Stralci dall’itinerario critico di marco cornini



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ITINERARIO CRITICO DI MARCO CORNINI

Fabrizia Buzio Negri

Giovanissimo con tanta grinta
Anno di nascita 1966, milanese, Marco Cornini è un giovanissimo che si affaccia con insolita determinazione alla ribalta dell’arte contemporanea, nel solco dei plastificatori apparsi nei secoli a dare evidenza alla storia umana.

La verifica di quanto propone oggi (Galleria Spada, Varese fino al 30 aprile) è demandata al tempo, il quale, si sa, provvede da solo alla selezione naturale. Noi registriamo l’attenzione convinta per un materiale antico come il mondo, la creta, modellata con un talento personale.

Cornini sta continuando gli studi all’Accademia di Brera; tale frequentazione è palese in alcune opere dal plasticismo tradizionale. Più direttamente coinvolgenti, alcune terrecotte sono concepite in una scorza grezza che consente una aggressività visiva sintomatica di una ricerca psicologica attuata nella contemporaneità.

Le sculture policrome ottenute, non dipingendo la terra, ma bensì lavorando terre di colore diverso, si addentrano in una lettura esistenziale proposta su figure prevalentemente femminili; realizzate in una forte espressività, esse lasciano affiorare pulsioni dal profondo.


“La Prealpina”, 28 aprile 1988

Mario De Micheli

Le fanciulle in fiore di Marco Cornini
Davvero, ventidue anni sono pochi. Pochi soprattutto per uno scultore che, a differenza dei pittori, ha bisogno di un più lungo tirocinio per imparare a impadronirsi di ogni tecnica del mestiere, di ogni “trucco”, come amava dire il grande Martini. Ma questi sono esattamente gli anni che ha lo scultore Marco Cornini.

E’ uscito ieri l’altro dall’Accademia. E’ un ragazzo che, a guardarlo, mette i brividi tanto è giovane e limpido. Il suo talento però non lascia dubbi. Sì, Marco Cornini ha talento.

Sono stato nel suo studio e ho visto le terrecotte che in questi due o tre anni ha modellato. La terracotta è il materiale più povero a cui un giovane scultore può rivolgersi se vuol lavorare senza perdere tempo. Non certo il marmo o il bronzo. Cornini tempo non ne ha perso: uscito dall’aula accademica, è andato alla fornace dove ha pure lo studio, e lì ha dato vita alle sue immagini.

E’ un piacere guardarle. Nello studio ce n’è una piccola selva, che racconta la sua storia, il suo progredire, i processi per cui da intoppi e impacci è arrivato a una più sciolta e fluida sicurezza. Il suo è un’itinerario creativo felice affidato a quelle doti naturali che, nell’esercizio del dar forma alla creta, hanno trovato via via, e continuano a trovare, come per grazia spontanea le giuste soluzioni plastiche.

Sediovuole, Cornini non ha complessi di inferiorità nei confronti di tanto sperimentalismo d’andata e ritorno. Il tema che preferisce sono le ragazze della sua età o giù di lì. E queste ragazze le rappresenta teneramente, incantato dalla loro candida e spregiudicata bellezza, dai loro disinvolti e innocenti comportamenti. E si tratta di una rappresentazione diretta, esplicita sin nel dettaglio delle calzemaglie, nei corsetti ricamati, nelle sottovesti di pizzo.

Snelle, flessibili, morbide e vitali, queste fanciulle in fiore escono dalle sue mani con fresca presenza, con amorosa fragranza ma anche con perizia, col segno di una conoscenza del proprio mestiere che, si capisce, egli ama e a cui si dedica con totale passione. Per rendersene conto, basta notare com’egli, con pazienza e finezza, sappia trovare e comporre le diverse terre per dare colore alle proprie immagini. Egli veste o spoglia le sue ragazze con garbo, ne rivela gli incarnati e ne tinge gli indumenti con la natura medesima delle varie crete, sempre attento al gioco delicato dei cromatismi. Ha insomma qualità e gusto.

