Strumenti scientifici per la ricerca linguistica



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Un tanto va esplicitato fin d’ora con assoluta chiarezza, perché i non addetti ai lavori tendono sovente a dimenticarlo; e – quel che è peggio – essi rischiano d’essere vieppiù incoraggiati in tal senso da talune uscite poco felici di qualche vocabolario recente, che pretenderebbe di istituire una graduatoria nel metodo scientifico fra scienze esatte e scienze umane, il che risulta completamente fuori dalla realtà delle cose.


8 - Il concetto di comunità scientifica (argomento affrontato nell’aula L4 nel 2005).- La considerazione delle scienze dell’uomo sullo stesso piano e dunque con la stessa dignità che le scienze della natura è una spia (quasi impercettibile per il grosso pubblico), in realtà assai efficace dell’appartenenza o meno dei parlanti a quella che si definisce comunità scientifica, ossia l’insieme dei professionisti della ricerca (o ricercatori) nella sua estensione più ampia (ossia non semplicemente internazionale, ma addirittura planetaria; insieme non soltanto limitato a questo o quel ramo del sapere, ma a tutti i raggruppamenti nel loro complesso, più e meno articolato, come già visto rispettivamente ai paragrafi 6 e 7); tale insieme si compone, come già accennato al par. 7, di scienziati (o “cultori delle scienze esatte e sperimentali”, termine derivato dal suddetto uso specifico o antonomastico della parola Scienze) e di studiosi (o “cultori delle scienze umane, storiche e sociali”).

Come si vede, il termine ricercatori ha in questo caso un’accezione più ampia di quella puramente amministrativa e gerarchica che esso ha assunto nella legislazione italiana della seconda metà del XX secolo per designare il primo gradino della carriera universitaria, coperto dopo la laurea, a seguito della vittoria riportata in un concorso nazionale.

Al contrario, nell’accezione più generale di “appartenente alla comunità scientifica internazionale”, il termine ricercatore non contiene tratti gerarchici così spiccati, perché in detta comunità ciascun ricercatore viene ascoltato in proporzione all’esperienza maturata in un settore di studi, del quale, a volte, può anche capitare che egli sia l’unico esperto nel suo paese, nel suo continente o perfino al mondo. Proprio in tal senso, all’inizio dell’anno accademico 2004-05, nel suo discorso di benvenuto alle matricole, David Snelling, Preside della Scuola Superiore di Lingua Moderne per Interpreti e Traduttori, richiamando e incoraggiando gli studenti all’intenso significato del loro ruolo, enfatizzava l’esperienza unica e irripetibile di cui ciascun laureato può giungere a disporre, se svolge la propria tesi di laurea con serietà e dedizione.

Ora, tutti sono in grado di capire e condividere che, nella mia qualità di ricercatore (in senso stavolta gerarchico-amministrativo, in ruolo in Italia), mai e poi mai mi sognerei di considerarmi alla stregua di un Preside, di un responsabile di Progetti di ricerca di portata (inter)nazionale o di un Premio Nobel che dir si voglia.

Ma un aspetto molto meno ovvio per il senso comune è il tono di amicale solidarietà che suole connotare i rapporti fra tutti i membri della comunità scientifica, dal neo-laureato al Rettore, a prescindere dal loro status nella gerarchia amministrativa accademica: un atteggiamento che si presenta come informale nei modi e colloquiale nell’interazione linguistica, ma può essere tale soltanto perché e fintantoché esso presuppone a monte un ragionato controllo di sé e delle proprie emozioni, nonché il massimo rispetto reciproco; quest’ultimo è improntato, oltreché a una laica venerazione per ogni forma vivente, anche alla gratitudine per i compiti che (proporzionalmente alla propria età, capacità, esperienza, grado ufficiale di responsabilità) ciascuno svolge al meglio di sé, in vista di quella causa comune che è costituita dalla scienza.

Lo studente avrà modo di chiarire da sé questi aspetti, esaminando il clima amicale in cui, nella comunità scientifica statunitense degli anni ’60, è nato il progetto di Internet, ovverosia la rete digitale che attualmente costituisce il mezzo di comunicazione privilegiato fra gli appartenenti alla comunità scientifica internazionale che vivono da un lato all’altro del globo terrestre (cfr. Internet 2004, pp. 480-491).


9 - Nessuna scienza è ancella dell’altra.- Tornando invece al nostro discorso iniziale, osserveremo che esistono certo rilevanti differenze fra gruppi di scienze (scienze del pensiero astratto: matematica, logica; scienze della natura: astronomia, fisica, chimica; scienze dell’uomo coi loro diversi metodi e l’assenza di prevedibilità di tipo matematico e di ricadute tecnico-pratiche: storia, antropologia, sociologia); ed esistono differenze importanti finanche fra singole scienze dello stesso gruppo per oggetto, metodo e strumenti (sempre restando nell’ambito delle scienze sperimentali, la chimica studia la composizione della materia, ma col microscopio e in laboratorio, non col telescopio né in un osservatorio astronomico, come invece fa l’astronomia).

Tuttavia non esiste in alcun modo disparità gerarchica nel prestigio, ossia non c’è alcuna differenza di dignità fra discipline: nessuna scienza, insomma, è tenuta a esercitare nei confronti delle altre un ruolo subalterno o servile, alla maniera in cui, nel Medioevo, la filosofia o scienza del pensiero umano (e quindi anche dei suoi limiti) era definita “ancella della teologia”.

Anche se strumenti e metodi dell’una possono venire incontro ai problemi dell’altra in un rapporto che si definisce di interdisciplinarità (cfr. avanti, sez. III), ciascuna resta sovrana nel proprio campo; nessuna è tenuta ad esercitare un ruolo subalterno o servile nei confronti delle consorelle, perché un simile tipo di rapporto ricorderebbe troppo da vicino quanto avveniva nel Medioevo, quando la filosofia (o scienza del pensiero umano, limitato dai sensi al mero orizzonte terreno) era considerata, secondo un relazione di tipo feudale, “serva della teologia”

Ora, la filosofia con ambizioni teologiche pretendeva di essere conoscenza di un aldilà sovrasensibile, forse anche credibile per estrapolazione; ma, secondo l’istanza conoscitiva che si affermerà da Galileo in poi, in nessun modo verificabile mediante l’esperienza, ossia prevedibile e controllabile mediante ripetute verifiche (cioè non percepibile né coi cinque sensi, né con gli strumentari tecnologici più avanzati che, oggi, sono in grado di potenziarli).


