Storia dei diritti umani



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I DIRITTI UMANI

E IL RISPETTO DELLA

DIGNITA’ UMANA

PRESENTAZIONE:
Con questa tesina ho voluto trattare il tema dei diritti umani e di come sono rispettati nel mondo. Il mio lavoro si divide in tre parti:

PRIMA PARTE: in questa parte mi sono occupata della storia dei diritti umani, ho analizzato il ruolo dell’ONU e sono così arrivata a parlare della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, di come è strutturata, e delle sue conseguenze.

SECONDA PARTE: in questa parte mi sono occupata delle associazioni che difendono i diritti umani (Amnesty International e Emergency) e di alcuni problemi attuali, come la pena di morte e la guerra e le mine anti-uomo, dedicando particolare attenzione a come i bambini vivono un conflitto armato.

TERZA PARTE: in questa sezione del mio lavoro, basandomi anche sul programma svolto a scuola durante l’anno, ho trattato il tema dei diritti umani dal punto di vista letterario e artistico. In particolare ho analizzato l’opera di Picasso “Guernica”, il libro di Primo Levi “Se questo è un uomo” e il libro di G. Orwell “1984”.



PARTE PRIMA

LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI

DELL’UOMO, SUA STORIA E CONSEGUENZE


STORIA DEI DIRITTI UMANI
Nella storia delle dichiarazioni dei diritti umani si possono distinguere tre fasi.

  1. Le dichiarazioni nascono come teorie filosofiche. In quanto tali, le prime affermazioni dei diritti dell’uomo sono puramente e semplicemente l’espressione di un pensiero individuale: sono universali rispetto al contenuto in quanto si rivolgono in astratto a tutti gli uomini, ma sono estremamente limitate rispetto alla loro efficacia, in quanto sono, nella migliore delle ipotesi, proposte per un futuro legislatore.

  2. Nel momento in cui queste teorie sono accolte per la prima volta da un legislatore, l’affermazione dei diritti non è più l’espressione di una nobile esigenza, ma il punto di partenza per l’istituzione di un vero e proprio sistema di diritti. In questo passaggio l’affermazione dei diritti dell’uomo acquista in concretezza ma perde in universalità. I diritti sono ora protetti, ma valgono solo nello stato che li riconosce.

La storia costituzionale moderna ha inizio con due eventi: la rivolta delle tredici colonie inglesi nell’America del nord contro l’Inghilterra e la Rivoluzione francese.

La Costituzione americana fu approvata dalla Convenzione di Filadelfia il 17 settembre 1787. Essa fu il risultato di un vasto movimento politico, durato un decennio, iniziato con la Dichiarazione d’indipendenza del 4 luglio 1776 (scritta da Thomas Jefferson) e proseguito con le Costituzioni che undici delle tredici colonie si diedero. La Costituzione della Virginia si apre con una Dichiarazione dei diritti che è il più importante precedente storico di tutte la Dichiarazioni dei diritti che sono poi seguite nel tempo. Il loro scopo è di affermare solennemente che ogni individuo in quanto tale ha dei diritti.

La Rivoluzione francese inizia con la celebre Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, proclamata dall’Assemblea nazionale costituente il 26 agosto 1789, un mese dopo la presa della Bastiglia. In essa vengono affermati i principi fondamentali dello stato liberale (diritti preesistenti allo Stato, separazione dei poteri, sovranità popolare).

In pochi anni si susseguono tre costituzioni, in esse rimane costante però il principio della sovranità popolare, e rimarrà costante in tutta la storia costituzionale moderna.



  1. La terza fase ha inizio nel secondo dopoguerra col fenomeno delle organizzazioni internazionali. Esse sono degli accordi fra i vari stati per costituire delle associazioni là dove i problemi da risolvere trascendono i limiti e i poteri di un singolo stato. Queste associazioni rappresentano, nello sviluppo storico dei rapporti fra gli stati, il passaggio dalla fase della pura e semplice coesistenza alla fase della cooperazione.

Il fenomeno dell’organizzazione internazionale non è nuovo: esso è nato nell’800 in seguito allo sviluppo sempre più vertiginoso del commercio internazionale e delle comunicazioni. Ma è solo dopo la seconda guerra mondiale che questo fenomeno ha avuto uno sviluppo tale da dare un volto nuovo al mondo. Le ragioni sono varie. Innanzitutto le guerre mondiali e lo sconvolgimento da esse prodotto hanno fatto sentire sempre più viva l’esigenza della sicurezza nei rapporti reciproci fra gli stati.