Ora, Cornini non ha che d’andare avanti. Non gli sarà facile la strada intrapresa quando la spontaneità di queste sue prime intuizioni plastiche diventerà piena coscienza allora gli si presenteranno le vere difficoltà. Io, comunque, vorrei consigliare di tenerlo d’occhio: con probabilità avremo qualche altra sorpresa.
Dal catalogo della mostra personale tenutasi alla Galleria Ada Zunino di Milano, aprile-giugno 1989
Riccardo Barletta
A otto anni modellava perfettamente figure con la sabbia del mare. Ora, a ventitre, tratta la terracotta con grande perizia, giocando su calde policromie fra l’elegiaco e il sensuale. il suo mondo è quello della gioventù, specialmente figure femminili, ora nude, ora vestite da calzemaglie, corsetti, sottovesti di pizzo.

La magia sta nella materia: vibrante e sensibile. In una parola “carnea”.

Certamente Marco Cornini è una promessa per la scultura degli anni novanta. Deve scegliere la sua strada; oggi sente tre spinte: il vagheggiamento classico, la notazione di costume, la pulsione espressionistica. Il suo cromatismo lo avvicina comunque, alla pittura.
“Corriere della Sera”, 23 maggio 1989

Carlo Franza

Cornini, terracotte nel segno di Manzù
Ha compiuto ventidue anni, e giù possiede tutte le carte in regola, per essere considerato, oggi, uno dei giovani artisti più interessanti. Di Marco Cornini, scultore (nato a Milano nel 1966) si tiene una personale alla Galleria Zunino (via Turati 8) fino al 13 giugno. Ha frequentato l’Accademia di Brera, alla scuola di Giancarlo Marchese. Ma impegnato com’è nella scelta figurativa nuova e contemporanea, e lontano dalle fumosità proposte dai recenti indirizzi della gestione breriana, Cornini è in linea con quella grande tradizione della scultura che ha trovato a Brera immagine nei nomi illustri di Manzù, Messina, e altri. Scolpisce solo in terracotta, plasmando la materia calda, carnosa, rosata; un materiale povero, che mette i brividi solo a vederlo formato e raccolto in un corpo.

Teneri amanti, nudi, protesi uno verso l’altro, in un gesto di sguardi come ne “gli innamorati” (1988); eppoi fanciulle “in fiore”, ragazze prese da sensazioni, rilassate su poltrone, con le gambe accovacciate, avvolte del solo indumento della sottoveste di pizzo, ginnaste coperte di body, donne in corsa, figure sedute, nudi sdraiati. La materia dei corpi è policroma, sostenuta dal colore roseo della carne, dai bianchi indumenti che avvolgono le nudità, dagli stretti corsetti che avvolgono i seni. i corpi manifestano una totale naturalezza, una sensibilità e una spiritualità rasserenante eppure intensamente emotiva.

Le ragazze, nude o semivestite, hanno capelli disciolti o codini, e sguardi malinconici, estasiati; i loro corpi snelli e vibranti e la pelle morbida nascondono comportamenti innocenti, ed anche quella candida e spregiudicata bellezza che ammalia per la freschezza della carne.

Non mancano ragazzi atletici, avvolti da calzamaglie fino alla vita, danzatori, corposi nei muscoli che li sostengono, con capelli nerissimi e una virilità prorompente. La ricerca intermittente del cuore muove l’operato di Cornini, attraverso una soluzione plastica di enorme spessore, di sicura scioltezza, di creatività naturale.


“Il Giornale”, 7 giugno 1989

Donato Di Poce

All’ombra delle fanciulle in fiore”


“(...)” Sarebbe piaciuto a A. Martini veder come questo ragazzo lavora la terracotta.

Basti guardare alcuni particolari dei volti (labbra-occhi) o i panneggi ricamati che “svelano” le sue fanciulle per evidenziare la sua bravura tecnica in sicura evoluzione.

Ma ciò che colpisce della sua ricerca stilistica e poetica è la semplicità, la freschezza con cui Marco crea la “bellezza”.

Soprattutto femminile, senza tabù ma senza falsi erotismi.

