Storia della pena e nascita della prigione: cenni


Nel ’75 il legislatore legifera in materia e si ha così la Legge n. 354 del 26/07/75 “ Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure preventive e limitative della libertà”



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Nel ’75 il legislatore legifera in materia e si ha così la Legge n. 354 del 26/07/75 “ Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure preventive e limitative della libertà”.

Anche per il diritto penitenziario hanno grande importanza le fonti del diritto, tra cui campeggia in primis, la Costituzione.

La Costituzione rappresenta la base del diritto penitenziario; in particolare è fondamentale l’ art. 27, per il quale “ la responsabilità penale è personale” e “l’ imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, cioè si presume che egli sia innocente fino alla sentenza passata in giudicato; questo articolo quindi stabilisce la differenza tra giudicabile ( l’ imputato) e condannato ( colui che è stato giudicato colpevole con condanna definitiva ). Ed è proprio in virtù di questa differenza che il giudicabile non deve stare a contatto con il condannato; il primo, infatti, è ancora di competenza del G.I.P. ( o comunque dell’autorità giudiziaria competente ), mentre il secondo è di competenza del magistrato di sorveglianza.

A Poggioreale, che è un istituto penitenziario molto grande, all’interno delle sezioni (chiamate padiglioni) vi è una separazione in piani tra giudicabili e condannati. Nei confronti dei primi gli operatori penitenziari hanno solo l’obbligo di custodia, mentre per i condannati è previsto anche un trattamento di rieducazione. La pena, infatti, non è solo afflittiva, ma tende anche alla rieducazione, ed è elastica, soggetta cioè a riduzioni.

Sempre in base all’ art. 27 della Costituzione “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”; quindi all’interno degli istituti penitenziari la violenza fisica può esistere solo se indispensabile, cioè come unico mezzo per far fronte a particolari situazioni (come prevenire o impedire atti di violenza e tentativi di evasione oppure vincere la resistenza, anche passiva, all’esecuzione degli ordini impartiti [art. 41 c.p.] ).

Ma la vera svolta, nell’ambito dell’amministrazione della giustizia penitenziaria, arriverà solo nel 1975, a cui tuttavia si è giunti dopo essere passati per gli anni rivoluzionari del 60, che a questa riforma ebbero sicuramente un attinenza.

Un momento di rottura: la contestazione sessantottesca e le sue influenze sul dibattito


Gli anni 1968 e seguenti, come è noto, provocarono una frattura a livello generale con la tradizione, in ogni campo. Anche le linee di pensiero riguardanti gli aspetti della pena subirono un notevole trauma, che nonostante i toni forse eccessivamente accesi ed intransigenti, furono un passo obbligato per la futura impostazione del problema. Violento il salto da un pacato dialogo accademico ad una contestazione spesso acerba e di totale rottura con il passato .

Con l'avvento dell'ondata sessantottesca il ventaglio degli interlocutori sulla pena viene rinnovato dall'ingresso nel dibattito di due nuovi soggetti: i detenuti e l'opinione pubblica. Come ci dice Fassone14, sarà, come avviene in ogni rapporto istituzionale, la "parte bassa" a rivelare il maggior dinamismo di pensiero e di idee.

Il 1969 sarà un anno fondamentale per questo mutamento. L'interesse generale volgerà uno sguardo molto più attento ed interessato all'istituzione carceraria, sia per le numerose rivolte che si verificarono, sia per l'insediarsi di un'idea nuova, ossia la sospettata presenza di implicazioni politiche nella detenzione. Le voci provenienti dal carcere ebbero una influente risonanza nell'opinione pubblica, che venne così a conoscenza di croniche disfunzioni delle prigioni e della critica condizione, se non anche subumana, dei detenuti. Dallo studio del singolo si passa all'azione di massa.

Accanto ad una protesta concreta, se ne affianca spontaneamente una teorica, non meno importante, con la quale, attraverso la "contestazione", si cerca di

" spogliare l'istituzione di ogni sua giustificazione ideale, il chiederle conto della sua esistenza, e il verificare se alla motivazione ufficiale che la legittima non si accompagni una motivazione occulta che la ispira"15. Il porre così impetuosamente in discussione il carcere porta inevitabilmente al vederne l'assenza di solide fondamenta, quali la sua naturalità e neutralità. Se fino a pochi anni prima veniva condotta una placida e astratta discussione scolastica sul tema della pena, ora la rivoluzione ideologica e, di conseguenza, d'impostazione di analisi, porta a mettere in dubbio la legittimazione stessa dell'istituto. Anzi, questo è uno dei più importanti risultati del periodo. In questi anni, infatti, si conduce un'analisi critica della realtà carceraria, non più su singoli aspetti istituzionali o teorici, ma sull'essenza stessa dell'istituto sul piano dei rapporti reali che scaturiscono dall'istituzione. Gli interrogativi che vengono posti sono semplici, ma inaspettate sono le conclusioni. Ci si chiede " chi va in carcere" e " perché ci va", la prima risposta offerta è che " ogni detenuto è un detenuto politico"16.

