Stato e rivoluzione


La prefazione del 1891 alla "Guerra civile" di Marx



Scaricare 384.68 Kb.
Pagina6/9
13.11.2018
Dimensione del file384.68 Kb.
1   2   3   4   5   6   7   8   9

5. La prefazione del 1891 alla "Guerra civile" di Marx

Nella sua prefazione alla terza edizione della Guerra civile in Francia - prefazione in data del 18 marzo 1891, pubblicata per la prima volta nella rivista Neue Zeit -, accanto ad alcune interessanti

riflessioni incidentali sui problemi connessi all'atteggiamento nei confronti dello Stato, Engels dà un

riassunto meravigliosamente incisivo degli insegnamenti della Comune. Questo riassunto, - arricchito di tutta l'esperienza del periodo di vent'anni che separa il suo autore dalla Comune, e in

particolar modo rivolto contro la "fede superstiziosa nello Stato" tanto diffusa in Germania, - può a

buon diritto essere considerato come l'ultima parola del marxismo sulla questione in esame. In Francia, dopo ogni rivoluzione, - osserva Engels, - gli operai erano armati; "per i borghesi che si trovavano ancora al governo dello Stato il disarmo degli operai era quindi il primo comandamento.



Ecco quindi sorgere dopo ogni rivoluzione vinta dagli operai una nuova lotta, la quale finisce con la disfatta degli operai".[43] Questo bilancio dell'esperienza delle rivoluzioni borghesi è tanto succinto quanto eloquente. Il fondo del problema - come, fra l'altro, nella questione dello Stato (la classe oppressa dispone di armi?) - è individuato in modo ammirevole. Ed è proprio questo fondo che tanto i professori influenzati dall'ideologia borghese quanto i democratici della piccola borghesia eludono cosí spesso. Nella rivoluzione russa del 1917 fu al "menscevico" Tsereteli, "marxista anche lui", che toccò l'onore (l'onore d'un Cavaignac) di svelare inavvertitamente questo segreto delle rivoluzioni borghesi. Nel suo "storico" discorso dell'11 giugno, Tsereteli ebbe l'imprudenza di annunziare che la borghesia era decisa a disarmare gli operai di Pietrogrado, decisione ch'egli naturalmente presentò anche come propria e, in generale, come una necessità "di Stato"! Lo storico discorso di Tsereteli, pronunciato l'11 giugno, sarà certamente per tutti gli storici della rivoluzione del 1917 una delle migliori illustrazioni del passaggio del blocco dei socialisti rivoluzionari e dei menscevichi, con a capo il signor Tsereteli, dalla parte della borghesia, contro il proletariato rivoluzionario. Un'altra riflessione incidentale di Engels, anch'essa legata al problema dello Stato, riguarda la religione. E' noto che la socialdemocrazia tedesca, a mano a mano che si incancreniva e diventava sempre più opportunista, scivolava con sempre maggiore frequenza verso una interpretazione erronea e filistea della celebre formula: "La religione è un affare privato". Questa formula infatti era interpretata come se, anche per il partito del proletariato rivoluzionario, la questione della religione fosse un affare privato!! Contro questo completo tradimento del programma rivoluzionario del proletariato si levò Engels, che, non potendo ancora, nel 1891, osservare nel suo partito se non dei debolissimi germi di opportunismo, si esprimeva quindi con grande prudenza: "Come nella Comune vi erano quasi solo operai o rappresentanti riconosciuti degli operai, così anche le sue deliberazioni avevano una decisa impronta proletaria. O decretavano riforme che la borghesia repubblicana aveva trascurato soltanto per viltà, ma che rappresentavano una base necessaria per la libertà d'azione della classe operaia, come l'attuazione del principio che di fronte allo Stato la religione non è che un semplice affare privato; oppure emettevano deliberazioni nell'interesse diretto della classe operaia, che talvolta incidevano anche profondamente sull'antico ordinamento sociale..."[44]. E' con intenzione che Engels ha sottolineato le parole "di fronte allo Stato"; in tal modo egli attaccava in pieno l'opportunismo tedesco che dichiarava la religione un affare privato di fronte al partito e abbassava così il partito del proletariato rivoluzionario al livello del più volgare piccolo-borghese "libero pensatore", che è disposto ad ammettere che si possa rimanere fuori della religione, ma rinnega il compito del partito di lottare contro la religione, quest'oppio che inebetisce il popolo.

