Stato e rivoluzione



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STATO E RIVOLUZIONE

La dottrina marxista dello Stato

e i compiti del proletariato nella rivoluzione
Lenin

(1917)

Prefazione alla prima edizione

Il problema dello Stato assume ai nostri giorni una particolare importanza, sia dal punto di vista teorico che dal punto di vista politico pratico. La guerra imperialista ha accelerato e acutizzato a un

grado estremo il processo di trasformazione del capitalismo monopolistico in capitalismo monopolistico di Stato. L'oppressione mostruosa delle masse lavoratrici da parte dello stato, il quale

si fonde sempre più strettamente con le onnipotenti associazioni dei capitalisti, acquista proporzioni

sempre più mostruose. I paesi più avanzati si trasformano - ci riferiamo alle loro "retrovie" - in case

di pena militari per gli operai. Gli inauditi orrori e flagelli di una guerra di cui non si vede la fine, rendono insostenibile la situazione delle masse, aumentano la loro indignazione. La rivoluzione proletaria internazionale matura in modo visibile, e il problema del suo atteggiamento verso lo Stato assume un significato pratico. Gli elementi di opportunismo che si son venuti accumulando nel corso di decenni di sviluppo relativamente pacifico, hanno fatto sorgere la corrente socialsciovinista che domina nei partiti socialisti ufficiali di tutto il mondo. Questa corrente (Plekhanov, Potresov, Bresckovskaia, Rubanovic, e, in forma appena velata, i signori Tsereteli, Cernov e consorti in Russia; Scheidemann, Legien, David e altri in Germania; Renaudel, Guesde, Vandervelde in Francia e nel Belgio; Hyndman e i fabiani in Inghilterra, ecc.), - che è socialismo a parole e sciovinismo nei fatti - si distingue per l'adattamento piatto, servile dei "capi" del "socialismo" agli interessi non solo della "propria" borghesia nazionale, ma precisamente del "proprio" Stato, giacchè da lungo tempo la maggior parte delle cosiddette grandi potenze sfruttano e asserviscono numerosi popoli piccoli e deboli. Orbene, la guerra imperialista è appunto una guerra per la spartizione e la ridistribuzione di un simile bottino. La lotta per sottrarre le masse lavoratrici all'influenza della borghesia in generale, e in particolare della borghesia imperialista, è impossibile senza una lotta contro i pregiudizi opportunistici sullo "Stato". Esamineremo innanzitutto la dottrina di Marx e di Engels sullo Stato, soffermandoci più a lungo sugli aspetti di questa dottrina che sono stati dimenticati o travisati dall'opportunismo. Studieremo poi in special modo il più autorevole rappresentante di queste deformazioni, Karl Kautsky, il capo più noto di quella Seconda Internazionale (1889-1914) così miseramente fallita nel corso della guerra attuale. Trarremo infine i principali insegnamenti dall'esperienza delle rivoluzioni russe, del 1905 e soprattutto del 1917. Quest'ultima, a quanto pare, volge in questo momento (principio d'agosto 1917) al termine della sua prima fase di sviluppo; ma tutta questa rivoluzione non può essere concepita se non come un anello della catena delle rivoluzioni proletarie socialiste provocate dalla guerra imperialista. La questione dell'atteggiamento della rivoluzione socialista del proletariato nei confronti dello Stato acquista quindi un significato non solamente politico pratico, ma assume anche un carattere di scottante attualità, perchè si tratta di far comprendere alle masse che cosa dovranno fare per liberarsi, in un avvenire prossimo, dal giogo del capitale.

Agosto 1917

L'Autore
Poscritto alla prima edizione

Il presente opuscolo fu scritto nell'agosto-settembre 1917. Avevo già preparato il piano di un VII capitolo: "L'esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917", ma all'infuori del titolo non ho

avuto tempo di scriverne una sola riga; ne fui "impedito" dalla crisi politica, vigilia della Rivoluzione d'Ottobre 1917. Non c'è che da rallegrarsi di un tale "impedimento". Ma la seconda parte di questo opuscolo ("L'esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917") dovrà certamente essere rinviata a molto più tardi; è più piacevole e più utile fare "l'esperienza di una rivoluzione" che non scrivere su di essa.

