Storia della pena e nascita della prigione: cenni


istituti per l’esecuzione delle misure di sicurezza detentive



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istituti per l’esecuzione delle misure di sicurezza detentive:

-colonie agricole;

-case di lavoro;

-case di cura e custodia;

-ospedali psichiatrici giudiziari(o.p.g.).

  1. centri di osservazione,che sono costituiti come istituti autonomi o come sezioni di altri istituti(ad es. a Poggioreale il centro di osservazione è una sezione ad hoc).Essi sono preposti all’osservazione scientifica della personalità dei condannati e degli internati per rilevarne le carenze psico-fisiche e le altre cause del disadattamento sociale.Le risultanze dell’osservazione sono inserite nella cartella personale.Su richiesta dell’autorità giudiziaria possono essere assegnate ai detti centri per l’esecuzione di perizie medico-legali anche le persone sottoposte a procedimento penale.I centri di osservazione svolgono inoltre attività di ricerca scientifica.

I soggetti affetti da infermità o minorazioni fisiche o psichiche devono essere assegnati ad istituti o sezioni speciali per idoneo trattamento,giacché essi in virtù delle loro particolari condizioni non possono essere sottoposti al regime degli istituti ordinari.

La costituzione,la trasformazione e la soppressione degli Istituti Penitenziari nonché delle sezioni sono disposte con decreto ministeriale.

Secondo un recente progetto gli istituti a vigilanza attenuata per ospitare giovani adulti alla prima esperienza penitenziaria e con fine pena non rilevante(questo progetto dovrebbe ad esempio attuarsi nell’ex carcere femminile Arienzo).


Gli effetti della l. 10 ottobre 1986 n° 663 (c.d. Legge Gozzini)

Come abbiamo precedentemente notato, la riforma penitenziaria del 1975 ebbe scarso successo pratico. Le ideologie di fondo che la ispirarono erano contrastanti e poco meditato ne fu il risultato ottenuto. Come parte della dottrina20 ha fatto notare, gli anni che precedettero la legge sull'ordinamento penitenziario, furono caratterizzati da istanze utopiche di riformismo penale. L'illusione che si era creata fu madre della riforma, che, nonostante rappresentasse forse il frutto più avanzato del settore, non trovò alla sua base una situazione storico- politica adeguata per la sua effettiva realizzazione.

La principale causa del fallimento della riforma penitenziaria è da rinvenirsi nell'aver ingenuamente affidato all'istituzione penitenziaria il duro compito di attuare la legge, nonostante un'impreparazione facilmente prevedibile. Tale insuccesso "assume un valore emblematico sotto l'aspetto dei rapporti tra il testo della legge e le strutture operative, materiali e personali, necessarie per darvi attuazione. La legge penitenziaria è forse l'esempio più evidente di una riforma che, scritta sulla carta, è rimasta completamente priva di strumenti di attuazione"21. Così l'eccessiva distanza che ci fu tra legge e possibilità reali di realizzazione dette inizio, già all'indomani della sua approvazione, ad un acceso dibattito sfociato, dieci anni dopo, in una nuova legge: la l. 10 ottobre 1986 n°663, nota come legge Gozzini.

Questo nuovo intervento del legislatore evidenzia quali siano stati i criteri ispiratori che hanno negli anni acceso gli animi, cercando al contempo di contemperarli con esigenze insopprimibili di sicurezza.

Tali criteri furono vari, come la depenalizzazione e la collegata degiurisdizionalizzazione, ma, per ciò che qui ci interessa maggiormente, soprattutto quello della decarcerizzazione. La legge tenta di mediare le due opposte istanze: da un lato la sicurezza, dall'altro lo sviluppo di trattamenti individualizzati extramurari. Sul presupposto di differenziare il trattamento a seconda della persona che lo riceve, abbiamo in questa legge la coesistenza di istituti assai diversi, tendenti a raggiungere scopi opposti, ma conciliabili sotto la medesima ottica. Da un lato troviamo la possibilità di uscire dal carcere temporaneamente attraverso il lavoro esterno, i permessi premio e la semilibertà; inoltre un ampliamento del ventaglio di situazioni in cui il condannato può essere esentato dall'esperienza carceraria, come la detenzione domiciliare ab origine e l'affidamento in prova senza osservazione; la possibilità di vedersi ridotta la pena detentiva con gli istituti dell'affidamento in prova e detenzione domiciliare congiunta, liberazione anticipata, liberazione condizionale.

