tutto è possibile.

I tre stadi dell'esistenza.

L'uomo, si è visto, non può evitare di scegliere il proprio tipo di esistenza. Kierkegaard considera tre fondamentali e possibili scelte di vita che egli chiama stadi: 1) lo stadio estetico; 2) lo stadio etico; 3) lo stadio religioso.

Questi tre stadi dell'esistenza non sono consecutivi (non si succedono uno dopo l'altro), ma sono invece del tutto alternativi (o se ne sceglie uno oppure un altro: aut - aut e non et - et). Si può passare da uno stadio all'altro non in base ad una progressione continuativa (prima uno, poi il secondo e quindi il terzo), ma solo attraverso un salto, una rottura, cioè solo attraverso una scelta completamente diversa ed opposta alla precedente. Oppure si può rimanere fermi in uno stadio per sempre.

Lo stadio estetico rappresenta la scelta di vita di coloro che, come appunto l'esteta, simboleggiato dal Don Giovanni, fanno del piacere lo scopo principale dell'esistenza e sfuggono l'impegno della famiglia e del lavoro. Vivono nell'istante, senza fini e progetti prestabiliti, e sono sempre alla ricerca di novità piacevoli. Ma alla fine la continua ricerca del piacere diventa monotona, ripetitiva e si trasforma in noia.

Lo stadio etico è caratterizzato dall'impegno, dal senso di responsabilità e del dovere. Simbolo di questo stadio è la figura del "marito". L'uomo sceglie di realizzarsi nella famiglia, nel lavoro, nella società e sente di dover dare il proprio contributo allo sviluppo del bene comune. Ma proprio in questo suo impegno e darsi da fare per l'umanità l'individuo avverte quanto è grande la sofferenza e l'ingiustizia umana e si sente impotente. Ne deriva un senso di colpa per la propria incapacità e i propri limiti: si rende conto che l'impegno personale non basta per liberare gli uomini dall'ingiustizia e dal male. Si presenta quindi la possibilità, non la necessità, di compiere un salto nello stadio religioso, che è pentimento e riconoscimento della limitatezza e colpevolezza umana derivante dal peccato originale, che è peccato di superbia.

Lo stadio religioso è quello in cui l'uomo sceglie un'esistenza rivolta verso Dio, verso la trascendenza. Avverte che il male dell'umanità non può trovare rimedio se non in una visione religiosa ed ultraterrena. Simbolo di questo stadio è Abramo, che riceve da Dio l'ordine, contrario ad ogni legge morale, di uccidere il figlio Isacco. Abramo si trova così di fronte ad un contrasto estremo tra il principio religioso (l'obbedienza a Dio) ed il principio morale umano (l'amore per il figlio). Abramo sceglie Dio, sceglie di obbedire a Dio e questa sua scelta lo salva, in quanto Dio invia un angelo a fermare il sacrificio del figlio.

La contraddizione e il paradosso della fede (dall'opera Timore e tremore).

Lo stadio religioso è dunque per Kierkegaard l'unica scelta di esistenza che consente la salvezza dell'uomo. Ma la fede religiosa è sempre, per la Chiesa protestante, una scelta tormentata che Kierkegaard, pastore protestante, esprime con particolare forza.

La fede consiste nel rapporto tra il singolo individuo e Dio. Tuttavia, mentre per il cattolicesimo la Chiesa è il tramite principale tra l'uomo e Dio, per il protestantesimo invece tra l'uomo e Dio vi è un rapporto diretto, immediato, privato: la Chiesa tutt'al più può svolgere una funzione di solo orientamento nei confronti della divinità.

Il credere in Dio, peraltro, può apparire una scelta contraddittoria e paradossale, assurda, perché la fede in Dio e nei comandamenti divini implica la capacità di andare oltre e contro le regole della morale umana, come esemplificato nella vicenda di Abramo. La fede impone un salto: non può derivare né dai sentimenti né dalla ragione umana. A differenza di ciò che affermava la filosofia medievale e di ciò che ancora oggi afferma la Chiesa cattolica, per Kierkegaard, come per gran parte della Chiesa protestante, non ci può essere accordo tra ragione e fede (la fede non può essere spiegata e dimostrata razionalmente) né ci può essere accordo tra sentimenti umani e fede (non sempre la fede coincide con l'umano sentire).

