Storie del vecchio abate (Marchesini Aldo)storie del vecchio abate



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Storie del vecchio abate (Marchesini Aldo)STORIE DEL VECCHIO ABATE

(Marchesini Aldo)


autori


titoli

Introduzione

Il vecchio abate arrivò da me la sera del 27 dicembre del 1978. Era già notte,

una notte afosa, com’è usuale qui da noi in Mozambico, in questo mese

dell’anno. Ero seduto sul divano, nella sala, mentre il padre Antonio era

nella poltrona alla mia sinistra. Davanti a noi su un tavolino c’era il

Signore, esposto nel piccolo ostensorio dorato. Era un venerdì sera e come

tutti i venerdì, aspettavamo la mezzanotte noi tre insieme, facendoci

reciprocamente compagnia.

Il vecchio abate viveva in un santuario antico in cima ad un monte. Abitava da

solo. Però, a dire il vero, da solo non s’era mai sentito. Con lui infatti

viveva il Signore, anche se sarebbe stato più esatto dire che era lui, il

vecchio abate, a vivere col Signore!

Nel suo santuario, tra pochi giorni, sarebbe stata la sera di fine d’anno e da

tempo accarezzava l’idea di aspettare in preghiera la mezzanotte. Per quei

modi di fare imprevedibili, che tanto piacciono aI Signore, s’era trovato di

colpo seduto accanto a me, quasi per fare con me e con padre Antonio la prova

generale!

Rimase con noi fin oltre la mezzanotte. Quella visita doveva restare storica,

perché, dopo che ci salutammo, mi resi conto che ormai la nostra amicizia e

comunione sarebbero durate per sempre!

E difatti fu così. La nostra intimità e conoscenza reciproca sono andate

crescendo col trascorrere del tempo. Man mano che gli anni passano, e ne sono

trascorsi ormai quasi venti, ho sempre più la convinzione che per la nostra

amicizia gli anni non si succedano gli uni agli altri.

Le cose che capitano al vecchio abate mi danno l’impressione come se

galleggiassero sul tempo: potrebbero benissimo appartenere al passato così

come al futuro. Può darsi che la spiegazione stia nel fatto che in cima al

monte ci viva il Signore e che il vecchio abate si sia completamente

uniformato al suo modo di essere e di fare, per cui un giorno è come mille

anni e mille anni come il giorno di ieri che e trascorso. Il tempo,

inevitabilmente, passa in secondo ordine di fronte alla sua presenza!

E qui sta la ragione del fascino che il vecchio abate esercita su di me: il

suo essere testimone umile e discreto - ma tanto convincente - di quella

appassionante verità che un giorno Paolo annunciò parlando nell’Areopago agli

Ateniesi: "In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo’’!

Quelimane, 22 dicembre 1996

p. Aldo Marchesini

FINE D’ANNO

Era l’ultima notte dell’anno. Nel santuario in cima al monte non era rimasto

nessuno. Gli ultimi pellegrini erano partiti all’inizio del pomeriggio, perché

stava scendendo la nebbia e un vento gelido annunciava una nevicata imminente.

Solo il vecchio abate era rimasto lassù. E il Signore, in chiesa, nel

tabernacolo.

Il vecchio abate si era rallegrato di quella solitudine e aveva progettato di

passare la sera in preghiera e prolungarla fino a mezzanotte. Amava molto la

solitudine per riempirla di preghiera. Tutto contento, stropicciandosi le mani

per il freddo, aveva cominciato ad organizzarsi per trascorrere in chiesa,

indisturbato, quella fine d’anno.

Aveva portato legna in abbondanza nella sacrestia, vicino al caminetto di

grosse pietre grigie, perché potesse bastare per tutta la notte. Da lì avrebbe

poi rifornito, di tanto in tanto, di tizzoni ardenti il suo scaldino. Poi era

andato a mettersi tutti gli indumenti di lana possibili e un consunto mantello

nero, che era stato del suo predecessore.

