Storia e memoria stragi naziste impunite



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Storia e memoria - stragi naziste impunite

1. Premessa


Il 26 maggio 1999 è la data fissata per l'inizio, davanti al Tribunale Militare di Torino, del processo a carico del tenente colonnello delle SS Siegfried Engel e del tenente delle SS Otto Kaess, chiamati a rispondere di quattro stragi commesse in Liguria, nella VI zona operativa che comprendeva, oltre al territorio della provincia di Genova, parte dei basso Piemonte: la strage della Benedicta, consumata fra il 6 e l'11 aprile 1944; quella del Turchino del 19 maggio 1944; quella dell'Olivetta di Portofino del 2 dicembre 1944: quella di Cravasco del 23 marzo 1945. Quando comincerà il processo, Engel, oggi tranquillamente residente ad Amburgo, avrà 90 anni, compititi il 31 gennaio 1999; quanto al Kaess, verrà dichiarato non luogo a procedere per essere egli nel frattempo deceduto a Colonia il 24 settembre 1998.
Di fronte a questa realtà che vede incardinarsi tiri procedimento per crimini gravissimi dopo 55 anni dai fatti, sorgono spontanee alcune domande: che senso ha oggi un processo di questa natura dopo più di mezzo secolo? non poteva esso venir celebrato subito dopo la fine della guerra, quando gli imputati non avevano ancora quarant'anni? più in generale, qual è stata la dimensione quantitativa e qualitativa di altri analoghi fatti commessi dai nazisti in Italia?
I singoli eccidi compititi dalle forze armate tedesche sul territorio del nostro Paese nel periodo compreso fra l'8 settembre 1943 e la fine dell'aprile 1945 sono generalmente ricordati nei luoghi del loro accadimento. Essi sono stati per lo più oggetto di ricostruzioni e testimonianze e se ne commemorano gli anniversari. Esiste quindi una radicata memoria locale di quegli avvenimenti. Dobbiamo invece constatare che eli essi, considerati nel loro insieme, non esiste una altrettanto forte memoria collettiva, quantomeno nel senso di una generale coscienza pubblica, estesa a ceti e generazioni diverse.
Analisi e contributi sull'occupazione tedesca in Italia e le caratteristiche che l'hanno contraddistinta sono stati elaborati (la storici italiani di indubbio valore con l'apporto determinante di studiosi tedeschi altrettanto qualificati. (1) Questi studi rappresentano tiri fondamentale riferimento per esaminare, muovendo da una base oggettiva, la questione, che non risulta sia stata fino a ora affrontata in modo organico, alla quale intendiamo particolarmente dedicare la nostra attenzione: quella del se, come, in quali termini e con quali limiti siano stati o meno perseguiti in sede giudiziaria, in generale e nello specifico del caso ligure, gli eccidi nazisti.
A quest'ultimo proposito costituisce una straordinaria, sconcertante e inedita novità la relazione del C.M.M. (Consiglio della Magistratura Militare), recentemente acquisita, relativa all'insabbiamento di centinaia e centinaia di processi nei confronti dei criminali nazisti: documento destinato a gettare una nuova luce sui molti interrogativi fino ad oggi aperti. All'analisi di questo documento giungeremo partendo da un breve richiamo delle caratteristiche generali della guerra nazista e di come esse abbiano compreso il sistematico compimento di atti illegittimi anche alla stregua delle leggi e degli usi di guerra, per passare poi all'esame di come quegli illeciti comportamenti siano stati attuati sul territorio italiano dai nazisti durante l'occupazione, con un particolare riferimento alle quattro stragi liguri dalle quali prende le mosse il nostro lavoro, riservandoci alcune riflessioni e conclusioni finali.

2. La guerra nazista

Com'è noto, la Seconda guerra mondiale si presenta come un conflitto radicalmente differente rispetto a tutti quelli dei passato per l'enorme numero delle perdite umane e delle distruzioni materiali conseguenti all'utilizzo di nuovi mezzi bellici forniti dal progresso della tecnica. Essa non si connota più come uno scontro che avviene soltanto tra eserciti, ma vede un coinvolgimento senza precedenti delle popolazioni civili, per cui non esiste più come in passato distinzione tra fronte dei combattimenti e fronte interno, il quale al conflitto è costretto a partecipare in prima persona. Una guerra combattuta fino alla resa finale, senza che siano prese in considerazione soluzioni di compromesso.