Pietrogrado, 30 novembre 1917

L'Autore


1. La società classista e lo Stato

1. Lo Stato, prodotto dell'antagonismo inconciliabile tra le classi

Accade oggi alla dottrina di Marx quel che è spesso accaduto nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione. Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l'odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a "consolazione" e mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce. La borghesia e gli opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per sottoporre il marxismo a un tale "trattamento". Si dimentica, si respinge, si snatura il lato rivoluzionario della dottrina, la sua anima rivoluzionaria. Si mette in primo piano e si esalta ciò che è o pare accettabile alla borghesia. Tutti i socialsciovinisti - non ridete! - sono oggi "marxisti". E gli scienziati borghesi tedeschi sino a ieri specializzati nello sterminio del marxismo, parlano sempre più spesso di un Marx "nazionaltedesco" che avrebbe educato i sindacati operai, così magnificamente organizzati per condurre una guerra di rapina! Così stando le cose, e dato che le deformazioni del marxismo si sono diffuse in modo inaudito, compito nostro è, innanzi tutto, ristabilire la vera dottrina di Marx sullo Stato. Dovremo a tal fine fare lunghe citazioni dalle opere stesse di Marx e di Engels. Naturalmente queste lunghe citazioni renderanno più pesante l'esposizione e non contribuiranno affatto a renderla popolare. Ma è assolutamente impossibile farne a meno. Tutti i passi, o almeno tutti i passi fondamentali di Marx e di Engels sullo Stato, debbono essere riportati in maniera quanto più è possibile completa, perchè il lettore possa farsi un'idea personale dell'insieme delle concezioni dei fondatori del socialismo scientifico, dello sviluppo di queste concezioni e anche per dimostrare, con le prove alla mano, in modo evidente, che il "kautskismo" attualmente dominante le ha snaturate. Cominciamo con l'opera più diffusa di F. Engels, L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, pubblicata già nella sesta edizione a Stoccarda nel 1894. Dobbiamo tradurre dall'originale tedesco perchè le traduzioni russe, per quanto numerose, sono nella maggior parte incomplete o molto difettose. "Lo Stato dunque - dice Engels, arrivando alle conclusioni della sua analisi storica - non è affatto una potenza imposta alla società dall'esterno e nemmeno "la realtà dell'idea etica", "l'immagine e la realtà della ragione", come afferma Hegel. Esso è piuttosto un prodotto della società giunta a un determinato stadio di sviluppo, è la confessione che questa società si è avvolta in una contraddizione insolubile con se stessa, che si è scissa in antagonismi inconciliabili che è impotente a eliminare. Ma perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto, non distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell'"ordine"; e questa potenza che emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea sempre

più da essa, è lo Stato"[1] (pp. 177-178, sesta edizione tedesca). Qui è espressa, in modo perfettamente chiaro, l'idea fondamentale del marxismo sulla funzione storica e sul significato dello Stato. Lo Stato è il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi. Lo Stato appare là, nel momento e in quanto, dove, quando e nella misura in cui gli antagonismi di classe non possono essere oggettivamente conciliati. E, per converso, l'esistenza dello Stato prova che gli antagonismi di classe sono inconciliabili. E' precisamente su questo punto di capitale e fondamentale importanza che comincia la deformazione del marxismo, deformazione che segue due linee principali. Da un lato gli ideologi borghesi, e soprattutto piccolo-borghesi, costretti a riconoscere, sotto la pressione di fatti storici incontestabili, che lo Stato esiste soltanto dove esistono antagonismi di classe e la lotta di classe, "correggono" Marx in modo tale che lo Stato appare come l'organo della conciliazione delle classi. Per Marx, se la conciliazione delle classi fosse possibile, lo Stato non avrebbe potuto né sorgere né continuare ad esistere. Secondo i professori e pubblicisti piccolo-borghesi e filistei - che molto spesso si riferiscono con compiacimento a Marx - è proprio lo Stato a conciliare le classi. Per Marx lo Stato è l'organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un'altra; è la creazione di un "ordine" che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi. Per gli uomini politici piccolo-borghesi l'ordine è precisamente la conciliazione delle classi e non l'oppressione di una classe da parte di un'altra; attenuare il conflitto vuol dire per essi conciliare e non già privare le classi oppresse di determinati strumenti e mezzi di lotta per rovesciare gli oppressori.