Il futuro storico della socialdemocrazia tedesca, ricercando le prime fonti della sua vergognosa bancarotta nel 1914, troverà numerosi documenti interessanti su questa questione, a cominciare dalle dichiarazioni evasive fatte nei suoi articoli dal capo ideologico del partito, Kautsky, dichiarazioni che spalancavano le porte all'opportunismo, per finire con l'atteggiamento del partito verso il Los-von-Kirche-Bewegung (movimento per la separazione dalla Chiesa) nel 1913. Ma vediamo come, vent' anni dopo la Comune, Engels riassumeva gli insegnamenti ch'essa – aveva dato al proletariato in lotta. Ecco gli insegnamenti che Engels poneva in primo piano: "...Proprio l'opprimente potere del precedente governo centralizzato, il potere dell' esercito della polizia politica, della burocrazia, che Napoleone aveva creato nel 1798 e che da allora in poi ogni nuovo governo aveva accettato come uno strumento ben accetto e aveva sfruttato contro i suoi avversari, proprio quel potere doveva cadere dappertutto, come già era caduto a Parigi. "La Comune dovette riconoscere sin dal principio che la classe operaia, una volta giunta al potere, non può continuare ad amministrare con la vecchia macchina statale; che la classe operaia, per non perdere di nuovo il potere appena conquistato, da una parte deve eliminare tutto il vecchio macchinario repressivo già sfruttato contro di essa, e dall'altra deve assicurarsi contro i propri deputati e impiegati, dichiarandoli revocabili senza alcuna eccezione e in ogni momento...".[45] Engels sottolinea ancora una volta che non solo in una monarchia, ma anche nella repubblica democratica, lo Stato rimane lo Stato; conserva cioè la sua caratteristica fondamentale: trasformare i funzionari, da "servitori della società" e suoi organi, in padroni della società. "...Contro questa trasformazione, inevitabile finora in tutti gli Stati, dello Stato e degli organi dello Stato da servitori della società in padroni della società, la Comune applicò due mezzi infallibili. In primo luogo, assegnò elettivamente tutti gli impieghi amministrativi, giudiziari, educativi, per suffragio generale degli interessati e con diritto costante di revoca da parte di questi. In secondo luogo, per tutti i servizi, alti e bassi, pagò solo lo stipendio che ricevevano gli altri lavoratori. Il più alto assegno che essa pagava era di 6.000 franchi[*]. In questo modo era posto un freno sicuro alla caccia agli impieghi e al carrierismo, anche senza i mandati imperativi per i delegati ai Corpi rappresentativi, che furono aggiunti per soprappiù..."[46] Engels affronta qui l'interessante limite, passato il quale la democrazia conseguente da un lato si trasforma in socialismo, e dall'altro richiede il socialismo. Infatti, per sopprimere lo Stato è necessario trasformare le funzioni del servizio statale in operazioni di controllo e di registrazione, talmente semplici da essere alla portata dell'immensa maggioranza della popolazione e, in seguito, di tutta la popolazione. Ma per sopprimere completamente il carrierismo, bisogna che un impiego statale "onorifico", anche se non retribuito, non possa servire di passerella per raggiungere impieghi molto lucrativi nelle banche e nelle società anonime, come sistematicamente avviene in tutti i paesi capitalistici, anche i più liberi. Engels non cade però nell'errore che commettono, ad esempio, certi marxisti a proposito del diritto delle