Ma ciò che caratterizza in modo peculiare questo conflitto è il tipo di guerra elaborato e praticato dai nazisti, efficacemente sintetizzato nel concetto di "guerra totale". Con questo termine venivano indicati non solo la concentrazione di tutte le energie della nazione tedesca in funzione dell'evento bellico mi anche il suo significato ideologico di guerra tra razze, di conquista e di sterminio, in cui, come osserva Enzo Collotti, "l'intransigenza non era più un fattore meramente ideologico e propagandistico ma eri diventata un fitto di carattere biologico, in cui la sopravvivenza di uno dei contendenti implicava l'annientamento anche fisico, e non li mera sconfitti militare, dell'altro antagonista e il potere totale di disposizione del vincitore sui vinti." (2)
Si trattava di differenze sostanziali tra la condotta bellica delle due parti, riconducibili non solo alle responsabilità tedesche nell'aver provocato la guerra ma anche alla diversa gravità di quelle violazioni dello ius belli inteso come l'insieme delle regole che avevano disciplinato l'esercizio della violenza tra stati sovrani in Europa a partire dalla formazione dello Stato moderno: diritto sostanzialmente codificato nel XIX secolo e sensibilmente incrinato dalla prima guerra mondiale.
Anche dopo la fine della prima guerra mondiale venne infitti posto il problema di processare il Kaiser per una serie di violazioni compiute dalle forze armate della Germania imperiale nel corso dei conflitto, dalla violazione della neutralità del Belgio all'affondamento proditorio di navi mercantili disarmate, all'uso dei gas tossici quali l'iprite. Tuttavia non vi fu in proposito accordo tra gli Alleati, e in particolare gli americani si opposero, in contrasto con la posizione più rigida degli europei sostenuta con vigore da Lloyd George. Si affermava che in fondo, come ricorda il Taylor, U-Boot e Zeppelin, gas tossici erano stati, si, impiegati brutalmente e senza scrupoli, ma erano pur sempre armi da guerra usate al fine di ottenere la vittoria militare. (3) Dal canto suo l'Olanda, ove il Kaiser si era rifugiato, negò che egli potesse essere estradato per violazioni non previste da leggi ordinarie. L'intenzione del processo non ebbe in sostanza alcun seguito e venne così meno l'occasione per un allargamento e ammodernamento dei diritto internazionale di guerra.
Radicalmente diversa si è presentata la situazione nel 1945 alla fine del secondo conflitto mondiale. Non vi fu esitazione in ordine alle necessità di sottoporre a processo una condotta della guerra che si era caratterizzata per la natura e la gravità dei crimini commessi, i quali non apparivano come modalità, pur dure e spietate, della condotta bellica finalizzata alla vittoria militare, ma come strumenti di annientamento e di dominio connaturati alla stessa ideologia nazista e al suo delirante piano di dominio della razza ariana nel mondo.
Fu così che al termine di quel conflitto venne costituito un tribunale militare internazionale e furono celebrati a Norimberga processi penali per crimini di guerra contro gli alti gerarchi e i maggiori responsabili del regime nazista, e in tutte le nazioni che avevano sperimentato la qualità inedita e terribile della violenza nazista vennero instaurati giudizi a carico dei responsabili delle atrocità. Va ricordato che per un'analoga condotta della guerra anche in Estremo Oriente, da parte giapponese, si costituì il Tribunale internazionale di Tokyo. Questo fatto senza precedenti fu motivato insieme dalla sensibilità eli popolazioni che uscivano da un incubo e dall'immane gravità delle violenze subite.
Nel quadro delineato le distanze tra i contendenti del secondo conflitto mondiale risultano ancora più grandi se si prende in considerazione la politica di occupazione praticata dai tedeschi nella loro espansione verso oriente, dalla Polonia ai territori invasi dell'Unione Sovietica. Politica che da un lato disponeva l'annientamento della popolazione ebraica e dall'altro prevedeva, con imponenti trasferimenti forzati, una vera e propria ricomposizione demografica consistente nella "espulsione dalle regioni dell'Est europeo di decine di milioni di appartenenti alle popolazioni locali per fare posto all'insediamento di gruppi etnici tedeschi." (4) In sostanza, il carattere "ideologico-razziale" fondato sulla pretesa supremazia e sul "diritto naturale" di dominio mondiale del popolo tedesco si esprime nel progetto eli sterminio di intere etnie (ebrei, zingari) e nell'assoggettamento schiavistico eli interi popoli quali gli slavi.
Ma anche nei confronti delle altre popolazioni il regime di occupazione tedesco si era caratterizzato comunque per li stia durezza, avendo sottoposto gli abitanti a soprusi che andavano ben il di là delle necessità belliche di controllo del territorio.

