Storia della pena e nascita della prigione: cenni



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comma 11 afferma invece che quando risulti che i familiari non mantengono rapporti con il detenuto o l’internato, la direzione ne fa segnalazione al centro di servizio sociale per gli opportuni interventi.

I colloqui hanno la durata massima di un’ora e si svolgono in locali appositamente previsti.

Sempre il comma 10 prevede la possibilità di accorpare i colloqui sino ad un massimo di due ore nel caso in cui il congiunto o il convivente del detenuto risieda in un comune diverso da quello in cui ha sede l’istituto.

I colloqui telefonici sono disciplinati in maniera analoga a quelli visivi per quanto concerne l’individuazione dell’autorità competente alla loro autorizzazione. L’unica differenza sta nel fatto che per gli appellanti e i ricorrenti l’autorità competente è il Magistrato di sorveglianza (anche se spesso egli delega il direttore dell’istituto perché comunque si tratta di colloqui come quelli visivi, nonostante il legislatore li abbia distinti), mentre per i condannati e gli internati (cioè i definitivi) è competente il direttore dell’istituto.

La corrispondenza telefonica è disciplinata dall’art. 39, che fissa il numero delle telefonate a una a settimana per i detenuti comuni o ordinari, mentre a due al mese per i 4/bis. Ciascuna conversazione telefonica non può durare più di dieci minuti ed è a spese dell’interessato, il quale non può comporre il numero, in quanto a ciò è preposto il centralino. Al comma 3 di quest’art. viene ammessa la possibilità di concedere conversazioni telefoniche in numero superiore a quelle previste in considerazione di motivi di urgenza o di particolare rilevanza, se la stessa si svolga con prole di età inferiore ai dieci anni, nonché in caso di trasferimento del detenuto.

Con il D.P.R. n. 230 del 2000 si è avuta l’affermazione del diritto del detenuto a mantenere rapporti con i familiari, perché in precedenza tale diritto risultava compresso in caso di sanzione disciplinare di esclusione dalle attività in comune (della durata max di 15 gg), dal momento che il soggetto veniva isolato e non incontrava né i compagni di detenzione, né i familiari e né i terzi, e non poteva intrattenere conversazioni telefoniche. Oggi non è più così e il detenuto anche se sottoposto a questo tipo di sanzione disciplinare non perde il diritto ai colloqui visivi e telefonici.

Un’altra differenza tra il colloquio con i difensori e quello con i familiari sta nel fatto che il primo non può essere mai sottoposto a intercettazione (mentre i secondi sì su disposizione dell’autorità giudiziaria), giacché esso deve essere libero, perché altrimenti si andrebbe a ledere il diritto alla difesa.

La corrispondenza epistolare, disciplinata dall’art. 38, è libera, ma può essere sottoposta a censura con provvedimento dell’autorità giudiziaria competente. Non è invece possibile (per i motivi sopra citati) sottoporre a censura la corrispondenza destinata al difensore, purchè sulla busta ne sia indicato il nome e ne risulti la nomina. Discorso analogo vale per le telefonate rivolte al difensore, che non possono assolutamente essere intercettate. Le telefonate che sono invece rivolte ai familiari possono essere ascoltate e registrate su disposizione dell’autorità giudiziaria.




1 Per qualche macabro esempio si consulti Faucolt

2

 M.Focault, Sorvegliare e punire, La nascita della prigione, Einaudi, 1975, pag.83

3 W.Bradford, An inquiry how far the punishment of death is necessary in Pennsylvania, 1793, pag.3

4 Il Panopticon di J.Bentham è la figura architettonica adatta per eccellenza ad esercitare tali tecniche: il soldato, il religioso, lo studente, l'operaio, il malato, il detenuto saranno nel Panopticon sempre sotto il controllo vigile e nascosto dell'ispettore. Marotta, Temi di criminologia, Led, 2004

5 M.Focault, op.cit., pag.252

6 Morrone: il trattamento penitenziario e le alternative alla detenzione; Cedam, 1999

7 principi questi ultimi che riscontriamo nei moderni sistemi penali, nello specifico anche nel nostro ordinamento.

8 di tutt'altro avviso il Pagliaro, che sottolinea in modo molto significativo come non vi è esistenza della prova dell'efficienza di questa funzione intimidatrice nella pena, argomentazione quest'ultima che svolge in particolar modo con riguardo all'evento ulteriore che si verifica nei delitti qualificati dall'esito: in questa fattispecie giuridica, al verificarsi di un evento ulteriore sussegue un aumento di pena, comminato sulla sola base del nesso eziologico.