nazioni all'autodecisione: in regime capitalistico, essi dicono, questo diritto è irrealizzabile, e in regime socialista diventa superfluo. Questo ragionamento, che vorrebbe essere spiritoso, ma è soltanto sbagliato, potrebbe essere applicato a qualsiasi istituzione democratica, compreso il modesto stipendio assegnato ai funzionari, poichè un sistema democratico rigorosamente conseguente non è possibile in regime capitalistico, e in regime socialista ogni democrazia finirà per estinguersi. E' un sofisma del genere della vecchia barzelletta: in quel momento l'uomo che perde ad uno ad uno i suoi capelli può essere considerato calvo? Sviluppare la democrazia fino in fondo, ricercare le forme di questo sviluppo, metterle alla prova della pratica, ecc.: tutto ciò costituisce uno dei problemi fondamentali della lotta per la rivoluzione sociale. Preso a sé, nessun sistema democratico, qualunque esso sia, darà il socialismo; ma nella vita il sistema democratico non sarà mai "preso a sé", sarà "preso nell'insieme" ed eserciterà la sua influenza anche sull'economia di cui stimolerà la trasformazione, mentre esso stesso subirà l'influenza dello sviluppo economico, ecc. E' questa la dialettica della storia viva. Engels continua: "...Questa distruzione violenta [Sprengung] del potere dello Stato esistente e la sostituzione ad esso di un nuovo potere veramente democratico, è descritta esaurientemente nel terzo capitolo della Guerra civile. Era però necessario ritornar qui brevemente sopra alcuni tratti di essa, perchè proprio in Germania la fede superstiziosa nello Stato si è trasportata dalla filosofia nella coscienza generale della borghesia e perfino di molti operai. Secondo la concezione filosofica, lo Stato è "la realizzazione dell'Idea" ovvero il regno di Dio in terra tradotto in linguaggio filosofico, il campo nel quale la verità e la giustizia eterne si realizzano o si devono realizzare. Di qui una superstiziosa venerazione dello Stato e di tutto ciò che ha relazione con lo Stato, che subentra tanto più facilmente in quanto si è assuefatti fin da bambini a immaginare che gli affari comuni a tutta la società non possono venir curati altrimenti che come sono stati curati fino a quel momento cioè per mezzo dello Stato e dei suoi ben pagati funzionari. E si crede è liberati dalla fede nella monarchia ereditata e si giura nella repubblica democratica. Però lo Stato non è in realtà che una macchina per l'oppressione di una classe da parte di un' altra, nella repubblica democratica non meno che nella monarchia; e nel migliore dei casi è un male che viene lasciato in eredità al proletariato riuscito vittorioso nella lotta per il dominio di classe i cui lati peggiori il proletariato non potrà fare a meno di amputare subito, nella misura del possibile come fece la Comune, finchè una generazione, cresciuta in condizioni sociali nuove, libere, non sia in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale".[47] Engels metteva in guardia i tedeschi perchè non dimenticassero, nell'eventualità della sostituzione della monarchia con la repubblica, i princípi del socialismo sul problema dello Stato in generale. Questi suoi avvertimenti appaiono oggi come una lezione impartita direttamente ai signori Tsereteli e Cernov, che hanno manifestato, nella loro pratica di "coalizione", la loro fede superstiziosa nello Stato e la loro superstiziosa venerazione verso di esso!