3. L'occupazione militare tedesca

La situazione dell'Italia dall'8 settembre 1943, data di annuncio dell'armistizio stipulato con gli Alleati, alla fine della guerra fu del tutto particolare in quanto legata alla condizione di un Paese che era stato il principale alleato del Terzo Reich e si era improvvisamente sganciato dalla guerra attraverso un accordo maturato segretamente. Sebbene la scelta dell'Italia rappresentasse una sorta di "ritorno alla ragione", ciò che in definitiva voleva la grandissima maggioranza degli italiani dopo il drammatico sogno di potenza filogermanico, Hitler e l'intero staff nazionalsocialista vissero quel l'avvenimento come un tradimento che meritava di essere punito. Cosi, se di un lato con la liberazione di Mussolini dalla prigionia del Gran Sasso veniva creato (ufficialmente il 25 novembre 1943 con l'assunzione dei nome di Repubblica Sociale Italiana da parte del governo costituito fin dal precedente 27 settembre) un nuovo potere fascista repubblicano che nelle reciproche solenni dichiarazioni italotedesche rilanciava il Patto d'Acciaio, dall'altro lato venivano emanate da Hitler e dai suoi capi militari, con straordinaria rapidità, direttive ferocemente repressive che per certi versi assimilavano il trattamento riservato all'Italia a quello applicato nei Paesi dell'Est.


