Strumenti scientifici per la ricerca linguistica


- Definizione o definizioni di ciò di cui si intende parlare



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25- Definizione o definizioni di ciò di cui si intende parlare


26- Dibattito scientifico versus polemica

27- Consultazione della rete


28- Verso la tesi: vaglio critico del materiale bibliografco

29- Scienza e ricerca

30- Significati molteplici della parola ricerca
23- Appunti e apprendimento di livello universitario.- Un apprendimento di livello universitario è caratterizzato in primis (= innanzi tutto), anche se non esclusivamente, dalla stesura di appunti, tratti da lezioni o conferenze di tipo accademico (ingl. lecture). Prendere appunti dalla viva voce di un parlante esperto della materia è assai più difficile che prendere appunti da un testo scritto e ciò per almeno due motivi:


    1. il testo scritto è ricontrollabile, in quanto fruibile un numero indefinito di volte, mediante il semplice procedimento del voltar pagina per tornare a quel passo sfuggito o sul quale è sorto il dubbio;




    1. l’esperto tende a dare per scontati parecchi ragionamenti, che al suo livello risultano ovvi: questo è però purtroppo un tratto che si è andato affermando anche nei libri di scuola media inferiore e perfino elementare, senza che si trovino insegnanti disposti a (o capaci di?) fornire le spiegazioni del caso.

Ora, non è umanamente possibile redigere una lezione sotto dettatura non essendo la stenografia una pratica richiesta all’università. Da strumento essenziale di apprendimento accademico quale essa è, la redazione di appunti abbisogna dunque di alcune tecniche per evitare la perdita di contenuti o anche solo di nessi logici importanti, nonché la distorsione della fonte.

Occorre partire dalla premessa che è il significato che occorre trasferire sulla carta e non necessariamente la forma esteriore precisa di quanto viene detto, anche se poi all’esame si sarà chiamati a restituire quel significato attraverso un’espressione comunque esatta. A tale scopo, sarà bene istituire una gerarchia concettuale, distinguendo fin da principio quanto è ammissibile perdere nella trascrizione da quanto invece non lo è.

Nella prima categoria rientrano senz’altro gli articoli, intesi come unità morfo-sintattiche: nella fase che s’è potuta ricostruire per l’indoeuropeo essi non esistevano nemmeno (come mostrato dal latino e, tuttora, dalle lingue slave); nel tedesco e nell’inglese parlato, poi, gli articoli assumono scarsissimo rilievo prosodico, ossia vengono trascurati dall’intensità espiratoria della voce, essendo questa centrata tutta sulla parte lessicalmente significativa di nomi e verbi (radice).

Inoltre, se conosco l’italiano, potrò integrare gli articoli a posteriori senza difficoltà; se non lo conosco tanto bene, potrò comunque tentare di ricostruirne con calma morfologia e allomorfia corrette in un’altra fase, in un’altra sede.

Un po’ diverso è il discorso per l’ortografia: in linea di massima non ci si attende un’ortografia necessariamente corretta quando la mente è occupata ad ascoltare, capire, trascegliere, sintetizzare, trascrivere. Ma è da dire che un’ortografia errata può portare, in concomitanza con altri scarti in apparenza minimi, a una grave distorsione del messaggio, come nel caso della congiunzione e atona di fronte alla III persona singolare tonica è della voce del verbo essere all’indicativo presente.


24 - Consultazione di vocabolari sincronici e diacronici.- Intendo qui per vocabolario sincronico quello strumento cartaceo monolingue che riporta tutte le accezioni di un termine, visto nei suoi usi a noi prevalentemente contemporanei: poche righe sono dedicate alla dimensione diacronica o storica, come ad es. all’origine della parola o etimologia, nonché agli usi ormai divenuti arcaici.

Per evitare di perdersi in una marea di dati, che rischiano di risultare incomprensibili nella propria stessa lingua materna, la precedenza va affidata ai vocabolari sincronici concisi; poi si consulteranno via via i vocabolari sincronici più estesi; ma il chiarimento definitivo è possibile solo grazie ai dizionari diacronici o storici: cioè quelli che incentrano l’attenzione sulla prima data di comparsa (cronologia) di una parola o di uno dei suoi significati e sulle cause (eziologia) a monte di questa innovazione.

La seconda sezione di questa dispensa, intitolata CHE COS’È LA SCIENZA (parr.3-15) deriva appunto dalla mia consultazione di tutti i dizionari disponibili presso la nostra Scuola e mira ad orientare lo studente che intendesse rifare un percorso simile, fornendogli una falsariga o, meglio, una bussola per navigare, prima off-line nel cartaceo e successivamente (una volta acquisita una capacità di orientamento pronta e sicura) per navigare nel digitale on-line.

La consultazione dei dizionari ha come scopo la comprensione dell’argomento di cui ci si accinge a parlare od a scrivere, comprensione che è il primo, ineliminabile passo per dire o fare alcunché dotato di senso: e questo non soltanto all’università.


25 - Definizione o definizioni di ciò di cui si intende parlare.- Credo di aver dato il buon esempio in queste pagine, col definire moltissimi dei concetti portanti di cui s’è occupato questo corso. Fra quelli finora mancanti figura però il concetto di definizione.

Si dice definizione una perifrasi (=“un giro di parole”) tale da spiegare il concetto che è da definire con sinonimi, termini più noti o più semplici, espressioni equivalenti, ma non con la parola che va definita o con termini suoi corradicali, perché allora non vi sarebbe alcun aumento reale nell’informazione e si cadrebbe nella tautologia (es.: l’amicizia è un atteggiamento amichevole).

La tautologia è una falsa definizione, che moltiplica le parole senza in realtà farci uscire dal cerchio della nostra ignoranza: in quanto tale, essa ha un ruolo importante nella retorica (anche politica), ma nessuno scienziato o studioso l’accetterà mai come base fondante della propria o delle altrui discipline.

Quindi, esattamente come il mancato riconoscimento di pari dignità alle scienze umane come alle scienze esatte o l’assenza di rigore concettuale (cfr. sezione seconda) o l’atteggiamento di discriminazione e/o sfruttamento verso i propri simili, anche l’uso della tautologia si configura come segnale sicuro di una non appartenenza alla comunità scientifica.

Certo, il problema di definire un concetto non è sempre facile. Ne sanno qualcosa i linguisti, che si sono accapigliati a lungo per tentare di definire il significato in maniera univoca e coerente. Ma non è sempre indispensabile che tutte le definizioni di un medesimo oggetto siano coerenti fra loro: piuttosto, l’istanza scientifica richiede che la trattazione di un capitolo sia coerente con la definizione che si fornisce in apertura; un capitolo successivo si sforzerà di mantenere la trattazione conseguente con la seconda definizione proposta all’inizio del secondo capitolo e così via, finché la ricerca in atto o una/più ricerche future non saranno in grado di appianare poco a poco le contraddizioni sussistenti: l’importante è segnalarle onestamente, invece che coprirle surrettiziamente, il che si configurerebbe come un furto alla fiducia del lettore e, quindi, un atteggiamento non scientifico.
26 - Dibattito scientifico versus polemica.- L’origine prima del termine polemica risiede nella parola greca pòlemos, che significa “conflitto; guerra”. Oggi come oggi la polemica è un genere del discorso che compare nei media sia in forma scritta che parlata che digitalizzata on-line; esso è strutturato in base a un tipo di ragionamento che richiama un titolo del passato: Aut aut. L’espressione latina sta a indicare due congiunzioni coordinanti disgiuntive, ciascuna delle quali introduce un’opzione alternativa rigorosamente esclusiva dell’altra: se si sceglie la seconda, va automaticamente e in blocco esclusa la prima e viceversa.

Certo, la struttura mentale dell’aut aut risulta applicabile a certi campi dello scibile umano, ma essa si rivela altresì gravemente riduttiva e, dunque, completamente insufficiente ad affrontare e gestire tutta la variegata complessità del mondo contemporaneo. Ho sentito uno stimato docente di questa scuola addurre precisi casi antropologici, in cui la logica di matrice aristotelica del tipo “delle due una: o è l’uno o è l’altro” clamorosamente non funzionava, quando l’oggetto di studio era proprio l’uomo (Franco Crevatin, lezioni di linguistica precedenti al 1996).

Non tutte le questioni umane, però, e fra queste in particolar modo le problematiche scientifiche inerenti agli studi umani e sociali, sono credibilmente formulabili in termini così netti, recisi, mutualmente esclusivi, come nel titolo dell’opera filosofica del secolo scorso, verosimilmente venata, per non dire gravata, della dolorosa esperienza individuale vissuta dal filosofo ottocentesco Kierkegaard.

Le attuali condizioni che governano il genere polemico risultano sovente dettate da interessi precisi, smodati e non scientifici (bensì di matrice economica, politica, angustamente religiosa o quant’altro). Tanto può esser fatto valere sia per la polemica quale essa si incarna in cartaceo, sia on-line, sia nelle forme dell’oralità (più o meno mediatica).

Ebbene, tali condizioni (frutto di visioni anguste e parziali con pretesa di venir estese per di più su scala globale) oggi non consentono nemmeno di sostenere automaticamente che la verità “sta nel mezzo”, come pur si soleva affermare in quella saggezza che è stata prodotta dal mondo greco-romano antico: un mondo che – pur coi suoi difetti e le sue pecche, spesso anche gravi in maniera e misura inaudita – viveva ancora commisurato all’essere umano e non ai ritmi, frequenze e cifre dell’alta tecnologia, né alle modalità attuali della multiculturalità.

Nelle forme in cui ci è familiare dai media, la polemica è un genere finalizzato a suscitare clamore mediante la polarizzazione delle posizioni intorno a due nuclei opposti in modo reciso e tale che l’adesione all’uno comporti l’automatica esclusione (e demonizzazione) dell’altro.

Da quanto detto, discende naturalmente che la modalità polemica si situa al di fuori dei modi del dibattito scientifico: essa risulta estranea ai modi della scienza, perché la scienza non cerca il contrasto come fine a sé stesso o come finalizzato al raggiungimento di interessi particolaristici, né, tantomeno, insegue il dissidio come parte dei propri scopi.

Al contrario, la scienza mira a stabilire i fatti reali attraverso il vaglio spassionato delle varie opinioni degli studiosi in materia: la verità perseguita dalla scienza non è certo assoluta, riconoscendosi gli studiosi esseri umani fallibili, condizionati, per di più, dall’orizzonte cognitivo dell’epoca.

D’altra parte, la verità di tipo scientifico non si può definire nemmeno assolutamente relativa, perché nasce dal punto di coincidenza di diverse opinioni ispirate da diverse visioni del mondo sui medesimi fatti esaminati con metodi differenti, ma pur sempre validi secondo le leggi riconosciute che governano il pensiero umano e che, pur nella diversità delle tradizioni culturali, vengono sancite dalla comunità scientifica: prime fra tutte, l’assenza di interessi personalistici e la coerenza nel procedere.

Certo, singoli studiosi potranno anche cadere in queste ed altre trappole, ma allora le loro pubblicazioni non verranno accettate come scientifiche al vaglio di commissioni di esperti il cui requisito minimo è che ne sappiano complessivamente di più e non di meno di chi stanno giudicando.

Quando due sedicenti studiosi trascendono le consuete modalità serene e distaccate del dibattito accademico ed entrano in polemica, la reazione dell’entourage scientifico tende a isolarli, senza dar ragione a priori né all’uno, né all’altro, né a un’eventuale terza posizione mediatrice (la scienza non va confusa con le sintesi, sia pure faticose e talora meritorie, della politica).

Si procede poi a un’attenta disamina delle ragioni di ciascuno, sottoponendole una per una, spassionatamente e senza preconcetti, al vaglio critico dei metodi pertinenti in quelle particolari discipline. La verità scientifica risiede dunque fuori dai limiti angusti e dogmatici del genere polemico, così come essa non accetta il condizionamento di interessi allotri e spuri.

È questo il motivo per cui questo paragrafo non è stato intitolato Scienza e polemica, bensì O scienza o polemica. Più precisamente il titolo era Dibattito scientifico versus polemica, dove il latinismo versus indica l’opposizione, qui sì netta, che insiste fra discussione scientifica, improntata al dialogo, e genere polemico, impostato sulla conflittualità: qui sì che è il caso di dire aut aut, l’uno sussistendo versus (“di contro a; in quanto opposto a”) l’altro.

Il terreno elettivo del genere polemico è, semmai, la divulgazione di un dibattito culturale, e dunque il giornalismo, la propaganda politica o il marketing volto a pubblicizzare l’uscita di qualche libro, non sempre di profilo accademico (tenendosi tendenzialmente gli studiosi in disparte dal chiasso del mercato), anche se non per questo è detto che il libro debba risultare necessariamente poco interessante.

La polemica può pertanto dispiegare una grande utilità nell’attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su temi in cui la scienza o la cultura si trovano ad essere, bene o male, coinvolte. Cade opportuno citare qui l’opinione del card. Ersilio Tonini, il quale ha commentato positivamente l’esito pur numericamente non ottimale del recente referendum sulla procreazione assistita, nel senso che, a suo avviso, pur con tutte le sue polemiche, il dibattito ha almeno sottratto del tempo alla fruizione di reality show da parte degli Italiani, che si sono così sentiti spinti a informarsi di problemi reali e sostanziali che potrebbero riguardarli a breve ben più da vicino.
Ad ogni modo, si raccomanda vivamente di non confondere i forum polemici presenti su Internet con occasioni di dibattito scientifico, quali offerte da newsgroup qualificati dalla presenza di esperti del mondo accademico: si tratta di due cose ben diverse.

Al più, l’esperienza vissuta con un forum polemico on-line (o altre iniziative relative a questo tipo di dibattito, estremizzato e polarizzato) potrà far insorgere nell’utente l’insoddisfazione per una contrapposizione troppo netta e artificiosa fra opinioni parziali, tendenziose, faziose e spingerlo a documentarsi in maniera più seria e completa presso fonti questa volta sì scientifiche: ad es., volendo restare nell’ambito di Internet, un newsgroup di livello accademico, stanti, beninteso, due condizioni irrinunciabili ed essenziali:




  1. che lo si sappia identificare e date le premesse dell’attuale istruzione superiore ed universitaria non è affatto detto che ciò sia agevole o perfino possibile senza una guida sicura; nel corso delle lezioni di SR dell’a.a. ’04-’05 si sono addotti esempi tratti da varie discipline per identificare prontamente le argomentazioni non scientifiche in rete;

  2. che si conoscano e si intendano rispettare le regole di comportamento relative o netiquette (< net + etiquette, ossia l’etichetta in rete, il galateo vigente fra le persone civili che frequentano Internet): non si invierà, ad es., a un gruppo di studiosi credibili un’iconcina che indica un sorrisetto di disponibilità sessuale (come se si trattasse di talune discutibili linee di chat): il primissimo risultato che posso immaginare sarebbe venir immediatamente quanto cortesemente emarginati/-e.

Sembra davvero brutto doverlo dire e pare ancor più imbarazzante stenderlo per iscritto, ma le distorsioni in senso indecente da me trovate su appunti (che si pretendevano stesi da quanto si pretendeva avessi detto) richiedono di esplicitare, finanche per iscritto, quanto sopra e, altresì, quanto segue: forse per manifestare un senso del pudore malinteso, frettoloso e obsoleto, le regole di netiquette da me rapidamente vagliate su manuali e glossari ignorano del tutto tali aspetti e pericoli.

Il fatto in sé è anche comprensibile, essendo i suddetti lavori mirati, ovviamente, a persone adulte, civili e responsabili; ma così continuando si viene a creare una situazione rischiosa per le nuove generazioni: stante la velocità rapidissima (invero, spesso supersonica) di cambiamento delle realtà in rete, rischiamo di venirci a trovare di fronte a un’involuzione di questo tipo: nessuna messa in guardia da parte di genitori o di libri credibili da una parte e l’esposizione a figure ambigue di compagni o pretesi educatori o altre fonti di natura veramente dubbia dall’altra.

Che quanto si sta scrivendo non sia il delirio di una Cassandra demente lo sta a dimostrare un articolo comparso di recente sul giornale locale: qui un sedicente giornalista proponeva all’attenzione dei lettori il caso di una ragazzina di 10-11 anni che avrebbe colloquiato in Internet con un uomo, provocandolo sulle sue cosiddette doti e istigandolo a filmarsi con la webcamera in condizioni inequivocabili, col commento trito ed ipocrita, da parte del sedicente giornalista, di “dove siamo andati a finire”: non una parola sui pericoli (anche di vita) cui era esposta la ragazzina, né sul ruolo dei genitori nella faccenda, né, d’altra parte sul comportamento che questi avrebbero potuto/dovuto assumere per evitare tutto ciò.

Resosi già noto per trasformare il resoconto su indagini di cronaca nera (su cui gli stessi inquirenti manifestavano dubbio, prudenza, riserbo) in sceneggiature gialle scadenti, il sedicente giornalista finiva di fatto per suggerire un modello di comportamento rovinoso dal quale egli, rassegnatamente, troncava a priori ogni via d’uscita, probabilmente per povertà di pensiero.

Del pari, si sogliono inventare per le colonne dei giornali pretesi linciaggi, quando testimoni oculari credibili smentiscono recisamente di aver visto comportamenti simili.

Tanto mi sembra sintomatico sia di una certa crisi diffusa del giornalismo in Italia, sia dell’impotenza che rischiano le istanze educative quando si taccia per timore di affrontare argomenti troppo delicati. Rifiutando di parlare serenamente di simili situazioni, si corre il rischio di esporre i più giovani a circostanze che essi non hanno poi gli strumenti intellettuali, caratteriali, materiali per gestire fino alle relative ultime conseguenze, che li riguardano assai da vicino, e in maniera talora drammatica, quando non addirittura tragica.

Qualche anno fa, dovendo condurre un seminario accademico sull’uso di Internet, chiesi a titolo informale consiglio a una persona impiegata presso le forze dell’ordine su come evitare circostanze spiacevoli in rete. La risposta fu pronta, decisa e inequivocabile: chattare in rete soltanto con persone altrimenti ben note.

Quest’indicazione precisa si armonizza senza difficoltà con reminiscenze, per fortuna isolate, tratte dalla stampa di questi ultimi anni: in circostanze di chat seguite da appuntamento con sconosciuti, infatti, la cronaca nera italiana ha già registrato, purtroppo, le sue vittime; per tacere di quella francese, dove una giovanissima, istigata dai genitori a trovar lavoro in rete, ha pure pagato, da ultimo con la vita, quello che credette il suo primo appuntamento di lavoro.

Si consiglia vivissimamente, pertanto, di non accettare colloqui con persone poco conosciute, come del resto era aurea norma, fin dagli anni ’60, pure i tempi tipici dell’autostop, non accettare passaggi o inviti a casa da persone mal note; tanto vale a maggior ragione ora, pure se queste si presentassero come laureandi di prestigio o come professionisti affermati, dotati di studio o finanche di ambulatorio: simili offerte non vanno accettate, nemmeno se il pretesto, travestito di maldestra scientificità, fosse l’ormai storico esperimento (descritto in Internet 2004, p. 490) sul funzionamento della rete in un furgoncino sulla costa californiana collegato via satellite con una postazione informatica di Londra.


27 - Consultazione della rete.- Riallacciandoci al paragrafo 25 sulla definizione, diremo che a questo punto, dopo aver consultato i vocabolari e ragionato sulle definizioni, dovrebbero essere chiare almeno le difficoltà possibili intorno ai concetti che si vogliono affrontare; si dovrebbe essere dunque in grado di formulare un’interrogazione (o query) di un database (o archivio digitale) in rete, tale da escludere dai risultati tutte le accezioni della parola che non interessano.

L’argomento è oggetto specifico del corso RBOL; nondimeno si addurrà qui un paio di esempi incentrati, in armonia con l’impostazione di SR, sul tipo di ragionamenti preliminari che portano a una precisazione e semplificazione della query.

Per evitare d’esser portati fuori strada dai risultati dei motori di ricerca, è indispensabile che il termine che si vuol cercare non sia afflitto da ambiguità: abbiamo già visto quante sfumature di impiego si dipartono dalla parola scienza, che pure è dotata di un etimo unico. Si pensi, nel campo delle scienze esatte e applicate, alla doppia accezione di volume: come entità spaziale la cui unità di misura è il metro cubo (in geometria, scienza esatta, con tutte le sue ricadute applicative nel campo dell’ingegneria edile) o come intensità sonora che si misura in decibel (acustica, branca della fisica, con tutte le sue ricadute applicative nel campo dell’elettrotecnica e dell’elettronica).

Gli ovvi limiti insiti nel presente programma d’esame consentono appena di accennare a una parola che nella prima parte del sec. XX ha fornito pascolo all’arroganza ignorante del razzismo: ariano è, foneticamente parlando, un unico significante che presenta però una doppia etimologia e, di conseguenza, due significati completamente indipendenti ed estranei l’uno all’altro:


la prima accezione proviene da arya, termine con cui millenni prima di Cristo si autodesignarono, in lingua antico indiana, gli invasori indoeuropei del subcontinente indiano;

il secondo significato deriva da Ario, religioso di Alessandria d’Egitto che agli inizi della storia della Chiesa predicò la sola natura umana di Cristo, negandone la divinità: in questo secondo senso significa pertanto “eretico”.


Già quest’ultimo capoverso trascina con sé ulteriori termini potenzialmente incerti, la cui ambiguità andrà sciolta in sede di formulazione della query, se si vorrà pervenire anche solo a una parvenza di risultato scientifico in rete:
esistono due popolazioni, residenti su due diversi continenti, che per ragioni storiche chiamiamo Indiani;

esistono due città, sorte in due diversi continenti, che, sempre per ragioni storiche, chiamiamo Alessandria: la più vicina a noi è provincia piemontese; l’altra, sulla costa egiziana, fu capitale della cultura ai tempi di Alessandro Magno (dal III sec. a. C. circa).

Anni orsono mi trovai a dar consigli ad uno studente maturando che, in vista dell’esame di stato, intendeva stendere una tesina sul concetto di infinito, spaziando dalla filosofia alla matematica alla letteratura; nella fattispecie, lo studente abbisognava di materiale specifico riguardante l’ambito matematico e solo quello. S’era però imbattuto nella seguente difficoltà: digitando la voce “infinito”, il motore di ricerca (pur trattandosi di Google, generalmente considerato un motore di qualità) richiamava dagli archivi di rete un sacco di testi insulsi e irrilevanti, che andavano dal metafisico al letterario deteriore fino a varcare i limiti dell’involontariamente demenziale.

D’altra parte il simbolo matematico di 8 rovesciato non esiste, che io sappia, sulle comuni tastiere e l’istruzione di ricerca (improvvisata, surrogata e disperata) che formulammo con “cerca 8 rovesciato” non diede, come del resto era da aspettarsi, risultato alcuno.




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