Tutti questi istituti nella loro varia articolazione, riflettono quella tendenza politica tesa a ridurre in modo consistente la pena detentiva, offrendo delle aperture all'esterno del carcere se non proprio in sua sostituzione, tenendo conto dei singoli soggetti che ne possono usufruire.



Dall'altro lato abbiamo istanze restrittive che sottolineano invece l'aspetto contenitivo dell'istituzione penitenziaria per il perseguimento degli scopi di ordine e sicurezza. In quest'ottica si collocano le previsioni di sorveglianza particolare commisurata ai criteri di pericolosità del soggetto, che sono l'espressione di una "insopprimibile preoccupazione di difesa sociale"22 cui la società non può rinunciare. Meno sotterranee che nel passato sono in questi casi le esigenze di neutralizzazione del detenuto pericoloso cui l'istituzione sembra non poter reagire che in modo rigido. Queste due linee di pensiero opposte sottendono ad una stessa ispirazione di differenziazione trattamentale, che nel 1986 sembra essere finalmente più attuabile rispetto a dieci anni prima. Anche la riforma del 1975, come abbiamo visto, aveva come scopo fondamentale quello del "trattamento individualizzato", ma solo con l'avvento della legge Gozzini, che ne rappresenta il naturale sviluppo, si riesce a trasformare le nuove istanze in realtà. Partendo dalle medesime premesse di base, la legge n.663/86 va a completare il quadro soltanto abbozzato della precedente riforma che aveva voluto, evidentemente troppo drasticamente, realizzare un " capovolgimento della filosofia carceraria repressiva ed emarginante, alla quale si era ispirato il regolamento del 1931"23. Nonostante lo sforzo teso a coordinare le disposizioni del 1975 con quelle della nuova legge per renderle applicabili e, in alcuni casi, comprensibili, il risultato non fu sempre soddisfacente. Mi riferisco, ad esempio, al mancato coordinamento tra i due nuovi istituti dell'affidamento in prova senza osservazione (artt. 47, 3° e 4° comma; 47-bis ord. pen.) e della semilibertà "senza espiazione" ( art.50, 6° comma ord. pen.) che realizzarono un linea politica ormai chiara di sottrarre quando possibile, determinati soggetti all'esperienza carceraria. Non furono inoltre chiariti alcuni dubbi su certe questioni lamentate negli anni passati riguardanti, ad esempio, il problema della revoca dell'affidamento in prova. Il legislatore del 1986 si incaricò di risolvere la questione, anche se in modo parziale, con gli artt. 51-bis e 51-ter inseriti nella legge del 1975. In particolare l'art. 51-bis riguarda i casi di sopravvenienza di nuovi titoli di privazione della libertà durante l'attuazione dell'affidamento in prova al servizio sociale o della detenzione domiciliare o del regime di semilibertà. Con l'intervento legislativo del 1986 si stabilisce in capo al magistrato di sorveglianza, la possibilità e non la necessità, almeno nei dubbi dell'interprete, di sospendere l'esecuzione della misura in corso in attesa della decisione definitiva del tribunale di sorveglianza. In caso contrario, e questo sembra lo scopo tendenziale della norma, il magistrato, tenuto conto del cumulo delle pene, se rileva che permangono le condizioni di cui al comma 1 dell'art. 47 (Affidamento in prova: la pena detentiva inflitta non supera i tre anni) o al comma 1 dell'art.47-ter (Detenzione domiciliare: pena della reclusione non superiore ai tre anni, adesso elevati a quattro con la l. n°165/98, nei casi previsti tassativamente ai punti 1, 2, 3, 4 dello stesso comma) o ai primi tre commi dell'art. 50 (Ammissione alla semilibertà), dispone con decreto la prosecuzione provvisoria della misura in corso. Queste disposizioni verificano la tesi precedentemente accennata di una tendenza decarcerizzante nei casi possibili, in base cioè alla realtà delle singole situazioni esecutive, affidando al magistrato il potere di adattare la misura stessa in base ai fatti nuovi sopravvenuti, munendolo però di un potere di intervento di ripristino dell'originaria detenzione nel caso di condotte trasgressive.
Altra novità di grande rilievo è stata la rielaborazione della fondamentale misura dell'affidamento in prova al servizio sociale ex art. 47. La legge di riforma del 1986 ha riscritto tale istituto eliminando numerose limitazioni stabilite dal legislatore del 197524. Con il nuovo art. 47, così come modificato, i limiti sono ridotti, almeno per ciò che riguarda i limite esterno, alla sola necessità di una pena inflitta ( sorvolando sui gravi problemi interpretativi che questa ha provocato negli anni seguenti, risolti con l'interpretazione autentica fornita dal legislatore con la legge n.353/92, art. 14-bis) non superiore ai tre anni (art 47, 1° comma). Mentre per quello che riguarda il limite interno questo riguarda la "prognosi di sufficienza delle prescrizioni" (art.47, 2°comma ) a garantire che il beneficiario non ricada nel reato e che queste siano idonee ad agevolare la sua rieducazione.