Ne è un esempio la NATO sorta nel 1949. La seconda ragione è di ordine economico. Infatti il periodo delle economie chiuse e nazionali ha portato alle guerre di aggressione e alla sconfitta: lo sviluppo economico richiede sempre più l’integrazione delle economie nazionali e pertanto occorrono degli organismi internazionali che coordino tale integrazione (ne è un esempio l’OECE , Organizzazione europea di cooperazione economica nata nel 1948 per utilizzare gli aiuti americani del piano Marshall ). L’ultima ragione, e forse la più importante, è di ordine sociale e umanitario. Il problema delle classi povere all’interno di una singola nazione diventa, trasportato sul piano internazionale, il problema dei popoli poveri che si trovano in una fase primitiva di sviluppo. L’organismo principale che si occupa di questo problema è l’Organizzazione delle nazioni unite.



L’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
L’ONU è la più importante organizzazione internazionale. Fu fondata dopo la fine della seconda guerra mondiale dalle potenze uscite vittoriose dal conflitto (Russia, Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Cina) mediante l’approvazione di uno statuto firmato dai rappresentanti di 50 stati il 26 giugno 1945 e che entrò in vigore il 24 ottobre 1945. L’ONU aveva avuto un precedente nella Società delle nazioni fondata in seguito al primo conflitto mondiale ( Conferenza di Parigi, 28 aprile 1919). Ma la Società delle nazioni, un po’ per l’assenza degli Stati Uniti, un po’ per la sua organizzazione troppo rigida (tutte le decisioni andavano votate all’unanimità dagli stati membri) e infine per la debolezza organica delle sue istituzioni, non aveva potuto evitare lo scoppio della seconda guerra mondiale. La fondazione dell’ONU mirò a ricostruire un organismo internazionale a base universale. Inizialmente gli stati membri erano 50,oggi hanno raggiunto il numero di 184.
L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha sede a New York nel famoso “Palazzo di vetro”. I suoi principali organi sono:
L’assemblea generale

Si convoca una volta all’anno e riunisce i rappresentanti di tutti gli stati membri, ciascuno stato ha diritto a un voto. Le decisioni vengono prese a maggioranza.


Il consiglio di sicurezza

Ha l’effettivo potere di decidere concreti interventi in favore del mantenimento della pace. E’ composto da 15 stati membri, 10 eletti dall’assemblea ogni 2 anni e 5 permanenti (Russia, Stati Uniti, Cina, Francia, Gran Bretagna). Ciascuno di questi cinque stati ha il potere di veto su ogni decisine del Consiglio di sicurezza. Per gli interventi in cui sono in gioco grandi conflitti di interessi tra gli stati occorre infatti l’unanimità degli stati che sono membri permanenti del Consiglio.


Il consiglio economico e sociale

Si occupa della cooperazione economica e sociale fra gli stati. E’ composto da 18 stati membri, dei quali un terzo è eletto ogni anno per un periodo di tre anni.


Il segretario generale

Dirige l’apparato burocratico e cura l’esecuzione delle decisioni prese dal Consiglio di sicurezza.




La corte di Giustizia Internazionale (Tribunale Penale Internazionale Permanente)

Giudica sulle controversie che insorgono tra gli stati sulla base del diritto internazionale. Lo statuto della corte è stato ultimato il 17 luglio 1998 a chiusura della Conferenza diplomatica di Roma. Il tribunale penale internazionale permanente è competente a giudicare i responsabili di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione. Esso è indipendente dal potere politico dei singoli stati e può quindi agire anche contro quei crimini e quegli abusi che, pur colpendo la coscienza dell’umanità in maniera così forte da essere ritenuti crimini in base al diritto internazionale, non sono contemplati dalle leggi nazionali.


Gli scopi dell’ONU sono essenzialmente due: il mantenimento della pace e lo sviluppo della cooperazione internazionale nei campi economico, sociale, culturale ed umanitario.