Ancora due osservazioni: 1) Quando Engels dice che nella repubblica democratica "non meno" che

nella monarchia, lo Stato rimane "una macchina per l'oppressione di una classe da parte di un'altra",

ciò non significa affatto che la forma d'oppressione sia indifferente per il proletariato, come "insegnano" certi anarchici. Una forma più larga, più libera, più aperta, di lotta di classe e di oppressione di classe facilita immensamente al proletariato la sua lotta per la soppressione delle classi in generale. 2) Perchè soltanto una nuova generazione sarà in grado di scrollarsi dalle spalle

tutto il ciarpame statale? Questo problema è connesso a quello del superamento della democrazia,

del quale parleremo ora.


6. Engels sul superamento della democrazia

Engels ha avuto modo di pronunciarsi su questo punto trattando della inesattezza scientifica della

denominazione "socialdemocratico". Nella prefazione alla raccolta dei suoi articoli degli anni 1870 su diversi temi, dedicati in prevalenza ad argomenti "internazionali" (Internatiolanes aus dem Volkstaat[48]), - prefazione in data 3 gennaio 1894, cioè scritta un anno e mezzo prima della sua morte, - Engels scrive che in tutti i suoi articoli egli ha impiegato la parola "comunista" e non "socialdemocratico", perchè a quell'epoca si chiamavano socialdemocratici i proudhoniani in Francia e i lassalliani in Germania. "...Per Marx come per me, continua Engels, - era dunque assolutamente impossibile adoperare un'espressione così elastica per definire la nostra posizione. Oggi la cosa è diversa, e questa parola" ("socialdemocratico") "può forse andare [mag passieren] per quanto rimanga imprecisa [unpassend, impropria] per un partito il cui programma economico non è semplicemente socialista in generale, ma veramente comunista; per un partito il cui scopo politico finale è la soppressione di ogni Stato e, quindi, di ogni democrazia. Del resto, i veri (il corsivo è di Engels) partiti politici non hanno mai una denominazione che loro convenga perfettamente; il partito si sviluppa, la denominazione rimane."

Il dialettico Engels nel declino dei suoi giorni rimane fedele alla dialettica. Marx ed io, egli dice, avevamo per il partito un nome eccellente, scientificamente esatto, ma allora non c'era un vero partito, cioè un partito proletario di massa. Ora (fine del secolo decimonono) esiste un vero partito, ma la sua denominazione è scientificamente inesatta. Non importa, essa "può andare" purchè il partito si sviluppi, purchè l'inesattezza scientifica del suo nome non gli sfugga e non gli impedisca di svilupparsi in una giusta direzione! Qualche burlone potrebbe forse venirci a consolare, noi bolscevichi, alla maniera di Engels: noi abbiamo un vero partito; esso si sviluppa nel migliore dei modi: dunque il nome assurdo e barbaro di "bolscevico", che non esprime assolutamente nulla se non il fatto puramente accidentale che al congresso di Bruxelles-Londra del 1903 avemmo la maggioranza, può anch'esso "andare"... Forse, ora che le persecuzioni del nostro partito da parte dei repubblicani e della democrazia piccolo-borghese "rivoluzionaria" nel luglio-agosto 1917, hanno reso così popolare, così onorevole il titolo di bolscevico e hanno inoltre confermato l'immenso progresso storico del nostro partito nel corso del suo sviluppo reale, io stesso esiterei forse a proporre, come in aprile, di cambiare il nome del nostro partito. Proporrei forse ai compagni un "compromesso": chiamarci Partito comunista, conservando, fra parentesi, la parola "bolscevico"...

Ma la questione del nome del partito è infinitamente meno importante di quella dell'atteggiamento

del proletariato rivoluzionario verso lo Stato. Discutendo sullo Stato si cade abitualmente nell'errore contro il quale Engels mette qui in guardia e che noi abbiamo già prima segnalato di sfuggita: si dimentica cioè che la soppressione dello Stato è anche la soppressione della democrazia, e che l'estinzione dello Stato è l'estinzione della democrazia. A prima vista questa affermazione pare del tutto strana e incomprensibile: alcuni potrebbero forse persino temere che noi auspichiamo l'avvento di un ordinamento sociale in cui non verrebbe osservato il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza; perché in definitiva che cos'è la democrazia se non il riconoscimento di questo principio? No! La democrazia non si identifica con la sottomissione della minoranza alla maggioranza. La democrazia è uno Stato che riconosce la sottomissione della minoranza alla maggioranza, cioè l'organizzazione della violenza sistematicamente esercitata da una classe contro un'altra, da una parte della popolazione contro l'altra. Noi ci assegniamo come scopo finale la soppressione dello Stato, cioè di ogni violenza organizzata e sistematica, di ogni violenza esercitata contro gli uomini in generale. Noi non auspichiamo l'avvento di un ordinamento sociale in cui non venga osservato il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza. Ma, aspirando al socialismo, noi abbiamo la convinzione che esso si trasformerà in comunismo, e che scomparirà quindi ogni necessità di ricorrere in generale alla violenza contro gli uomini, alla sottomissione di un uomo a un altro, di una parte della popolazione a un'altra, perchè gli uomini si abitueranno a osservare le condizioni elementari della convivenza sociale, senza violenza e senza sottomissione. Per mettere in risalto questo elemento di consuetudine, Engels parla della nuova generazione, "cresciuta in condizioni sociali nuove, libere" e che sarà "in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale", ogni forma di Stato, compresa la repubblica democratica. Per chiarire questo punto dobbiamo analizzare le basi economiche dell'estinzione dello Stato.



