Ústav románských jazyků a literatur Italský jazyk a literatura



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Masarykova univerzita

Filozofická fakulta


Ústav románských jazyků a literatur
Italský jazyk a literatura

Pavlína Raindlová



Il neorealismo nell’opera di Elio Vittorini

Bakalářská práce

Vedoucí práce: Mgr. Zuzana Šebelová, Ph.D.

2009


Prohlašuji, že jsem bakalářskou práci vypracovala samostatně s použitím uvedených pramenů a literatury, a že tištěná verze se shoduje s verzí elektronickou.

………………............

V Brně 30. listopadu 2009 Podpis

Tímto bych chtěla poděkovat Mgr. Zuzaně Šebelové Ph.D. za odborné vedení a za všechny její cenné rady a připomínky při vypracování této bakalářské práce.

INDICE

Introduzione 5


  1. La vita e le opere di Elio Vittorini 7

1.1 La vita di Elio Vittorini 7

1.2 Le opere di Elio Vittorini 11


  1. Il neorealismo 14




    1. Il neorealismo nel cinema 14

2.2 Il neorealismo nella letteratura 16


  1. L’opera neorealistica di Elio Vittorini 19


3.1 «Il Politecnico» 19

3.1.1 La nascita della rivista 20

3.1.2 La chiusura della rivista 22
3.2 Uomini e no 24

3.2.1 Composizione e stile 25

3.2.2 Trama 27

3.2.3 Narratore e personaggi 30

3.2.4 Temi 33
Conclusione 36
Bibliografia 38
Introduzione
La Resistenza italiana, caratterizzata dalla lotta partigiana contro i nazi-fascisti durante la seconda guerra mondiale, rappresenta un evento importante nella storia dell’Italia. E proprio in quel tempo si sviluppa il neorealismo, il movimento culturale, che si manifesta soprattutto nel cinema e nella letteratura.

Gli scrittori neorealisti hanno bisogno di comunicare esperienze vere, vissute durante la seconda guerra mondiale, perciò i temi che trattano nei loro romanzi sono la guerra e soprattutto la lotta partigiana. Uno di questi è proprio Elio Vittorini con il suo romanzo Uomini e no. Lo scrittore non viene oggi apprezzato soltanto per la sua narrativa ma anche per la fondazione della rivista «Il Politecnico», che in quel tempo ebbe un grande ruolo nell’ambiente culturale.

Italo Calvino caratterizza quel periodo, nella presentazione del suo romanzo, ambientato all’epoca della Resistenza partigiana, Il sentiero dei nidi di ragno, con le parole seguenti: «L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo.»1

Quindi nella presente tesi cercheremo di scoprire, sulla base delle opere neorealistiche di Elio Vittorini, il suo rapporto specifico con questo movimento che si sviluppa nel nuovo clima del dopoguerra e soprattutto durante la Resistenza, che fu il periodo più significativo della letteratura italiana neorealistica.

Nel primo capitolo della nostra tesi cercheremo di riassumere in breve la vita di Elio Vittorini, una vita intensa, dedicata per lo più all’impegno culturale, e contemporaneamente presentiamo anche le sue opere principali.

Il secondo capitolo della tesi è dedicato alla descrizione e spiegazione del termine “Neorealismoˮ, principalmente prestiamo attenzione al rapporto tra cinema e letteratura, definendo le caratteristiche principali del movimento. Ricorderemo anche i maggiori rappresentanti del neorealismo sia nella letteratura sia nel cinema con le loro opere più significative.

Il terzo capitolo, il più esteso, è la parte principale della nostra tesi in cui analizziamo le opere neorealistiche di Elio Vittorini. Prima affrontiamo la rivista «Il Politecnico», che rappresenta proprio l’ideologia del neorealismo, svolgendo grande ruolo nell’ambito culturale del dopoguerra. Definiamo le caratteristiche fondamentali della rivista ed ovviamente menzioniamo anche la famosa polemica tra Vittorini e Togliatti.

Di conseguenza, nella seconda parte di questo capitolo, presteremo attenzione al romanzo Uomini e no, il primo romanzo sulla Resistenza. Nei sottocapitoli della seconda parte di questo capitolo riassumeremo la struttura e la trama del romanzo, e proseguiremo con una analisi dedicata al narratore e personaggi e, infine, ai temi principali che emergono sia nel romanzo Uomini e no sia nelle altre opere di Elio Vittorini.




