Stefano Beccastrini



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15.12.2017
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Stefano Beccastrini

LE ORE SANTE E FELICI DEL PITTORE:

L'ARTE DI CARLO POSFORTUNATI

Ogni autentica opera d'arte viene concepita

in un' ora santa e partorita in un'ora felice

Caspar David Friedrich

Ho sempre desiderato, fin da bambino,

di vedere i tuoi quadri e farmeli da te

spiegare, per capire quanto nuovo

e uguale l’ultimo risultasse rispetto al precedente,

perché capivo che raccontavano la tua vicenda vera, le tue

- forse poche ma intense - ore sante e felici.
Ricordo ogni visita alla tua

stanza dei quadri come

a un santuario misterico, ai luoghi segreti

ove andavi man mano raccogliendo i tuoi tesori

(ogni tanto ne perdevo di vista qualcuno

e mi chiedevo se l’avevi regalato

a chissà chi oppure distrutto)
Il fatto è che sentivo in te

una forza di sentimenti e d’espressione ma anche

una fragilità, un’inquietudine, un non sapere

troppo bene come si debba stare in questo mondo

in cui mi riconoscevo, in cui ti sentivo

non zio ma fratello e maestro di disarmata incertezza.


Poi ho anche imparato a porre domande ai tuoi quadri

e loro m’hanno narrato d’un uomo che sentiva nel cuore

il fuoco dell’arte ma dovette fare tutt’altre

cose e nel dipingere, quasi di nascosto, trovò la ragione

d’andare avanti, le altre cose persino ben facendo

seppur malvolentieri e sperando

di poterne fuggire per correre a far quadri.
Carlo ha più di una volta affermato che senza la pittura si sarebbe ucciso. Non credo esagerando. Credo sia vero. In fondo è proprio questo che distingue un vero artista da un “pittore della domenica”: l’assoluta necessità, per vivere, del dipingere, dell’esprimere la propria anima, il senso delle propria esistenza tutta quanta, nell’atto creativo, nello stendere quei colori su quelle tele.
Credo che tu abbia dipinto per vivere ogni tanto come volevi,

per pensare come desideravi, per dire ciò che avevi voglia di dire

e non ciò che era opportuno sul lavoro o tra la gente o in famiglia.

La pittura era la tua libertà dalle angustie del mondo,

al di là dei ruoli di fratello e marito e padre e imprenditore e

chissà cos’altro tra i mille faticosi ruoli che il mondo

ci assegna e di cui ci fa anche prigionieri.
Forse Carlo, nella nativa Caviglia, aveva una passione infantile per “…i cieli immensi, le foglie d’autunno…” come quella rivelata, in una lettera al grande poeta René Char, da Nicholas de Stael (pittore da me amatissimo, per il suo dipingere al confine tra “figurazione e astrazione”, proprio come Carlo e come dice, di lui, Michele Loffredo). A tale passione, fattosi adulto, egli ha trovato il modo di dare espressione, proprio come De Stael, dipingendola.
Tu dipingevi soprattutto paesaggi, terre ben note

di Toscana e del Valdarno, ma lo facevi come fossero

terre ignote dell’ Universo, mappe del cuore, luoghi

il cui aspetto, i cui colori, i cui molti

significati nascevano dal fatto che dipingendoli

la tua esperta mano era guidata dalla tua esperta,

a un tempo gioiosa e sofferente, grande anima
Questo mi ha sempre colpito nel tuo dipingere:

la capacità di fare d’un luogo un paesaggio mentale e morale,

di proiettare sulla tua Toscana e sul tuo Valdarno

moti d’angustia e di felicità che sono del mondo tutto quanto

e di chi, come te, sa ascoltarlo ed esprimerlo. Questo

mi raccontava il tuo solitario e scontroso dipingere, così lontano

dalle mode locali e così vicino al pulsare del Mondo
Avevo già scritto queste parole, e usato l’espressione “paesaggio mentale e morale”, quando ho avuto modo di leggere il bel saggio, alla pittura di Carlo dedicato, scritto da Maria Giovanna Cutini, senz’altro la sua più attenta e profonda esegeta. Maria Giovanna parla di “paesaggi dell’anima”. Credo che volessimo dire, seppure con espressioni leggermente diverse, la stessa cosa..
I tuoi quadri mostrano il Mondo come fosse