5. Le basi economiche dell'estinzione dello Stato
Lo studio più approfondito di questo problema lo troviamo in Marx, nella sua Critica del programma di Gotha (lettera a Bracke del 5 maggio 1875, pubblicata soltanto nel 1891 nella Neue

Zeit, IX, l, e di cui apparve una edizione separata in russo). La parte polemica di questa importante

opera, che contiene la critica del lassallismo, ha lasciato per così dire nell'ombra la parte positiva,

cioè l'analisi della connessione tra lo sviluppo del comunismo e l'estinzione dello Stato.
1. L'impostazione della questione in Marx

Se si sottopongono a un superficiale confronto la lettera di Marx a Bracke del 5 maggio 1875 e la lettera del 28 marzo 1875 di Engels a Bebel, esaminata più sopra, può sembrare che Marx sia molto

più "statalista" di Engels e che la differenza fra le concezioni dei due scrittori sullo Stato sia molto

notevole. Engels invita Bebel a smetterla con le chiacchiere sullo Stato, a bandire completamente dal programma la parola "Stato" e a sostituirla con la parola "Comune"; Engels dichiara persino che la Comune non era più uno Stato nel senso proprio della parola. Marx invece parla del "futuro Stato

della società comunista", cioè sembra ammettere la necessità dello Stato anche in regime comunista.

Ma una tale interpretazione sarebbe profondamente errata. Un più attento esame mostra che le idee

di Marx e di Engels sullo Stato e sull'estinzione dello Stato coincidono perfettamente e che l'espressione di Marx citata si riferisce appunto all'organizzazione statale in via di estinzione. Non è possibile evidentemente determinare il momento in cui avverrà questa futura "estinzione", soprattutto perchè essa sarà inevitabilmente un processo di lunga durata. L'apparente differenza tra

Marx ed Engels si spiega con la differenza degli argomenti trattati e degli scopi da essi perseguiti.

Engels si propone di dimostrare a Bebel, in modo clamoroso, incisivo, a grandi linee, tutta l'assurdità dei pregiudizi correnti (condivisi in gran parte da Lassalle) sullo Stato. Marx sfiora soltanto questo problema; un altro argomento l'interessa: lo sviluppo della società comunista. Tutta la teoria di Marx è l'applicazione al capitalismo contemporaneo della teoria dell'evoluzione, nella sua forma più conseguente e completa, meditata e ricca di contenuto. Si comprende quindi che Marx abbia visto il problema dell'applicazione di questa teoria all'imminente fallimento del capitalismo e al futuro sviluppo del futuro comunismo. Su quali dati ci si può dunque basare nel porre la questione del futuro sviluppo del futuro comunismo?

Sul fatto che il comunismo è generato dal capitalismo, si sviluppa storicamente dal capitalismo, è il

risultato dell'azione di una forza sociale prodotta dal capitalismo. In Marx non vi è traccia del tentativo di inventare delle utopie, di fare vane congetture su quel che non si può sapere. Marx pone

la questione del comunismo come un naturalista porrebbe, per esempio, la questione dell'evoluzione