Aveva messo la sedia vicino ai gradini dell’altare, in modo che un po’ del

calore del caminetto potesse arrivare fino a lui. Quando tutto fu pronto per

la grande orazione, fuori era già buio.

Le prime due o tre ore passarono rapide, occupate nella recita dei vespri, del

rosario e delle litanie dei santi. Quella delle litanie era una sua devozione

segreta. Le recitava lentissimamente, fermandosi un po’ con ogni santo. Li

conosceva ormai uno per uno, ed era convinto che quando sarebbe venuta per lui

l’ora di morire, sarebbe stato bellissimo vederli apparire tutti di colpo,

suoi amici di vecchia data. Chissà chi sarebbe stato più felice dell’incontro:

lui o i santi? Lui voleva bene a tutti e desiderava conoscerli anche di vista.

Ma loro erano santi, possedevano la pienezza dell’amore, e anche se lui non

valeva niente, per loro era sempre un caro, simpatico vecchio abate.

Dopo le litanie dei santi voleva ricordare tutte le persone a cui era legato,

o perché aveva in comune con loro gli stessi desideri e segreti dello spirito,

o perché si era impegnato a pregare per loro, o perché aveva ricevuto qualcosa

di bene, o semplicemente perché le aveva incontrate. Molte erano già morte, ma

sapeva che lo erano solo in apparenza, perché per lo spirito la morte non è

una barriera.

Così in questa preghiera, che gli occupava l’anima e l’attenzione, si era

fatta l’ora di cena. Chiese permesso al Signore e scese in canonica per

scaldarsi un po’ di minestra e mangiare due patate lesse con la buccia,

intinte nell’olio, aceto e sale. Era per lui una cosa splendida, che gli

piaceva molto. Rapida a prepararsi e facile a farsi, dal gusto semplice che si

legava molto bene con le altre cose semplici che amava tanto, come il

silenzio, la notte, il cielo, la pioggia, la neve e il vento.

L’unica cosa semplice che proprio non gli riusciva d’amare era il freddo, e

lassù in cima al monte, d’inverno, di freddo ce n’era parecchio. Per

consolarsi pensava che il freddo se non riusciva a farsi amare, aveva per lo

meno un aspetto positivo: gli portava il fuoco di legna nel camino. Il calore

del fuoco lo penetrava come un balsamo, gli dava allegria e pace e gli

riempiva l’animo di riconoscenza per questo dono che il Signore aveva fatto

agli uomini.

Senza freddo non avrebbe mai apprezzato ed amato tanto il fuoco, che con

moltissima ragione, ne era convinto, san Francesco aveva chiamato "fratello".

Mangiò in silenzio, un po’ in fretta, tutto contento, pensando che gli

restavano alcune ore da passare in chiesa in orazione.

Riattivò il fuoco nel camino, riempì bene lo scaldino e cominciò la seconda

parte. Ormai aveva esaurito gli argomenti che occupano il cervello e sentiva

di dover cominciare l’orazione, che soleva chiamare di verità: senza parole,

senza bugie, senza finzioni e senza difese, stare lì insieme al Signore ad

ascoltare reciprocamente il silenzio dell’altro.

Qui non c’era più tempo né contenuto e gli pareva di entrare nell’eternità. Il

più delle volte non c’era neppure gusto. Era solo una coscienza che quanto più

vera e profonda, tanto meno era verbalizzabile. A volte gli pareva addirittura

una lotta, che faceva, per mantenere pura e nuda questa coscienza di

comunione.

Questa preghiera così spoglia e povera, che tuttavia gli pareva la più alta e

perfetta, poco a poco faceva sentire il suo peso.

Ecco, allora, che entrava in gioco la più singolare delle virtù evangeliche:

la violenza. Una violenza differente da quella degli uomini, diretta in un

certo modo nientemeno che contro il Signore, ma benedetta perché era uguale a

quella di Giacobbe, quando lottò di notte con l’Angelo (che poi si rivelò

essere JAHVÈ in persona).