fatto di cose e di sentimenti, di vista e di cuore, di

emozioni e di ragione, d’affermazione insomma che

dipingendo sapevi alfine guardarlo e farcelo guardare,

in tutta la sua nativa bellezza, troppo spesso

macchiata dall’umano interesse, dall’umano

doloroso agitarsi, dall’umana storia.
Ne “Il podere abbandonato” compare una casa. Cioè, una presenza umana. Cosa rara nei quadri di Carlo. Ma da cosa si capisce che quella casa, così come il podere che le sta dattorno, è abbandonata, lasciata sola e vuota dalla famiglia che vi abitava e lavorava, insomma dall’uomo? Non si vedono, nel quadro, campi le cui coltivazioni siano state tralasciate e andate in malora, aie caratterizzate da strumenti agricoli messi da parte e usurati da un tempo non più sorretto dalla sapiente e correttiva manutenzione che l’uomo apporta all’ambiente e alle cose, finestre rotte o porte cadenti e altre cose del genere (immagini cui sarebbe ricorso un pittore più realista, meno metafisico e astratto di Carlo). Se gli alberi fossero più verdi, il lontano orizzonte più terso e vivace, il cielo più acceso (e non ci fosse quel tetto di casa) il paesaggio potrebbe apparire simile a quello, caratterizzato sempre da un simile orizzonte collinare (quello toscano, quello valdarnese), dei tanti, splendidi tramonti da lui dipinti in quegli anni. L’abbandono è dato, è pittoricamente e dunque poeticamente espresso, dallo spengersi del colore, dallo sbiadire verso il grigio dei verdi e dei bruni, dal perdere vivacità della terra e del cielo. Ma come può l’uomo, nel suo lasciare – nel suo abbandonare – un luogo rendere smorta e sbiadita la natura stessa di quel luogo e dei suoi dintorni? Paradossalmente - ma in tale paradosso mi pare di cogliere un momento cruciale, filosofico, della poetica pittorica di Carlo – la natura in cui l’uomo non ha messo piede, non ha costruito le proprie case e i propri poderi, non è mai smorta, non è mai grigia, non è mai abbandonata. Il suo silenzio (tutti i quadri di Carlo sono “silenziosi”) è solenne, non dolente come in questo quadro. Il fatto è che la natura, per diventare “abbandonata”, deve prima diventare umanizzata. Quasi mai la natura dei quadri di Carlo appare “umanizzata”, per questo è luminosa e felice, nella sua sgargiante varietà di colori. Soltanto l’uomo la può abbandonare, soltanto l’uomo la può rendere solitaria, vuota, greve (e non gioiosa) di silenzio, soltanto l’uomo può renderla, insomma, infelice. In tal senso, “Il podere abbandonato” è davvero un exemplum unico, e stupendo, nella paesaggistica di Carlo (su questo mi pare che anche Loffredo e Cutini siano d’accordo)..

Fosse un tramonto (quanti ne hai

dipinti, uno più bello dell’altro, uno più straziante

dell’altro nel mostrare l’andarsene del sole o più tenero

nel sapere che tornerà di nuovo e quel farsi

scuro della terra, la terra di Cavriglia quasi sempre,

così sassosa così brulla che pare

sospesa, in attesa che quel lume rossastro

si spenga e sopraggiunga la notte) o fosse
un sottobosco d’autunno (fatto d’ocra

e verde muschio e rossastro e brunito

fogliame, così da sentirne il silenzio e quel fiato

umido e misterioso che emanano in autunno

i boschi) o fosse un filare di piante e d’arbusti,

un campo steso al sole, su andando

verso Badia Coltibuono, a Tribolino,

o fosse un angolo soleggiato od ombroso

del Valdarno, una terra che da te ritratta

s’è fatta regione della mente, del cuore,

della sofferenza e della gioia che il paesaggio

incorpora, fa sua, esprime

soltanto se qualcuno, come te

un artista, sa vederle e ritrarle,


o fosse un podere abbandonato, un’immagine

di colline lasciate a se stesse, in grigi spenti e verdi

pallidi e vuoti, dall’uomo ignaro di lasciar così

solo se stesso, o l’immagine (con gioia scoprii

che tornavi da vecchio a esprimere la gioia)