10 - Due aspetti comuni a tutte le scienze.- A partire da Galileo, l’oltremondo non è, dunque, e non può essere in alcun modo oggetto riconosciuto della scienza moderna, ma resta affidato alla sfera privata delle credenze e delle convinzioni personali, che vanno certamente rispettate. La scienza beninteso le rispetta, ma non se ne occupa. Ne deriva che nessuna delle scienze moderne si interesserà mai di metafisica, ossia (secondo un’antica classificazione relativa agli scritti di Aristotele) di “quanto viene dopo (o sta oltre) il mondo naturale e umano” percepito dagli umani sensi e dagli strumenti che ne potenziano la portata.

Aldilà delle partizioni e della fisionomia particolare di ogni e ciascuna disciplina, risulta inoltre comune a tutte le scienze il rigore del metodo: ciò significa che nessuna scienza (né di ambito esatto né sperimentale né umano né storico né sociale, per quanto diversi ne siano i metodi) potrà mai acconsentire ad affermazioni generiche (ossia disancorate dalla realtà specifica che essa studia), imprecise (ossia vaghe e campate in aria) o addirittura inesatte (ossia errate); né impiegare un linguaggio confuso, incerto e ambiguo o definizioni poco perspicue (= poco chiare).

Se certo errare è umano e scienziati e studiosi sono esseri umani, essi tenderanno a correggersi immediatamente. Ne deriva che le affermazioni di portata scientifica, nel campo delle scienze esatte come nel campo delle scienze umane, risultano marcate da un’autocorrezione continua: anzi, quasi un’inquietudine permanente, che spinge stabilmente i ricercatori, ossia gli scienziati da una parte (nel campo delle scienze esatte e sperimentali) e gli studiosi dall’altra (nel campo delle scienze umane, storiche e sociali) a sforzarsi di fare meglio: ossia, in altre parole, a cercare di ottimizzare l’assetto delle conoscenze acquisite dalla scienza mediante, come vedremo, la ricerca (cfr. avanti, sez. IV).

Va esplicitato e sottolineato dunque che i criteri di precisione riguardano, sia pure con metodi e possibilità diverse, tutte le scienze, anche quelle non esplicitamente definite esatte; essi non escludono certo le scienze umane, che per progressi e raffinatezza di metodi non sono affatto da meno, anche se nella fase attuale queste suscitano meno clamore, data l’assenza di applicazione tecnologica immediata tramite ricadute economicamente eclatanti.

In conclusione, il perseguire rigore, precisione, esattezza non è un appannaggio delle sole scienze esatte, ma di tutte le scienze, sperimentali, umane, storiche e sociali incluse; secondo aspetto, altrettanto importante e che innerva di sé la conoscenza tutta (ossia quell’insieme delle scienze particolari che costituisce la scienza in generale) è il rifiuto della metafisica. Sono questi i due tratti condivisi da tutte le scienze moderne, ovverosia dalla scienza nel suo insieme a partire dal 1600 per arrivare ai tempi nostri.

V’è inoltre un terzo tratto comune a tutte le scienze a partire dalla seconda metà del XX secolo (grosso modo, dopo la Seconda Guerra Mondiale): si tratta del rifiuto della discriminazione fra esseri umani, di cui avremo occasione di parlare più avanti, al par. 19 b). Infine, una quarta caratteristica comune è il rifiuto della tautologia come logica definitoria (cfr. avanti, sez. IV).


11 - Due test di verifica della comprensione: - 11 a) C’è argomento scientifico e argomento scientifico.

A conclusione di questo non facile discorso, si allegherà, quasi a mo’ di test di comprensione, qualche enunciato che contiene le due accezioni possibili dell’aggettivo scientifico, la prima derivante dal significato generale e originario di scienza, intesa come sapere esercitato in tutti i campi con rigore di metodo (detto di modalità “affidabile in quanto coerente, metodica, rigorosa, sistematica”), l’altra dovuta al significato più tardo di scienza/-e, sviluppatosi a partire dall’esperienza di Galileo e ristretto alle sole discipline empiriche o sperimentali (detto di campi d’indagine “che si occupano dell’osservazione della natura”).


SIGNIFICATO PIÙ ANTICO E GENERALE: - Questa pubblicazione non contiene argomenti scientifici = “Questa pubblicazione, sia essa indifferentemente di scienze esatte o di scienze umane, non definisce chiaramente e preliminarmente ciò di cui intende parlare, non manifesta rigore di metodo, non adduce dimostrazioni coerenti e conseguenti”. Si noti che qui il plurale di argomento sta per “argomentazioni, dimostrazioni”; ma si possono citare esempi di quest’uso anche al singolare Questa pubblicazione non contiene un solo argomento scientifico, sempre col significato di argomento “argomentazione, dimostrazione”. Si stanno valutando le modalità con cui è condotta la ricerca pubblicata.
SIGNIFICATO AFFERMATOSI CON L’ETÀ MODERNA: - Questa pubblicazione è d’argomento scientifico o, meglio dal punto di vista della naturalezza dell’enunciato, Questa è una pubblicazione d’argomento scientifico o anche Questa pubblicazione tratta di un argomento scientifico oppure di argomenti scientifici = “Questa pubblicazione affronta un tema caro alle scienze esatte, (ma non mi pronuncio ancora sul valore delle sue argomentazioni dimostrative)”. Si noti che qui argomento compare, anche al plurale, col significato di “tema, oggetto di studio; sfera d’interesse”. Si sta illustrando l’oggetto d’interesse dell’autore, senza giudicare quello che ha scritto.
11 - Due test di verifica della comprensione: - 11b) Il significato di scientifico nel titolo del corso.-
CHE SIGNIFICATO HA DUNQUE L’AGGETTIVO scientifico NEL TITOLO DEL CORSO DI “Strumenti scientifici per la ricerca linguistica”?

Per capire di che cosa stiamo parlando, cerchiamo di ragionare impiegando i concetti elementari che dovrebbero essere chiari fin qui:


I) per la ricerca linguistica è un complemento di scopo che illustra il fine, l’obiettivo del corso (fine e scopo sono beninteso sinonimi e indicano dunque la stessa cosa, contrariamente a quanto sosteneva un’insegnante di italiano tristemente famosa e, forse, chissà quanti altri sedicenti insegnanti che ciascuno studente, in base alla propria esperienza, può aver conosciuto nel proprio percorso formativo);

II) ora, la linguistica si colloca, come abbiamo visto, fra le scienze umane (che studiano le lingue naturali), non fra le scienze esatte (che studiano invece i linguaggi artificiali);

III) risulta dunque esclusa, in questo caso, l’accezione più recente e specifica di scientifico come “pertinente alle scienze esatte, incluse quelle empiriche o sperimentali”;

IV) delle due una: se è esclusa l’accezione più recente e specifica di scientifico, sarà inteso allora il significato più antico e generale, cioè quello di scientifico = “dotato di metodo rigoroso e coerente”.