Le sue sculture esprimono una bellezza interiore, una Proustiana contemplazione, un silenzio “erotico” di rara complicità e intensità emozionale.

Ogni sua scultura è un gesto d’innocenza appena svelato, un atto d’amore lontano dal compiacimento formale, dalla retorica umanistica, dal citazionismo artistico.

Le sue “ginnaste” non hanno nulla a che fare con le “danzatrici” di Messina e di Degas, ma esprimono una malinconia e un’estasi che lasciano trasparire ricchezza ed originalità espressive.

Lasciano trasparire una “coscienza della bellezza” come risarcimento estetico e morale alle distruzioni e alle deformità dell’uomo contemporaneo.

L’eleganza del gesto non è mai ricercata nella levigatezza della creta, che anzi anche nei momenti più intimi rimane “grezza, corrosa”.

Una corrosione che esprime però tutta la sua pulizia interiore, la sua poesia.

L’aver individuato questo “valore” in una società senza valori lo pone all’attenzione della critica.
“Artecultura”, giugno 1989

Mario De Micheli

Una scultura in stato di grazia
La scultura è un’arte difficile e a praticarla ci vuole coraggio: il tirocinio è lungo, il marmo costa, il prezzo delle fusioni aumenta di giorno in giorno. Eppure, nonostante ciò, c’è ancora qualche ragazzo che intrapprende questa rischiosa avventura. Marco Cornini è uno di questi: un giovane milanese, delicato e intrepido, che al mestiere dello scultore si è dedicato con tutte le proprie energie. Naturalmente, la materia che sino ad oggi ha costituito il suo banco di prova, è la creta; la stessa materia prima del grande Martini, che per anni ne ha modellato la palpitante sostanza, dando vita alla serie dei capolavori vadesi e meritandosi così da Bontempelli l’appellativo di “Fidia della terracotta”.

In realtà, a Martini, più dei greci piacevano gli etruschi: “Fanno le statue come le nostre donne fanno i ravioli”, diceva. La fluidità, la spontaneità erano, appunto, per Martini, il segno più alto dell’operazione creativa. Certo, certo: Cornini ha sentito scoccare i suoi ventiquattro anni appena da qualche mese. Perché dunque scomodare i padri della patria? A mio avviso, però, una ragione c’è.

E’ la ragione del talento. Cornini infatti, sin dal suo primo apparire, ha rivelato una dote di fondo: quella dell’impulso a dare forma plastica ai propri amori, al gusto della propria esistenza. Non ha inventato l’America né si è arrampicato sugli specchi. E’ la vita che gli vibra intorno ch’egli, sin dall’inizio, ha voluto rappresentare. E lo ha fatto nel modo più diretto, meno sofisticato possibile, con l’adesione totale al suo fervido flusso.

Ecco dunque di che cosa sono fatte le immagini che ora egli presenta in questa mostra. Sono le immagini della sua giovinezza e della giovinezza libera, fragrante, disinibita, bellissima che ogni giorno ci volteggia intorno: le ragazzine, le adolescenti, le fanciulle in fiore. C’è un intimo e tenero vitalismo poetico che anima queste sue immagini fresche e immediate, modellate senza sforzo, come se fossero sempre risolte alla prima, come si dice in gergo. Alte, agili, snelle, con jeans e calzamaglie, con slip ed esili reggiseni, queste presenze femminili si muovono con grazia e disinvoltura, felici della propria fisicità innocente, dentro a una visione di grazia e d’incanto.