Così nella rivoluzione del 1917, quando la questione del significato e della funzione dello Stato si pose in tutta la sua ampiezza, si pose praticamente come un problema di azione immediata, e, per di

più, di azione di massa, tutti i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi caddero subito e pienamente

nella teoria piccolo-borghese della "conciliazione" delle classi "per opera dello Stato". Innumerevoli

risoluzioni e articoli di uomini politici di quei due partiti sono profondamente impregnati di questa

teoria piccolo-borghese e filistea della "conciliazione". Che lo Stato sia l'organo di dominio di una classe determinata, che non può essere conciliata col suo antipode (la classe che è al polo opposto),

la democrazia piccolo-borghese non sarà mai in grado di capirlo. L'atteggiamento dei nostri socialistirivoluzionari e dei nostri menscevichi verso lo Stato è una delle prove più evidenti che essi

non sono affatto dei socialisti (ciò che noi, bolscevichi, abbiamo sempre dimostrato), ma dei democratici piccolo-borghesi che usano una fraseologia quasi socialista. D'altra parte, la deformazione "kautskiana" del marxismo è molto più sottile. "Teoricamente" non si contesta che lo Stato sia l'organo del dominio di classe, né che gli antagonismi di classe siano inconciliabili. Ma si trascura o attenua quanto segue: se lo Stato è un prodotto dell'inconciliabilità degli antagonismi di classe, se esso è una forza che sta al di sopra della società e che "si estranea sempre più dalla società", è evidente che la liberazione della classe oppressa è impossibile non soltanto senza una rivoluzione violenta, ma anche senza la distruzione dell'apparato del potere statale che è stato creato dalla classe dominante e nel quale questa "estraneazione" si è materializzata. Questa conclusione, teoricamente di per sé chiara, è stata tratta da Marx con perfetta precisione, come vedremo più tardi, dall' analisi storica concreta dei compiti della rivoluzione. Kautsky ha... "dimenticato" e travisato appunto questa conclusione, come dimostreremo particolareggiatamente nel seguito della nostra esposizione.
2. Distaccamenti speciali di uomini armati, prigioni, ecc.

"...Nei confronti dell'antica organizzazione gentilizia [della tribù o del clan] - continua Engels – il primo segno distintivo dello Stato è la divisione dei cittadini..." Questa divisione a noi sembra "naturale", ma essa richiese una lunga lotta con l'antica organizzazione per clan o per stirpi. "...Il secondo punto è l'istituzione di una forza pubblica che non coincide più direttamente con la popolazione che organizza se stessa come potere armato. Questa forza pubblica particolare è necessaria perchè un'organizzazione armata autonoma della popolazione è divenuta impossibile dopo la divisione in classi... Questa forza pubblica esiste in ogni Stato e non consta semplicemente

di uomini armati, ma anche di appendici reali, prigioni e istituti di pena di ogni genere, di cui nulla