Altra importantissima modifica è l'abrogazione del vecchio 2° comma dell'art.47, modificato come abbiamo appena visto, che conteneva delle pesanti limitazioni in ordine ai tipi di reati che portavano all'esclusione della possibilità di usufruire della misura in discorso. Tali reati, la cui elencazione fu introdotta per la prima volta con la legge 12 gennaio 1977 n°1, poi aggiornata successivamente con la legge 13 settembre 1982 n°646, erano i c.d. reati ostativi, ostativi appunto alla concessione dell'affidamento. Per avere ben chiaro di cosa si trattasse è bene farne qui memoria: delitti di rapina, rapina aggravata, estorsione, estorsione aggravata, sequestro a scopo di estorsione o di rapina, e, dulcis in fundo, associazione a stampo mafioso. Anche la Corte Costituzionale25 fu investita della sospetta legittimità costituzionale dell'articolo in questione per contrasto con gli art. 3 e 27 3°comma Cost., cioè per violazione del principio di uguaglianza e della funzione rieducativa della pena, ma le conclusioni di questa furono elusive sostanzialmente dell'effettivo problema, riaffermando la validità della norma. La legislazione "d'emergenza" aveva così prodotto i suoi frutti, che solo attraverso gli anni e con l'ausilio di una dottrina26 tenace in materia, fu possibile estirpare.

Nonostante l'incompletezza dell'esame della riforma del 1986 si può avanzare un quadro generale ricostruttivo del discorso.