E’ sorprendente la nitidezza e la sicurezza con cui Cornini supera le difficoltà di un tema come questo, sottraendolo ad un superfluo descrittivismo, ma al tempo stesso enunciando ogni dato che ne caratterizza il costume e i motivi. Le doti dello scultore, in tale impresa, vengono in piena evidenza. E si tratta di doti esplicite su cui non mi pare che possano esservi dubbi. Del resto bastano gli occhi per giudicare. Nella sua opera non vi sono né giochi, né sotterfugi, l’emozione che se ne ha è quella esteticamente giusta.
Dal catalogo della mostra personale tenutasi nelle sale espositive comunali di Mestre-Venezia, settembre 1990
Mario Stefani

Marco Cornini
Marco Cornini dimostra nella sua scultura, oltre che una grande abilità tecnica, una notevole felicità espressiva. Le sue opere non hanno infatti una fissità statica, ma un dinamismo per cui sembra che siano state colte di sorpresa, da una nascosta macchina fotografica, tale è la loro naturalezza. Cornini ama la vita e sa fissarla nella terracotta policroma con effetti sorprendenti. Adolescenti ora supini, ora seduti o colti nell’atteggiamento di camminare, sorpresi nel sonno o a meditare.

La sua scultura non può lasciare indifferenti, perché l’emozione che suscita non è momentanea o passeggera o superficiale. Riscopriremo questi ragazzi e queste giovinette in jeans, da lui cantati, per le strade, quasi che vi sia stata una trasposizione inversa, un miracolo particolare, che cioè la terracotta si sia mossa e sia divenuta carne palpitante. Non vi è con questo ombra di descrittivismo in queste sculture che hanno così una voce simbolica pura, di un suggerito casto erotismo classico.


“Il Gazzettino”, 6 settembre 1990

Milena Milani

Adolescenti
“(...) Eppure qualcuno c’è, visionario quanto basta, per darci un’immagine fresca e innocente degli adolescenti di oggi.

E` un giovane scultore, poco più che ventenne, dotato di straordinario talento. Ero entrata alla sua mostra a Mestre, nella sala comunale di Via Einaudi; conosco già da tempo Marco Cornini, dalla personale di Milano alla Galleria Ada Zunino, a quella della Terrazza Cortina, a Cortina d’Ampezzo.

Anche stavolta il fascino delle figure in terracotta, modellate splendidamente (il critico Mario De Micheli in catalogo lo avvicina a Arturo Martini), mi coinvolse, stavo in un luogo incantato e non volevo uscirne, infatti rimasi non so quanto in mezzo a quelle statue.

Erano tutti giovani, anche a grandezza naturale, dai corpi liberi, maschi e femmine, ripresi in atteggiamenti di estrema poesia. Le ragazze nude o in calzamaglia, i volti dagli occhi immensi, i capelli nel vento; i ragazzi accanto a loro come fossero nel Paradiso, prima del peccato originale.

Una magnifica scultura che portava il titolo “La meraviglia” con una coppia che guardava forse il destino, ignorando le sue strade irte di pericoli, mi sembrò il simbolo dell’adolescenza che si crede felice. Quasi mi vergognai di capire così poco quell’universo inquieto che era stato anche il mio. Lo dimentichiamo troppo presto, spinti dalle giornate che vanno, e lasciamo che gli slanci, gli impeti, i turbamenti dei ragazzi che vogliono crescere (e anche essere aiutati) si mutino in ribellione contro tutto e tutti.

Ogni figura era posseduta dalla grazia, come se le mani dello scultore fossero andate al di là dei corpi e della loro fisicità. Avevano portato in superficie i candidi segreti dei ragazzi, prima dell’impatto con la volgarità insediatasi ovunque. Delle prossime crudeli iniziazioni che avrebbero lasciato il segno.

Fantasia o realtà? Dove stava la verità dell’esistenza? Gli adolescenti di Marco Cornini avrebbero conservato la loro purezza o sarebbero diventati come i barbari tifosi del treno sventrato, oppure i protagonisti del film di Risi che, usciti dal carcere, non hanno altra alternativa se non ritornarvi? Interrogai i miei ricordi, riflettendo al modo con il quale ero stata educata.

Quanti sbagli si commettono, quante paure che generano complessi e compromessi...Manca l’amore, quello capace di dare, con umiltà, intelligenza e delicatezza. I maestri dovrebbero continuare a imparare, anche dai loro allievi.