Nel titolo del corso l’aggettivo scientifici, che qualifica la parola strumenti, rinvia dunque ai “mezzi rigorosi e coerenti richiesti a livello accademico dalla linguistica ossia dallo studio del linguaggio naturale”.

In quest’impiego, l’aggettivo scientifici deriva dal significato più generale di scienza (“sapere metodico”) in riferimento alle modalità rigorose (e non ai temi), perché la linguistica è una disciplina classificata appunto fra le scienze umane e non fra le cosiddette Scienze (esatte), che hanno per oggetto la natura (che cioè trattano temi che oggi si dicono più specificamente scientifici).

In base all’esperienza maturata fin qui, tenderei a osservare che il paragrafo corrente intitolato Due test è fra i nodi più difficili dell’intero corso di SR, sia perché esso è gravato di per sé da una sottile complessità, sia, soprattutto, a causa di quell’aggravante esterna che è costituita dall’assoluta impreparazione di una maggioranza di insegnanti sui concetti elementari e portanti relativi a questi temi.

Se è insomma difficile capire quanto spiegato fin qui, ciò è perché fin dalla scuola dell’obbligo gli insegnanti non hanno a loro volta compreso e svolto a dovere il loro ruolo.


12 - Commento a due errori gravi.- In appunti che si pretendevano presi dalle mie lezioni ho trovato l’affermazione secondo cui esisterebbero “scienze non scientifiche”: quanto io invece dissi è (in contesto colloquiale e a titolo scherzoso): “Mi occupo di discipline non scientifiche - sottintendendo: “quanto ad argomento” - ossia di scienze umane e sociali”, ma un uditorio di giovani adulti dotati di diritti politici (attivi e passivi) non è stato in grado di cogliere lo scherzo.

Qualche anno dopo studenti universitari che frequentavano il mio corso hanno nettamente travisato l’aneddoto e le mie ulteriori spiegazioni, secondo cui esistono discipline con piena dignità scientifica (le scienze umane), anche se correntemente non si chiamano Scienze: così il tutto è divenuto negli appunti “Esistono scienze non scientifiche”, affermazione, questa, insostenibile con pretesa di serietà in qualunque contesto non dico accademico, ma anche semplicemente scolastico.

Un secondo fraintendimento fra i più gravi che ho trovato negli appunti riguarda l’illustrazione del concetto di verità scientifica, che sarebbe (di nuovo, secondo gli appunti presi da uno studente asseritamente alle mie lezioni) un fatto insoddisfacente e insufficiente in assoluto: evidentemente, la forma mentis ereditata dalla polemica e dalle metafisiche dell’assoluto tende a semplificare ed elidere tutti gli aspetti di pensiero appena un po’ più complessi, col rischio di lasciarli cadere. In realtà, questo tipo d’impostazione scredita sé stessa e le capacità intellettuali, per così dire, monoposto (intendo dire “a un posto solo di memoria, cioè intellettualmente limitate”) di chi forma simili scuole di giovani, in qualunque sede, pubblica o privata, il sedicente insegnante si trovi a operare.

Affermazioni siffatte sono più che sufficienti – credo – a confermare la confusione cui i giovani risultano oggi esposti e a giustificare l’impostazione che s’è creduto di dare a questo corso e a queste dispense, data l’ignoranza dimostrabilmente diffusa (e non tanto fra i giovani, incolpevoli almeno finché non si fregiano di un titolo di diploma universitario, quanto soprattutto fra chi pretende oggi di formarli) su temi di rilevanza cruciale per la nostra società e il loro futuro.


13 - Definizione del concetto di verità scientifica.- Definiamo verità scientifica quel tipo di conclusioni sulla realtà che risultano controllabilmente dimostrabili e incontrano, pertanto, il consenso generale e razionalmente motivato dei ricercatori: nella scienza non esistono intuizioni accettabili isolatamente, se prima non vengono debitamente argomentate e ragionatamente dimostrate. Può avvenire perciò che l’intuito del ricercatore galoppi a briglia sciolta e precorra le conclusioni razionali, con cui può anche finire per coincidere; ma finché egli o anche i suoi colleghi non avranno prodotto un dimostrazione giudicata soddisfacente dalla comunità scientifica, le sue idee rimarranno confinate allo stadio di ipotesi e non godranno in nessun modo del crisma di verità scientifica.

Ne deriva che la verità scientifica non coincide con alcun concetto di verità assoluta. Ma, essendo prodotta dall’uomo e per l’uomo, essa soffre di tutti i limiti spazio-temporali che, ad ogni epoca, ne condizionano l’orizzonte conoscitivo. Del resto neppure Cristo, che si tramanda aver detto di sé “Io sono (…) la verità (…)” (Vangelo di Giovanni, cap. 14, v.6) risulta aver fatto della verità un concetto statico, compiuto, posseduto una volta per sempre.

Infatti, nello stesso contesto (l’Ultima Cena) il medesimo evangelista (per giunta il più teologizzante dei quattro) riporta addirittura il detto seguente: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera (…) e vi annunzierà le cose future” (Vangelo di Giovanni, cap.16, vv.12-13; citato, come sopra, nella traduzione della Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1992, undicesima edizione). Si noti che non è detto “tutte le cose future”, intendendosi, com’è evidente dal contesto, solo “le cose essenziali che lo stadio di relativa maturazione dei discepoli può sostenere”.

La verità è quindi un concetto dinamico, verso cui si tende costantemente senza che essa si lasci mai possedere in maniera totale: in tale tensione permanente, l’apice terreno è dunque dato (relativamente e limitatamente all’ambito della scienza) dalla concordia degli esperti circa i campi di cui essi si occupano a titolo professionale. Forse a qualcuno non parrà molto; ma è certo il massimo che ci si possa attendere nell’orizzonte intramondano laico, in cui ci troviamo a vivere e parlare come ricercatori e che, come gli stessi credenti concorderanno nel riconoscere, risulta pur sempre assegnato all’uomo dalla divinità (per chi, fra l’altro come la sottoscritta, vi crede).



14 - Le scienze in prospettiva spaziale-areale.- Finora abbiamo esaminato sommariamente alcune differenze fra le scienze, che potremmo definire di natura areale o spaziale, nel senso che la bipartizione fra scienze esatte (o Scienze) e scienze umane è, parlando in senso figurato, una ripartizione di spazi mentali o campi d’interesse che corrisponde a una simmetrica suddivisione fra Liceo scientifico e Liceo classico, nel curriculum formativo giovanile medio-superiore. In una stessa città-tipo italiana questi due tipi di scuola si vengono a trovare, topograficamente, in due edifici distinti dal punto di vista urbanistico, data la maggiore enfasi data ai laboratori scientifici e alle aule di disegno nel caso del Liceo scientifico. Se non mi sbaglio, non è però così in Germania, dal che discenderebbe che la bipartizione fisica suddetta ha un che di convenzionale, secondo le culture.