Al raggiungimento del primo scopo si dovrebbe provvedere sia con mezzi pacifici, sia con misure collettive efficaci, tra le quali è previsto anche l’uso di forze armate. Al conseguimento del secondo scopo gli organi delle Nazioni Unite provvedono sia indirettamente, cioè cercando di influire sul comportamento degli Stati con raccomandazioni e progetti di convenzioni internazionali, sia direttamente, con attività operative quali ad esempio l’assistenza finanziaria e tecnica ai paesi sottosviluppati.


L’azione dell’ONU si è dimostrata finora di scarsa efficacia nell’impedire le guerre. Dal 1945 ad oggi si sono verificati più di cento conflitti armati rispetto ai quali l’ONU si è rivelata, per lo più, impotente. Ciò è dipeso soprattutto dal veto delle grandi potenze, che hanno impedito l’intervento dell’ONU nei conflitti in cui esse erano parti in causa.

LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE

DEI DIRITTI DELL’UOMO

PREAMBOLO
Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;
Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione;
Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli fra le Nazioni;
Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;
Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di queste libertà è della massima importanza per la realizzazione di questi impegni;
L’ASSEMBLEA GENERALE
Proclama
La presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi a tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.
All’indomani del secondo conflitto mondiale, il 10 dicembre 1948, quando il ricordo degli orrori della guerra e del nazismo era ancora negli occhi di tutti, gli Stati membri dell’ONU approvarono la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Fu questo un atto di importanza storica straordinaria, perché per la prima volta l’affermazione del valore e della dignità della persona umana trovava una larga convergenza internazionale.

Quando venne scritta la Dichiarazione, alle Nazioni Unite aderirono 58 paesi. Quattordici nazioni appartenevano allo schieramento occidentale, sei a quello orientale. Vi erano molti paesi latino-americani, asiatici e africani, che però non avevano una linea politica unitaria: in molti casi questi paesi si orientarono sulle posizioni occidentali. Il dibattito sui contenuti della Dichiarazione risultò perciò influenzato dal clima della guerra fredda. In particolare si incontrarono e si scontrarono la visione liberaldemocratica occidentale e quella socialista orientale. Ma entrarono in gioco anche fattori religiosi e culturali più particolari, mentre alcuni paesi cercavano di avanzare rivendicazioni proprie. Il risultato fu un testo di importanza eccezionale.

La Dichiarazione elenca i diritti e le libertà fondamentali che tutti gli Stati dovrebbero riconosce all’essere umano e, alla fine, ricorda che ogni uomo ha dei doveri nei confronti della comunità. Con la Dichiarazione del 1948, l’affermazione dei diritti dell’uomo diventa insieme universale e positiva: universale nel senso che destinatari dei principi qui contenuti non sono più soltanto i cittadini di un certo stato, ma tutti gli uomini; positiva nel senso che essa ha dato inizio a un processo al termine del quale i diritti dell’uomo non dovrebbero più essere soltanto proclamati, ma effettivamente protetti anche contro lo stesso stato che li ha violati.

L’intento che l’ONU si era prefissato era comunque molto ambizioso, in quanto la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo non aveva valore vincolante, ma aveva solo il valore di una raccomandazione internazionale.

Per raggiungere i suoi obiettivi la Dichiarazione avrebbe dovuto essere accompagnata da un accordo contenente precisi impegni giuridici da parte degli Stati firmatari e da misure di controllo. Detto questo, non bisogna tuttavia sottovalutare il significato storico della Dichiarazione, che ha espresso in un atto solenne una sorta di morale comune internazionale: per la prima volta nella storia un sistema di valori fondamentali della condotta umana è stato liberamente ed espressamente accettato, attraverso i loro rispettivi governi, dalla maggior parte degli uomini viventi sulla terra.

Solo dopo la Dichiarazione possiamo avere la certezza storica che l’umanità, tutta l’umanità, condivide alcuni valori comuni e possiamo finalmente credere all’universalità dei valori, nel senso in cui universale non significa dato oggettivamente, ma soggettivamente accolto dall’universo degli uomini.
La struttura della Dichiarazione

I diritti riconosciuti dal documento sono di due tipi: i diritti civili e politici, gradualmente affermatisi attraverso la storia del pensiero e delle istituzioni democratiche, e i diritti economici e sociali, la cui importanza è stata riconosciuta più di recente, nel momento in cui ci si rese conto che senza l’affermazione reale di questi ultimi, il godimento dei diritti civili e politici rimaneva puramente formale. Nella concezione della Dichiarazione, i due tipi di diritti, pur ricevendo trattazione separata, sono interdipendenti e indivisibili.