“Il Gazzettino”, 8 ottobre 1990

Giancarlo Da Lio

Le sculture di Marco Cornini
Or non è molto la sala espositiva in via Einaudi a Mestre dell’Assessorato alla Cultura di Venezia ha ospitato la mostra di un giovanissimo scultore milanese: Marco Cornini.

Certamente i molti visitatori si sono resi conto della diversità e della freschezza di tale esposizione. Sculture in terracotta. Ho sempre sentito parlare della nobiltà di materiali come il bronzo ed il marmo per cui gli altri materiali ci hanno sempre dato l’idea del provvisorio, di fare qualcosa.

Invece Cornini ci dà l’idea che le sue opere in terracotta abbiano raggiunto una completezza tale da farci dimenticare la povertà del materiale usato che lo scultore riesce a nobilitare nel risultato finale.(...)

Inoltre i soggetti sono quelli tipici di un giovane uomo che vive in una città vitale. I suoi soggetti o meglio il soggetto è la donna.

Donne giovani che vivono una dimensione temporale felice e Cornini ferma con la materia questi momenti ed alcuni titoli ci parlano chiaro, come Contemplazione, il Ricordo di un momento... Ci aiutano a fermare i momenti della nostra esistenza con naturalezza, momenti che tutti noi viviamo e che possiamo ricordare nella visione delle opere esposte.

Ci voleva uno scultore giovane per poter dare, con coraggio, dignità alla più semplice ma completa delle materie e quale materia migliore per rappresentare la sacralità della terra.


“Il Gazzettino Illustrato”, 16 aprile-2 maggio 1991


Rossana Bossaglia

Gli etruschi di domani
Si vede bene di dove Cornini parte, quale cultura e quali predilizioni ha alle spalle: da un lato, come precedente storico, l’iperrealismo violento e come tale dissacratorio della scuola americana anni sessanta/settanta, il cui senso non tanto era di far sembrare vive le figure modellate, o ricavate a calco, quanto di rivelare che la persona può risultare un manichino, apparire ma non essere. Dall’altro lato sta la versione europea, e tipicamente italiana, di questa maniera, che è più vitalmente legata alla tradizione realistica in senso proprio; le figure non sono immagini di manichini ma di esseri carnali; e il compiacimento nella rappresentazione del nudo sottolinea questa valenza. Nel gioco entra infine una terza componente, che lo rende insieme più malioso e ambiguo: il ricorso ideale a modelli classico-antichi, un sentore di rivisitazione di celebri esemplari etruschi, e proprio gli esemplari legati all’iconografia tombale, per contraccolpo, come sappiamo, saturi di vita. La più tipica e inquietante tra le raffigurazioni di Cornini cui faccio ora riferimento è quel Letto a castello dove un arredo caratteristicamente moderno, relativo a esigenze correnti e immediate, si presenta quale una teca funeraria e incasella i giovani corpi giacenti in una inaccostabile solitudine.

Di frequente queste figure di Cornini sono rappresentate distese su un letto elementare, come sulla copertura di un sarcofago; senza che l’insieme perda il carattere di una modesta e attuale quotidianità, sottolineata dai pochi arredi, vestimenti, suppellettili; ma è un effetto spiazzante, perché gli arredi, improntati al costume odierno, restano, nella loro semplicità, fuori dal tempo. Sicché, se da un lato ci conturba l’evidenza realistica della coperta, del cuscino, della biancheria personale, tanto più conturbante quanto più il discorso fa appello a una simbologia di matrice remota, non c’è gesto vitale e impulsivo che non appaia bloccato nel silenzio attonito della tradizione millenaria cui questa scultura si ispira.

L’effetto è sottolineato infine dall’uso del cotto, che, mentre rende la singola opera calda di fisica dolcezza, la proietta nell’atmosfera senza tempo di una lunga tradizione artigianale.