Il tempo gli pareva essersi fermato: fra un suono e l’altro dell’orologio a

pendolo in sacrestia, a volte, passava un secolo.

Si alzò e andò all’organo, per dare corpo al silenzio.

Una volta aveva sentito definire la musica "espressione sensibile del

silenzio" e gli era rimasto impresso nella memoria, perché gli pareva

verissimo.

Lasciò scorrere le mani sulla tastiera, perché gli uscisse quello che sentiva

dentro. Pregò così, non seppe quanto. Poi tornò alla sedia presso i gradini

dell’altare e si immerse in Dio. Si scosse quando lo scaldino si esaurì e il

freddo cominciò ad intirizzirlo.

Ormai mancava poco a mezzanotte: nemmeno mezz’ora. Si rifornì bene di tizzoni

e ritornò al posto della preghiera. Ma poco dopo, il sonno, invisibilmente, lo

vinse senza che se ne rendesse minimamente conto.

I dodici rintocchi riempirono la chiesa, ma il vecchio abate non li sentì. Col

capo reclinato sul petto entrava nel nuovo anno senza accorgersene.

In chiesa a pregare era rimasto solo il Signore, che sorrideva guardando il

suo caro vecchio, che nella lista delle cose semplici da amare aveva lasciato

da parte il sonno, perché a volte gli giocava qualche tiro, proprio come

quella mezzanotte di fine d’anno, che aveva aspettato con tanto amore.

ASSUNZIONE

Il santuario in cima al monte era una chiesa molto antica, fatta di mura

grosse e di grandi pietre squadrate.

Sui libri d’arte non se ne parlava, però non c’era posto al mondo come quello,

per pregare. Forse questo non era vero in senso assoluto, ma per il vecchio

abate era così.

Era un luogo isolato; ci si arrivava per una strada di terra battuta, e

attorno si vedevano solo cielo e boschi. Il vecchio abate ci viveva da molti

anni e ormai gli era difficile distinguere la sua preghiera dal luogo della

sua preghiera.

Il santuario era diventato veramente il luogo santo, dove Dio e il vecchio

abate si incontravano. Non erano molti i pellegrini; non c’era bar, né

trattoria né si vendevano ricordi. Chi ci andava ci andava solo per pregare.

Il vecchio abate non pretendeva di essere un maestro di orazione.

Non aveva studiato teologia spirituale né sacra scrittura, però tutti i giorni

della sua vita, da quando poteva ricordare, aveva chiesto il dono della

sapienza, che fa capire e gustare, senza parole, le cose di Dio. E quando

qualche pellegrino veniva a pregare nel santuario, se la cosa gli sembrava

opportuna, gli piaceva scambiare qualche confidenza sui segreti del mondo

dell’orazione.

Quel vecchio, povero e solitario, che aveva abbandonato il mondo dell’avere

per immergersi nell’avventura senza confini dell’essere e dello spirito, era

manifestamente un uomo felice e libero, ed esercitava su chi veniva al

santuario un fascino indefinibile.

Si stava avvicinando la festa dell’Assunta e il vecchio abate aveva cominciato

per tempo a fare i preparativi. Ancora in luglio, per non rischiare di trovare

i negozi chiusi per le ferie d’agosto, era sceso in città con la corriera, che

fermava sulla strada asfaltata a mezza costa.

Aveva comprato una borsa piena di candele, lumini, colla e carta colorata.

Preferiva farsi da solo le corone di carta colorata da mettere attorno a

lumini e candele, un po’ perché era più economico e un po’ perché, a dire il

vero, gli piaceva molto fare quel genere di lavoretti. E poi i preparativi

della festa, quanto più erano lunghi e laboriosi, tanto più contribuivano a

farlo entrare nel clima interiore della celebrazione. In agosto erano venute

solo tre famiglie. La prima aveva due ragazzi e una bambina e con loro aveva

preparato le luminarie. Lui e il babbo disegnavano le sagome, i figli le

ritagliavano e la mamma le incollava. La seconda famiglia era una coppia di

sposi di mezz’età, i cui figli erano andati in campeggio, ed erano venuti per

riempire con un po’ di preghiera quei giorni d’insolita calma familiare. Si

era fatto aiutare a tirar fuori il calice d’oro, i candelabri preziosi, la

pianeta col ricamo dell’Assunzione – originale del settecento – le tovaglie

dell’altare delle grandi occasioni, e tutto l’occorrente.