Dagli studiosi del tempo vennero condotti degli esami di stampo statistico sulla popolazione detenuta. Ricci e Salierno, ad esempio, osservarono le percentuali costanti tra gli anni 1953 e 1967 dei detenuti italiani secondo la regione di nascita, il livello d'istruzione, estrazione sociale, occupazione, tipo di reato17. Questi dati portano alla constatazione della bassa estrazione sociale della stragrande maggioranza dei detenuti con la conseguenza non tanto scientifica, ma critico-politica dell'affermazione di una radicale delegittimazione del carcere. Le prigioni sembrano essere premeditatamente destinate a questi individui nell'attuazione di un piano di politica generale. Diviene un ripostiglio degli esclusi da quella civiltà industriale, che già al suo affacciarsi vede la crescita di " masse di sbandati, che si formavano in tempi più rapidi di quelli occorrenti per il loro assorbimento nelle incipienti nuove forme di produzione"18.Si affaccia l'idea di una strumentalizzazione del reo la cui criminalizzazione è manovrata a fini antiidealistici dalla classe antagonista. Così, scoperto il nesso tra delitto e posizione sociale, si giunge al porre in discussione lo stesso concetto e l'esistenza della delinquenza. Vengono meno le basi ideologiche della definizione di criminalità, che costituiscono la premessa ineliminabile, nonché la necessaria giustificazione di un qualsivoglia intervento repressivo. Filo conduttore di quegli anni tormentati sarà un atteggiamento antiautoritario, che in questo campo si manifesta con la volontà di strappare definitivamente la veste idealistica ad una pena che giusta non appare più, ma che si è mostrata invece un'arma subdola nelle mani di una politica classista19.

La riforma del 1975.
Essa rappresentò una svolta, perché aprì le porte del carcere anche ad altri soggetti quali gli operatori, gli educatori, gli assistenti sociali e l’équipe di osservazione; inoltre con essa il detenuto cessò di essere considerato un numero e riprese la sua dignità di persona ( la legge infatti prevede che i detenuti vengano chiamati con il loro nome e non con il numero di matricola).

All’art. 1 della suddetta legge viene affermato che il trattamento penitenziario tende alla rieducazione dei detenuti, stabilendo così l’ importanza all’ interno degli istituti penitenziari di un percorso rieducativo.

L’ art. 13 recita che “il trattamento penitenziario deve rispondere ai particolari bisogni della personalità di ciascun soggetto. Nei confronti dei condannati e degli internati è predisposta l’ osservazione scientifica della personalità per rilevare le carenze fisiopsichiche e le altre cause del disadattamento sociale. … Per ciascun condannato e internato, in base ai risultati dell’ osservazione, sono formulate indicazioni in merito al trattamento rieducativo da effettuare ed è compilato il relativo programma, che è integrato o modificato secondo le esigenze che si prospettano nel corso dell’ esecuzione.

Il trattamento penitenziario è l’insieme delle leggi e dei regolamenti per l’ organizzazione del sistema carcerario; esso riguarda tutti i detenuti e il buon funzionamento dell’ istituto. Il trattamento di rieducazione è, invece, una species del genus del trattamento penitenziario; esso riguarda i condannati e gli internati (soggetti che sono sottoposti a misure di sicurezza che possono essere detentive o non detentive) e viene effettuato dagli operatori attraverso metodi e strumenti. Gli elementi del trattamento (ex art. 15 o.p.) sono:



  1. l’ istruzione (art.19 o.p.); all’ interno degli istituti penitenziari vengono organizzati dei corsi della scuola dell’obbligo e di addestramento professionale (ma dovrebbe esserci anche l’ università ai sensi del nuovo regolamento di esecuzione);

  2. il lavoro (artt. 20 e ss o.p.), sia interno che esterno, viene remunerato. L’ organizzazione e i metodi del lavoro penitenziario devono riflettere quelli del lavoro nella società libera per agevolare il reinserimento sociale dei detenuti; per determinati lavori è richiesto il libretto sanitario oltre al referto del medico incaricato e del medico del lavoro (l’esame dell’epatite C non è richiesto, in quanto, se si tengono i comportamenti consoni, tale malattia è infettiva ma non contagiosa);

  3. la religione (art. 26 o.p.); all’ interno degli istituti penitenziari è garantita ai detenuti e agli internati la libertà di professare la propria fede religiosa e di praticarne il culto;

  4. le attività ricreative, culturali e sportive (art. 27 o.p.): come i corsi di computer, di pittura, ecc., la cui organizzazione è curata da una commissione composta dal direttore dell’ istituto, dagli educatori, dagli assistenti sociali e dai rappresentanti dei detenuti e degli internati;

  5. i contatti con il mondo esterno (art. 17 o.p.); viene sollecitata infatti la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private alla azione rieducativa;

  6. i rapporti con la famiglia (art. 28 o.p.); particolare cura infatti è dedicata al loro mantenimento, miglioramento o ristabilimento soprattutto attraverso forme di contatto quali i colloqui, la corrispondenza, le telefonate (anche se con le modalità e le cautele previste dal regolamento), disciplinati dall’ art. 18.

Mentre per i condannati e gli internati le attività educative, culturali e ricreative, lo svolgimento di attività lavorative e la frequentazione dei corsi di formazione professionale rappresentano un diritto, per gli imputati sono una facoltà, cioè se ne possono avvalere a loro richiesta (tranne in caso di isolamento giudiziario), ma sempre in condizioni adeguate alla loro posizione giuridica.

All’ art. 33 o.p. viene invece disciplinato l’ isolamento; infatti un detenuto non può essere isolato per mero arbitrio, ma solo per i seguenti motivi tassativamente previsti da questo articolo:


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