Il discorso di Cornini, all’interno dei filoni che ho cercato di individuare e con i legittimi e consapevoli agganci vuoi ai campioni purissimi della plastica martiniana, vuoi ai modelli più immediati di illustri compagni di strada (e mi piacerebbe aver l’occasione di organizzare una grande panoramica di questo forte filone della scultura italiana), ha una sua intensa e sensitiva specificità nella duplice valenza con cui le immagini si propongono. Da un lato infatti esse sottolineano una certa immobile tragicità esistenziale, come se non ci fosse gesto minimo e banale, naturale incontro di persone, atteggiamenti e addirittura modo di porsi e respirare che, bloccati, non restino a testimoniare nel tempo la caducità dell’essere, il suo permanere soltanto nel mummificato congelamento dell’attimo; dall’altro, una sorta di generosa e intelligente immedesimazione in quello che fu il quotidiano: la testimonianza, e quasi dimostrazione palpabile, di come l’arte, nel passare dei secoli, per intensa che ne sia la comunicativa e immediata ne sia stata la registrazione dell’evento, non può offrirci tutto quanto ebbe spontanea naturalezza di vita se non nel segno di per sé aulico del remoto. Queste figure, quasi tutte di giovani, dai bei tratti carnosi, dagli sguardi un poco attoniti quando non indolenti, paghi della propria vitalità, nella veglia e nel sonno, sono simbolicamente, gli etruschi di domani, la vita fermata perché diventi ricordo, stasi, memento. La ragazza dell’Attesa, questa Venere o Maya desnuda che socchiude le labbra nell’aspettativa della gioia sensuale, consegna il suo immediato futuro come un passato di continuo ricorrente.

La plastica di Cornini, insieme dolce ed essenziale con l’ausilio di poche e impreviste colorazioni, il suo inventare e modellare che in opere recentissime (Pensieri notturni) assume i tratti di una rivisitazione simbolista, asseconda l’effetto di concretezza fisica dei corpi sulla cui esibita freschezza cala come non mai la percezione della loro caducità. Gli sguardi innocenti di sorpresa si caricano (Contemplazione) di una valenza malinconica del tutto disarmante. Come una metafora ricorrente, triste ma senza asprezze, celebratrice del passare ma non del decomporsi, una metafora, dicevo, del corpo che si fa terra e della terra che ritorna corpo.
Dal catalogo della mostra personale tenutasi alla Galleria Il Triangolo di Cremona, ottobre 1992

Tiziana Cordani

Cornini quasi etrusco
“(...) Del giovane scultore milanese Marco Cornini e`cosi` possibile conoscere sia i disegni che le terrecotte policrome. I primi, esposti fino al 14 novembre, eseguiti a matita o a penna, risultano per lo più preparatori delle realizzazioni plastiche, opere di impianto architettonico importante, dotate di un complesso intreccio di significati.

La plastica fittile, in mostra fino al 28 ottobre nelle sale di p.zza Filodrammatici, offre, attraverso una gestualità languidamente accennata, un mondo carico di suggestioni, ad un tempo proiettato nel passato e calato nel presente.

La fine biancheria, gli oggetti, gli accenni ambientali sottolineano il calarsi nel transeunte, in una attonita presa di coscienza del proprio esistere, immersi in una pacata fisicità.

La assorta contemplazione, l’attitudine malinconiosa e solitaria accomunano i personaggi del Cornini alla pittura romantica, quando non vi si riscontri un larvato classicismo intriso di spirito foscoliano. L’accento cade sovente, sia nella plastica che nella grafica, sulla coppia protagonista, modellata nel segno di un realismo rigoroso, in cui emerge una sorta di iato che allontana gli sguardi, divide gli spiriti e mostra i due amanti chiusi in una specie di eroica, pensosa solitudine.

Spira tra le scene disegnate in punta di penna o bellamente costruite con sicuro modellato, il ricordo della statuaria funeraria etrusca o vi affiora il puntiglioso realismo del minimalismo iperrealista, come finemente annota Rossana Bossaglia nella sua presentazione in catalogo; assonanze che caricano l’opera del Cornini d’un simbolismo drammaticamente teso alla coscienza dell’umana fugacità, mettendo in ombra il senso di latente turbamento con cui la giovinezza si nobilita cogliendo il senso della vita o si abbandona all’attesa di ciò che sta al di là della linea di tenebra.
“Mondo Padano”, 19 ottobre 1992