I trenta articoli della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo possono essere così suddivisi:


  • art. 1-2: sono la base di tutto il documento e stabiliscono, come principio fondamentale, che “gli uomini nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”

  • art. 3: sancisce il diritto “alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona” ed introduce la serie di articoli riguardanti i diritti civili e politici.

  • art. 4-21: precisano i diritti civili e politici.

  • art. 22: stabilendo il diritto alla “sicurezza sociale”, introduce l’esposizione dei diritti economici, sociali e culturali, la cui soddisfazione è affidata allo sforzo nazionale e alla cooperazione internazionale.

  • art. 23-27: enunciano i diritti economici, sociali e culturali di cui ciascuno deve godere “in quanto membro della società. L’art. 26 è dedicato all’istruzione e all’educazione hai diritti umani.

  • art. 28-29: enunciano il diritto a un ordine sociale e internazionale in cui i diritti umani possano essere realizzati e affermano la presenza di doveri dell’individuo verso la comunità.

  • art. 30: intende proteggere la Dichiarazione da interpretazioni che ne contraddicano contenuti e finalità.



PROTEGGERE I DIRITTI UMANI
In materia di diritti umani è bene tener presente che la Dichiarazione universale è solo l’inizio di un lungo processo, di cui non siamo in grado di vedere ancora l’attuazione finale.

La Dichiarazione infatti è qualcosa di più di un semplice sistema dottrinale, ma non è ancora un sistema di norme giuridiche. Un richiamo alle norme giuridiche esiste, si legge infatti nel Preambolo che “è indispensabile che i diritti dell’uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione”, ma questa proposizione si limita a stabilire qual’ è il mezzo (le norme giuridiche, appunto) con cui perseguire un determinato fine (la piena attuazione dei diritti umani), essa però non pone in essere il mezzo.

Gli organismi internazionali possiedono, rispetto agli stati che li compongono, solo un’influenza, ma non un potere.

Perché questa influenza abbia successo sono necessarie due condizioni:

-colui che la esercita deve essere autorevole e incutere rispetto

-colui al quale è rivolta deve essere disposto ad accettare queste disposizioni.

Spesso capita che una di queste due condizioni venga a mancare.

Gli organismi internazionali, per la tutela dei diritti umani ricorrono a tre tipi di attività: promovimento, controllo e garanzia. Per promovimento si intende l’insieme delle azioni che vengono orientate verso l’obiettivo di indurre gli stati che non hanno una disciplina specifica per i diritti dell’uomo ad introdurla. Per attività di controllo si intende l’insieme delle misure che i vari organismi internazionali mettono in atto per verificare se e in che misura le raccomandazioni sono state accolte e vengono rispettate. Ne sono un esempio i rapporti annuali che ciascuno stato firmatario della convenzione si impegna a presentare sulle misure adottate per tutelare i diritti dell’uomo. Per garanzia si intende l’organizzazione di una vera e propria tutela giurisdizionale internazionale, sostitutiva di quella nazionale quando si dimostra inefficace.

Esiste però anche una difficoltà che riguarda le condizioni per la concreta attuazione dei diritti umani. Per la realizzazione dei diritti dell’uomo occorrono spesso condizioni obiettive che non dipendono dalla buona volontà di coloro che li proclamano né dalle buone disposizioni di coloro che presiedono ai mezzi per proteggerli. E’ noto che il tremendo problema di fronte al quale si trovano oggi i paesi in via di sviluppo è di versare in condizioni economiche tali che non permettono, nonostante i programmi ideali, di sviluppare la piena protezione dei diritti fondamentali dell’uomo. L’attuazione di una maggiore protezione di tali diritti, infatti, è connessa con lo sviluppi globale della civiltà umana. Non si può porre il problema dei diritti dell’uomo senza tenere presenti i due grandi problemi del nostro tempo, che sono i problemi della guerra e della miseria, dell’assurdo contrasto tra l’eccesso di potenza che ha creato le condizioni per una guerra sterminatrice, e l’eccesso di impotenza che condanna grandi masse umane alla fame. Solo in questo contesto ci possiamo avvicinare al problema dei diritti dell’uomo con senso realistico.