Quasi contemporaneamente all'ordine di occupare tutto il territorio italiano impartito alle truppe germaniche che, specialmente durante i 45 giorni fra la caduti e l'arresto di Mussolini e l'annuncio dell'armistizio, si erano dislocate nei principali punti strategici della penisola in previsione della defezione italiana, il 10 e 12 settembre 1943 furono emanate due direttive di Hitler che contemplavano tra l'altro la fucilazione di tutti gli ufficiali italiani che si fossero opposti al disarmo dei loro reparti. Osserva in proposito Schreiber che "storicamente il trattamento dei soldati italiani fu assolutamente unico, perché i tedeschi non rifiutarono mai nei confronti eli nessun popolo, nemmeno nella guerra di sterminio nell'Unione Sovietica, il diritto di autodifesa. Nel caso italiano invece la del tutto normale resistenza militare divenne tiri comportamento meritevole di morte e i suoi esponenti regolari passarono per franchi tiratori." (5) E' noto come queste disposizioni vennero applicate a Cefalonia ove, dopo l'eroica resistenza a lungo durata delle truppe italiane e la loro resa, non solo gli ufficiali ma anche i soldati della divisione Acqui furono fucilati in oltre 6.000. Va altresì ricordato che i circa 700.000 militari caduti nelle mani dei tedeschi subito dopo l'armistizio vennero deportati in massa in Germania e nei territori occupati a Est per essere utilizzati, in dispregio di qualsiasi convenzione internazionale, come forza di lavoro coatto. Essi non ebbero mai la qualifica di prigionieri di guerra, bensì quella, che lisciava campo libero all'arbitrio nazista, di internati militari.
Né queste azioni ferocemente punitive si limitarono alla fase strategica dell'occupazione e a quella immediatamente successiva, né riguardarono soltanto il comportamento delle forze armate dell'"alleato occupato". Nei confronti della resistenza all'occupazione, come ancora ricorda lo Schreiber, furono applicati metodi per molti versi analoghi a quelli previsti dalle direttive dell'11 e 16 dicembre 1942 emanate per la controguerriglia in Unione Sovietica e nei Balcani, in forza delle quali la truppa era "legittimata ed obbligata [ ...] ad usare senza limitazioni qualsiasi mezzo, anche contro donne e bambini, se questo [avesse portato] ad un successo." (6) In esse si prevedeva inoltre impunità illimitata per coloro che avessero compiuto azioni di tale natura. Il capo di stato maggiore del Comando della Wehrmacht, generale Jodl, nella discussione con Hitler per la stesura della direttiva del 16 dicembre ebbe a dichiarare che il divieto assoluto di qualsiasi procedimento disciplinare o penale per eccessi compiuti doveva rassicurare i soldati. Naturalmente l'applicazione degli ordini che venivano dall'alto spettava ai comandanti dei vari settori e via via delle singole unità operative sia della Wehrmacht sia delle SS, ed è intuitivo che questi miscela tra prescrizioni di indiscriminata violenza e garanzia di impunità trasformasse le unità militari germaniche, particolarmente quelle impiegate nel controllo dei territorio e nella cosiddetta polizia di sicurezza, in particolare le SS, in vere e proprie "macchine da guerra" capaci di ogni efferatezza.
Molteplici furono le ulteriori cause che concorsero a determinare il compimento nel territorio dell'Italia occupata di un'enorme quantità di atti criminali da parte tedesca, non solo a opera delle forze cosiddette speciali ma anche della Wehrmacht, come gli studi più recenti hanno accertato: nel quadro, che occorre comunque aver presente, di un abbassamento della considerazione della vita umana nelle situazioni in cui, come quelle di una guerra spietata, la realtà e la prospettiva della morte sono immanenti, e di una tradizionale educazione militare delle forze armate tedesche fondata sulla durezza e ostile a ogni riferimento ai sentimenti umanitari e ai canoni del diritto internazionale, agì in modo decisivo l'indottrinamento dell'ideologia nazista teso a creare la figura del soldato politico che identifica la propria azione con il principio dell'indissolubile unità tra popolo, razza e Stato. Costituì tiri ulteriore fattore importante la propaganda ufficiale del regime nazista che investiva i militari attraverso i Tagebücher dove il popolo italiano era presentato quale traditore, vigliacco e nullafacente, quindi di rango inferiore e comunque meritevole di poca considerazione. Osserva in particolare lo Schreiber (7) che l'atteggiamento antiitaliano in chiave razzista aveva avuto inizio fin dalla fine del 1940 e che esso nel 1941 ebbe una concreta espressione nella proposta avanzata dall'Ufficio razziale del partito nazionalsocialista di proibire il matrimonio tra tedeschi e italiani per escludere "una mescolanza dei due popoli (...) nell'ambito razziale".
Per comporre nel modo più completo possibile il quadro sopra delineato occorre destinare un cenno particolare a quanto venne attuato nella cosiddetta zona di operazioni del Litorale adriatico che comprendeva le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e quella di Lubiana costituita dal governo fascista dopo l'invasione della Jugoslavia nell'aprile del 1941. Il suddetto territorio era stato separato dal resto dell'Italia ufficialmente per ragioni militari, in realtà nella prospettiva di una futura annessione al Terzo Reich ed era stato posto sotto il comando dell'ex Gauleiter della Carinzia Friedrich Reiner, uno dei più fanatici esponenti del nazismo austriaco, propugnatore dopo l'Anschluss della politica espansionistica del Terzo Reich. (8)