  1. La vita e le opere di Elio Vittorini2

In questo capitolo della presente tesi cerchiamo di riassumere la vita di Elio Vittorini e le sue opere più significative.



1.1 La vita di Elio Vittorini
Elio Vittorini nasce il 23 luglio 1908 a Siracusa da Lucia Sgandurra e Sebastiano Vittorini, primo di quattro figli. La maggior parte della sua infanzia trascorre in diversi paesi della campagna siciliana perché suo padre è ferroviere3 e si sposta spesso per lavoro.

Nel 1921 fugge per la prima volta da casa utilizzando i biglietti gratuiti ai quali hanno diritto i familiari dei ferrovieri. Durante l’adolescenza fugge di casa più volte visitando Milano, Firenze e Roma.

Nel 1924 Elio abbandona definitivamente la scuola tecnica per ragionieri di Siracusa, alla quale era costretto ad iscriversi dai genitori, e frequenta le locali biblioteche comunali e arcivescovili leggendo numerosi autori italiani e stranieri.4 Alla quarta fuga, ha diciotto anni, non torna più a casa e si stabilisce nel Friuli.

Tra una fuga e l’altra conosce e si innamora di Rosa Quasimodo, figlia di Gaetano Quasimodo, l’altro capostazione di Siracusa, e sorella del poeta Salvatore Quasimodo5. Elio e Rosa si sposano il 10 settembre 1927 con la riprovazione dei genitori di lei che hanno promesso la ragazza ad un altro ragazzo.

Disoccupato, subito dopo le nozze Vittorini si trasferisce con la moglie a Gorizia, dove il cognato ingegnere, Vicenzo Quasimodo, gli procura un lavoro come assistente in un’impresa edile nella quale partecipa ai lavori per la costruzione di un ponte. Lo scrittore stesso parla di questo momento della sua vita con entusiasmo:
Nel 1927 partecipavo alla costruzione di un ponte che ha fatto epoca in me come nella mia prima infanzia la lettura del Robinson. Costruire un ponte non è lo stesso di costruire un tavolo o di costruire una casa. […] Si lavora di giorno e di notte senza darsi più il cambio, senza pensare più che si lavora per guadagnarsi il pane, e pensando invece a vincere, a spuntarla. Questo fece epoca in me […]. Ma avevo anche cominciato a scrivere. Prose varie, racconti.6
In Venezia Giulia svolge diversi lavori e soprattutto pubblica in varie riviste articoli di politica e critica ed i primi testi narrativi. In questo periodo Vittorini comincia a scrivere diversi articoli su «La Stampa» grazie all’amicizia con Curzio Malaparte7 che dirige questa rivista. Nello stesso anno scrive il racconto Ritratto di re Gianpiero, uscito sulla «Fiera letteraria», e si dedica alla lettura di Gide, Joyce e Kafka.

Nell’agosto del 1928 nasce il suo primo figlio, che viene chiamato, in omaggio a Malaparte, Giusto Curzio.

Il 13 ottobre 1929 Vittorini pubblica sull’«Italia Letteraria» un ampio articolo intitolato Scarico di coscienza in cui denuncia il provincialismo italiano e desidera un’apertura alla cultura europea. La pubblicazione di questo articolo gli causa problemi economici8 perché comincia ad essere considerato «uno scrittore antifascista» e perde le collaborazioni con i giornali per lui molto importanti.

Nel dicembre 1929 si trasferisce da solo a Firenze, dove lavora come segretario di redazione di «Solaria»9. In breve tempo Vittorini stringe rapporti stretti con gli scrittori del gruppo di «Solaria» e soprattutto con Eugenio Montale10 che lo aiuta a pubblicare i suoi scritti e gli raccomanda opere di autori a lui sconosciuti. Le serate trascorre con gli amici alle Gubbie Rosse, il noto caffè dei letterati e artisti, o in casa di Drusilla Tanzi11.