sapeva la società gentilizia... ".[2] Engels sviluppa la nozione di questa "forza", chiamata Stato, forza che è sorta dalla società ma che si pone al di sopra di essa e se ne estranea sempre più. In che consiste principalmente questa forza? Essa consiste anzitutto in distaccamenti speciali di uomini armati che dispongono di prigioni, ecc. Abbiamo il diritto di parlare di distaccamenti speciali di uomini armati, perchè il potere pubblico proprio di ogni Stato "non coincide più direttamente" con la popolazione armata, con la sua "organizzazione armata autonoma". Come tutti i grandi pensatori rivoluzionari, Engels si sforza di attirare l'attenzione dei lavoratori coscienti su ciò che il filisteismo dominante considera come meno degno d'attenzione, come più usuale, come cosa consacrata da pregiudizi non solo tenaci, ma, si potrebbe dire, fossilizzati. L'esercito permanente e la polizia sono i principali strumenti di forza del potere statale. Ma potrebbe forse essere altrimenti?

Per la gran maggioranza degli europei della fine del secolo decimonono, a cui Engels si rivolgeva, e

che non avevano vissuto né osservato da vicino nessuna grande rivoluzione, non poteva essere altrimenti. Essi non comprendevano assolutamente che cosa fosse questa "organizzazione armata autonoma della popolazione". Perchè è apparsa la necessità di distaccamenti speciali di uomini armati (polizia, esercito permanente), posti al di sopra della società e che si estraneano da essa? A

tale domanda i filistei dell'Europa occidentale o della Russia sono inclini a rispondere con una copia

di frasi prese in prestito da Spencer o da Mikhailovski e tirano in ballo la crescente complessità della vita sociale, la differenziazione delle funzioni, ecc. Questi argomenti sembrano "scientifici" ed assopiscono meravigliosamente il buon pubblico, velando la cosa principale, essenziale: la scissione della società in classi inconciliabilmente nemiche. Se non ci fosse questa scissione, "l'organizzazione armata autonoma della popolazione" differirebbe per la sua complessità, per la sua tecnica progredita, ecc. dall'organizzazione primitiva d'un branco di scimmie armate di bastoni, o da quella di uomini primitivi o associati in clan, ma tuttavia sarebbe possibile. Essa è impossibile perchè la società civile è divisa in classi ostili, e per di più inconciliabilmente ostili, il cui armamento "autonomo" determinerebbe una lotta armata fra di esse. Lo Stato si forma; si crea una forza distinta, si creano distaccamenti speciali di uomini armati; e ogni rivoluzione, distruggendo l'apparato statale, ci dimostra con tutta evidenza come la classe dominante si sforza di ricostruire distaccamenti speciali di uomini armati che la servano, e come la classe oppressa si sforza di creare una nuova organizzazione dello stesso genere, capace di servire non più gli sfruttatori, ma gli sfruttati. Nel passo citato, Engels pone teoricamente lo stesso problema che ogni grande rivoluzione pone praticamente davanti a noi con evidenza, e, inoltre, nell'ampiezza di una azione di massa, e precisamente: il problema del rapporto tra i distaccamenti "speciali" di uomini armati e l'"organizzazione armata autonoma della popolazione". Vedremo come questo problema è concretamente illustrato dalla esperienza delle rivoluzioni europee e russe. Ma torniamo all'esposizione di Engels. Egli mostra che talvolta, per esempio in certe regioni dell'America del Nord, il potere pubblico è debole (si tratta di un'eccezione assai rara nella società capitalistica e delle regioni dell' America del Nord in cui, nel periodo preimperialistico, predominava il colono libero), ma che, in generale, esso va rafforzandosi: [ La forza pubblica] "...si rafforza nella misura in cui gli antagonismi di classe all'interno dello Stato si acuiscono e gli Stati tra loro confinanti diventano più grandi e popolosi. Basta guardare la nostra Europa di oggi, in cui la lotta di classe e la concorrenza nelle conquiste ha portato il potere pubblico a un'altezza da cui minaccia di inghiottire l'intera società e perfino lo Stato".[3]