A partire dal settembre del 1943 fu trasferito a Trieste, in successivi scaglioni, l'Einsatzkommando Reinhard (EKR), formato da 92 elementi in prevalenza appartenenti al Sicherheitsdienst (SD) e posto alle dipendenze del generale delle SS Odillio Lotario Globocnik (grande amico di Reiner, di nazionalità austriaca e triestino di nascita) nominato comandante supremo delle SS nel territorio dei litorale adriatico. Com'è noto gli Einsatzkommando (o Einsatzgruppen) erano reparti politicamente scelti dell'apparato di sicurezza che faceva capo a Himmler ed era formato principalmente da elementi delle SS. Essi erano dotati di una pressoché totale discrezionalità nell'espletamento dei compiti loro demandati, che consistevano essenzialmente nell'eliminazione fisica degli avversari del nazismo e dei gruppi etnici considerati inferiori. La loro opera, che causò centinaia di migliaia di morti, cominciava immediatamente dopo l'occupazione di nuove città, villaggi e territori da parte delle truppe avanzanti e continuava poi nel tempo. Tali gruppi operarono particolarmente in Polonia e in tutti i territori invasi verso Est. In effetti l'EKR aveva avuto la sua base a Lublino e dal 1941 aveva operato in quelle zone provvedendo anche all'organizzazione e partecipando alla gestione dei campi di sterminio di Treblinka, Sobibor e Belzec. Nel reparto erano inclusi, e furono trasferiti con esso nel Litorale adriatico, elementi che avevano partecipato al progetto della cosiddetta "Eutanasia" (Aktion T4), attuato per ordine di Hitler dal l° settembre 1939 al 1941, quando venne sospeso per la protesta di molte famiglie e delle chiese protestante e cattolica. Questo progetto consisteva nell'eliminazione delle "vite indegne di essere vissute" (lehensunwerten Leben) costituite dai portatori di handicap fisici e mentali: quando questo cessò, peraltro soltanto nei confronti dei tedeschi, aveva causato circa 70.000 vittime.
Il trasferimento nel Litorale adriatico dell'EKR costituisce la prova evidente del regime a cui si intendeva sottoporre quella nevralgica zona di frontiera sudorientale del Terzo Reich. Il kommando vi operò secondo i suoi canoni spietati e, a partire dal febbraio del 1944 fino al 29 aprile 1945, data in cui fu distrutto con l'esplosivo il forno crematorio che vi era stato installato, provvide alla "gestione" della Risiera di San Sabba, vero campo di eliminazione costituito in Italia nel quale venne ucciso con l'ossido di carbonio e altre feroci modalità di esecuzione un numero di individui che non è stato possibile con precisione ricostruire ma si ritiene fondamentale essere prossimo a 5.000 unità.
Un'altra caratteristica che deve essere messa in rilievo nel quadro degli atti criminali delle truppe naziste è rappresentata dagli eccidi compiuti nel corso del loro ripiegamento su posizioni via via più arretrate: così dalla zona a sud di Napoli alla linea eli Cassino e successivamente da questa alla linea Gotica. In queste circostanze ci si scatenò contro la popolazione civile coinvolgendo spietatamente donne e bambini, senza che spesso vi fosse neppure la parvenza di azioni o anche soltanto presenza di attività partigiane. Vennero in luce atteggiamenti di pura vendetta e nello stesso tempo di disprezzo della popolazione italiana, a determinare i quali contribuiva il consueto indottrinamento delle truppe.
Qual'è la dimensione complessiva delle stragi compiute dai nazisti sul territorio italiano dall'8 settembre 1943 alla fine della guerra? Dobbiamo amaramente constatare che, nonostante la grande rilevanza dell'argomento, a tutt'oggi non esiste un esauriente censimento dei crimini commessi dai tedeschi sul nostro territorio anche se, come già si è posto in rilievo, buona parte dei singoli episodi sono stati esaminati in modo approfondito. Per Tristano Matta i fatti in questione, prendendo in considerazione quelli che hanno comportato un numero di vittime non inferiore a otto, (9) assommano a oltre 400 con un numero di circa 10.000 vittime secondo i dati proposti anche da Giorgio Rochat. (10) Ma questa stima è sicuramente inferiore alla realtà: un più realistico conteggio degli episodi criminosi conduce a una somma che si avvicina alle 15.000 vittime. (11)
Nel corso di tiri recente convegno sull'argomento, (12) Cesare De Simone ha dato conto di una ricerca in corso e delle complesse metodologie in essa impiegate, al fine di realizzare il completo censimento e la cronologia di tutte le stragi e gli eccidi perpetrati dai militari nazisti e dalle formazioni della Repubblica di Salò sul nostro territorio. Vi è da augurarsi che il concreto compimento di quest'opera valga a colmare le lacune che da molte parti vengono lamentate. Nello stesso convegno Gloria Chianese ha ricordato il carattere "gratuito" delle numerose stragi verificatesi al Sud nei giorni immediatamente successivi all'annuncio dell'armistizio, ponendo in rilievo non solo che tutti questi episodi, a eccezione del caso di Caiazzo - il quale ebbe tiri sia pur insoddisfacente esito giudiziario - sono rimasti impuniti ma anche, e questo è ciò che più fa riflettere, che essi sono stati largamente rimossi dalla memoria collettiva delle popolazioni tra cui avvennero, quasi fossero tiri portato "naturale" della guerra. Per concludere, poniamo in evidenza l'estremo periodo temporale fino al quale gli atti in questione vennero compiuti dalle truppe naziste in ritirata." (13) Il 26 aprile 1945 la divisione tedesca "Brandenburg", passando per il paese di Narzole (Cuneo), incendia molte case e massacra 66 persone, tra cui molte donne, vecchi e bambini; il 29 aprile a Castello di Godego (Trieste) reparti SS saccheggiano il paese e uccidono con sventagliate di mitragliatrice 80 sfortunati abitanti; il 29 e 30 aprile a Santhià (Vercelli) un reparto SS cattura e trucida 52 paesani; nella notte tra il 29 e 30 aprile, mentre è in corso la festa per la liberazione, l'avanguardia della colonna motorizzata del generale Schlemmer incendia le case di Grugliasco, paese alle porte di Torino, e uccide 66 abitanti; il 2 maggio vengono trucidati da truppe tedesche e brigate nere 83 contadini, tra cui 9 donne e il parroco di Pedescala Valdastico (Vicenza); ancora il 2 maggio, infine, una colonna di 800 SS in ritirata irrompe nel paese di Avanis Trasaghis (Udine), incendia le case e uccide 51 persone.