Nel 1930 la moglie e il figlio lo raggiungono a Firenze . Vittorini comincia a lavorare come correttore di bozze al quotidiano «La Nazione», dove nelle ore notturne il collega Alessandro Chiari12 gli insegna l’inglese. Proprio nella tipografia nasce l’interesse di Vittorini per la narrativa anglo-americana:
Sbrigavo il mio lavoro in una gabbia di vetro posta al centro della sala dei linotipisti, e questo era piuttosto male per la mia salute: facevo turno di notte, dalle 21,30 alle 5,30 del mattino, e questo era pure male per la mia salute, ma ebbi la fortuna di stringere amicizia con un vecchio operaio che era stato all’estero e conosceva l’inglese […]. Il mio amico che conosceva l’inglese accondiscese a insegnarmi l’inglese. E fu in un modo molto speciale che cominciammo. Fu sul testo del Robinson Crusoe, leggendo e traducendolo parola per parola, scrivendo sopra ogni parola inglese la corrispondente parola italiana […] Poi continuai da solo, un po’ come sordomuto, su testi ancora di Defoe, e su autori del Settecento, su autori dell’Ottocento, su autori contemporanei anche americani fino al giorno in cui mi trovai in grado di poter tradurre correttamente.13
Per un’intossicazione polmonare da piombo Vittorini è costretto ad abbandonare il lavoro di correttore di bozze a «La Nazione» e di conseguenza comincia a collaborare al «Bargello»14. L’anno successivo vince ex aequo con Virgilio Lilli, il premio bandito dall’«Italia Letteraria», per un reportage su un viaggio in Sardegna.15

In quel tempo Vittorini frequenta spesso Giansiro Ferrata, il critico e scrittore, il quale gli presenta la moglie Ginetta Varisco. Tra i due nasce una forte simpatia e Vittorini decide di trasferirsi da solo a Milano. Nell’agosto del 1934 Vittorini torna a casa per la nascita del suo secondo figlio, Demetrio. Alla fine del 1938 si trasferisce definitivamente con la famiglia a Milano avendo trovato lavoro presso Bompiani.

Durante la guerra Vittorini svolge attività antifascista e prende contatti con il

Partito comunista. Il 26 luglio 1943 viene arrestato mentre con altri antifascisti comunisti sta preparando un’edizione speciale dell’«Unità» e rimane nel carcere di San Vittore16 fino a settembre.17 Tornato dal carcere partecipa alla Resistenza e si mette in contatto con Eugenio Curiel con cui fonda il Fronte della Gioventù18. In questo periodo si dedica alla preparazione e alla diffusione di fogli clandestini di propaganda antifascista e soprattutto alla composizione della rivista «Il Partigiano»19. Nel febbraio 1944 si reca a Firenze per organizzare uno sciopero generale e nel viaggio di ritorno a Milano rischia di essere arrestato dalla polizia tedesca. Per questo è costretto a nascondersi per un certo periodo presso la famiglia Varisco a Varese e sul vicino Sacro Monte.20

Dopo la liberazione dirige per alcuni mesi «L’Unità» di Milano e fonda il settimanale di cultura contemporanea «Il Politecnico», pubblicato tra il 1945 e il 1947.

Nel 1950 viene annullato il suo matrimonio con Rosa Quasimodo. La sua nuova compagna è da tempo Ginetta Varisco. L’anno successivo fonda e dirige presso la casa editrice Einauidi la collana di narrativa «I gettoni»21. Nel 1959 fonda insieme a Calvino la rivista «Il Menabò», sulla quale vengono affrontati i problemi dei rapporti tra letteratura e industria.

Nel 1963 Vittorini si ammala di cancro allo stomaco e subisce una grave operazione chirurgica. Malgrado la malattia, riprende a lavorare dirigendo la collana «Nuovi scrittori stranieri» per Mondadori e l’anno dopo la collana «Nuovo Politecnico» per Einaudi. In estate del 1965 si ammala di nuovo gravemente.

Elio Vittorini muore il 12 febbraio 1966 nella sua casa a Milano, tre giorni dopo aver sposato Ginetta Varisco, sua compagna da oltre venti anni.



1.2 Le opere di Elio Vittorini
Elio Vittorini è uno dei grandi scrittori del Novecento. È conosciuto per le sue opere narrative ma apprezzabile è anche la sua attività di collaboratore a riviste e giornali, e soprattutto l’attività di traduttore.

Il primo libro di Vittorini, Piccola borghesia, pubblicato nel 1931 presso le edizioni di «Solaria», è una raccolta di racconti, i cui personaggi sono trattti da ambienti piccolo-borghesi. Nel volume è presente anche il suo primo racconto Ritratto di re Gianpiero, pubblicato già il 12 giugno 1927 sulla «Fiera Letteraria» con presentazione di Enrico Falqui.

Nel 1952 Vittorini pubblica l’opera intitolata Sardegna come un’infanzia22, che nasce da un reportage su un viaggio in Sardegna.

Negli anni 1938-1940 sulla rivista «Letteratura» appare a puntate il romanzo migliore di Vittorini, Conversazione in Sicilia23. In volume l’opera esce per la prima volta presso l’editore Parenti nel 1941, sotto il titolo Nome e lagrime per illudere la censura fascista. E nello stesso anno il romanzo viene ristampato da Bompiani con il titolo originale. Con questo libro Vittorini intende chiamare tutti gli uomini della sua generazione alla lotta per liberare il mondo offeso dalla violenza e dall’assoggettamento ideologico.24 Il protagonista della vicenda è Silvestro, un povero tipografo di Milano, che ritorna al paese natale, in Sicilia, per trovare la madre, e durante il viaggio incontra numerose persone. La storia racconta in termini allegorico-mitici il viaggio del protagonista verso la terra della sua infanzia, come se si trattasse di un ritorno alle origini.

Nel 1945 pubblica un nuovo romanzo, Uomini e no, ispirato alla guerra partigiana. L’opera di cui ci occuperemo nella nostra tesi nei capitoli successivi.

L’altro romanzo, Il Sempione strizza l’occhio al Fréjus del 1947, considerato in un primo tempo da Vittorini il suo libro migliore, riflette sulle condizioni delle classi più povere attraverso la descrizione della vita di un giovane disoccupato, che appartiene a una famiglia operaia di Milano.



Il garofano rosso, il primo romanzo di Vittorini, è una delle opere più riuscite dello scrittore. Il romanzo appare a puntate su «Solaria» nel 1933-34, ed in volume soltanto nel 1948, perché la pubblicazione è interrotta dalla censura fascista, che accusa il testo di essere contrario alla moralità.25 È la storia di Alessio Mainardi, un ragazzo che cresce e matura, negli anni dell’arrivo al potere del fascismo. Nella sua vicenda ha un’importanza centrale il suo amore per Giovanna, una compagna di liceo. Di quest’amore diventa simbolo un fiore, il garofano rosso, che Giovanna gli regala e che diviene poi il centro di una lotta tra Alessio e un gruppo di ragazzi.

Nel 1949 esce in volume il romanzo Le donne di Messina, già pubblicato a puntate sulla «Rassegna d’Italia» tra il 1947 e il 1948 con il titolo Lo zio Agrippa passa in treno. Il libro descrive l’instaurazione di una nuova società democratica dopo la fine della guerra.

L’altro romanzo, Erica e i suoi fratelli26 del 1956, Vittorini inizia a scrivere nel 1935 e subito nel 1936 interrompe la composizione a causa dello scoppio della guerra civile spagnola, dedicandosi alla scrittura di Conversazione in Sicilia.

Le città del mondo27 è l’ultimo, incompiuto romanzo a cui Vittorini lavora dal 1951, pubblicato postumo nel 1969. L’opera è ambientata in Sicilia, e descrive il percorso dei personaggi che cercano una città dove potrebbero stabilirsi.

Nel 1957 esce il Diario in pubblico, un saggio in cui Vittorini raccoglie i suoi interventi critici e teorici più significativi dal 1929 al 1956. Nell’altro suo saggio, Le due tensioni. Appunti per un’ideologia della letteratura, pubblicato postumo a cura di Dante Isella nel 1967, sono raccolte le riflessioni sulla letteratura nella società capitalistica.

L’antologia più conosciuta di Vittorini è senz’altro Americana28, dove sono raccolte le opere di narratori statunitesi tradotti da Vittorini stesso e da altri scrittori. Il libro, pubblicato per Bompiani nel 1941, è subito bloccato dalla censura fascista per le note critiche di Vittorini che accompagnavano i testi antologizzati. L’anno successivo esce una nuova edizione di Americana che comprende un’introduzione critica assai antiamericana di Emilio Cecchi.

Non soltanto la produzione di narrativa di Vittorini è considerevole ma anche il suo lavoro del traduttore è molto importante. Numerose sono le sue traduzioni.29 Nominiamo almeno alcuni scrittori tradotti da Vittorini: Lawrence, Maugham, Poe, Faulkner, Galsworthy, Powys, Roberts, Steinbeck ed altri.




  1. Il neorealismo30

Il neorealismo è un movimento culturale che nasce in Italia nel secondo dopoguerra e si manifesta soprattutto nel cinema e nella letteratura. Nel presente capitolo prestiamo attenzione al rapporto tra cinema e letteratura, che nel periodo del dopoguerra è più stretto che negli anni antecedenti, e definiamo anche le caratteristiche principali del movimento.



2.1 Il neorealismo nel cinema
Il termine neorealismo si comincia ad usare verso la fine degli anni Venti per definire le nuove tendenze artistiche e letterarie del movimento tedesco Neue Sachlichkeit (Nuova oggettività). L’espressione viene usata in Italia per la prima volta da Mario Serandrei, il montatore cinematografico, per il film Ossessione (1943) di Luchino Visconti. Di conseguenza il termine si diffonde rapidamente nell’ambito cinematografico ed anche letterario.

I primi tentativi programmatici del neorealismo si possono osservare nel dettagliato articolo programmatico Verità e poesia: Verga e il cinema italiano di Mario Alicata31 e Giuseppe De Santis32, uscito il 10 ottobre 1941 sulla rivista «Cinema»:33


Vogliamo portare la nostra macchina da presa nelle strade, nei campi, nei porti, nelle fabbriche del nostro Paese: anche noi siamo convinti che un giorno creeremo il nostro film più bello seguendo il passo lento e stanco dell’operaio che torna alla sua casa, narrando l’essenziale poesia di una vita nuova e pura, che chiude in se stessa il segreto della sua aristocratica bellezza.34
I maggiori rappresentanti del neorealismo sono i registi Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Luchino Visconti e lo sceneggiatore Cesare Zavattini.

Il primo film che rappresenta il movimento è Roma città aperta35 (1944) di Roberto Rossellini. Il film si ispira alla storia reale del sacerdote Luigi Morosini, tormentato e ucciso dai nazisti perché collaborava con i partigiani. Dopo il successo di Roma città aperta, Rossellini realizza altrettanti film sui temi della guerra e del dopoguerra. Il successivo film di Rossellini uscito nel 1946 è Paisà e la triologia rosselliniana si completa nel 1947 con Germania anno zero.

Una delle caratteristiche decisive del neorealismo è sicuramente la stretta collaborazione tra scrittori e cineasti. L’esponente più significativo è senza dubbio giornalista e scrittore Cesare Zavattini. La collaborazione di Cesare Zavattini come sceneggiatore con Vittorio De Sica, uno dei grandi registi, porta alla realizzazione di alcuni dei capolavori del neorealismo: Sciuscià (1946), Ladri di biciclette36 (1948), Miracolo a Milano37 (1951) e Umberto D. (1952). Non meno importante è anche il film di Luchino Visconti, La terra trema38 (1948), girato in Sicilia e interpretato da pescatori che parlavano in dialetto.

I registi spesso trattano il tema della realtà attuale e della problematica sociale e civile come disoccupazione, povertà e disperazione. Le caratteristiche principali dei film neorealisti sono l’uso di attori non professionisti, spesso presi dalla strada, e vengono utilizzati diversi dialetti39 ed espressioni popolari. I film sono girati in esterno, nei luoghi autentici.

Il cinema neorealista è piuttosto rifiutato in quegli anni in Italia, soprattutto da parte del governo. Giulio Andreotti, rappresentante della classe politica democristiana, accusa il cinema neorealistico di espandere all’estero una raffigurazione negativa dell’Italia, mentre «i panni sporchi era meglio lavarli in famiglia».40 Comunque, il neorealismo italiano è uno dei più rilevanti movimenti cinematografici che ha grandi impatti nella storia del cinema.
2.2 Il neorealismo nella letteratura
Il movimento letterario si sviluppa tra gli anni ’43 e ’55 nell’Italia del dopoguerra. Però le origini del neorealismo si trovano abbastanza prima della guerra e della resistenza. Tra le opere antecedenti sono considerati i romanzi come Gli indifferenti (1929) di Alberto Moravia, Gente in Aspromonte (1929) di Corrado Alvaro e Fontamara (1930) di Ignazio Silone. È molto difficile specificare gli autori del neorealismo perché il movimento non ha un programma determinanto.41 Italo Calvino definisce il movimento nel modo seguente:
Il «neorealismo» non fu una scuola. […] Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche - o specialmente - delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l’una all’altra - o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato «neorealismo».42
Gli scrittori più rappresentativi del neorealismo sono sicuramente Elio Vittorini e Cesare Pavese per la loro raffigurazione del mondo popolare e per il loro impegno antifascista. Eppure tutti e due sfiorano il neorealismo solo in parte. I due romanzi, usciti nel 1941, Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini e Paesi tuoi di Cesare Pavese, sono spesso considerati esempi tipici della narrativa neorealistica. Comunque, nel romanzo di Vittorini sono presenti gli elementi lirico-simbolici, e nel romanzo di Pavese gli elementi mitico-simbolici. Per questo le due opere non si possono paragonare con i successivi romanzi neorealistici e restano soltanto come degli archetipi della produzione neorealistica.

La necessità di comunicare la realtà contemporanea del dopoguerra porta alla fondazione di numerosi periodici e riviste. La rivista più significativa è senz’altro «Il Politecnico» di Elio Vittorini, pubblicata dal 1945 al 1947. Con questa rivista, che ha interessi sia letterari sia politici, Vittorini viene indicato come uno dei massimi organizzatori della cultura del dopoguerra. Lo stesso Vittorini fonda, nel 1951, presso l’Einaudi, la collana narrativa «I Gettoni», in cui sono uscite molte opere neorealiste dei giovani scrittori italiani. I loro romanzi sono piuttosto brevi e trattano i temi sociali dell’Italia contemporanea.

Gli scrittori del neorealismo non affrontano soltanto il tema della lotta partigiana contro i nazi-fascisti, ma anche il tema dell’olocausto e dei campi di concentramento, delle condizioni miserabili durante il fascismo e nell’immediato dopoguerra.

Gli autori hanno bisogno di raccontare esperienze vere, vissute durante la seconda guerra mondiale e legate alla resistenza. Italo Calvino43, uno dei rappresentanti del neorealismo letterario, afferma:


Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani – che avevamo fatto appena in tempo a fare il partigiano – non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, «bruciati», ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d’una sua eredità. Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaglio. […] L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie di raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola da bocca.44
Come abbiamo già detto, è molto difficile elencare gli autori che appartengono al movimento neorealistico, perché ognuno di loro ha una scrittura particolare, e molte opere toccano il neorealismo solo in parte. Per questo concentriamo la nostra attenzione sugli autori che hanno pubblicato le loro opere nel periodo del neorealismo sopraccennato. Tra i maggiori rappresentanti di questo movimento sono da ricordare scrittori come Vasco Pratolini, Cesare Pavese, Carlo Levi, Elio Vittorini, Primo Levi e Italo Calvino.

Al neorealismo appartiene il romanzo Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, uscito nel 1945, e ispirato dalla problematica meridionale. Un altro romanzo dello stesso anno è Uomini e no di Elio Vittorini, di cui ci occuperemo dettagliatamente nel capitolo successivo. Nel 1947 vengono pubblicati i romanzi di Vasco Pratolini Cronache di poveri amanti e Cronaca familiare. E nello stesso anno esce anche Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino e Il Compagno di Cesare Pavese. L’esperienza vissuta nel lager di Auschwitz è raccontata da Primo Levi nel suo romanzo Se questo è un uomo (1947). Altre opere neorealistiche sono L’Agnese va a morire (1949) di Renata Viganò, Le terre del sacramento (1950) di Francesco Jovine, L’oro di Napoli (1947) di Giuseppe Marotta e Dentro mi è nato l’uomo (1947) di Angelo Del Boca. Del resto, con il romanzo Metello (1955) di Vasco Pratolini si può concludere il periodo della letteratura neorealistica.





  1. L’opera neorealistica di elio vittorini


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