Ezio Maglia

Modella la creta e crea suggestioni
Nella sua maniera densa di impasti terrosi, dai quali le figure nascono per raccordare un “humus” fecondo di limpidi sentimenti, la scultura di Marco Cornini si attesta su una posizione di rilievo. Quella scultura si colloca in una zona di memorie classiche, con una propensione a cogliere dell’oggi gli aspetti esistenziali. (...)Nelle sculture in mostra alla Galleria d’arte contemporanea “Il triangolo” (aperta sino al 28 ottobre) si può ammirare non solo quanta parte abbia la maestria della “manualità” nel plasmare la creta, ma quanto promettente sia il talento dello scultore, quanto fine la sua sensibilità e quanto acuta la sua intelligenza nell’analisi psicologica.

Le immagini di Cornini - come osserva Rossana Bossaglia (docente di storia dell’arte all’Università di Pavia), che lo presenta nel catalogo della rassegna espositiva - vogliono sottolineare “una certa immobile tragicità esistenziale, come se non ci fosse gesto minimo e banale, naturale incontro di persone, atteggiamenti e addirittura modo di porsi e respirare che, bloccati, non restino a testimoniare nel tempo la caducità dell’essere il suo permanere soltanto nel mummificato congelamento dell’attimo”.

Le figure umane di Cornini, da sole o in coppia, per lo più giovani dalle sode fattezze, appaiono vicine e nello stesso tempo distanti (Rivelazione, Mondi, Silenzio, Il letto a castello); esse, attonite e un pò indolenti, nella quotidianità degli atti comunicano un desiderio di pace (Il sonno turbato) talvolta incomunicabilità ed attesa.

Suggeriscono una sorta di disciplinata collocazione temporale là dove la forma rievoca sarcofagi etruschi o si carica di connotazioni simboliste. L’effetto è di una totale concretezza fisica dei corpi, insidiata da un profondo senso della caducità che li avvia a ritornare e rifarsi terra.

E in questo senso i disegni e gli studi preparatori (esposti sino al 14 novembre alla Libreria Il Tarlo) sono rilevatori per lo sforzo di sintesi perseguito. Così come sono utili per capire le correlazioni interne cercate da Cornini nel tessuto dei sentimenti. Il profilo stesso dei corpi si dissolve in una lontananza lunare, mentre si percepisce uno spazio d’aria, un tempo immobilizzato nei silenzi di una pupilla spogliata o purificata delle visioni ormai passate e consegnate all’eterno.

La venusta armonia e la limpida grazia dei classici che governano il linguaggio plastico hanno il potere di evocare figure umane quasi vive e palpabili, attraverso vicende attinte dalle comuni esperienze quotidiane, ma che sanno assumere il tono epico e archetipo degli universali emblemi della poesia.

L’esistenza si rivela in tutto il suo fascino, con l’arcana ineluttabilità e trascendenza del suo senso e fine.
“La Provincia”, 23 ottobre 1992

Mario De Micheli

Le ragazze e i ragazzi di Marco Cornini
Gli anni passano anche per lui: adesso ne ha ventisei! Quando l’ho presentato per la prima volta, proprio qui alla Galleria Zunino, ne aveva ventidue. Così spudoratamente giovane ha però tutte le carte in regola. E’ dunque un piacere andare a vedere le sue sculture in quella pittoresca fornace che sta alla periferia di Milano, lungo il Naviglio Grande.

Ci sono dunque andato un po’ di giorni fa e ho avuto delle gradevoli sorprese. Cornini ha già avuto i suoi consensi, e dalla stampa e dagli amatori, ma nono si è certo adagiato sui freschi allori. Nello studio, infatti, ho un gruppo di grandi opere dove la sua ricerca plastica si rinnova in composizioni multiple fra tuttotondo, altorilievo e bassorilievo: opere che è davvero un peccato che, per la loro dimensione, non possano ora essere presenti a questa mostra. Ma chi avrà il coraggio di ordinare un’esposizione del genere per un artista tanto giovane?