L’ultimo tipo di problema circa lo sviluppo dei diritti umani riguarda il contenuto della Dichiarazione: rispetto al contenuto essa non può essere considerata definitiva. I diritti dell’uomo infatti emergono gradualmente nel corso della storia in risposta alle mutate condizioni di vita: essi sono mutevoli e quindi suscettibili di trasformazione e allargamento.

La comunità internazionale si trova oggi di fronte non solo al problema di apprestare valide garanzie a quei diritti che sono contenuti nella Dichiarazione, ma anche a quello di perfezionarne continuamente il contenuto. Questa necessità di aggiornare la Dichiarazione ha portato all’approvazione di diversi documenti interpretativi e integrativi del testo originale. Ne sono un esempio la Dichiarazione dei diritti del fanciullo (1959), la Convenzione sui diritti politici della donna (1952), la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale (1965), e la Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai paesi ed ai popoli coloniali (1960)

PARTE SECONDA

ASSOCIAZIONI PER LA DIFESA DEI DIRITTI UMANI

E PROBLEMI ATTUALI

AMNESTY INTERNATIONAL
Mettere fine agli arresti segreti, alla tortura e agli omicidi richiede un lavoro organizzato e internazionale. Accanto agli organismi governativi (come ad esempio l’ONU e tutti gli altri organi che da essa dipendono), possiamo trovare anche numerose organizzazioni internazionali, tra le quali Amnesty International.

Amnesty International è un movimento internazionale, indipendente da qualsiasi governo, interesse politico o credo religioso. Essa fu fondata nel 1961 e lavora per la promozione e la difesa dei diritti umani, concentrando la sua attività in particolare sui casi dei singoli prigionieri. Possiede uno status consultivo presso le Nazioni Unite e ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1977.
Gli obiettivi di Amnesty International


  • Si batte per la liberazione e l’assistenza di prigionieri per motivi di opinione: uomini e donne detenuti per le proprie opinioni, il colore della pelle, il sesso, l’origine etnica, la religione, che non abbiano usato violenza o non ne abbiano promosso l’uso.

  • Sollecita procedure giudiziarie eque e rapide per i prigionieri politici e lavora a favore di coloro che si trovano detenuti senza processo o imputazione.

  • Si oppone incondizionatamente alla pena di morte e alla tortura, così come a ogni altro trattamento crudele e degradante per la persona umana.

  • Si oppone alla pratica delle sparizioni e delle esecuzioni attuate arbitrariamente dai governi, così come agli omicidi avvenuti ad opera di gruppi armati di opposizione ai governi.

  • Svolge un’attività di educazione ai diritti umani attraverso la quale promuove la consapevolezza e l’aderenza alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e ai valori in essa contenuti.


Le tecniche

Per attuare i suoi obiettivi, Amnesty Internatinal usa tecniche diverse, tutte miranti ad esercitare una forte pressione sui governi. Le tecniche di intervento variano a seconda della situazione ma sono essenzialmente quattro:



  • Tecnica dell’adozione: azioni a lungo termine intraprese in caso di prigionieri di opinione condannati a molti anni di detenzione.

  • Azioni urgenti: vengono attuate nel caso di persone in serio pericolo di vita o di tortura che necessitano pertanto di un’azione tempestiva e concentrata nelle ore immediatamente dopo l’arresto.

  • Le campagne: consistono in una massiccia mobilitazione del movimento. Esse hanno il duplice obiettivo di denunciare le violazioni dei diritti umani, cercando di colpire l’opinione pubblica, coinvolgendola in azioni concrete a favore delle vittime, e di esercitare al tempo stesso una forte pressione sulle autorità dei paesi dove questa violazioni si verificano.

  • Reti d’intervento su aree regionali: sono state studiate per fronteggiare situazioni in cui il metodo dell’adozione è inefficace.


LA PENA DI MORTE
L’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo riconosce ad ogni persona il diritto alla vita e l’articolo 5 afferma in modo categorico che “nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a punizioni crudeli, disumane o degradanti”.

La crudeltà della pena di morte è evidente. Come la tortura, un’esecuzione rappresenta un estremo insulto, fisico e mentale, a una persona già resa inerme dall’intervento delle autorità governative. La pena di morte nega il valore della vita umana. Essa inoltre può comprendere altre violazioni ai diritti umani. Non solo c’è un pregiudizio etnico e razziale, non solo ci sono leggi che permettono di condannare a morte i minorenni e le persone con un quoziente intellettivo inferiore alla norma, ma c’è anche il sospetto che la pena di morte venga utilizzata come mezzo di pulizia sociale, di epurazione.