L’ultima non era ancora del tutto una famiglia: erano due fidanzati, che si

sarebbero sposati alla fine dell’anno e che erano venuti a pregare per

chiedere al Signore che la loro fosse, prima di tutto il resto, un’unione

degli spiriti nello Spirito.

Con loro aveva stirato le tovaglie dell’altare, il camice, e tutto ciò che si

usa per la messa. Col fidanzato aveva preparato il fuoco di carbone di legna

per il grosso ferro da stiro: un pezzo da museo che aveva tirato fuori per

l’occasione, perché al santuario in quei giorni non arrivava la luce

elettrica. La ragazza non sapeva neppure che esistessero ferri da stiro di

quel tipo, ma aveva imparato subito, appena il vecchio abate le aveva mostrato

come si faceva.

Mentre lavorava insieme con i pellegrini, gli piaceva raccontare che le cose

che accadevano in paradiso accadevano anche sulla terra, per davvero. La

chiesa era un’unica realtà, un tutt’uno che aveva due versanti: quello del

cielo e quello di questo mondo. La festa che noi celebriamo quaggiù,

dell’Assunta, è celebrata anche in paradiso, e con grande splendore. Il

segreto per vivere le feste liturgiche era, per lui, quello di "passarle in

paradiso", di trasferirsi, cioè, con lo spirito nell’ambiente e nell’atmosfera

del cielo.

La vergine Maria non era un personaggio passato, il cui ricordo era scritto

sul vangelo, era una persona viva, in carne ed ossa, che si trovava in un

posto preciso, e questo posto era il paradiso.

In paradiso c’erano miriadi e miriadi di anime, di ogni lingua, popolo e

nazione, il cui numero nessuno poteva contare, esattamente così come era

scritto nell’Apocalisse.

Il vecchio abate immaginava di essere uno di loro e gli pareva di provare le

stesse emozioni.

Che tipo di festa e di manifestazioni avrebbero fatto in cielo per la vergine

Maria nella ricorrenza della sua assunzione? Ripensava a ciò che dovevano

essere stati i "trionfi" degli antichi imperatori, re e faraoni, quando

entravano vittoriosi nella capitale tra grida, canti, danze, fiori e feste, di

ritorno da una lunga e dura guerra vittoriosa. Sentiva che in paradiso c’era

qualcosa di più, e di grande, e gli pareva che ciò consistesse nella verità.

Verità intesa nel senso più pieno e totale. La grandezza celebrata era vera e

reale, attingeva alla radice dell’essere della festeggiata. Non importava se

era essenzialmente un dono di Dio, anzi, proprio perché era un suo dono, era

cosa grande, assoluta, senza pentimenti, definitiva ed eterna.

La gioia che le moltitudini manifestavano aveva la sua sorgente nell’amore

profondissimo – cioè, in una parola: vero – che le univa alla vergine Maria.

Non erano "pubblico" o "popolo", erano comunità: Maria era una di loro e loro

erano la sua famiglia. La santità e il privilegio che festeggiavano nella

persona al centro della festa, erano vissuti come un dono che Dio aveva fatto

a tutti: l’Assunta era un suo regalo fatto alla comunità intera. Dio era

quindi il termine ultimo della gloria e della lode e il suo compiacimento

verso la prediletta e verso la comunità chiudeva il cerchio della felicità e

la rendeva perfetta ed assoluta.

Il vecchio abate aveva cominciato a parlare di queste cose ai pellegrini.