d’un campo di grano e di papaveri che sulla tela

diventava un inno alla felicità dell’esserci stesso del mondo!
Carlo mi fa pensare a John Ford, cineasta colto più di quel che volesse dare a intendere. Gli piaceva far credere d’essere una sorta di rustico cow-boy, come quelli che metteva in scena nei suoi film straordinari, ma in realtà leggeva e dipingeva e sapeva molte più cose di quel che gli piacesse far credere. Resta, in tal senso, famoso un aneddoto: a Carroll Baker che gli parlava di Ingmar Barman chiese bruscamente “E chi è?” ma il giorno dopo, sornione, aggiunse “Ah, quel regista europeo che dice che io sono il più grande regista del mondo!”. C’è un fatto che mi fa credere che anche Carlo, come Ford, sappia più cose di quanto non dia a credere. Quand’ero un adolescente dalle idee velleitariamente, ancorché sinceramente, rivoluzionarie, un giorno leggendo la rivista del PCI “Rinascita”, cui ero abbonato, mi infuriai per un articolo sulla situazione politica italiana, che mi parve troppo moderato, di Giorgio Amendola. Così scrissi al giornale, contestando duramente – con la durezza della gioventù - l’articolo medesimo, sicuro però, e forse speranzoso, che la mia lettera sarebbe finita in un cestino. Con mia sorpresa - e persino un po’ di paura: chi ero io, per scomodare un uomo importante come lui? - non soltanto la rivista pubblicò la mia lettera ma la fece seguire da una risposta scritta dallo stesso Amendola. Tale risposta era, cordialmente ma fermamente, la bella lezione di sano riformismo che un anziano ed esperto dirigente del PCI faceva a un inesperto ragazzino che s’illudeva di scavalcare “a sinistra”, un intero, grande partito. Mi accorsi poi, con qualche sollievo, che quello scambio epistolare (ma pubblico, in quanto pubblicato da un giornale nazionale) tra il grande Giorgio Amendola e il piccolo Stefano Beccastrini non aveva avuto risonanza alcuna, tra i miei conoscenti e amici. Pochi leggevano “Rinascita” e, di quei pochi, quasi nessuno la rubrica delle lettere. Il “quasi” si riferisce proprio a Carlo, il quale tempo dopo, incontrandomi e facendomi fare il viso rosso, mi disse “Che bella lezioncina ti ha fatto Amendola, eh!?”. Ecco, Carlo, zitto zitto, leggeva “Rinascita” e persino la sua rubrica delle lettere!
Mi sono spesso chiesto, aldilà della tua

rustica maschera, quanta pittura altrui tu

conoscessi: certamente Fattori (l’hai rifatto) certamente

Cezanne (è presente nella tua pennellata) e ancor prima

Courbet (l’ho capito quest’estate, a Montpellier,

godendo dei suoi fitti boschi silenziosi) ma Morlotti

mi hai sempre risposto di non sapere chi fosse.
Eppure certi tuoi quadri sento

d’amarli per gli stessi motivi per cui amo

Morlotti, quel suo modo tutto terreno di

dipingere la terra, tutto turchino di

dipingere il cielo e far sentire persino

la concretezza pittorica dell’aria.


Eppoi David Hockney: anche lui

m’hai sempre detto di non sapere chi fosse,

eppure lo ritrovo in certe tue tarde

immagini, tra il paesaggistico e l’astratto,

di luoghi urbani. Alfine credo

che davvero tu non li conosca e per questo

ammiro ancor più il tuo inconscio muoverti con loro.
I tuoi quadri sono l’intimo diario

della tua attenta osservazione di te stesso

e della vita. E mi ha sempre colpito del tuo dipingere

il suo cambiare, maturare, ascoltare

il mondo che mutava e la pittura

altrui che mutava con esso:


Osservando e riosservando i paesaggi dipinti da Carlo, ove non c’è alcuna presenza umana (alcuni ricordano Fattori, ma il sommo livornese, un contadino o un viandante, lungo la strada o in fronte al mare, ce li metteva sempre), mi sono alfine ricordato, così scoprendole quale spiegazione dello stato d’animo con cui Carlio ha dipinto i suoi quadri paesaggistici (i più belli, credo), ai versi di un altro pittore di paesaggi, da me amatissimo: Caspar David Friedrich (non so se Carlo lo conosce: non glielo chiedo neppure, sapendo che comunque mi direbbe di no). Egli ha scritto: “Mi chiamate nemico dell’uomo/perché evito la società/Vi sbagliate, io l’amo/Ma per non odiare gli uomini/debbo fuggirli…”. Ecco, credo che Carlo si riconoscerebbe in questi versi. Anche lui, per amare gli uomini (che altro è, dipingere?) ha bisogno di allontanarsi da loro, di rifugiarsi in paesaggi privi d’umana presenza. Notarlo e comprenderlo, credo dischiuda più d’un pertugio segreto nel cammino, che deve essere lento e meditabondo, verso la sua pittura.