4. Inquadramento giuridico degli atti criminali nazisti

Il prezzo di sangue, distruzioni e sofferenze imposto dalle forze armate naziste al popolo italiano durante l'occupazione è stato dunque altissimo e ci siamo sforzati di darne tini generale rappresentazione. Fino a questo momento abbiamo peraltro definito gli atti e gli episodi attraverso cui si è dipanata la loro lunga storia con i termini eli stragi eccidi, rappresaglie o più genericamente crimini o atti criminali. E', ora necessario attribuire a quelle azioni il carattere giuridico che valga o meno a inquadrarle nella categoria delle azioni penalmente perseguibili e punibili.


Intendiamo (e ciò va tenuto ben presente allo scopo di tracciare i limiti del nostro lavoro) riferirci esclusivamente agli atti compiuti da appartenenti alle forze armate germaniche sul nostro territorio con esclusione delle purtroppo analoghe attività compiute da italiani appartenenti alle formazioni della Repubblica di Salò sia autonomamente sia in stretta collaborazione con le forze armate tedesche, in quanto per tali attività l'inquadramento giuridico ha carattere diverso, riferito a specifiche disposizioni di legge riguardanti il collaborazionismo. Inoltre intendiamo riferirci alla punizione di cui siano sussistenti i presupposti in astratto, o effettivamente avvenuta in concreto, di parte dell'Autorità Giudiziaria, ordinaria o militare del nostro Paese, mentre verranno fatti brevi cenni di puro riferimento ai processi per crimini che, consumati sul nostro territorio, sono stati incardinati o si sono svolti presso giudici tedeschi o alleati.
Le azioni di violenza che vanno prese in considerazione possono essere classificate nelle seguenti categorie fondamentali: a) stragi ed eccidi nei confronti della popolazione civile che nessun elemento obiettivo consente di porre in relazione con una qualsiasi attività antipartigiana: b) stragi col eccidi nei confronti della popolazione civile avvenuti nel corso, o comunque con il pretesto, di attività antipartigiane in particolare durante i rastrellamenti; c) asserite rappresaglie o repressioni collettive consistenti sia in eccidi di civili sia in fucilazioni di massa in risposta ad azioni militari compiute dalla Resistenza; d) fucilazioni di prigionieri civili o appartenenti a formazioni della Resistenza; e) uccisioni e sevizie avvenute in numerosi luoghi di detenzione e di tortura allestiti dall'apparato di sicurezza nazista.
Tutte queste fattispecie rientrano nella previsione dell'articolo 35 della legge di guerra (di cui al Regio Decreto 8-7-1938 n. 1415) e degli art. 185 e 13 del Codice Penale Militare di Guerra approvato con R.D. 20-2-1941 n. 303, disposizioni tutte in vigore al momento dei fatti. Con riferimento al C.P.M.G. va ricordato che il citato art. 185 rientra nel Titolo IV "Dei reati contro le leggi e gli usi della guerra", capo III "Degli atti illeciti di guerra" ed è intitolato "Violenza di militari italiani contro privati nemici (...)". Pur essendo il testo della norma di cui all'articolo 185 riferito ai militari italiani, l'art. 13 dello stesso codice intitolato "Reati commessi da militari nemici contro le leggi e gli usi della guerra", stabilendo espressamente che "le disposizioni del titolo quarto, libro terzo di questo codice (...) si applicano anche ai militari e a ogni altri persona appartenente alle forze armate nemiche, quando alcuno di tali reati sia commesso ai danni dello Stato italiano o di un cittadino italiano (...)", ne estende la portata ai militari tedeschi in quanto occupanti divenuti nemici. Questi semplici riferimenti sono sufficienti a dimostrare la piena applicabilità delle disposizioni in esame alle formazioni armate tedesche durante l'occupazione. In particolare il contenuto dell'art. 185 dice testualmente: "Il militare, che, senza necessità o comunque senza giustificato motivo, per cause non estranee alla guerra, usa violenza contro privati nemici, che non prendono parte alle operazioni militari, è punito con la reclusione militare fino a due anni. Se la violenza consiste nell'omicidio (...) si applicano le pene stabilite dal codice penale (...)". Quindi per i fatti di omicidio, in applicazione del Codice Penale ordinario, quando sussistono determinate aggravanti come la premeditazione, la crudeltà ecc., si applica la pena dell'ergastolo che per una disposizione di carattere generale rende il reato non soggetto a prescrizione.