Inoltre alcuni paesi non prevedono la pena di morte solo per l’omicidio (il reato capitale per eccellenza), ma anche per reati minori, come piccoli furti.

Spesso poi tra i condannati a morte vi sono i perseguitati per motivi politici e religiosi, persone a volte colpevoli di soli reati di opinione, che non hanno usato alcuna violenza.

Ci si aspetterebbe che, in un paese dove vige la pena di morte per determinati reati, siano previste anche particolari garanzie, al fine di evitare di commettere errori giudiziari purtroppo irrimediabili. E invece solo raramente è così. Alcuni processi celebrati in Iran di recente sono durati solo pochi minuti, davanti ad un giudice non indipendente (un’autorità religiosa) e si sono conclusi con una sentenza di morte inappellabile eseguita quasi immediatamente.

Un terzo aspetto che riguarda la pena di morte in pratica, ovvero la pena di morte effettivamente eseguita, è quello del metodo di uccisione. Sembra che non esistano metodi indolori. E certamente non lo sono quelli attualmente utilizzati. Per quanto riguarda la morte attraverso la sedia elettrica, sono noti negli Stati Uniti diversi casi in cui sono state necessarie varie scosse prima che il detenuto morisse. E’ per questo motivo che l’esecuzione capitale, oltre a violare il diritto alla vita, è anche una forma di tortura fisica.


I dati sulla pena di morte

La metà dei paesi del mondo ha abolito la pena di morte di diritto o di fatto. Le informazioni più recenti possedute da Amnesty International mostrano che:



  • 72 paesi hanno abolito la pena di morte per tutti i reati

  • 13 paesi hanno abolito la pena di morte per tutti i reati tranne che per quelli eccezionali e per quelli commessi in tempo di guerra

  • 21 paesi si possono considerare abolizionisti di fatto: mantengono la pena di morte ma non eseguono condanne a morte da più di dieci anni

In totale 106 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica. 89 paesi mantengono la pena di morte, ma il numero di paesi che eseguono condanne è sempre più esiguo ogni anno

Secondo i dati in possesso di Amnesty International, nell’anno 2000 almeno 1625 persone sono state giustiziate in 37 paesi e almeno 3899 persone sono state condannate a morte in 78 paesi.
La pena di morte in Italia

In Italia tutti gli stati preunitari, ad eccezione della Toscana, prevedevano la pena di morte, che nel 1889 fu abolita dall’ordinamento del Regno d’Italia con il codice Zanardelli. Reintrodotta dal fascismo per i più gravi delitti politici con le Leggi Fascistissime nel 1926, e per quelli comuni nel 1930, fu definitivamente sostituita dall’ergastolo con un decreto legislativo dell’agosto 1944,dopo la caduta del fascismo. La Costituzione italiana, ribadendone all’articolo 27 il divieto e riaffermando il principio secondo il quale le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso dell’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, ha lasciato in vigore la pena di morte solo per i casi previsti dalla legge militare. Anche questi casi sono però definitivamente caduti nel 1994.


Costituzione Italiana

Articolo 27, comm. 3 e 4

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non è ammessa la pena di morte.

Il dibattito sulla pena di morte: tesi a favore dell’abolizione e del mantenimento

Il dibattito tra i sostenitori della pena di morte e gli abolizionisti è relativamente recente. Per secoli il problema se fosse lecito condannare a morte un detenuto non è stato neppure posto. Bisogna giungere all’illuminismo per trovarsi per la prima volta di fronte a un dibattito su questo argomento. In particolare è stata molto importante l’opera di Beccaria, “Dei delitti e delle pene”, dove egli sostiene la tesi che la pena di morte non è utile (necessaria), in quanto non occorre che le pene siano crudeli per fungere da deterrenti, l’importante è che siano certe.

Ma è solo dall’ultimo dopoguerra che la pena di morte è stata presa in considerazione come eventuale violazione di diritti umani internazionalmente tutelati.