Queste righe furono scritte poco dopo il 1890, non più tardi. L'ultima prefazione di Engels ha la data del 16 giugno 1891. L'evoluzione verso l'imperialismo - sia nel senso del dominio assoluto dei

trust che dell'onnipotenza delle grandi banche e della politica coloniale in grande, ecc. - era in quel

tempo appena ai primi albori in Francia; ed ancora più debole era in America e in Germania. Da allora la "concorrenza nelle conquiste" ha fatto passi da gigante, tanto più che il globo terrestre si

era trovato all'inizio del decennio 1910-1920 definitivamente spartito fra questi "concorrenti nelle

conquiste", cioè fra le grandi potenze predatrici. Da allora gli armamenti di terra e di mare si sono

accresciuti in proporzioni incredibili, e la guerra di rapina del 1914-1917, per il dominio sul mondo

dell'Inghilterra o della Germania e per una ripartizione del bottino, ha avvicinato a una catastrofe

completa il processo grazie al quale un potere statale vorace "minaccia di inghiottire" tutte le forze

della società. Sin dal 1891 Engels aveva saputo denunciare la "concorrenza nelle Conquiste" come una delle più importanti caratteristiche della politica estera delle grandi potenze, mentre i mascalzoni del socialsciovinismo, nel 1914-1917, quando appunto questa rivalità, diventata ancora più acuta, ha generato la guerra imperialista, coprono la loro difesa degli interessi predatori della "loro" borghesia con frasi sulla "difesa della patria", sulla "difesa della repubblica e della rivoluzione", ecc.!
3. Lo Stato, strumento di sfruttamento della classe oppressa

Per mantenere un potere pubblico speciale, posto al di sopra della società, sono necessarie delle imposte e un debito pubblico. "...In possesso della forza pubblica e del diritto di riscuotere imposte, - scrive Engels - i funzionari appaiono ora come organi della società al di sopra della società. La libera, volontaria stima che veniva tributata agli organi della costituzione gentilizia non basta loro, anche se potessero riscuoterla." Si fanno leggi speciali sulla santità e sull'inviolabilità dei funzionari. Il "più misero poliziotto" ha più "autorità" degli organi della società gentilizia, ma persino ...il capo dell'esercito di un paese civile potrebbe invidiare al capo gentilizio la stima spontanea e incontestata che gli viene tributata"[4]