Non ci sono esseri umani nei tuoi quadri, i tuoi

paesaggi sono come quelli della Terra

prima che l’uomo ci mettesse piede o forse

come li avrebbe visti il primo uomo o forse

come potrà vederli l’ultimo. Insomma,

quando l’umanità non c’era ancora o quando

non ci sarà più per nulla.


Siano tramonti fiammeggianti o siano

umidi boschi autunnali o pallidi

poderi abbandonati o campi di grano

risplendenti di papaveri nei tuoi paesaggi

si sente il tacere dell’uomo

il suo ritrarsi: vi regnano sovrani

i silenti colori del mondo.
I paesaggi di Carlo mostrano campi e colline, boschi e tramonti scorti da una qualche montagnetta o dosso della tosca campagna. Non ci sono, o quasi, città in essi, insomma Carlo non è mai stato, non ha mai voluto essere, un pittore di paesaggi urbani. Però, con qualche eccezione a questo “mai”. Ricordo, per esempio, uno scorcio delle Fornaci, piuttosto triste tra strade grigie e sfondi ferroviari. Lo vidi (ma lo vidi davvero? Che fine avrà fatto?) un giorno che, ragazzo, fui ammesso nella sua segreta “stanza dei quadri” (mi pare si trovasse, all’epoca, in Via Roma, a San Giovanni Valdarno, nei pressi del magazzino di laterizi che egli gestiva con mio nonno Nanni e coi suoi fratelli). Più tardi, però, ho visto, questa volta per bene e non correndo il rischio di deformazioni della memoria, una sua veduta di San Giovanni Valdarno e precisamente del Palazzo d’Arnolfo e della sua piazza e dei suoi portici, visti di scorcio, in una luce diurna intensa e penetrante, così intensa e così penetrante da aver cacciato qualsivoglia presenza umana dalla città. Dov’è attualmente tale quadro, a mio avviso bellissimo? L’ho chiesto a Carlo, mi ha detto che forse è quello che tempo fa regalò alla Misericordia sangiovannese e che tuttora dovrebbe essere appeso alle pareti dei suoi uffici. Un giorno di questi andrò in quei locali e dirò, a quanti mi chiederanno per quale motivo sono andato a trovare i bravi volontari della Misericordia, che è soltanto per vedere se c’è ancora l’unico (o quasi) paesaggio urbano di Carlo Posfortunati. Non era triste, in quel quadro, la città, era appunto solare, quasi metafisicamente allegra. Una San Giovanni senza sangiovannesi. Non credo perché Carlo ce l’avessi con loro. Egli ha sempre amato l’umanità, nella sua capacità di costruire vigne e case e città. Però, dopo, quelle vigne, quelle case, quelle città ha sempre voluto dipingerle senza gli esseri umani che le avevano costruite. Essi dovevano contentarsi di quadri che ritraevano il frutto della loro creativa umanità ma che chiedevano loro di essere poi abbastanza intelligenti da togliersi di torno, nel loro rischiare ormai di distruggere quei frutti.
Credo che proprio questo