L'uomo si trova quindi solo e disperato di fronte alla fede e di fronte a Dio, poiché comprende che aver fede significa che l'uomo non può contare in se stesso per la propria salvezza, ma può soltanto sperare di essere scelto da Dio, secondo la teoria protestante della predestinazione. È questo l'aspetto paradossale della fede: finché l'uomo non crede, può pensare di essere lui stesso in grado di scegliere liberamente; ma non appena sceglie di credere, l'uomo sente che non è stato veramente lui ad aver scelto la fede ma che è stato Dio a concederla attraverso il dono della grazia.

Di fronte a Dio l'uomo avverte che vi è un'enorme distanza tra l'infinità divina e la finitezza umana; avverte che l'uomo non vale nulla e che solo Dio può tutto e può dare all'uomo la fede e la salvezza. Il paradosso della fede consiste dunque anche nell'affidarsi completamente e ciecamente a Dio benché la ragione umana non sia capace di comprenderlo. La fede è un abbandonarsi completo a Dio correndo il rischio di un tale abbandono incomprensibile per la ragione. È insensata, dichiara Kierkegaard, ogni teologia "scientifica" che voglia spacciarsi per scienza e spiegare razionalmente il mistero di Dio e della fede.

Tutto ciò è ulteriore fonte di angoscia, poiché l'assurdo della fede spinge l'uomo a credere in un Essere del quale non si conosce assolutamente nulla ma solo nel quale tuttavia l'uomo può trovare la salvezza e il senso della propria esistenza, che non sta nella vita terrena ma in quella ultraterrena. La scelta della fede è, paradossalmente, il rifiuto della razionalità.

Dio ha creato l'uomo libero e innocente. Innocente è colui che ignora la differenza tra il bene e il male. L'uomo si mantiene nello stato dell'innocenza finché permane la sua assoluta dipendenza da Dio. Adamo non conosce la differenza tra bene e male, non deve lottare contro il nulla ed è proprio il nulla che ha di fronte ad angosciarlo, spingendolo verso qualcosa che non conosce. Nel momento in cui Adamo trasgredisce il divieto divino e mangia la mela proibita, cioè nel momento in cui l'uomo, esercitando la sua libertà, afferma se stesso di fronte a Dio e rivendica la sua autonomia, egli perde l'innocenza. Ottiene la conoscenza ma diventa peccatore. Questo è il dramma della vita umana: l'uomo non può esistere se non peccando e per esistere non può non peccare. Ogni atto con cui l'uomo intenda affermare se stesso implica la negazione di Dio, la trasgressione, il peccato. Da ciò deriva l'angoscia. L'angoscia dell'uomo è la percezione di una carenza del proprio essere, è soprattutto la sconvolgente scoperta della propria libertà. Ma, esercitando la propria libertà per affermare la sua autonomia, l'uomo ha spezzato i legami di dipendenza assoluta da Dio, ha rinunciato alla diretta guida divina e si è trovato solo con se stesso, senza più direttrici e traguardi sicuri. In questo senso la libertà dell'uomo si identifica col nulla, poiché l'uomo vive la propria libertà come regno del possibile, ossia del contingente, dell'assoluta imprevedibilità, del nulla di certo e di garantito.

Per Hegel la religione è solo una rappresentazione, cioè un contenuto di verità (la verità dell’Assoluto) espresso per mezzo di una forma inadeguata. Per Kierkegaard la religione è essenzialmente fede pura, non riducibile ad una filosofia (a razionalità), anzi del tutto indipendente da qualsiasi filosofia.

La storia per Kierkegaard non è affatto, come per Hegel, il luogo della manifestazione dell'Assoluto, di quell'Assoluto infinito che è il Dio hegeliano: il rapporto tra l'uomo e Dio non si verifica nella storia ma piuttosto nell'attimo, inteso come improvvisa inserzione e apparire della verità divina nell'uomo. Ma ciò, al contrario della fiducia di Socrate nella ricerca della verità, vuol dire che l'uomo per suo conto vive nella non-verità: in questa condizione sta il presupposto del peccato. L'attimo è l'avvento, paradossale e incomprensibile, dell'eternità nel tempo e realizza il paradosso del cristianesimo, che è la venuta di Dio nel mondo, il quale muore come uomo mentre parla e agisce come Dio.




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