Cercare di comunicarle lo aiutava a precisare le idee e chiarire meglio, anche

nella sua immaginazione, ciò che realmente doveva accadere in paradiso. Ciò

gli era di molto aiuto anche per la preparazione dell’omelia della festa, e

per entrare nel clima spirituale.

Alla mattina della vigilia si svegliò pieno di una sottile allegria

spirituale: ormai la festa era cominciata nel mondo interiore di ciascuno che

vi avrebbe partecipato: tutto era orientato verso il giorno di domani. Nella

mattinata portò a termine la pulizia del santuario; dispose tutte le candele,

i lumini, e appese alle colonne della chiesa gli antichi drappi di damasco

rosso che davano un’aria di grande solennità solo a guardarli.

Per i vespri solenni della vigilia aveva pensato di esporre sul tronetto,

sopra l’altar maggiore, il quadro della Vergine che si trovava in un altare

laterale. Ai suoi piedi avrebbe disposto alcune rose, adagiate sulla base

ricoperta di pizzo.

Alle cinque del pomeriggio nessun pellegrino era ancora arrivato. L’unica

persona presente, oltre al vecchio abate, era il figlio di una famiglia di

contadini, che abitava sull’altro dosso del monte. Era un ragazzo sui dodici

anni, che veniva spesso a suonare le campane del santuario e a muovere il

mantice dell’organo.

Se per quell’ora non c’era nessuno, non valeva la pena aspettare oltre: ormai

per i pellegrini era troppo tardi per arrivare e avere tempo per tornare a

casa.

Il vecchio abate non si lasciò rattristare: mandò il ragazzo a suonare a



distesa, mentre egli poneva sul trono l’immagine della Vergine. Poi salì

all’organo. Gli pareva che anche il paradiso lo stesse ad ascoltare, anzi ne

era più che sicuro. Suonò solo un quarto d’ora per non stancare il ragazzo;

poi lo rimandò a casa.

Si vestì dei paramenti solenni ed entrò nel presbiterio. Si sedette sullo

scanno di pietra, antico come la chiesa. Non c’era nessuno, e quindi poteva

prendersela con tutta calma, come piaceva a lui.

Poteva aspettare per iniziare i vespri, che il sole si apprestasse a

tramontare. Circa mezz’ora prima del buio, a quell’epoca dell’anno, il sole si

infilava attraverso il rosone sopra la porta di fondo, e correva sul

pavimento, saliva sulle colonne ed arrivava fin sull’altare.

Il vecchio abate s’immerse nella preghiera: non formulava pensieri né

immagini: si sentiva felice, felice e basta, e felice per il motivo della

festa.


Quando il sole entrò, cominciò il canto gregoriano dei vespri. Com’erano belle

quelle melodie e quelle parole! Da tutte le parti del mondo, dovunque ci fosse

un membro della chiesa in orazione, salivano a Dio e alla Vergine le stesse

parole e le stesse lodi.

Anche se il santuario era vuoto, il vecchio abate non si sentiva – e non era –

certo, solo. Mentre cantava gli pareva che ogni barriera visibile fosse

caduta: tutta la terra era lì con lui e il sole, e così pure tutta la comunità

del cielo con le sue miriadi di miriadi.

La luce del sole s’era andata facendo sempre meno intensa e sempre più rossa e

quasi irreale. I ceri dell’altare e le luminarie brillavano con intensità.

Mentre scendeva dallo scanno di pietra per andare ai piedi dell’altare per

cantare l’oremus finale ebbe una piccola distrazione.

Il sole era giunto sull’abside, un po’ a lato della metà: chissà se ce

l’avrebbe fatta a raggiungere l’immagine della Madonna sul tronetto, tra le

candele, prima di tramontare.

Chiese mentalmente perdono a Dio per la distrazione e cantò l’oremus senza

alzare gli occhi dal libro. Guardò in su solo per il "Deo gratias" di

chiusura. Mancò poco che stonasse, per il nodo di commozione che gli si formò

in gola, nel vedere il quadro della Vergine baciato in pieno dalla luce rossa

del sole e nello scoprire che gli occhi della Madonna e del Bambino gli

sorridevano tranquillamente da sopra l’altare.