La legge 663/86 combinata con la riforma del 1975 dà luogo ad un sistema differenziato di espiazione della pena, nonché alla adattabilità della stesse con delle modalità elastiche ed adattabili alle singole esigenze. Le conseguenze di tale impostazione danno luogo al fenomeno della "decarcerizzazione delle misure alternative"27, ovvero dire nella possibilità senza limitazioni di usufruire di misure alternative, essendo venuto meno anche il limite della necessità della attuale esecuzione della pena28. Queste decisive innovazioni hanno lo scopo evidente di permettere o comunque agevolare il reinserimento del condannato nel tessuto sociale ed evitare quel fenomeno stigmatizzante che è il carcere, che notoriamente produce una desocializzazione difficilmente sanabile in un secondo momento. Nonostante i nobili intenti del legislatore parte della dottrina, in particolare Bricola e Ferrajoli, ne evidenzia i difetti e i pericoli intrinseci. Bricola mette in risalto come questo binomio indulgenza-afflittività sia molto meno alternativo di quanto non si creda, ma che gli istituti "indulgenziali" siano l'eccezione che vuole, anzi, riaffermare la regola del "carattere afflittivo e retributivo del sistema sanzionatorio complessivo, anche se ammantata da finalità di rieducazione"29. Ferrajoli ha messo in luce un aspetto decisamente presente nella realtà penitenziaria dei nostri giorni, evidenziando come l'aver affidato a singoli soggetti la decisione circa l'ammissibilità o meno delle misure alternative possa essere causa di gravi disparità di trattamento dovute a scelte che rimangono necessariamente discrezionali. Il giudice che può disporre delle misure "non accerta fatti, ma valuta persone e per quanto dal suo giudizio si determinino legalmente i presupposti, questi saranno sempre delle scatole vuote, oggetto non di asserzioni o prove, ma di giudizi potestativi di un uomo su di un altro uomo, destinati a sconfinare nell'arbitrio"30. In effetti, i rilievi critici dell'Autore non sono privi di fondamento sol che si pensi a quanto, su una scelta di questo tipo, possano influire le personalissime convinzioni, inclinazioni, opinioni culturali, politiche ecc.. Un potere siffatto nelle mani di un solo soggetto porta inevitabilmente a pericoli di abuso; non resta che sperare che chi lo possiede ne faccia un uso il più possibile imparziale, dato che ogni deviazione da detto criterio porta immancabilmente ad una diretta incidenza sulla sorte di una persona.

Legge n.165/98 (Legge Simeone)*

Riassumendo sinteticamente quegli strumenti normativi che, susseguitisi nel tempo, hanno determinato dapprima la creazione del complesso delle misure alternative e, in seguito, anche attraverso disposizioni procedurali, hanno inciso sulla struttura sostanziale degli istituti e sull’ottica in cui, nel nostro ordinamento, viene ad essere considerata la funzione stessa della pena, sarà più agevole comprendere come questo ordinamento si sta indirizzando ad essere.


La L. n. 354/75 nell’introdurre le misure alternative fissò il rigoroso principio che le richieste dovessero essere sempre effettuate dalla persona detenuta o internata o, comunque, nell’interesse di essa. La pronuncia di ammissione alle misure alternative assumeva, pertanto, il contenuto di una concessione a favore della persona assoggettata all’esecuzione penale e, per questo motivo, prese campo la definizione di benefici penitenziari in luogo di quella di misure alternative.

La L. n. 297/85 , per consentire l’inizio o la prosecuzione di un programma terapeutico da tossicodipendenza o alcooldipendenza, introdusse il diritto di chiedere l’affidamento in prova al servizio sociale nello stato di libertà, con l’obbligo per l’organo dell’esecuzione, a fronte di istanza debitamente documentata, di non emettere l’ordine di carcerazione (o di ordinare la scarcerazione dell’interessato qualora l’ordine fosse già stato emesso ed eseguito) e di investire la magistratura di sorveglianza per la decisione sul merito.

La successiva L. n. 663/86 (Legge Gozzini) introdusse la facoltà per persone ancora in stato di libertà, di formulare istanza di ammissione alle misure alternative dell’affidamento in prova, della semilibertà e della detenzione domiciliare (con l’ovvia condizione che la pena da eseguirsi fosse contenuta entro i limiti previsti) con l’obbligo per l’organo dell’esecuzione di sospendere l’ emissione dell’ordine di carcerazione o l’esecuzione dello stesso sino alla decisione della competente magistratura di sorveglianza. Rimaneva esclusa, salve le ipotesi di richiesta di affidamento terapeutico per tossico o alcooldipendenza, la possibilità di scarcerazione in relazione all’istanza.

La L. n. 165/98 (Legge Simeone) eliminò, attraverso specifiche disposizioni, i due seguenti nodi problematici che emergevano dall’esame della L. n. 663/86:



    1. esistenza di squilibrio di trattamento tra soggetti che, o per conoscenze personali derivanti da precedenti esperienze penitenziarie, o perché assistiti da una difesa attenta, erano in grado di ottenete la protrazione dello stato di libertà in vista della trattazione delle istanze e, dall’altro lato, di soggetti che, avendo ormai sofferto l’inserimento in carcere, non potevano che ricorrere all’ordinaria istanza dallo stato detentivo;

    2. esistenza della possibilità di ottenere la reiterazione di provvedimenti sospensivi dell’esecuzione della medesima pena attraverso la presentazione di istanze, in tempi successivi l’una rispetto all’altra, volte all’ottenimento di differenti misure alternative.