di una nuova specie biologica, una volta conosciuta la sua origine e la linea precisa della sua evoluzione. Marx respinge innanzitutto la confusione in cui cade il programma di Gotha nella questione dei rapporti tra lo Stato e la società. "...La "società odierna" - egli scrive, - è la società capitalistica, che esiste in tutti i paesi civili, più o meno libera di aggiunte medioevali, più o meno modificata dallo speciale svolgimento storico di ogni paese, più o meno evoluta. Lo "Stato odierno", invece, muta con il confine di ogni paese. Nel Reich tedesco-prussiano esso è diverso che in Svizzera; in Inghilterra è diverso che negli Stati Uniti. Lo "Stato odierno " è dunque una finzione." Tuttavia i diversi Stati dei diversi paesi civili, malgrado le loro variopinte differenze di forma, hanno tutti in comune il fatto che stanno sul terreno della moderna società borghese, che è soltanto più o meno evoluta dal punto di vista capitalistico. Essi hanno perciò in comune anche alcuni caratteri essenziali. In questo senso si può parlare di uno "Stato odierno", in contrapposto al futuro, in cui la presente radice dello Stato, la società borghese, sarà perita. "Si domanda quindi: quale trasformazione subirà lo Stato in una società comunista? In altri termini: quali funzioni sociali persisteranno ivi ancora. che siano analoghe alle odierne funzioni statali? A questa questione si può rispondere solo scientificamente, e componendo migliaia di volte la parola popolo con la parola Stato non ci si avvicina alla soluzione del problema neppure di una spanna..."[49] Avendo così ridicolizzato tutte le chiacchiere sullo "Stato popolare", Marx mostra come si deve impostare la questione, e avverte che non le si può dare in qualche modo una risposta scientifica se non basandosi su dati scientifici solidamente stabiliti. Il primo punto, stabilito con la massima precisione da tutta la teoria dell'evoluzione e, in generale, da tutta la scienza - punto che gli utopisti dimenticavano e che dimenticano gli opportunisti odierni, i quali temono la rivoluzione sociale - è il seguente: è storicamente certo che fra il capitalismo e il comunismo dovrà necessariamente esserci uno stadio particolare o una tappa particolare di transizione.
2. La transizione dal capitalismo al comunismo

"...Tra la società capitalistica e la società comunista, - prosegue Marx, - vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato..." [50] Questa conclusione si basa, in Marx, sull'analisi della funzione che il proletariato ha nella società capitalistica odierna, sui dati dello sviluppo di questa società e sulla inconciliabilità degli opposti interessi del proletariato e della borghesia. Prima la questione veniva posta in tal modo: per ottenere la sua emancipazione il proletariato deve rovesciare la borghesia, conquistare il potere politico, stabilire la sua dittatura rivoluzionaria. Ora la questione si pone in modo un po' diverso: il passaggio dalla società capitalistica, che si sviluppa in direzione del comunismo, alla società comunista è impossibile senza un "periodo politico di transizione", e lo Stato di questo periodo non può esser altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.

Ma qual è l'atteggiamento di questa dittatura verso la democrazia? Abbiamo visto che il Manifesto del Partito comunista pone semplicemente uno accanto all'altro i due concetti: "trasformazione del proletariato in classe dominante" e "conquista della democrazia". Tutto ciò che precede permette di determinare nel modo più preciso le modificazioni che subirà la democrazia nella transizione dal capitalismo al comunismo. La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo più favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia più o meno completa. Ma questa democrazia è sempre limitata nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi. La libertà, nella società capitalistica, rimane sempre più o meno quella che fu nelle repubbliche dell'antica Grecia: la libertà per i proprietari di schiavi. Gli odierni schiavi salariati. in conseguenza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente soffocati dal bisogno e dalla miseria, che "hanno altro pel capo che la democrazia", "che la politica", sicchè, nel corso ordinario e pacifico degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita politica e sociale. L'esattezza di questa affermazione è confermata. forse con la maggiore evidenza, dall'esempio della Germania, perchè è proprio in questo paese che la legalità costituzionale si mantenne, per quasi mezzo secolo (1871-1914), con una costanza e una durata sorprendenti. e durante questo periodo la socialdemocrazia seppe, molto più che negli altri paesi, "usufruire della legalità" e organizzare in un

partito politico una parte di operai molto più grande che in qualsiasi altro paese del mondo. Quale è dunque questa parte - la più elevata fra quelle che si osservano nella società capitalistica - degli schiavi salariati politicamente coscienti e attivi? Un milione di membri del partito socialdemocratico su 15 milioni di operai salariati! Tre milioni di operai organizzati nei sindacati su