9 Mantovani, diritto penale, 2001

10 Camera dei deputati, Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori dell'Assemblea Costituente, pag. 180 e ss.


11 On. Leone Giovanni in Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori, seduta antimeridiana del 15 aprile 1947, pag. 903

12 Ci si riferisce qui ad un suo convincente intervento teso a placare gli animi contrariati per la questione: "...se noi siamo convinti, come chi vi parla è convinto, che effettivamente la società non deve rinunciare ad ogni sforzo, ad ogni mezzo affinché colui che è caduto nelle maglie della giustizia, che deve essere giudicato, che deve essere anche condannato, dopo la condanna possa offrire delle possibilità di rieducazione, perché ci dobbiamo rinunciare? Non importa a me che questo possa rispondere ad un postulato scientifico di una determinata scuola"On. Tupini, Presidente della prima Sottocommissione, alla nota prec., pag.905

13 Lo fece presente, senza parafrasi, l'on. Moro: "Il parlare di pene che devono tendere alla rieducazione del condannato, può essere considerato da parte dei futuri legislatori e da parte degli scienziati di un determinato orientamento, come fondamento di una pretesa ad orientare la legislazione penale italiana in modo conforme ai postulati della scuola positiva". Ciò che la Scuola Classica voleva far notare era che "la pena non ha esclusivamente uno scopo rieducativo, ma altresì uno scopo afflittivo, uno scopo repressivo, ecc." (Badini Confalonieri) e che per loro il fine rieducativo, seppur "nobilissimo", era tuttavia complementare tale da poter benissimo rimanere inespresso (Leone). Per tutti stessa seduta del 15 aprile 1947, in Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori

14 E.Fassone, La pena detentiva in Italia dall'800 alla riforma penitenziaria,

15

 E.Fassone, La pena detentiva in Italia dall'800 alla riforma penitenziaria, pag. 99

16 A. Ricci- G. Salierno, Il carcere in Italia, Einaudi ed., 1971, Cap. I, pag.36 e segg.

17 Ricci- Salierno, op.cit., danno una visione d'insieme della realtà carceraria dei, loro, ultimi 14 anni. Potranno sembrare statistiche un po' datate, ma se si considera che a parte l'incremento della delinquenza extracomunitaria negli ultimi decenni, rimangono tuttora interessanti. Per quello che riguarda, ad esempio la provenienza geografica per circoscrizione territoriale di nascita, questi erano i dati: NORD 27,1%, CENTRO 12,3%, SUD 56,9%, ESTERO 3,7%. Quest'ultimo dato, come ho avvisato, non è più valido. Secondo statistiche più recenti rinvenute sul sito www.diritto.it/articoli/penale/andreoni.htm, Fernando Massimiliano Andreoni, Dal carcere alla comunità di recupero, dalla comunità di recupero alla società civile. Analisi di un percorso possibile, la quota che egli stesso ritiene già ampiamente superata si aggirava nel 1996 intorno al 20%.

Per ciò che attiene alla provenienza sociale si di vide la popolazione detenute in due sottocategorie: per livello d'istruzione e per attività professionale. La prima, come è immaginabile, porta a deduzioni agghiaccianti: ANALFABETI 12,2%, ISTRUZIONE MEDIA 12%, ISTRUZIONE ELEMENTARE 75%, ISTRUZIONE UNIVERSITARIA 0,8%. Per ciò che riguarda l'attività professionale: DISOCCUPATI 29,2%, LAVORATORI 68%, IMPRENDITORI e DIRIGENTI 2.8%. Volendo fare un confronto tra le tipologie di reato, solo alcune, tra i dati in possesso di Ricci-Salierno e i dati attuali ( almeno fino al 1996) interessanti sono queste variazioni per i REATI CONTRO LA PERSONA: si parte nel 1954 con un 36,1%, per scendere, già nel 1960 al 30,6%, arrivando nel 1996 ad un 16%. Per i REATI CONTRO IL PATRIMONIO si osserva il medesimo fenomeno: si parte da un 47,8% nel 1954, un già ridotto 44,8% nel 1960, fino ad un 28,5% nel 1996. Diversa la situazione per i REATI CONTRO LA P.A. E L'ORDINE PUBBLICO che sono notevolmente aumentati: da un modesto 6% nel 1954 pressoché stabile per un decennio, si passa ad un 17,2% nel 1996 (da suddividere in 13,9% per i r. contro l'ordine pubblico e un 3,3% per quelli contro la P.A.). Nuovi e pesanti i reati connessi alla legislazione sulla droga che ricoprono oggi una grossa fetta delle cause detentive, nel 1996 ben il 17,9%. La comparazione temporale in oggetto è interessante per notare come, nonostante il mutare delle tendenze criminali, rimangono comunque stabili, o di poco modificate, quelle riguardanti l'estrazione sociale.