All’Università la distinzione topografico-urbanistica fra nucleo delle scienze esatte e nucleo delle scienze umane permane anche in forza del fatto pratico: cioè che i sofisticati e ingombranti macchinari fruibili dagli scienziati non rivestono sempre altrettanto interesse per gli umanisti. Per i cultori di scienze umane, la strumentazione tecnologica (ancorché spesso indispensabile) non presenta un interesse estensivo, permanente e diretto, ma se mai selettivo, occasionale e mediato (ossia funzionalizzato ad aspetti singoli, ad es., alla presa di fotografie che evidenzino più chiaramente il tratto delle iscrizioni, dei manoscritti, dei lini antichi, ai quali poi gli studiosi applicheranno direttamente i propri strumenti concettuali).

La distinzione fra le varie scienze coi loro campi di studio e i relativi confini presenta dunque un assetto spaziale in senso figurato (metaforico o traslato) che ha ripercussioni spaziali concrete (topografico-urbanistiche) sull’ubicazione degli edifici in cui, fin dalla prima scelta adolescenziale, gli studenti italiani optano di venir avviati all’uno o all’altro tipo di scienze (esatte o umane).

Ora, questa bipartizione ha, come già accennato, ragioni sì intrinseche (date dal calcolo numerico che accomuna le scienze cosiddette esatte e dall’interesse per la sfera d’azione dell’uomo che identifica le scienze cosiddette umane); ma le sue motivazioni si presentano d’altra parte anche come storico-culturali e, dunque, convenzionali. Esaminiamole con un grado maggiore di dettaglio.

Esiste, a proposito della scienza, delle scienze in generale e delle Scienze (esatte), un’eredità da un passato ancor più remoto della rivoluzione galileiana ed è proprio la bipartizione per così dire “topografica” fra scienze esatte e scienze umane; anche se in passato non si chiamarono esattamente così, la riunione in questi due grandi gruppi giustapposti fra loro ha origine nella penisola italica intorno al IV sec. d.C., verso la fine dell’Impero Romano d’Occidente, in un periodo chiamato tardo-antico.

In quest’epoca, si aggregano infatti i due raggruppamenti, destinati poi a incontrare grande fortuna nel Medioevo, delle cosiddette arti liberali, com’erano chiamate allora (perché esercitabili soltanto da uomini liberi e non da schiavi), suddivise fra:


le Arti del Trivio (grammatica, retorica, dialettica: riguardando la facoltà squisitamente umana del parlare e del narrare la storia per iscritto, esse costituiscono l’evidente nocciolo di quelle che saranno poi le scienze umane);

le Arti del Quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia, cioè il nucleo patente di quelle che diventeranno le scienze esatte): contrariamente a quanto scritto da qualcuno sugli appunti, fisica e chimica non erano qui contemplate, perché non esistevano, quanto meno fino al Sei-Settecento (XVII-XVIII sec.).


La bipartizione fra scienze umane e scienze esatte affonda dunque le sue radici in un momento storico particolare di una particolare cultura: certo, il Trivio è incentrato sull’uso della parola e il Quadrivio sul numero; ma la suddivisione non è più che tanto intrinseca e oggettiva, perché queste arti (o “scienze medievali”) derivavano comunque tutte dalla filosofia; dunque la bipartizione tardo-antica di Trivio e Quadrivio e la sua ricaduta attuale rispettivamente su scienze umane e scienze esatte si presenta, anche se non proprio arbitraria, certo almeno convenzionale, in quanto appartenente a una certa fase culturale da cui, secolo dopo secolo, essa è stata ereditata, fino a giungere a noi come tradizionale e, apparentemente, indiscussa

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15 - Le scienze in prospettiva temporale.- È giunto il momento di esaminare un’altra bipartizione, che si è venuta a creare col procedere del tempo, col mutare delle condizioni storiche in cui la scienza si esercitava e col venir meno della considerazione di cui originariamente godeva un certo tipo di scienza, quella filosofica. Per molto tempo questa fu considerata il sapere per eccellenza, la scienza per antonomasia, la conoscenza tout court. Nel V sec. a. C. grazie alle osservazioni dirette di Ippocrate sulla peste in Grecia, nell’alveo della filosofia era stata concepita e aveva visto la luce niente meno che la medicina, nata, almeno in origine, come critica alle credenze superstiziose circa il dilagare del contagio.

Ma soprattutto da Aristotele (ossia grosso modo dal III sec. a. C.) e fino a Galileo (XVII sec. d. C.) la filosofia, da semplice scienza del pensiero e dei limiti di questo, assunse nette connotazioni metafisico-teologiche, assorbendo e asservendo il pensiero medievale europeo nello sforzo di dimostrare l’esistenza di Dio: philosòphia ancilla theològiae, “la scienza (del pensiero) è al servizio della teologia”: così recitava, come già accennato, il detto medievale.

Per incamminarsi in maniera sempre più passiva ed esclusiva sulla scia dei soli studi metafisici di Aristotele, la filosofia aveva rinunciato così all’osservazione diretta della natura (che pure era stato uno dei campi d’interesse dello stesso Aristotele), in favore di speculazioni condotte a tavolino.

Quando, con le sue osservazioni dirette e i suoi esperimenti, Galileo rinverdì l’interesse della speculazione intellettuale per la natura, egli chiamò i suoi studi philosòphia naturalis, ossia “scienza (del pensiero) rivolta alla natura”, “conoscenza ragionata della natura” per distinguerla dalla filosofia allora corrente, impregnata di metafisica e tutta impegnata a indagare l’aldilà. Il sintagma philosòphia naturalis non va tradotto quindi *“filosofia naturale”, che in italiano non vorrebbe dire assolutamente nulla (e infatti l’asterisco in linguistica indica una forma non attestata). Piuttosto, il latino galileiano philosòphia naturalis si renderà correttamente con “scienza della natura”.

È questo il giro di boa (ted. der Wendepunkt: “la svolta”) a partire dal quale le scienze della natura (o scienze empiriche o, ancora, scienze sperimentali) guadagneranno via via prestigio, credibilità e attenzione nel mondo moderno, fino a divenire addirittura le Scienze per eccellenza, come abbiamo appena visto, in certa terminologia contemporanea, anche se discutibile e discussa.

In una prospettiva cronologica bipartita, possiamo dunque a grandi linee concludere che esiste un modo di far scienza prima di Galileo, ed era la filosofia medievale ricalcata sull’Aristotele metafisico: questa si identificava con un tipo di pensiero condotto in maniera deduttiva, partendo da principi generali astratti e dogmatici (=“indiscutibili”) e svolgendoli via via fino alle conclusioni particolari.

Ed esiste un modo di far scienza dopo Galileo, che parte dall’osservazione più estesa e ripetuta possibile del dato fenomenico (=“di ciò che appare in natura”), per approdare in maniera induttiva (ossia procedendo da singoli casi particolari verso quanto essi condividono tutti) alla formulazione di una legge generale della natura.

Dalla fisica secentesca questa mentalità si è propagata, grazie all’Illuminismo settecentesco, alle altre scienze, influenzando profondamente anche i metodi delle scienze storiche che, pur tuttavia, non sono fondati sui numeri (per la storia antica e medievale), né su leggi onnivalenti che garantiscano una qualche forma sicura di prevedibilità (e tanto vale anche per la storia moderna e contemporanea, dove pure disponiamo di fonti che riportano cifre in modo sempre più dettagliato e che risultano tanto più controllabili, quanto più ci avviciniamo all’epoca presente).

Ora, con buona pace dei credenti, l’esistenza di Dio potrebbe configurarsi, ben più che come ipotesi da dimostrare in maniera cogente, come nell’ormai superata filosofia medievale, come un postulato (o assioma, con termine di origine greca), ossia un asserto intuitivo tale da non ammettere e, insieme, non abbisognare di dimostrazioni intellettualmente cogenti.

Galileo stesso, che era un credente onesto così com’egli era un onesto scienziato, partiva dalla salda convinzione che la Natura e la Bibbia fossero due libri non reciprocamente contraddittori, che il Creatore aveva dischiuso dinanzi all’uomo perché egli li potesse man mano decifrare.

Ma per tornare alle scienze attuali, concluderemo che non si può esercitare non soltanto la fisica o la chimica o l’astronomia senza i riscontri oggettivi dell’osservazione terrena, ma neppure la storia si può fare oggi a tavolino, invocando pricìpi ultraterreni o ignorando i dati empirici (=“visibili, udibili e tangibili”: in una parola, insomma: “concreti”) delle fonti.

Beninteso, anche se la storia non figura, per i motivi storico-culturali suddetti, nel novero delle scienze esatte (o Scienze), bensì fra quelle umane, anch’essa richiede, proprio come ogni altra scienza, esatta o umana che sia:

1) rigore di principi,

2) precisione ragionata nei procedimenti ( in una parola: metodo),

3) esattezza negli enunciati.


Il primo strumento per raggiungere il triplice obiettivo appena enunciato è il linguaggio umano. In qualunque scienza, dibattito, scritto, condizione preliminare di scientificità (ovvero di serietà, che esclude la confusione) è aver chiaro ciò di cui si sta parlando: per poter disporre di questa chiarezza, devo innanzitutto enunciare ciò di cui intendo parlare ed esplicitare in che senso se ne parla, tramite una definizione (cfr. avanti, sezione IV, par. 25, per una definizione di definizione). La linguistica che studia il linguaggio umano come oggetto suo proprio ha dunque un ruolo privilegiato nella fase preliminare e definitoria dell’oggetto di ogni scienza: ne consegue che la linguistica dispiega un rapporto di interdisciplinarità necessario rispetto ad ogni e qualunque altra forma di sapere.

La prossima sezione riguarderà proprio l’interdisciplinarità, la sua definizione e la sua casistica, nonché un caso di errore discusso nel dettaglio: quello dell’applicazione impropria di parole desunte dalla Storia e dalla Preistoria (scienze umane) alla Storia della Scienza e della Tecnologia: materia, quest’ultima, che si presenta come interdisciplinare fra la storia, le scienze esatte e le scienze applicate (tale nuova categoria di scienze sarà illustrata più avanti al par. 22).

Ma, senza forzare né precorrere i giusti tempi di apprendimento, vediamo di cominciare dal livello zero, ossia quello della definizione chiara ed esplicita, passo doveroso e necessario, per capire ciò di cui si sta parlando coi propri interlocutori.

TERZA SEZIONE: l’INTERDISCIPLINARITÀ (16-22)

Avvicinare un’unica realtà da punti di vista diversi
16- Definizione di interdisciplinarità

17-La realtà nel suo insieme, ovvero: l’oggetto che motiva l’interdisciplinarità

18- Modalità scientifiche dell’interdisciplinarità

19- Tre tipi di interdisciplinarità

19 a) Un solo esperto per due o più scienze (umane)

19 b) Un esperto per ciascuna scienza (esatta o umana)

19c) Un esperto per ogni branca (o settore di un’unica scienza)

20- Il rifiuto, da parte di tutte le scienze, del razzismo

21- Un errore possibile nell’applicazione dell’interdisciplinarità del III tipo (19c)

22- Scienza(/-e) pura(/-e) e scienza(/-e) applicata(/-e), ovvero scoperte e invenzioni
16 - Definizione di interdisciplinarità.- Definiamo interdisciplinarità quella situazione scientifica in cui, nel caso di un oggetto comune a due scienze, princìpi strumenti, metodi ed esperti di una vengono incontro ai problemi dell’altra, nel tentativo di risolverli. Questo è il caso più semplice di interdisciplinarità, ma se ne possono avere anche via via di più complessi, fra tre discipline o anche più. In altre parole, l’interdisciplinarità è la cooperazione fra principi, metodi, strumenti, esperti provenienti da due o più scienze diverse in presenza di un campo di studi grosso modo coincidente.
17 - La realtà nel suo insieme, ovvero: l’oggetto che motiva l’interdisciplinarità.- L’interdisciplinarità è giustificata dal fatto che tutte le scienze, esatte e umane, hanno come oggetto di studio sempre e comunque la realtà nella sua estensione spazio-temporale e nelle interazioni dell’uomo coi suoi simili e con la natura circostante: come abbiamo visto, le bipartizioni, quadripartizioni, ripartizioni multiple delle scienze, anche se non risultano del tutto arbitrarie, sono quanto meno convenzionali e utili, sul piano pratico, a mantenere l’ordine intellettuale fra le idee e, non da ultimo, la distinzione topografica nell’assegnazione degli strumentari pertinenti: anche se, come già accennato (par. 14) l’umanista apprezza e impiega strumenti ottici per l’esame di reperti antichi, egli non saprebbe che farsene di un oscilloscopio che fosse posto nei pressi del suo Dipartimento.

Ora, in realtà il mondo si presenta alla percezione umana come un unicum (ossia un complesso unico e inscindibile, solo convenzionalmente segmentabile in settori di competenza tramite l’intelletto), come un continuum spazio-temporale senza interruzioni (ossia un’esperienza indivisa anche se articolabile nelle discipline più varie, ma senza soluzione di continuità): ecco perché l’interdisciplinarità costituisce un necessario ed efficace correttivo della suddivisione convenzionale fra le scienze.


18 - Modalità scientifiche dell’interdisciplinarità.- Beninteso, la definizione di interdisciplinarità come “situazione scientifica” (ovviamente, nel senso più generale dell’aggettivo scientifico) trascina con sé l’assunto che l’adozione di metodi e strumenti provenienti da diverse aree di studio non si può esercitare in modo casuale, impreciso o confuso; ma va messa al contrario in opera con criteri ragionati, priorità ordinate, modi chiari e distinti e, infine, risultati esatti. A tale scopo, sarà utile abbozzare le distinzioni di cui al paragrafo seguente (n. 19).
19 - Tre tipi di interdisciplinarità.- 19a) Un esperto per due o più scienze (umane).- Quando le scienze che condividono un oggetto di studi appartengono a un medesimo raggruppamento (ossia sono ad es. ambedue scienze umane), è possibile che lo studio interdisciplinare sia condotto da un’unica persona: tanto avviene non di rado nel caso della linguistica, quando essa non può disporre, per studiare le lingue di epoche remote, di registrazioni su nastro e deve pertanto ricorrere a fonti scritte (oggetto di interesse diretto della scienza filologica).

In tal caso, essa chiede aiuto ai principi, metodi e strumenti della filologia, ma talora avviene che il linguista sia anche, di fatto, filologo e che sappia gestire da solo gli strumenti dell’una e dell’altra disciplina: essenzialmente, registrazioni su nastro magnetico (per il XX sec., ma oggi anche in digitale, nel formato MP3) per le fonti orali e manoscritti (o dalla seconda metà del XV sec. anche libri stampati) per i testi scritti. Non di rado avviene che il linguista-filologo sia in grado di gestire pure le capacità di una terza scienza ancora, quella traduttiva, per non parlare poi della scienza storica, la quale è addirittura presupposta dalle cognizioni di filologia.

Da quanto detto risulterà chiaro che, se una scienza di certo non si improvvisa, tanto meno si può improvvisare un trattamento interdisciplinare, che unisce più scienze e tende a una conoscenza sempre più ampia, a una rappresentazione dell’oggetto mediante una visuale più vasta e, quindi, sempre più vicina alla realtà delle cose.

È questo il motivo per cui le pubblicazioni scientifiche (ossia condotte con rigore di metodo) che si presentano interdisciplinari godono, nella comunità scientifica, di un altissimo prestigio, in particolare se a condurre il discorso interdisciplinare è un unico autore. Proprio il nostro Dipartimento si trova a potersi valere di un nucleo di studiosi in grado di operare, con siffatte modalità complesse, nel campo delle scienze (umane, storiche e sociali) del linguaggio, dell’interpretazione e della traduzione.


19 - Tre tipi di interdisciplinarità.- 19b) Un esperto per ciascuna scienza (esatta o umana).- Situazioni simili si verificano meno nelle scienze esatte, dove la complessità della strumentazione manuale da gestire ha raggiunto apici vertiginosi e (per citare un’osservazione di Michael Crichton che risale ancora alla metà del XX secolo), gli stessi biologi che non si esercitino costantemente col microscopio elettronico, perdono subito la manualità di uno strumento connesso al loro stesso campo in maniera addirittura diretta e cruciale e non, invece, mediata appena dall’interdisciplinarità con scienze contigue.

Nel campo delle scienze esatte è quindi più diffuso quel tipo di interdisciplinarità che vede la collaborazione di due o più esperti, oltreché di princìpi, strumenti e metodi applicati a un medesimo oggetto di studio.

Beninteso, questa modalità è attiva anche nelle scienze umane, dove si può avere, ad es., la cooperazione fra lo storico, l’archeologo, il filologo e il linguista sui problemi dell’origine degli antichi Germani e il caso si complica, quando si prenda atto che è necessario quasi raddoppiare il numero degli studiosi, perché, a rigore, occorrerà lo storico degli antichi Germani e lo storico delle fonti latine sui Germani, il linguista germanico e il filologo latino e via dicendo.

Tuttavia, per quanto già detto al par. precedente (19 a), spesso è un unico studioso di scienze umane a riunire nella propria persona molteplici competenze: il che farebbe non solo risparmiare oltremodo, nel caso si pensasse di invitarlo ai convegni; ma fornirebbe un rendimento davvero alto sotto il profilo culturale (oltreché, sia detto qui a titolo scherzoso, economico). Mediante questo primo tipo di interdisciplinarità, infatti, si potrebbero evitare, ad es.:


da una parte gli strafalcioni degli studiosi nordici nella traduzione/interpretazione dello storico latino Tacito, quando questi ci parla dei Germani;

dall’altra, un’indubbia miopia di tipo imperialistico-mediterraneo (venata di disprezzo razzista verso le culture più semplici di quella greco-romana) nel considerare le origini germaniche.


Vittime di quest’ultimo atteggiamento, dal 2000 in poi si sono presentati a me alcuni studenti, i quali sostenevano che gli antichi Germani fossero nientemeno che “inferiori” (secondo una studentessa di sedicente madrelingua tedesca); oppure “rozzi e ubriachi” (secondo uno studente siciliano, peraltro abbastanza a proprio agio con le tecnologie informatiche).

Personalmente sospetto che questa patologia nella visione delle cose, che – va scritto a chiare lettere – s’è dimostrata priva di ogni e qualunque fondamento scientifico (vuoi nelle scienze esatte, come pure nelle scienze umane, cfr. avanti, par. 21) sia stata contratta nella scuola superiore italiana, ma temo che nessuna scuola – pubblica o privata, europea o americana – ne sia, purtroppo, al momento immune.


19 - Tre tipi di interdisciplinarità.- 19c) Un esperto per ogni branca (o settore di un’unica scienza).- Un terzo tipo di interdisciplinarità è esemplificato nel libro di testo Internet 2004, dove due esperti della stessa materia (informatica umanistica, strutturata già in sé con un alto grado di interdisciplinarità, perché getta un ponte ardito fra scienze esatte/applicate e scienze umane) collaborano ciascuno sui temi nei quali è più versato: ora di argomento sociologico, ora di argomento storico; ora di argomento più specificamente tecnico-informatico, ora in tema biblioteconomico (ossia relativo – come l’insegnamento di RBOL – alla gestione di archivi librari sia cartacei che digitali).

In relazione al tema sociologico, ricorderemo il nome di Gino Roncaglia, che firma l’appendice C su “Internet e l’11 settembre” 2001 in programma per quest’esame, che riguarda quella branca particolare della sociologia (o studio dei processi attivi in una data società) che è la Sociologia della comunicazione la quale, nello studio del campo comunicativo umano, incontra a titolo interdisciplinare la linguistica; quanto al tema storico, faremo il caso di Fabio Ciotti, autore delle pagine sulla Storia di Internet, sempre in programma per quest’esame: la Storia di Internet è un settore della più ampia Storia delle telecomunicazioni che, a sua volta, è una branca dell’ancor più estesa Storia della Scienza e della tecnologia, la quale dispiega fin dal nome uno stretto rapporto di interdisciplinarità fra scienze storiche e scienze esatte (e applicate: cfr. avanti, par. 22).

L’estrema complessità di una materia in continua evoluzione fa sì però che la trattazione interdisciplinare, pur seria e interessante, da parte di Ciotti, sia passibile di critica da parte del cultore scaltrito di scienze umane. Vedremo ora nel dettaglio l’obiezione possibile.
20 - Un errore possibile nell’applicazione dell’interdisciplinarità del terzo tipo (par. 19c).- Definiamo storia lo studio degli eventi nel passato dell’uomo a partire da fonti scritte; definiamo preistoria lo studio del periodo anteriore all’invenzione della scrittura. Tuttavia, uno dei paragrafi (dal manuale Internet 2004) scritti da Fabio Ciotti reca il titolo La preistoria (alludendo, naturalmente, alla preistoria della rete).

Ora, l’invenzione di Internet si situa in un periodo (gli anni ’60-’70 del secolo scorso), in cui la scrittura era impiegata da almeno cinquemila anni: non risulta pertanto corretto parlare, come pure fa l’autore, di preistoria per la seconda metà del XX sec., periodo immerso e anzi letteralmente sommerso come nessun altro nella cultura scritta.

Il termine preistoria è certo suggestivo, evocativo, dotato del pregio divulgativo di rendere la lettura più interessante e piacevole; ma esso non risulta impiegato a questo proposito in maniera scientificamente corretta, perché misconosce l’oggetto della Scienza della preistoria, ossia il periodo in cui l’uomo non sapeva fruire della scrittura: e tanto, proprio nel momento medesimo in cui Ciotti invoca la preistoria.

La presente critica che muovo non nasce da un mio puntiglio acido e vuoto: se non apprezzassi la presentazione storica di Ciotti, non l’avrei preferita ad altre per sceglierla come parte integrante del mio esame.

Ma proviamo a immaginare un archeologo del IV millennio dopo Cristo, che scavando trovi (fra macerie di computer di cui ignori il funzionamento arcaico) il testo stampato di Ciotti, databile all’inizio III millennio, con l’intitolazione “La preistoria”: egli rischierebbe di ritenere che nel 1960 si ignorava la scrittura. Questo lo porterebbe completamente fuori strada nell’interpretazione della nostra civiltà e offenderebbe non pochi di noi, che si sentirebbero trattare da analfabeti (e per giunta ingiustamente).

Un tanto per dire che la possibilità di errore va sempre tenuta minutamente sotto controllo nelle scienze (anche quelle non definite esatte, come la storia), perché da uno sbaglio minimo si può generare cumulativamente una valanga di incomprensioni, che possono finire per distorcere a volte in parte, a volte anche completamente la realtà delle cose.

Ora, stravolgere la verità sarebbe contro gli scopi della scienza, perché la scienza si prefigge di raggiungere, con le sue spiegazioni razionalmente argomentate e motivate empiricamente, un’adesione sempre più vicina a quella che è la realtà circostante (cfr. il par. 13 sulla definizione di verità scientifica).

Ma tornando più da vicino all’errore di invocare la preistoria per un periodo in cui era già nota e ampiamente diffusa la scrittura, vi sono vari modi per correggere quest’inesattezza. Nel mio piccolo, ne intravedo già quattro, ma altre modalità potrebbero scaturire da un dibattito più vasto e caratterizzato da un grado ancor più ampio di interdisciplinarità.

In primo luogo, la correzione più semplice e immediata consisterebbe nell’esplicitare che si intendeva usare il termine preistoria discostandosi dalla sua accezione propria (ossia da quella di “periodo caratterizzato dall’assenza di scrittura”), per far riferimento a una fase nel nostro caso non certo priva di scrittura, ma priva soltanto di connettività digitale: si avrebbe così un titolo di paragrafo accettabile anche dal punto di vista delle scienze umane.

Un secondo modo di correggere l’errore sarebbe intitolare il paragrafo, più in generale e con minor grado di pretese, semplicemente Nascita di Internet, facendo ricorso a un uso metaforico o traslato del linguaggio comune: il tono sarebbe così estremamente divulgativo e avrebbe il pregio di farsi comprendere dalle (o, in termini di sociologia del marketing, arrivare al target delle) casalinghe-non-laureate-con-bebé.

Una terza possibilità, marcata invece da un maggior grado di precisione, sarebbe parlare di Origini di Internet, il che creerebbe nel lettore aspettative più nette di apprendere qualcosa circa il contesto temporale (o cronologico) e causale (o eziologico), in cui il fenomeno ha preso avvio.

In ultima istanza, altre e più proficue categorie si potrebbero applicare al caso particolare, mutuandole dalle scienze esatte e applicate, che costituiscono propriamente il campo in cui è sorta la rete. Personalmente propendo, dato il contesto accademico, per la soluzione che mi accingo a illustrare, oltreché per la precedente.

L’autore vuole distinguere opportunamente fra la fase in cui Internet era un progetto che rimaneva scritto sulla carta, ignorandosi ancora se avrebbe funzionato, e la fase in cui la rete Arpanet divenne, sia pure in dimensioni embrionali, dimostrabilmente operativa: ossia fra uno stadio teorico-progettuale in cui non era presente alcuna forma di connettività (se non nella mente degli ingegneri progettisti degli anni ’50-’60) e uno stadio pratico-applicativo (a partire dalla fine degli anni ’60), in cui si sperimentò in concreto che sarebbe stata possibile una connettività sempre più estesa.

Il titolo del capitolo da sostituire a Preistoria (di Internet) sarebbe allora più correttamente Fase progettuale (di Internet), mentre il capitolo seguente intitolato Arpanet potrebbe di conseguenza chiamarsi Fase sperimentale (di Arpanet).


21 - Il rifiuto, da parte di tutte le scienze, del razzismo.- La divagazione esemplificativa, di cui alla parte finale del par. 19 b), ci ha consentito di reperire un terzo punto in comune fra scienze esatte e scienze umane e, dunque, una terza caratteristica propria di tutta la scienza nel suo insieme. Oltre al rigore di metodo e al rifiuto della metafisica, la scienza contemporanea condivide, a conti fatti e risultati alla mano, il rifiuto di ogni e qualunque forma di discriminazione e sfruttamento dell’essere umano: sia questa di tipo etnico-razziale, economico-sociale, ideologico-religioso. Nel rifiutare le discriminazioni alle scienze umane e alle scienze esatte si unisce in blocco un terzo tipo di scienze, di cui avremo modo di parlare fra poco (par. 22) e che condivide con le precedenti rigore e rinuncia alla metafisica: il gruppo delle scienze applicate, di matrice sostanzialmente ingegneristica e derivate dall’impiego pratico delle scoperte operate da parte di ricercatori nel campo delle scienze esatte.
22 - Scienza(/-e) pura(/-e) e scienza(/-e) applicata(/-e), ovvero scoperte e invenzioni.- In generale, si dice scienza pura quel tipo di conoscenza in generale (oppure anche la singola disciplina particolare o l’insieme delle singole scienze prive di una ricaduta tangibile) che persegue il sapere fine a sé stesso, senza interessi pratici immediati: tale il caso della storia, della fisica, della chimica, tutte discipline volte a capire come e perché si verifichino determinati fenomeni, umani o naturali, senza perseguire applicazioni concrete. Il concetto di scienza pura attraversa dunque indifferentemente il campo delle scienze umane e quello delle scienze esatte: in altre parole, esso si presenta trasversale a entrambe.

Parliamo di scoperta scientifica quando lo scienziato si rende conto per la prima volta di un nuovo fenomeno o enuncia una nuova legge: in questo egli si limita a decifrare quanto già esiste da sempre in natura ed esercita i principi di una o più scienze pure. Anche le discipline umane (scienze pure per definizione, salvo, forse, le scienze dell’educazione) conoscono le scoperte: ad es., la scoperta di civiltà prodotte da nostri predecessori prima ignoti, oppure la scoperta di nuovi manoscritti. Per evitare ambiguità, però, col campo delle Scienze (esatte) la scoperta delle rovine di Ebla non si dirà scoperta scientifica (perché si creerebbe confusione nel ricevente riguardo al tema della scoperta: scienze storiche o scienze sperimentali?), bensì scoperta di eccezionale valore scientifico o scoperta con impensabili implicazioni scientifiche (indicando così le modalità rigorose dello scavo e le conclusioni metodiche che gli studiosi ne hanno tratto).

Dunque anche il concetto di scoperta si presenta come trasversale a scienze umane e scienze esatte, con la prima avvertenza che esso riguarda nel primo caso la storia e i manufatti dell’uomo, nel secondo caso la natura, che non è stata fatta dall’uomo e che tutto ciò ha una sua ripercussione nell’espressione linguistica.

Una seconda differenza fra scoperte delle scienze umane (o storiche) e scoperte delle scienze esatte (o sperimentali) è che, per le prime, le scoperte non sfociano in invenzioni. L’unica eccezione che mi venga in mente è l’invenzione della scrittura; ma essa data a un periodo talmente antico (metà del IV millennio a. C., salvo, appunto, nuove e più aggiornate scoperte), che non ha senso parlare, per quell’epoca, della partizione in scienze umane e scienze esatte come noi la concepiamo oggi.

Nel campo invece delle scienze della natura, quando la nuova scoperta, applicata a una costruzione manuale, crea un nuovo strumento tecnologico, si ha un’invenzione, ossia la creazione di qualche cosa che non esisteva in natura precedentemente a questa applicazione dell’uomo.

Le invenzioni costituiscono il campo della scienza applicata, che caratterizza l’ingegneria in tutti i suoi rami, da quello chimico a quello edile a quello meccanico a quello navale a quello informatico. La scienza applicata impiega le scoperte della scienza pura (solitamente quelle provenienti dal campo delle scienze esatte) per trasformare il mondo a vantaggio dell’uomo.

Rendersi conto del fenomeno delle onde elettromagnetiche fu una scoperta della fisica, scienza pura: sfruttarle per comunicare senza fili su lunga distanza fu un’invenzione di Marconi che chiamiamo radio. Lo studio di ambedue gli aspetti rientra in quel ramo dell’ingegneria, che è la scienza (applicata) delle telecomunicazioni.

Nelle scienze applicate confluiscono indubbiamente le conclusioni teoriche delle scienze sperimentali pure, come chimica e fisica; l’accento maggiore risiede però piuttosto, per le scienze applicate, nell’aspetto tecnologico-applicativo della realizzazione pratica di macchinari.

Internet nasce fin da principio come invenzione progettuale complessiva di scienza applicata nel campo delle telecomunicazioni. La scoperta di scienza pura proveniente dalle scienze esatte, sulla quale la rete si basa, è essenzialmente una e già nota da qualche secolo: l’elettricità. L’elettricità è oggetto di studio interdisciplinare comune ad almeno tre scienze:
fisica (scienza pura, che mira a scoprire il fenomeno, conoscerne le cause, comprenderne i processi, senza prestare attenzione a prospettive pratiche);

elettronica ed elettrotecnica (scienze applicate, volte a sfruttare il fenomeno nella costruzione di circuiti e apparecchiature che alleggeriscano lo sforzo umano).

Mentre dunque la scoperta grazie a cui funziona Internet è la sola elettricità (coadiuvata, ma non necessariamente, da sistemi satellitari e cellulari basati sulla trasmissione/ricezione di onde elettromagnetiche), le invenzioni su cui la rete si appoggia e senza le quali non potrebbe funzionare sono molteplici: nel periodo delle origini, si trattava della rete telefonica, dell’elaboratore elettronico collegato a una telescrivente e del sistema binario, oltre naturalmente ai linguaggi informatici di programmazione. Attualmente si sono aggiunte le connessioni a fibre ottiche e il WAP (Wireless [3] Application [2] Protocol [1]= protocollo [1] di programmi [2] senza fili [3]): quest’insieme di programmi informatici sfrutta la trasmissione delle onde elettromagnetiche a distanza, senza necessità di cavi per la connessione, sostanzialmente come la radio, la televisione, le trasmissioni satellitari, i telefoni cellulari.

QUARTA SEZIONE: LA QUALITÀ ACCADEMICA (23-30)

Cenni su come si apprende, si discute, si scrive, si cerca in rete all’università
23- Appunti e apprendimento di livello universitario

24- Consultazione di vocabolari sincronici e diacronici




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