15 milioni di operai! Democrazia per un'infima minoranza, democrazia per i ricchi: questo è il sistema democratico della società capitalistica. Se osserviamo più da vicino il meccanismo della democrazia capitalistica, si vedranno sempre dovunque - sia nei "piccoli" (i pretesi piccoli) particolari della legislazione elettorale (durata della residenza, esclusione delle donne, ecc.), sia nel funzionamento delle istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli di fatto al diritto di riunione (gli edifici pubblici non sono per i "poveri"!), sia nell' organizzazione puramente capitalistica della stampa quotidiana, ecc. - si vedranno restrizioni su restrizioni al sistema democratico. Queste restrizioni, eliminazioni, esclusioni, intralci per i poveri sembrano piccoli soprattutto a coloro che non hanno mai conosciuto il bisogno e non hanno mai avvicinato le classi oppresse né la vita delle masse che le costituiscono (e sono i nove decimi, se non i novantanove centesimi dei pubblicisti e degli uomini politici borghesi), ma, sommate, queste restrizioni escludono i poveri dalla politica e dalla partecipazione attiva alla democrazia. Marx afferrò perfettamente questa caratteristica essenziale della democrazia capitalistica, quando, nella sua analisi dell'esperienza della Comune, disse: agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento! Ma l'evoluzione da questa democrazia capitalistica - inevitabilmente ristretta, che respinge in modo dissimulato i poveri, e quindi profondamente ipocrita e bugiarda - "a una democrazia sempre più perfetta", non avviene così semplicemente, direttamente e senza scosse come immaginano i professori liberali e gli opportunisti piccolo-borghesi. No. Lo sviluppo progressivo, cioè l'evoluzione verso il comunismo, avviene passando per la dittatura del proletariato e non può avvenire altrimenti, poichè non v'è nessun'altra classe e nessun altro mezzo che possa spezzare la resistenza dei capitalisti sfruttatori.

Ora, la dittatura del proletariato, vale a dire l'organizzazione dell'avanguardia degli oppressi in classe dominante per reprimere gli oppressori, non può limitarsi a un puro e semplice allargamento



della democrazia. Insieme a un grandissimo allargamento della democrazia, divenuta per la prima

volta una democrazia per i poveri, per il popolo, e non una democrazia per i ricchi, la dittatura del