18


 E. Fassone, op. cit.., pag.100.

19 La bibliografia di questi anni è vastissima e di varia natura. Per citare solo alcuni degli autori o associazioni che parteciparono al dibattito: A.Bozzi, Il detenuto scomodo, Milano, Feltrinelli, 1972; S. Notarnicola, L'evasione impossibile, Milano, Feltrinelli, 1972; G. Salierno, La spirale della violenza, Bari, De Donato,1969. Tra i documenti: Lotta Continua (a cura di), Liberare tutti i dannati della terra, 1972, Ci siamo presi la libertà di lottare, 1973. Tra le inchieste: G.B.Lazagna, Il carcere, Milano, Feltrinelli, 1975; G. Salierno, La repressione sessuale nelle carceri italiane, Roma Tattilo, 1973; E.Sanna, Inchiesta sulle carceri, Bari, Laterza, 1970; P.G. Valeriani, Scuola e lotta in carcere, bari, De Donato, 1975; R.Vivian, La fogna del comportamento sociale, Udine, Società Editrice Friulana, 1977.

20 così V.Grevi, Scelte di politica penitenziaria e ideologie del trattamento nella l. 10 ottobre 1986, in Aa.Vv., L'ordinamento penitenziario dopo la riforma, Padova,1988; F.Bricola, Le misure alternative alla detenzione nel quadro di una nuova politica criminale, in Pene e misure alternative nell'attuale momento storico, Milano,1977; M. Pavarini, Fuori dalle mura del carcere: la dislocazione dell'ossessione correzionale, in Dei delitti e delle pene,1986.

21


 G.Neppi Modona, Alternative alla detenzione e riforma penitenziaria, Milano, 1977

22 Espressione di Margara. Il carcere riformato, a cura di F.Bricola, Bologna, 1977.

23 V.Grevi, op. ult. cit.

24 E' stato eliminato il presupposto negativo dell'applicazione della misura di sicurezza detentiva per il soggetto ritenuto pericoloso ex. art 203 c.p. cosicché può, con l'avvenuta modifica, essere destinatario ugualmente della misura dell'affidamento in prova. Tutto ciò in linea con le tendenze sviluppatesi negli anni seguenti alla riforma del 1975. Per alcuni spunti critici sull'argomento: A.Margara, Aspetti pratico-operativi delle misure alternative alla detenzione, in Aa.Vv., Pene e misure alternative nell'attuale momento storico, 1977, pagg. 47-91; E.Fassone, Probation e affidamento in prova, in Enc. dir., XXXV, 1986, pagg.783 e segg.

25 Cor. Cost. sent 7 luglio 1980 n° 107, in RIDPP,1981, pag 1132 e segg.

26 E. Fassone, Probation e affidamento in prova, op.cit.; V.Grevi, L'art.47 comma 2 dell'ordinamento penitenziario: una disposizione da rivedere, in RIDPP, 1976, pagg.577 e segg.; Giostra, Un limite non giustificato in tema di misure alternative, in Politica del diritto, 1978, pag. 435 e segg.

27 L'espressione è di F.C.Palazzo, La riforma penitenziaria del 1986: contenuto, scopi, e prospettive di un ulteriore provvedimento di decarcerizzazione, in Politica del diritto, 1988.

28 Nella riforma del 1975 le misure dell'affidamento in prova e della semilibertà potevano essere applicate solo a quei soggetti che si trovavano già in carcere, essendo quindi impossibile applicare tali istituti per evitare completamente l'esperienza detentiva. Ora con la legge Gozzini tale limite è stato eliminato.

29 F. Bricola, Le misure alternative alla pena nel quadro di una nuova politica criminale, in Aa.Vv., Le misure alternative nell'attuale momento storico, 1977.

30


 L.Ferrajoli, Diritto e ragione, Teoria del garantismo penale, Laterza, Bari, 1989.




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