Si pone qui la questione dei privilegi dei funzionari quali organi del potere statale. Il punto essenziale è questo: che cosa li pone al di sopra della società? Vedremo come questa questione teorica sia stata risolta in pratica dalla Comune di Parigi nel 1871 e come sia stata messa in ombra in modo reazionario da Kautsky nel 1912. "...Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tenere sottomessa e per sfruttare la classe oppressa"...Non solo lo Stato antico e lo Stato feudale erano organi deIlo sfruttamento degli schiavi e dei servi, ma anche "lo Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale. Eccezionalmente tuttavia, vi sono dei periodi in cui le classi in lotta hanno forze pressoché eguali, cosicchè il potere statale, in qualità di apparente mediatore, momentaneamente acquista una certa autonomia di fronte ad entrambe". Così la monarchia assoluta dei secoli decimosettimo e decimottavo, il bonapartismo del primo e del secondo Impero in Francia, Bismarck in Germania. Così aggiungiamo noi, il governo di Kerenski nella Russia repubblicana, dopo che esso è passato alle persecuzioni contro il proletariato rivoluzionario nel momento in cui i Soviet sono già impotenti per causa dei loro dirigenti piccolo-borghesi, e la borghesia non è ancora abbastanza forte per scioglierli senz'altro. Nella repubblica democratica - continua Engels - "la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura", in primo luogo con la "corruzione diretta dei funzionari" (America), in secondo luogo con "l'alleanza tra governo e Borsa" (Francia e America).[5] Nel momento attuale, l'imperialismo e il dominio delle banche "hanno sviluppato" sino a farne un'arte raffinata, in qualsiasi repubblica democratica, questi due metodi di difesa e di realizzazione dell'onnipotenza della ricchezza. Se, per esempio, fin dai primi mesi della repubblica democratica in Russia, durante, per così dire, la luna di miele del connubio dei "socialisti" - socialisti-rivoluzionari e menscevichi - con la borghesia nel governo di coalizione, il signor Palcinski[6] ha sabotato tutti i provvedimenti tendenti a frenare i capitalisti e la loro speculazione, il saccheggio da parte loro dell'erario mediante le forniture militari; se in seguito il signor Palcinski, uscito dal ministero (e naturalmente sostituito da una altro Palcinski del suo stesso stampo), è stato "gratificato" dai capitalisti di una piccola sinecura con uno stipendio di centoventimila rubli all'anno, - che cosa è questo? corruzione diretta o indiretta? alleanza del governo con le organizzazioni dei capitalisti o "semplicemente" relazioni di buona amicizia? Quale funzione hanno i Cernov e gli Tsereteli, gli Avksentiev e gli Skobelev? Sono alleati "diretti", o soltanto indiretti, dei milionari concussionari? L'onnipotenza della "ricchezza" è, in una repubblica democratica, tanto più sicura in quanto non dipende da un cattivo involucro politico del capitalismo. La repubblica democratica è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito (grazie ai Palcinski, ai Cernov, agli Tsereteli e consorti) di questo involucro - che è il migliore - fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell'ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo. Bisogna ancora rilevare che Engels definisce in modo categorico il suffragio universale come uno strumento di dominio della borghesia. Il suffragio universale, egli dice, tenendo evidentemente conto della lunga esperienza della socialdemocrazia tedesca, è "la misura della maturità della classe operaia. Più non può né potrà mai essere nello Stato odierno". I democratici piccolo-borghesi, sul tipo dei nostri socialistirivoluzionari e dei nostri menscevichi, come i loro fratelli, tutti i socialsciovinisti e opportunisti dell'Europa occidentale, aspettano dal suffragio universale proprio qualche cosa "di più". Essi condividono e inculcano nel popolo la falsa concezione che il suffragio universale possa "nello Stato odierno" esprimere realmente la volontà della maggioranza dei lavoratori e assicurarne la realizzazione. Noi possiamo qui soltanto rilevare che questa concezione è falsa e far notare che l'affermazione chiara, precisa e concreta di Engels è ad ogni passo travisata nella propaganda e nell'agitazione dei partiti socialisti "ufficiali" (cioè opportunisti). Dimostreremo in modo particolareggiato quanto sia falsa la concezione che Engels qui respinge, esponendo più avanti le teorie di Marx e di Engels sullo Stato odierno.

Nella sua opera più popolare, Engels dà un riassunto conclusivo delle sue concezioni con le parole

seguenti: "Lo Stato non esiste dunque dall'eternità. Vi sono state società che ne hanno fatto a meno e che non avevano alcuna idea di Stato e di potere statale. In un determinato grado dello sviluppo economico, necessariamente legato alla divisione della società in classi, proprio a causa di questa divisione lo Stato è diventato una necessità. Ci avviciniamo ora, a rapidi passi, ad uno stadio di sviluppo della produzione nel quale la esistenza di queste classi non solo ha cessato di essere una necessità ma diventa un ostacolo effettivo alla produzione. Perciò esse cadranno così ineluttabilmente come sono sorte. Con esse cadrà ineluttabilmente lo Stato. La società, che riorganizza la produzione in base a una libera ed eguale associazione di produttori, relega l'intera macchina statale nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all'ascia di bronzo".[7] Questa citazione non accade di incontrarla spesso nella letteratura di propaganda e di agitazione della socialdemocrazia contemporanea. E quando la si ricorda, lo si fa per lo più come se ci si volesse genuflettere davanti a un'icona, per rendere cioè ufficialmente omaggio a Engels, senza il minimo tentativo di riflettere sull'ampiezza e la profondità della rivoluzione che è presupposta in questo "relegare l'intera macchina statale nel museo delle antichità". Il più delle volte non si arriva neppure a comprendere ciò che Engels intende per macchina dello Stato.




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