LA GIORNATA DELLE MISSIONI

Il vecchio abate, prima di essere vecchio, e prima di essere abate, era stato

per più di vent’anni missionario, ma ormai quasi nessuno lo sapeva. Ne erano

passati altri venti abbondanti, e per tutti era diventato soltanto "il vecchio

abate".


Le missioni però aveva continuato ad averle nel cuore: solo chi non ha mai

vissuto in missione può pensare che uno se ne possa scordare. Non ne parlava

quasi mai, con nessuno: gli dava l’impressione di una certa vanità, come se ne

volesse fare un vanto.

Tuttavia nei suoi lunghi e silenziosi colloqui col Signore, nella solitudine

dell’antica abbazia in cima al monte, le missioni, o meglio la missione,

riempivano gran parte della sua preghiera.

Tutti gli anni celebrava con grande solennità la giornata mondiale delle

missioni, anche se raramente, per quell’occasione, c’erano pellegrini nel suo

santuario così fuori di mano.

Al vecchio abate piaceva molto pensare che tutta la chiesa di Cristo si univa

per celebrare nello stesso giorno la medesima realtà, ossia la sua missione,

il suo invio agli uomini di tutta la terra e di tutti i tempi. A volte gli

accadeva di passare più di un’ora solo per farsi penetrare dalla coscienza

della comunione con tutta la chiesa, in Cristo.

La contemplava estesa nello spazio, su tutti i continenti, in ogni angolo

della terra, ed estesa nel tempo, dalla pentecoste fino al presente.

Dappertutto sentiva la presenza poderosa e dolce, ineffabile dello Spirito

santo, e se ne rimaneva lì a contemplarla, la sua chiesa, e a perdercisi

dentro come una stella nella via lattea.

Orbene, in quel giorno, la chiesa intera raccoglieva la coscienza della sua

caratteristica di essere "inviata". Il vecchio abate era convinto che se tutti

i membri della chiesa, anche quelli che la grazia dello Spirito ungeva solo un

poco per di fuori, avessero celebrato bene questa festa, ci sarebbe stato un

cataclisma cosmico, nel mondo dello spirito.

Era sicuro che molte delle vocazioni che il Signore continuava a mandare –

lasciare la barca, famiglia e reti per andare a pescare uomini, magari

lontano, in una terra che avrebbe indicato più tardi – erano seminate in

questa giornata.

Per tutto ciò pregava, e se qualcuno arrivava al santuario in quel giorno,

cercava di convincere anche lui a fare del suo meglio, perché qualche seme

fosse buttato nella terra.

Si rivedeva ragazzo, la prima volta che si era accorto che un seme era caduto

proprio nel suo pezzetto di campo. Rivedeva le difficoltà della decisione e

poi la felicità che subentrava dopo, quando nella sua carne aveva sentito la

gioia di vivere, in prima persona, l’esperienza di avvertire il seme

trasformarsi in pianta e dare all’inizio fiori e poi frutti.

Come desiderava che in molti potessero fare la stessa esperienza...

Ripensava agli anni passati nella sua missione, alle sue comunità cristiane,

che solo in parte aveva fondato, ma che nella totalità aveva unito e fatto

crescere nella vita di Cristo; ai catechisti, ai gruppi di mamme, ai ragazzi

delle scuole sparse nei luoghi più lontani e impervi, ai canti, ai tamburi

nelle cappelle, alle danze di gioia nei giorni di festa. Gli tornavano alla

mente i suoi viaggi, i primi anni a piedi e in bicicletta, e poi con la jeep,

o quelli in canoa alle cappelle lungo il fiume. Il caldo e la luce accecante

del sole, gli improvvisi acquazzoni e la semplicità che la gente gli aveva

insegnato, di lasciarsi inzuppare i vestiti...

Appena arrivato, si era un po’ scandalizzato vedendo i suoi confratelli

missionari che consumavano tante energie nell’organizzare scuole, posti



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