La L. Simeone intese perseguire gli obiettivi di evitare la privazione della libertà di persone che, pur condannate, abbiano veste e titoli per fruire di misure alternative alla detenzione, nonché di accelerarne (sia pure in via interlocutoria) l’adozione a favore di detenuti a ciò legittimati, evitando il dannoso protrarsi della carcerazione determinato dall’accumulo degli affari presso i tribunali di sorveglianza. A tali fini, il legislatore ha usato lo strumento della rielaborazione del codice di procedura penale nella disposizione concernente l’esecuzione delle pene detentive e gli interventi del pubblico ministero, nonché della modificazione e dell’integrazione della normativa dell’ordinamento penitenziario.In particolare, è statuito (art. 656 c.p.p.) che il pubblico ministero sospenda l’esecuzione delle pene detentive, anche se residue, contenute entro i limiti di con cedibilità degli strumenti alternativi e disponga la notifica dell’ordine di esecuzione e del decreto di sospensione al condannato con avviso della facoltà a costui riservata di presentare, nel termine perentorio di trenta giorni, istanza adeguatamente documentata per la concessione dell’affidamento in prova , della detenzione domiciliare, della semilibertà, dell’affidamento terapeutico o della sospensione dell’esecuzione per i reati commessi in relazione allo stato di tossicodipendenza. A seguito dell’istanza, il pubblico ministero è tenuto a trasmettere gli atti al tribunale di sorveglianza per la decisione sul merito. Sono dettate norme per consentire la concessione di misure alternative ai condannati già agli arresti domiciliari, mentre per i condannati in stato di detenzione in carcere, è attribuita, al magistrato di sorveglianza, su determinati presupposti, la possibilità di disporre la liberazione del condannato in vista della successiva possibile ammissione, da parte del tribunale di sorveglianza, all’affidamento in prova al servizio sociale o al regime di semilibertà, nonché di disporre l’applicazione provvisoria della detenzione domiciliare sempre in vista della successiva decisione da parte dell’organo collegiale.

Appare evidente che, attraverso la complessa normativa che abbiamo qui sinteticamente esposta nei suoi aspetti salienti, il concetto di beneficio penitenziario più sopra delineato ha perso significato mentre ha preso corpo una situazione in cui lo Stato, pur continuando a mantenere in vita un sistema sanzionatorio essenzialmente basato sulla privazione della libertà personale, si è dato carico di provocare esso stesso l’adozione delle più opportune misure alternative.

Quindi allo stato attuale della legislazione, l’esecuzione penitenziaria non costituisce più il centro dell’esecuzione penale; infatti, alla luce dei risultati della sua prima applicazione, la L. n. 165/98, in particolare con la previsione dell’art. 656 c.p.p. e l’automatica sospensione di tutte le pene inferiori a tre anni, costituisce il punto di partenza verso una nuova concezione della fase dell’esecuzione, con l’obbligo di previa verifica della possibilità di applicare sanzioni non carcerarie al condannato.

L’esecuzione penitenziaria si è pertanto avviata a costituire sanzione penale residuale. Essa viene applicata automaticamente alla presunzione di pericolosità sociale che il legislatore prevede per le pene superiori a tre anni, ovvero solo ove una misura alternativa non possa trovare applicazione.*



Alla luce della riforma attuata dalla L. Simeone, l’art. 656 c.p.p. -Esecuzione delle pene detentive-, recita “Quando deve essere eseguita una sentenza di condanna a pena detentiva, il pubblico ministero emette ordine di esecuzione con il quale, se il condannato non è detenuto, ne dispone la carcerazione. Copia dell’ordine è consegnata all’interessato.




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