E' di evidenza immediata che l'art. 185 il cui testo è stato riportato si applica pienamente ai fatti che sopra sono stati catalogati ai punti a) e b): infatti si tratta di violenze nei confronti della popolazione civile che non ha preso parte ad attività militari, perpetrate al di fuori di ogni necessità o giustificato motivo di carattere bellico. Rientrano nello stesso articolo i fatti sopra classificati al punto e), trattandosi eli uccisioni avvenute non solo senza processo ma a seguito di violenze totalmente vietate come le torture e le sevizie. Per quanto riguarda le uccisioni, classificate al punto c), motivate come rappresaglie o repressioni collettive, si osserva che un forte filone del moderno diritto internazionale esclude l'ammissibilità stessa del concetto di rappresaglia avente per oggetto la violenza sulle persone, dovendo essa essere limitata soltanto alle cose.
Ma anche a voler ammettere che il diritto internazionale consenti la possibilità della rappresaglia armata, va innanzi tutto osservato che essa non è neppure ipotizzabile in risposta ad azioni belliche legittime quali debbono essere qualificate quelle della Resistenza e che comunque gli eccidi compiuti dai nazisti nei confronti della popolazione civile, largamente compresi bambini, donne e vecchi, hanno un carattere di tanto smisurata arbitrarietà e sproporzione e una così evidente natura terroristica da escludere in radice ogni possibilità di giustificazione.
Questi concetti hanno trovato esauriente sviluppo nella motivazione della sentenza di condanna all'ergastolo pronunciata il 31 ottobre 1951 dal Tribunale Militare di Bologna nei confronti del maggiore Walter Reder per le terribili azioni compiute dal 16° Battaglione SS Panzer Aufklartung Abteilung da lui comandato, appartenente alla 16° Divisione Corazzata Granatieri SS nei comuni di Sant'Anna di Stazzema, Vinca, Marzabotto e altre località dell'Appennino tosco-erniliano. Analogamente si collocano del tutto al di fuori del concetto internazionale di rappresaglia, così come recepito anche dalla legislazione italiana nell'art. 8 della legge di guerra R.D. n. 1415 del 1938, le fucilazioni massicce in risposta ad azioni partigiane sotto il ricordato profilo della inammissibilità della rappresaglia contro attività bellica compiuta da un legittimo belligerante e comunque sotto il profilo dell'enorme sproporzione, della sicura innocenza delle vittime e della contrarietà ai principi di umanità. Argomenti che sono stati a loro volta sviluppati ampiamente nelle sentenze che dopo non poche insufficienze e contraddizioni hanno concluso con condanne definitive all'ergastolo la drammatica vicenda delle Cave Ardeatine.
Infine le fucilazioni di prigionieri, sopra classificate al punto d), che si sono arresi senza armi o le hanno deposte, violano, oltre che le norme elementari del diritto internazionale di guerra, anche il già citato art. 35 della legge di guerra R.D. 1415 del 1938 che al punto 2° testualmente afferma: "E' proibito (...) usare violenza proditoria ovvero uccidere o ferire tiri nemico a tradimento o quando questi, avendo deposte le armi o non avendo più modo di difendersi, si sia arreso a discrezione; (...)".
La breve disamina effettuata consente di affermare che centinaia e centinaia di stragi, eccidi e singole uccisioni commesse dai nazisti durante l'occupazione in Italia non solo costituiscono crimini dai punto eli vista storico ma anche dal punto di vista giuridico e come tali sono state e sono soggette alla perseguibilità penale nei confronti di coloro che, quali esecutori o mandanti, se ne sono resi responsabili. Crediamo peraltro che dopo questa affermazione sia importante prendere atto della estrema limitatezza dei casi in cui i delitti di cui si tratta sono stati effettivamente perseguiti e puniti e dei lunghissimi tempi in cui ciò è avvenuto. Di fronte all'enormità di quanto è, accaduto, l'esiguità della risposta giudiziaria si tramuta inevitabilmente in parzialità e incompletezza della memoria storica degli Italiani e in un rischio evidente di rimozione del proprio passato.