tu andassi cercando

in quei luoghi trasformandoli

in quadri sublimi: angoli

ove gli uomini fossero lontani,

ove fosse assente, interdetta

l’ansia che avvelena la vita dell’uomo.
Poi a quell’ansia,

che era anche tua come d’ogni

essere umano facevi ritorno ma quei luoghi

e quei silenzi e quei colori e quelle

ore sante e felici non erano

perdute, s’eran fatte

arte, pittura, quadro.
Carlo non ha mai dipinto il mare, che io sappia. Questa volta non aggiungo un “quasi”, come ho fatto parlando delle città, dei paesaggi urbani. Per quanto ho potuto vedere, e ne ho vista tanta anzi tantissima, della sua opera pluridecennale, un quadro raffigurante il mare non lo ricordo davvero. Certamente egli era ed è rimasto un toscano terragnolo (lo sono anch’io, del resto), uno di quelli che vivono tra le colline e le valli e, dunque, il mare l’hanno visto piuttosto tardi, nella vita (quand’era giovane lui, non si andava in vacanza al mare e anzi non si andava in vacanza da nessuna parte). Però, poi, il mare l’ha scoperto e frequentato (nei pressi di Piombino, mi par di ricordare verso Salivoli, per un lungo e tormentoso incarico di lavoro che coinvolse anche i suoi fratelli). Poi comprò una casetta - modesta, rustica, la chiamavamo ironicamente “Le Capannine” anche perché a due passi c’era la celebre “Capannina” delle notti brave versiliane, tanto grande ed elegante quanto le sue erano umili e quasi povere - ove per molti estate portò in vacanza i suoi figli e me con loro. Grazie a Carlo scoprii la Versilia, le gallerie d’arte di Viareggio, il cacciucco e gli spaghetti alle vongole. Però egli ci accompagnava là, si tratteneva un poco ma non veniva sul mare, in spiaggia. Non l’ha mai amato, il mare, o forse, ci sto pensando adesso, l’ha amato troppo e non l’ha voluto affrontare, né come persona né come pittore. Di Fattori, da Carlo amatissimo, ha fatto addirittura due creative “copie” (una so dov’è - da suo fratello - ma l’altra?) però sono temi del Fattori cittadino, i cavallai romani, e militare, la pattuglia in avanscoperta lungo un muro biancheggiante di calce assolata. Il Fattori autore di toccanti marine non l’ha mai “copiato”. Uno dei poeti che amo, e leggo e rileggo di più, Charles Baudelaire, in una sua poesia intitolata “L’uomo e il mare”: ha scritto “Sempre, uomo libero, tu cercherai il mare… “. Forse Carlo non si sentiva libero abbastanza, per affrontarlo pittoricamente? Forse quel suo dipingere che era, io così l’ho interpretato, sogno di libertà d’un uomo che si sentiva prigioniero nella vita quotidiana, non poteva andare, esistenzialmente e pittoricamente, incontro a un elemento che, a dire di Baudelaire, chiedeva libertà ma non la dava, chiedeva dedizione totale ma non offriva, come la campagna, poche, sante e felici, ore di libertà provvisoria?
Come diceva un profondo

pittore d’altri tempi, “L'unica vera sorgente



dell'arte è il nostro cuore, il linguaggio

di un animo infallibilmente puro.

Ogni autentica opera d'arte

viene concepita in un' ora santa

e partorita in un'ora felice”.
In un certo momento del percorso pittorico di Carlo (stavo per dire “poetico” ma, in fondo, i suoi quadri sono proprio le sue poesie – fatte di colori invece che di parole - di uomo profondo, complesso, irrequieto e probabilmente, come tutti i poeti, un po’ infelice, non per questo o per quel motivo contingente bensì per ansia d’assoluto) egli ha tralasciato i paesaggi e ha cominciato a dipingere fiori. Personalmente credo, e credo anche di non essere il solo a pensarla così, che i suoi capolavori siano proprio i paesaggi (in particolare, quelli in cui l’elemento figurativo ha, morlottianamente, cominciato a trasfigurarsi, e transcolorarsi, in visioni del mondo - della terra, della collina, del bosco - in cui non più l’occhio bensì l’anima filtrava lo sguardo del pittore) e dunque, per vario tempo, ho guardato se non con fastidio certamente con ridotto interesse, e considerandoli un momento minore della sua arte, ai suoi quadri floreali. Poi sono andato, non molto tempo fa, a Roma a vedere una grande mostra su Pierre-Auguste Renoir. Anche di lui ho sempre amato molto, e anzi soprattutto, i paesaggi: quei riflessi d’acqua, quelle fronde d’alberi, quei greti e quei colli che s’immergevano nella luce del giorno restituendone colore e passione. Però, in quella occasione, ho guardato a lungo, meditandoci sopra, anche i suoi quadri floreali: tanti, coloratissimi, un inno alla gioia – quella naturale, quella forse ormai soltanto sperabile – del mondo. Quando ho capito che Renoir li dipingeva per donarsi momenti di gioia pittorica, di estasi coloristica, di appagamento dell’occhio e dell’anima. più astratto, più lontano dal mondo umano, più puro e quasi giocoso, ho finalmente capito perché anche Carlo lo abbia fatto.
Grazie del dono della tua pittura. Accogliendolo

dobbiamo capire che i tuoi quadri

non sono fatti per essere appeso in salotto,

per mostrali agli amici, per

ridurli a decorazione o arredamento seppur bello.

In essi parla un’anima grande, la tua, e osservarli

vuol dire anche ascoltarli.

Umilmente, in silenzio.













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