Comunque, il frutto essenziale di una tale ricerca c’è anche qui, adesso nella piccola, ma prestigiosa Galleria dell’amica Zunino. Così ritornano fra noi i ragazzi e le ragazze in fiore che conoscevamo, ma ritornano in un gioco di prospettive diverse, di pareti, di specchi, di suggestive rifrazioni, oltrechè, naturalmente, nel candore seducente e fragrante di una giovinezza da paradiso perduto.

Le terrecotte di Cornini hanno la fluidità e la grazia di un piccolo miracolo fuori dal cesto, come si dice. Non è facile intuire da dove gli viene tanta fortuna. Martini invidiava gli etruschi proprio per questo. Diceva “Gli etruschi facevano le statue come le nostre donne fanno i ravioli”. Ecco: nel piccolo miracolo di Cornini c’è qualcosa che vi ci fa pensare. Ma le sue ragazze e i suoi ragazzi non hanno, beninteso, nulla di arcaico. Sono ragazze e ragazzi di oggi, che si amano e fanno all’amore liberi dall’ombra del peccato: ragazzi e ragazze in blue jeans, in magliette succinte e camiciole, o nudi di una nudità casta e innocente.

Forse è anche per questo che le sculture di Cornini ci piacciono: ci piacciono perché noi, forse, l’innocenza l’abbiamo perduta, o forse perché, coi tempi che corrono, è sempre più difficile difenderla.
Dal catalogo della mostra personale tenutasi alla Galleria Ada Zunino di Milano, dicembre 1992-gennaio 1993

Dante Tiglio
“(...) Il linguaggio plastico di Marco Cornini è caratterizzato dalla accettazione di una stretta integrazione dell’uomo nello spazio della vita e del sentire quotidiano. La creazione - secondo Cornini - assurge a verità artistica in quanto riesce a mantenere aperto un varco verso i livelli integri della coscienza, liberando l’uomo da tutte le sovrastrutture psichiche, ambientali, storiche culturali, che hanno alterato e alterano la sua originaria natura di essere sensibile. Cornini non enfatizza il fragrante candore e la purezza commossa degli stati d’animo delle sue figure; si limita a registrarne con semplicità di mezzi la verità esistenziale. L’uomo di Cornini appartiene nuovamente a se stesso, alla sua nuda umanità, alla terra da cui proviene. (...)”
Dal catalogo della mostra “Linee della ricerca plastica nella ceramica contemporanea” Fortezza del Priamar Savona, settembre 1994

Mario De Micheli
“(...) Ma c’è almeno un’altro scultore da ricordare qui: è Marco Cornini il più giovane di tutto questo gruppo. E’ nato appena nel 1966, ma sono già anni che agisce in pubblico. Egli è forse il solo che riesca a darci una immagine delle ragazze in fiore e dei ragazzi in amore: ragazze e ragazzi in blue-jeans, in magliette e camiciole, o nudi di una nudità casta e innocente. Anch’egli, al pari di altri artisti già nominati, ricorre alla terracotta, la materia meno costosa ma, in creta o in bronzo che sia, il gruppo di questi scultori è senza dubbio quello di cui si dovranno occupare le future cronache dell’arte poiché si tratta dei possibili Maestri di domani.
Dal “Catalogo della Scultura Italiana n. 10” Giorgio Mondadori Editore, Milano 1994

Mario De Micheli

Seguendo un’idea
“(...) Quando ho presentato una delle prime mostre di Cornini, mi sono ricordato di ciò che Martini diceva degli etruschi: “Facevano le statue come le nostre donne fanno i ravioli”. Le terrecotte di Cornini hanno la stessa fluidità, anche se, beninteso, non hanno nulla di arcaico. Sono infatti ragazze e ragazzi di oggi, che si amano e fanno all’amore liberi dall’ombra del peccato: ragazzi e ragazze in blue jeans, in magliette succinte e camiciole, o nudi di una nudità casta e innocente. (...)”
Tratto da “Difesa dell’immagine” Museo delle arti Castello di Nocciano, Riccitelli Editore 1995





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