5. Confronto con i processi per collaborazionismo

Per formulare una valutazione compiuta, con riferimento a un utile elemento di comparazione, dell'area di impunità di cui hanno goduto i crimini commessi dalle forze armate tedesche di occupazione in Italia, è sicuramente utile ricordare sommariamente come si sia svolta la repressione giudiziaria nei confronti degli italiani che, dopo l'8 settembre 1943, avevano collaborato con i tedeschi sia quali appartenenti alle formazioni armate della repubblica di Salò, sia quali civili. La questione relativi alla punizione delle attività che furono definite di collaborazionismo con il tedesco invasore fu oggetto, ben prima della fine della guerra, di approfondito esame e di interventi di carattere normativo sia da parte del governo legittimo del Sud sia da parte del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) e dei Comitati di Liberazione Nazionale regionali.


Con il Decreto Legislativo Luogotenenziale 27 luglio 1944 n. 159 il legittimo governo dei Sud emanava una serie di disposizioni dal titolo "Sanzioni contro il fascismo" che prevedevano da un lato la punizione di coloro che per le cariche rivestite venivano considerati responsabili dell'instaurazione e continuità del regime fascista, dall'altro la punizione di coloro che avevano promosso o diretto il colpo di Stato del 3 gennaio 1925 o avevano in seguito contribuito con atti rilevanti a mantenere in vigore il regime fascista, nonché di chi dopo l'8 settembre 1943 (art. 5) aveva commesso delitti "contro la fedeltà e la difesa militare dello Stato con qualunque forma di intelligenza o corrispondenza o collaborazione col tedesco invasore (...)". La competenza veniva affidata per la prima delle suddette categorie di reati a un'Alta Corte di giustizia e per la seconda categoria alla magistratura ordinaria o militare secondo le norme vigenti. Il 22 aprile 1945, nell'imminenza della totale liberazione del Paese, con D.Lg.Lt. n. 142, lo stesso governo legittimo istituiva le Corti straordinarie di Assise a esse affidando l'esclusiva competenza per tutti i reati di collaborazionismo come definiti dal precedente decreto del 27 luglio 1944.
Le suddette disposizioni stabilivano le pene per i reati in questione con riferimento agli articoli 51, 54 e 58 del C.P.M.G., che nei casi più gravi prevedevano anche la pena di morte. li funzionamento delle Corti straordinarie d'Assise era previsto (art. 18) per la durata di sei mesi: successivamente i processi sarebbero stati trasferiti alle Sezioni speciali di Corte d'Assise destinate a rimanere in funzione fino al 31 marzo 1947. A quella data i processi eventualmente pendenti dovevano essere deferiti secondo le ordinarie norme di competenza. Con le medesime disposizioni fu previsto che gli speciali organi giudiziari di cui sopra fossero composti da un Presidente nominato dal Primo presidente della Corte d'Appello tra i magistrati di grado non inferiore a quello eli consigliere di Corte d'Appello e da quattro giudici popolari estratti i sorte da tiri elenco di cento cittadini compilato dal C.L.N. provinciali, successivamente ridotto a un elenco di cinquanta dal Presidente del Tribunale.
Si è voluto ricordare il contenuto delle norme procedurali in materia di collaborazionismo perché esse hanno rappresentato tiri approdo in
qualche modo compromissorio e riduttivo rispetto alla discussione paralleli che nei mesi antecedenti alla liberazione era venuta svolgendosi, come già si è accennato, a livello dei C.L.N. Infatti in questa sede era prevalente, anche se non sempre univoca, l'opinione che i reati connessi ai crimini del fascismo non dovessero essere giudicati da organi giudiziari sostanzialmente affidati alla magistratura ordinaria, in quanto almeno in parte compromessa con il passato regime o comunque formatasi nel clima determinato dilla stia influenza, bensì a Corti d'Assise del popolo più direttamente espressione di una volontà antifascista maturata nel Paese.


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