proletariato apporta una serie di restrizioni alla libertà degli oppressori, degli sfruttatori, dei capitalisti. Costoro noi li dobbiamo reprimere, per liberare l'umanità dalla schiavitù salariata; si deve spezzare con la forza la loro resistenza; ed è chiaro che dove c'è repressione, dove c'è violenza, non c'è libertà, non c'è democrazia. Engels lo ha espresso in modo mirabile nella sua lettera a Bebel scrivendo, come il lettore ricorda, che "finchè il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell'interesse della libertà, ma nell'interesse dell'assoggettamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere". Democrazia per l'immensa maggioranza del popolo e repressione con la forza, vale a dire esclusione dalla democrazia, per gli sfruttatori, gli oppressori del popolo: tale è la trasformazione che subisce la democrazia nella transizione dal capitalismo al comunismo. Soltanto nella società comunista, quando la resistenza dei capitalisti è definitivamente spezzata, quando i capitalisti sono scomparsi e non esistono più classi (non v'è cioè più distinzione fra i membri della società secondo i loro rapporti coi mezzi sociali di produzione), soltanto allora "lo Stato cessa di esistere e diventa possibile parlare di libertà". Soltanto allora diventa possibile e si attua una democrazia realmente completa, realmente senza alcuna eccezione. Soltanto allora la democrazia comincia a estinguersi, per la semplice ragione che, liberati dalla schiavitù capitalistica, dagli innumerevoli orrori, barbarie, assurdità, ignominie dello sfruttamento capitalistico, gli uomini si abituano a poco a poco a osservare le regole elementari della convivenza sociale, da tutti conosciute da secoli, ripetute da millenni in tutti i comandamenti, a osservarle senza violenza, senza costrizione, senza sottomissione, senza quello speciale apparato di costrizione che si chiama Stato. L'espressione: "lo Stato si estingue" è molto felice in quanto esprime al tempo stesso la gradualità del processo e la sua spontaneità. Soltanto l'abitudine può produrre un tale effetto, e senza dubbio lo produrrà, poichè noi osserviamo attorno a noi milioni di volte con quale facilità gli uomini si abituano a osservare le regole per loro indispensabili della convivenza sociale, quando non vi è sfruttamento e quando nulla provoca l'indignazione, la protesta, la rivolta e rende necessaria la repressione. La società capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca, miserabile, falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola minoranza. La dittatura del proletariato, periodo di transizione verso il comunismo, istituirà per la prima volta una democrazia per il popolo, per la maggioranza, accanto alla repressione necessaria della minoranza, degli sfruttatori. Solo il comunismo è in grado di dare una democrazia realmente completa; e quanto più sarà completa, tanto più rapidamente diventerà superflua e si estinguerà da sé. In altri termini: noi abbiamo, nel regime capitalistico, lo Stato nel vero senso della parola, una macchina speciale per la repressione di una classe da parte di un'altra e per di più della maggioranza da parte della minoranza. Si comprende come per realizzare un simile compito - la sistematica repressione della maggioranza degli sfruttati da parte di una minoranza di sfruttatori – siano necessarie una crudeltà e una ferocia di repressione estreme: fiumi di sangue attraverso cui l'umanità prosegue il suo cammino, sotto il regime della schiavitù, della servitù della gleba e del lavoro salariato. In seguito, nel periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, la repressione è ancora necessaria, ma è già esercitata da una maggioranza di sfruttati contro una minoranza di sfruttatori. Lo speciale apparato, la macchina speciale di repressione, lo "Stato", è ancora necessario, ma è già uno Stato transitorio, non più lo Stato propriamente detto, perchè la repressione di una minoranza di sfruttatori da parte della maggioranza degli schiavi salariati di ieri è cosa relativamente così facile, semplice e naturale, che costerà molto meno sangue di quello che è costata la repressione delle rivolte di schiavi, di servi e di operai salariati, costerà molto meno caro all'umanità. Ed essa è compatibile con una democrazia che abbraccia una maggioranza della popolazione così grande che comincia a scomparire il bisogno di una macchina speciale di repressione. Gli sfruttatori non sono naturalmente in grado di reprimere il popolo senza una macchina molto complicata destinata a questo compito; il popolo, invece, può reprimere gli sfruttatori anche con una "macchina" molto semplice, quasi senza "macchina", senza apparato speciale, mediante la semplice organizzazione delle masse in armi (come - diremo anticipando - i Soviet dei deputati operai e soldati). Infine, solo il comunismo rende lo Stato completamente superfluo, perchè non c'è da reprimere nessuno, "nessuno" nel senso di classe, nel senso di lotta sistematica contro una parte determinata della popolazione. Noi non siamo utopisti e non escludiamo affatto che siano possibili e inevitabili eccessi individuali, come non escludiamo la necessità di reprimere tali eccessi. Ma anzitutto, per questo non c'è bisogno d'una macchina speciale, di uno speciale apparato di repressione; lo stesso popolo armato si incaricherà di questa faccenda con la stessa semplicità, con la stessa facilità con cui una qualsiasi folla di persone civili, anche nella società attuale, separa delle persone in rissa o non permette che venga usata la violenza contro una donna. Sappiamo inoltre che la principale causa sociale degli eccessi che costituiscono infrazioni alle regole della convivenza sociale è lo sfruttamento delle masse, la loro povertà, la loro miseria. Eliminata questa causa principale, gli eccessi cominceranno infallibilmente a "estinguersi". Non sappiamo con quale ritmo e quale gradualità, ma sappiamo che si estingueranno. E con essi si estinguerà anche lo Stato. Marx, senza abbandonarsi all'utopia, definì più in particolare ciò che è ora possibile definire di questo avvenire, e precisamente ciò che distingue la fase (gradino, tappa) inferiore dalla fase superiore della società comunista.


Condividi con i tuoi amici:
1   2   3   4   5   6   7   8   9


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale