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L’opera neorealistica di Elio Vittorini



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L’opera neorealistica di Elio Vittorini

Nel presente capitolo vogliamo presentare l’opera neorealistica di Elio Vittorini. La sua rivista «Il Politecnico» è una tra le più famose che escono nell’Italia del dopoguerra e tratta i temi di cultura contemporanea. La nostra attenzione e poi dedicata anche al suo romanzo, Uomini e no, di cui Maria Corti45 sostiene: «l’unico romanzo che, almeno parzialmente, può rientrare nel neorealismo»46.


3.1 «Il Politecnico»47
La rivista «Il Politecnico» fondata da Elio Vittorini, viene pubblicata da Einaudi dal 1945 al 1947, con cadenza prima settimanale e poi mensile. In quel tempo «Il Politecnico» svolgeva un grande ruolo nell’ambito culturale del dopoguerra ed era considerato «il più diffuso portavoce dello slancio civile che accomunò molti italiani, e non solo intellettuali, usciti dalla guerra e animati dalla volontà di contribuire a rinnovare la società»48.

Franco Fortini49 commenta l’accoglienza popolare della rivista:


Ricordo una sera verso piazzale Corvetto, una specie di hangar male illuminato, pieno di operai, di donne, con i bambini sulle ginocchia; e ascoltavano parlare del «Politecnico» come di una cosa loro […] e interrogavano, volevano sapere.50

3.1.1 La nascita della rivista
Il primo numero del «Politecnico» esce il 29 settembre 1945, composto di quattro pagine di formato giornale con il sottotitolo «Settimanale di cultura contemporanea». La rivista ha inizialmente cadenza settimanale e con il numero 29, del 1 maggio 1966, diviene mensile, ma con scadenze spesso irregolari.

La grafica del settimanale è curata da Albe Steiner, invece la grafica del mensile da Giuseppe Trevisani. I redattori del settimanale sono Franco Calamandrei, Franco Fortini, Vito Pandolfi e Stefano Terra, mentre i redattori del mensile sono Silvio Menicanti e Michele Rago.

Il manifesto programmatico del «Politecnico» appare dalla lettera inviata, il 24 settembre 1945, da Vittorini ai suoi possibili futuri collaboratori e lettori:
Questo settimanale intende realizzare un’opera di divulgazione culturale più popolare e immediata. Al tempo stesso, chiedendo il contributo degli intellettuali migliori, esso si propone di portare la cultura ad interessarsi di tutti i concreti problemi sociali in modo da giovare all’opera di rigenerazione della società italiana.51
La rivista presenta sistematicamente argomenti di politica, economia, storia contemporanea e storia della cultura. E contiene anche pagine di poesia, di narrativa, di saggistica, indagini sulle città ed i paesi del mondo, e una serie di interventi su libri e riviste. Non mancano neppure articoli di teatro, architettura, cinema e musica.

La tendenza di Vittorini era di trasformare i lettori in collaboratori-scrittori e coinvolgere nella ricerca culturale della rivista intellettuali52 di varia provenienza.53 Tra i collaboratori più importanti figurano Saba, Montale, Gatto, Bo, Sereni, Bontempelli, Pratolini, Terra, Calvino e Natalia Ginzburg. Sulle pagine della rivista sono presentati anche numerosi autori stranieri come Majakovskij, Pasternak, Aragon, Sartre, Brecht, Stephen Spender e Richard Wright.


Comunque la pubblicazione della rivista ha vita breve. Non erano soltanto le difficoltà economiche a complicare il lavoro di Vittorini. Mario Alicata, critico e dirigente comunista, accusa54 la rivista di «non saper stabilire un proficuo contatto tra la cultura e i problemi concreti del popolo, e di avere pertanto mantenuto, di fatto, quel distacco tra le masse e gli intellettuali che invece la rivista si proponeva di annullare»55.

Anche Palmiro Togliatti, segretario del Pci56, accusa Vittorini di fare una rivista piuttosto tradizionale, osservando che «Il Politecnico», contro i suoi programmi, «mostrava una strana tendenza a una specie di cultura enciclopedica, dove una ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente prendeva il posto della scelta e dell’indagine coerenti con un obiettivo, e la notizia, l’informanzione sopraffaceva il pensiero»57.

In una lettera ad Albe Steiner, inviata il 14 dicembre 1946, possiamo vedere come Vittorini accetta le discussioni provocate dalla sua rivista:
Intorno al «Politecnico» ora c’è un interesse culturale più vivo che intorno al settimanale. Se ne discute in tutta la stampa ogni numero che esce, e in questo momento ho una polemica sul problema dei rapporti tra politica e cultura, in cui è intervenuto Togliatti con una lunga lettera pubblicata contemporaneamente in «Rinascita» e in «Politecnico» come vedrai dal numero che ti mando. […] Il momento è molto vivo in Italia oggi: nel campo culturale protagonista «Il Politecnico», e in quello politico protagonista il Pci. Ormai tutti ammettono che «Il Politecnico» è l’unica manifestazione viva della cultura italiana attuale, e tra le più vive dell’europea.58
La celebre polemica59 tra Vittorini e Togliatti causa molte reazioni sia in Italia che all’estero e Vittorini poco dopo smette di considerarsi comunista. Peraltro, lo scambio di lettere tra Vittorini e Togliatti segna la fine dell’attività del «Politecnico».

3.1.2 La chiusura della rivista
Le cause della fine della rivista non sono soltanto le difficoltà economiche60. Il primo numero del «Politecnico» viene stampato in 22.000 copie, e questo numero di conseguenza scende a circa 10.000 copie. Un grande ruolo ha soprattutto il conflitto61 di Vittorini con i dirigenti del Pci, ed anche il suo desiderio di dedicarsi pienamente alla narrativa. Però Vittorini stesso attribuisce la responsibilità della fine della sua rivista proprio al Pci.

A proposito della chiusura della rivista, in una lettera a Michel Arnaud, mandata nel 1948, Vittorini scrive:


Ho avuto un mese molto duro di lotte e di perplessità per «Politecnico». Sono stato costretto, praticamente, a non farlo più. Perché avrei dovuto: o uniformarmi a una linea di attività non culturale (non critica, non scientifica); o lasciarmi spingere verso altre rive per me politicamente immonde. Ed entrambe le alternative sono per me inaccettabili. Il mio comunismo resta serio abbastanza per farmi preferire di tacere, forse anche in quanto ho nei miei libri il lavoro cui tengo di più.62
Invece in un’altra lettera, ad Angelo Fagnocchi, inviata il 4 aprile 1950, Vittorini afferma:
Perché «Politecnico» non fu più stampato dal dicembre ’47? Perché era diventato un fatto puramente personale. Perché non trovavo collaboratori che avessero «bisogno» di scrivervi. Perché una rivista ha ragione di vivere se vi sono dieci o dodici scrittori che non possano dire altrove quello che vogliono dire. «Politecnico» non era più il prodotto della necessità di un gruppo di scrittori. Era ormai solo il prodotto della mia necessità personale. E ho pensato che mi conveniva risolvere il mio fatto personale in libri personali: in romanzi.63
La rivista «Il Politecnico» cessa le pubblicazioni con il numero 39 del dicembre 1947, e quattro anni dopo Vittorini abbandona il Pci, salutato da Togliatti64 con un articolo, uscito su «Rinascita», intitolato Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato.65

«Il Politecnico», senza dubbio, svolse una funzione pubblica, e cercò di informare i lettori dei maggiori avvenimenti contemporanei, sia in ambito politico sia in ambito letterario.



3.2 Uomini e no66
Il primo romanzo sulla Resistenza, Uomini e no, Vittorini scrisse nel periodo quando visse nascosto presso Varese.67 E poco dopo, nel giugno del 1945, il libro viene pubblicato presso l’editore Bompiani.

La prima edizione del romanzo è accompagnata dalla nota programmatica che indica lo scopo di Vittorini e quello degli scrittori del neorealismo: «Il dovere di prendere parte alla rigenerazione della società italiana», nella coscienza dei «compiti sociali di chi scrive».68

Lo stesso Vittorini ammette che Uomini e no è nato da un «impegno premeditato» e scritto con «non piacere»69. E di conseguenza, il romanzo viene giudicato dallo scrittore, in una lettera del 1950, come «il meno valido e il più funzionale» dei suoi libri.70

Uomini e no non ha un grande successo presso il pubblico, neppure la critica accoglie il libro con favore. Il 12 settembre 1945 esce sull’«Unità» una recensione di Fabrizio Onofri, che definisce il romanzo di Vittorini come «il libro di un intellettuale che porta con sé tutti i difetti e le incongruenze della società in cui è vissuto, una società di privilegiati in cui la stessa cultura è stata oggetto e strumento di privilegio».71

Malgrado la critica negativa, il romanzo Uomini e no di Elio Vittorini, è una grande testimonianza della crudeltà della seconda guerra mondiale, e fa parte della produzione narrativa di argomento resistenziale.



3.2.1 Composizione e stile
La storia del romanzo si svolge su due piani, quello della lotta armata di alcuni operai comunisti e del loro capitano Enne 2, il protagonista del romanzo, e quello privato dell’amore tra Enne 2 e Berta. L’opera è composta da 136 brevi capitoli, di cui 23 sono scritti in corsivo.72 Questi capitoli, scritti in corsivo, sono presentati da dialoghi tra l’autore e il personaggio, e commentano le vicende con tono lirico e riflessivo, mentre i capitoli stampati in carattere tondo raccontano le azioni civili e guerriere.

Il linguaggio del romanzo è semplice perché parlano persone umili. Ma in alcuni casi, quando l’autore inserisce nel testo una conversazione dei tedeschi, c’è la presenza di parole straniere, che segnano gli elementi di realismo:


«Fange ihn! Beisse ihn!» disse il capitano.

Gudrun addentò l’uomo, strappando dalla spalla.

«An die Gurgel» disse il capitano.73
Spesso vengono utilizzati anche i dialoghi del tutto surreali trattenuti da alcuni personaggi del libro, una volta con i caduti fucilati per rappresaglia, un’altra volta con i feroci cani del capitano Clemm. Esemplare è il dialogo tra Figli-di-Dio, il partigiano che opera nell’albergo dei tedeschi, dove lavora come cameriere, e il cane di Clemm, Kaptän Blut:
«Ti sembra onesto?» disse Figlio-di-Dio. «Bau. Bau. Pigli uno come me, e lo dai a loro. Ti sembra onorato?»

Figlio-di-Dio parlava stando in terra con le mani, e Blut gli leccò la faccia. «Non verresti con me?» Figlio-di-Dio gli chiese.

«Uh!» Blut rispose.

«Ti do tempo fino a domani» Figlio-di-Dio continuò.

«Pensaci e ne riparleremo.»

Raccolse il recipiente dell’acqua, il piatto e si rialzò; andò verso la porta.

«Bau, bau» disse Blut.

«Bau, bau» Figlio-di-Dio rispose.74


In tutto il corso della narrazione è molto usata la tecnica del rallentamento del dialogo, ottenuta tramite frequenti ripetizioni.75 Con questa tecnica Vittorini vuole rendere assoluti i personaggi, i dialoghi e le azioni, e metterli in un’atmosfera soprareale nella quale il tempo sembra fermarsi.76 Un chiaro esempio dell’uso della tecnica del rallentamento si può osservare in un dialogo tra Giulaj, un venditore ambulante, e il capitano Clemm:
«Ah!» il capitano disse. Lo interrogava, da chino, tra i due cani fermi sotto le sue dita. «Ventisette?» E andò avanti a interrogare. «Abiti a Milano?»

«Abito a Milano.»

«Ma sei di Monza?»

«Sono di Monza.»

«Ah! Di Monza! Sei nato a Monza?»

«Sono nato a Monza.»

«Monza! Monza! E hai il padre? Hai la madre?»

«Ho la madre. A Monza.»

«Una vecchia madre?»

«Una vecchia madre.»77


Nel racconto compaiono anche numerose sospensioni, quando i personaggi rivolgono a se stessi o agli altri molte domande che restano, comunque, senza risposta. Queste sospensioni, troppo spesso utilizzate inutilmente, rendono il discorso piuttosto monotono:
Perché, ora, lottavano? Perché vivevano come animali inseguiti e ogni giorno esponevano la loro vita? Perché dormivano con una pistola sotto il cuscino? Perché lanciavano bombe? Perché uccidevano?78
Vittorini, nel suo romanzo Uomini e no, cerca di rappresentare e raggiungere la realtà con simboli e metafore attraverso il racconto di una verità assoluta. Comunque, la narrazione dello scrittore non è del tutto realistica, perché nei capitoli in corsivo appaiono elementi lirici e mitici legati soprattutto all’evocazione del mondo dell’infanzia.


3.2.2 Trama
La storia del libro si svolge nell’inverno del 1944 a Milano, durante il periodo della Resistenza, quando la città era occupata dai tedeschi contro i quali lottavano numerosi partigiani. Il protagonista del romanzo è Enne 2, partigiano e comandante dei Gap79.

Un giorno, Enne 2 incontra una sua amica, Berta, che si è trasferita via da Milano durante la guerra perché la sua casa è stata distrutta dai bombardamenti. I due si conoscono da dieci anni ed egli è legato da un sentimento molto profondo a Berta, con la quale vorrebbe mettersi insieme. Ma è impossibile, dato che la ragazza è sposata e vive fuori Milano.

Si dirigono insieme verso la casa di Enne 2 quando incontrano, per caso, un gruppo di soldati. Costretti a cambiare strada, si recano a casa di Selva, un’anziana signora che aiuta i partigiani concedendo loro nascondiglio. Selva, che si prende cura di Enne 2, non l’aveva mai veduto con una compagna perciò desiderebbe che Berta fosse la sua ragazza, dicendo che un uomo è felice quando ha una compagna. E nello stesso tempo riesce a cogliere il signifiacato profondo della lotta contro i nazi-fascisti e più volte ripete:
Noi lavoriamo perché gli uomini siano felici. Non è per questo che lavoriamo? […] Che senso avrebbe il nostro lavoro se gli uomini non potessero essere felici? […] Avrebbero un senso i nostri giornaletti clandestini? Avrebbero un senso le nostre cospirazioni? […] C’è qualcosa al mondo che avrebbe un senso? Avrebbero un senso le bombe che fabbrichiamo? […] Bisogna che gli uomini possano essere felici. Ogni cosa ha un senso solo perché gli uomini siano felici.80
Lo stesso giorno Enne 2 prepara con i suoi compagni un attentato contro militari tedeschi e il capo del Tribunale. L’assassinio dei tedeschi riesce bene ma direttamente viene nominato un nuovo presidente, e il tribunale si radunerà l’altro giorno per scegliere da una lista di trecento nomi, quaranta prigionieri che saranno messi contro un muro e fucilati per rappresaglia. Senza interrogatorio, senza nemmeno una concreta accusa. La selezione dei prigionati si realizzerà secondo la regola dei tedeschi, che impone fucilare dieci uomini per ogni tedesco assassinato.

La mattina dopo Lorena va ad avvertire Enne 2 che quel pomeriggio il comando dei patrioti si riuniva in una certa casa, e che lui doveva partecipare alla riunione. Lorena era l’unica persona che conoscesse dove ora abitava Enne 2 ed era anche la sua portatrice d’arma.

Alla riunione Enne 2 viene a sapere del piano dei tedeschi ed allora decide insieme ai suoi compagni di portare l’attacco direttamente sul tribunale e distruggerli tutti. L’invasione dei partigiani nel corso del raduno causa un massacro. Durante questo secondo scontro rimangono uccisi non solo membri del gruppo dei partigiani e dei nazisti, ma anche persone incolpevoli, bambini e donne.

Il giorno dopo Enne 2 e Berta si incontrano in piazza e vedono le conseguenze della cruenta fucilazione: l’esposizione dei cadaveri di alcuni inermi cittadini nelle strade della città. Questa manifestazione della brutalità dell’uomo viene commentata dall’autore:


Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un’altra donna: questo era il modo migliore di colpir l’uomo. Colpirlo dove l’uomo era più debole, dove aveva l’infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua custola staccata e il cuore scoperto: dov’era più uomo. Chi aveva colpito voleva essere il lupo, far paura all’uomo.81
Il rapporto sentimentale tra Enne 2 e Berta si rafforza dopo aver visto i morti incolpevoli nelle strade della città. Berta capisce che il suo posto è a fianco di Enne 2 e promette di raggiungerlo tra qualche giorno, dopo di che spiega tutto al marito.

Però, l’oppressione da parte dei gruppi tedeschi e del regime fascista prosegue. Giulaj, un venditore ambulante che ha ucciso per legittima difesa uno dei cani dell’ufficiale tedesco, viene portato dai militi tedeschi nella caserma più vicina, e tenuto per il capitano Clemm.

Il giorno dopo, Giulaj viene trasportato a San Vittore, dove è costretto ad aspettare l’arrivo del capitano Clemm. Giulaj cerca di spiegare quello che era accaduto, il motivo dell’uccisione della cagna Greta, ma il capitano non lo ascolta. Egli invece libera i cani della museruola e butta ai cani la giacca di Giulaj. E nello stesso momento gli ordina di spogliarsi. Giulaj ingenuamente pensava che il capitano volesse vedere come lo avessero pestato in caserma.

Mentre Giulaj si spogliava, il capitano prendeva i suoi stracci e li gettava ai cani. Altri militi stavano a vedere, e uno di loro assicurava Giulaj che il capitano gli voleva solo mettere paura. Ma il capitano aveva altre intenzioni. Per attirare l’attenzione dei cani su Giulaj, lo ferisce al braccio, ed i cani sentendo il suo sangue, lo strappano.

Nel frattempo, Enne 2 con i suoi compagni realizza un altro attentato, indirizzato verso uno dei massimi esponenti del gruppo nazista a Milano, il capo fascista Cane Nero. Ma lo scopo non viene raggiunto ed addirittura due partigiani muoiono.

Durante l’assalto alla caserma di Cane Nero, Enne 2 è riconosciuto, ed il giornale pubblica nome e cognome di lui, promettendo un premio di molte migliaia di lire a chi fornisca indicazioni per la sua presa.

I suoi compagni gli consigliano di abbandonare il suo rifugio e di andare via da Milano. Enne 2, però, rifiuta, anche quando il tabaccaio lo riconosce nella fotografia pubblicata nel giornale. Egli stava aspettando Berta e non voleva andare via da Milano prima che Berta tornasse.

Barca Tartaro, uno dei partigiani, va a trovare Enne 2 e gli annuncia che El Paso, il finto consigliere d’ambasciata spagnola e informatore dei partigiani, è riuscito ad uccidere il capitano delle SS Clemm, e che Figlio-di-Dio, il partigiano che lavora come cameriere nell’albergo dei tedeschi, ha ucciso i cani di Clemm. Però, tutti e due sono stati presi.

Enne 2 vuole fare qualcosa di simile, e decide di sacrificare la sua vita per uccidere Cane Nero, perché non credeva più che Berta ritornasse.

Il romanzo si chiude con il racconto delle prime azioni compiute da un’operaio, il quale ha avvisato Enne 2 della denuncia del tabaccaio e di conseguenza si è messo in contatto con il suo gruppo di partigiani. Questo operaio cerca di imparare ad uccidere i tedeschi in motocarrozzetta. Comunque, nell’attimo in cui deve uccidere, trovandosi davanti agli occhi tristi di un soldato tedesco, non riesce a colpirlo,82 dicendo: «Imparerò meglio.»83



3.2.3 Narratore e personaggi
La storia del romanzo è raccontata in terza persona dal narratore esterno che non entra mai con opinioni personali all’interno della vicenda, e neanche commenta i personaggi. Invece nei capitoli scritti in corsivo, in cui l’autore dialoga con il protagonista Enne 2, vengono commentati i comportamenti dei personaggi.

Particolare è la quasi completa assenza di descrizioni, sia di paesaggi sia di personaggi, che vengono lasciate alla fantasia del lettore.

Il protagonista del romanzo è Enne 284, un partigiano, capo di un gruppo di antifascisti a Milano. Enne 2 è un uomo di circa trenta anni del quale non è descritto l’aspetto fisico. Di lui sappiamo soltanto che organizza numerose azioni militari alle quali prende parte, e che vive in un nascondiglio nella periferia di Milano.

Dal discorso tra i suoi compagni veniamo a sapere che anche loro non ne sanno quasi niente:


Anche il capitano forse ha una compagna. […] Chi può giurare che non l’abbia? Noi non sappiamo nulla del capitano. Che cosa sappiamo noi del capitano? Egli è il più vecchio di tutti noi, e magari ha tre o quattro figli, magari ha una grande famiglia.85
Enne 2 è un uomo coraggioso e determinato nelle azioni di guerra più rischiose, sebbene sembri piuttosto riservato e insicuro nel comunicare i propri sentimenti. Soprattutto in relazione al proprio rapporto con Berta, donna di cui è profondamente innamorato da più di dieci anni. Però il suo amore è impossibile, siccome lei è sposata con un altro uomo da cui non riesce a staccarsi.

In seguito alla partenza di Berta e alla morte di alcuni compagni, Enne 2 cade in una crisi esistenziale, che lo conduce a meditare sull’impossibilità di aiutare gli amici persi durante la guerra, avendo «la voglia di perdersi con chi si perdeva»86, cioè, smettere di battersi. Quando viene riconosciuto dai tedeschi, decide quindi di non abbandonare il suo nascondiglio, sperando che lo raggiunga Berta, con la quale sarebbe andato via da Milano. Però lei non arrivava e per Enne 2 era inutile aspettare, «inutile cercare di sopravvivere, di non perdersi»87. La sua disperazione lo porta ad una decisione radicale. Sacrifica la propria vita per uccidere il capo fascista Cane Nero:

Faceva una cosa come la cosa che avevano fatto lo spagnolo e Figlio-di-Dio. Si perdeva, ma combatteva insieme. Non combatteva insieme? Mica c’era solo combattere e sopravvivere. C’era anche combattere e perdersi. E lui faceva questo con tanti altri che l’avevano fatto.88
Un altro personaggio importante del romanzo è Berta, una donna sposata di cui è innamorato Enne 2, ma che non riesce ad abbandonare il marito. Berta è più grande di Enne 2, ha trentasei anni. Neppure il suo aspetto fisico è descritto, ma dal testo si può capire che è una donna attraente.

Berta ha conosciuto Enne 2 subito dopo essersi sposata, però durante la guerra si è trasferita via da Milano perché la sua casa è stata distrutta. Comunque, viene ogni due o tre giorni e si ferma dai suoi cognati che abitano ancora a Milano, e con questa scusa molto spesso va a trovare Enne 2 a cui è legata da un sentimento profondo. Si rende conto, però, che la sua vita non è felice. Il matrimonio non le ha dato quello che cercava, vorrebbe diventare compagna di Enne 2, ma nello stesso tempo, pur essendo decisa, non riesce ad abbandonare il marito. E proprio in questa situazione emerge la sua debolezza che impedisce ai due di essere felici. Le conseguenze della sua scelta sono fatali per Enne 2, che preferisce sacrificare la propria vita in un duello con il capo fascista, non potendo vivere con Berta.

Berta non è l’unica donna del romanzo. Altri personaggi femminili che compaiono nella storia sono un’anziana donna, Selva, «la bella vecchia dai capelli bianchi»89, che si prende cura del protagonista e che offre ai partigiani il nascondiglio. E Lorena, una giovane e bella ragazza, di cui il protagonista dice che sia brava e in gamba, e con la quale cerca di allontanarsi dai problemi della vita quotidiana:
Lorena era l’unica persona che conoscesse dove ora abitava Enne 2; era la sua portatrice d’arma, l’addetta a lui; ed era, quando si toglieva cappello e cappotto, alta e giovane, una ragazza. Lorena, da Enne 2, si toglieva sempre cappello e cappottto.90

Figlio-di-Dio, il partigiano che lavora come cameriere nell’albergo dei tedeschi, El Paso, il finto consigliere d’ambasciata spagnola, e gli altri partigiani Barca Tartaro, Metastasio, Orazio, Gracco, Foppa, Scipione, Membrino, Pico Studente, Coriolano e Zama sono personaggi secondari, però, indispensabili per lo svolgimento della storia. Essi sono uomini onesti e coraggiosi che lottano contro i nazifascisti al fianco del protagonista Enne 2. Alcuni di loro muoiono, perché preferiscono sacrificare la loro vita, compiendo così il loro compito. Ma tutti sono legati dall’impegno comune nella lotta per la libertà.

Dal testo veniamo a sapere che questi patrioti «erano uomini semplici, pacifici»91:
Coriolano era un uomo semplice: aveva una faccia aperta e buona, e spesso diceva: «Io non so». Ma anche Mambrino aveva una faccia buona, l’aveva tonda e buona. E Barca Tartaro l’aveva ferma e buona. Pico Studente l’aveva acuta e buona. Tutti questi uomini erano semplici, erano pacifici, semplici, e i due giovani delle macchine, Metastasio e Orazio, erano come loro. Essi avevano, ognuno, una famiglia: un materasso su cui volevano dormire, piatti e posate in cui volevano mangiare, una donna con cui volevano stare; e i loro interessi non andavano molto più in là di questo, erano come i loro discorsi.92
Gli antagonisti principali del romanzo sono Clemm e Cane Nero. Essi presentano i due maggiori esponenti degli eserciti nazifascisti a Milano. Vengono descritti mentre compiono azioni di rappresaglia contro i civili, e mentre fanno lacerare un venditore ambulante, Giulaj, dai cani Gudrun e Blut per avere ucciso un altro dei loro cani, Greta, che lo aveva aggredito. Entrambi sono uomini crudeli e tirannici.

Clemm alla fine viene assassinato in un’operazione dei partigiani, invece Cane Nero è ucciso in un duello da Enne 2 che sacrifica la propria vita.

L’inumanità del personaggio di Clemm viene presentata, in un discorso con il finto consigliere d’ambasciata spagnola El Paso, attraverso le sue proprie parole:
Se sono i nostri ultimi giorni sono gli ultimi giorni di tutto il mondo. Per ogni tedesco che muore noi uccidiamo dieci persone. Siamo novanta milioni di tedeschi. Prima di morire in novanta milioni noi dovremmo uccidere novecento milioni di persone. Ci sono nel mondo novecento milioni di persone? Non ci sono. La Germania non può morire […].93



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