In primo luogo se ne discute riguardo al diritto alla vita, ci si chiede cioè se la pena di morte possa costituire o no un’eccezione a tale diritto. Essa, da questo punto di vista, viene giustificata considerandola come una forma di legittima difesa dello stato. Ma ha senso affermare che uno stato può agire in legittima difesa contro un individuo? Da una parte lo stato, che detiene il monopolio della forza, ha a disposizione pene alternative. Dall’altra, la pena di morte inflitta al termine di un processo non è più una reazione immediata al crimine (come dovrebbe essere la legittima difesa) ma un “omicidio legale premeditato”.

Esiste poi una teoria utilitaristica della pena di morte, che fa riferimento al suo poter deterrente. Ma in molti casi di omicidio o violenza (ovvero di reato spesso commesso sotto l’effetto di droghe, alcool, o comunque in condizioni in cui l’omicida manca di lucidità) sembra improbabile che l’assassino possa calcolare a mente fredda le conseguenze del suo gesto. Nei casi invece in cui egli è in grado di esaminare tutte le possibili conseguenze del crimine che intende commettere, è probabile che ritenga di avere buone possibilità di non essere punito. In altre parole, sembra confermata la tesi di Beccaria: è l’incertezza della pena e non la sua lievità a far venir meno l’effetto dissuasivo.

Ma la tesi abolizionista della mancanza di deterrenza della pena di morte ha un punto debole: se si potesse dimostrare che, in dato momento e in determinate circostanze, la pena capitale ha avuto un effetto dissuasivo, l’intero argomento a favore dell’abolizione verrebbe a cadere.

E’ per questo che gli abolizionisti fanno riferimento anche ad altri elementi, come ad esempio il problema dei recidivi. Non c’è dubbio che l’esecuzione di una sentenza di morte impedisca al condannato di commettere altri crimini, non è questo il problema di cui si discute. La prima questione è piuttosto di sapere in che misura si può stabilire se un detenuto commetterà ancora lo stesso crimine. Qui entra di nuovo in gioco il problema dei mezzi alternativi a disposizione dello stato per impedire che ciò accada. Diversi studi indicano la difficoltà estrema di fare previsioni a lungo termine in fatto di recidiva. In conclusione, secondo i sostenitori della pena di morte, questa rappresenta un modo certo per impedire che un criminale possa continuare a mietere vittime. Per gli abolizionisti si tratta di un sistema di giustizia criticabile in quanto si affida a provvedimenti irrevocabili sulla base di previsioni assai incerte.

Si discute della pena capitale anche sul piano etico, domandandosi se questa sia “giusta” o no. Essa si giustifica, in questa prospettiva, come punizione perfettamente corrispondente al crimine commesso. Ma i diritti fondamentali non possono essere sottratti ad un individuo perché ha commesso un crimine, per quanto crudele possa essere.

Questo argomento porta ad alcune considerazioni importanti. Esiste davvero un sistema giudiziario in grado di stabilire con esattezza chi merita di morire, ovvero chi merita una pena che ha il carattere drammatico dell’irreversibilità? Gli errori sono purtroppo presenti in tutti i sistemi giudiziari, e un errore commesso sulla pena capitale è l’unico a cui non si può porre rimedio.

U
n caso recente: Missione per Safyia


Safya Husseini è una donna nigeriana che ha avuto un figlio fuori dal matrimonio, dopo il divorzio dal suo terzo marito e per questo, è stata condannata ad essere sepolta nel terreno fino all'altezza del seno e ad essere lapidata dai suoi concittadini. La sua storia mescola stupro, intrighi amorosi e leggi ingiuste. Il cugino del suo ex marito, dopo il divorzio, l’ha corteggiata a lungo e, in seguito al suo rifiuto, l’ha stuprata. A Safyia però non è mai stata data la possibilità di dimostrarlo. Il suo crimine, l’avere avuto un bambino fuori dal matrimonio, è considerato gravissimo dalla Sharia, la legge islamica. Ma non prevede sempre una punizione così crudele: se Safyia non fosse stata sposata prima, se la sarebbe cavata “soltanto” con 100 frustate. Attorno alla donna è scattato un movimento di solidarietà che ha coinvolto le maggiori associazioni umanitarie del mondo e che ha spinto il presidente della Nigeria a intervenire affinchè a Safyia fosse concesso di difendersi in appello. La sentenza di colpevolezza è stata così annullata e ora Safya può vivere e far crescere la sua bambina.





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