Struttura dinamica della personalita’ dei bambini



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24.01.2018
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STRUTTURA DINAMICA DELLA PERSONALITA’ DEI BAMBINI (6-11 anni)





  1. Lo sviluppo psichico del bambino

Uno dei fattori incidenti sullo sviluppo della personalità è, secondo molti psicologi, l’ambiente culturale dell’individuo, ossia quella serie di circostanze dalle quali trae il suo stile di vita; in questo senso la personalità è la sintesi tra ciò che è proprio della natura dell’individuo e ciò che acquisisce attraverso l’ambiente culturale in cui vive (lingua, tradizioni, costumi, usanze, religione, ecc.). Il soggetto è così una realtà che costruisce se stesso attraverso l’organizzazione di ciò che è per sua natura e di tutto l’insieme dei sistemi psicofisici che determinano il suo comportamento e il suo pensiero. Detto in altre parole la personalità si struttura a mano a mano che il soggetto si sviluppa, evolve, cambia e si trasforma.

L’età del fanciullo (6 – 11 anni) si caratterizza per una prima strutturazione della personalità in quanto si consolidano le funzioni dell’io emerse negli anni dell’infanzia. Vediamo ora in particolare:


  1. l’attività razionale,

  2. l’immagine di sé e il processo di identificazione,

  3. l’espansione dell’io e l’autocoinvolgimento,

  4. la valorizzazione dell’io,

  5. l’interiorizzazione dei valori.


l’attività razionale


L’età tra i 6 e i 12 anni si caratterizza per l’emergere di una importante funzione: l’attività razionale. A questa età i soggetti acquistano la consapevolezza di saper pensare, passano da un pensiero totalmente dipendente dalle impressioni sensoriali (pensiero prelogico), allo stadio del pensiero logico – concreto. Il bambino è in grado ora di riflettere sulle proprie attività concrete, non solo mediante schemi senso-motori, ma con i nuovi processi mentali che ha acquisito e che la società gli trasmette.

Il bambino, pertanto, a questa età è capace di ordinare, di classificare, di confrontare per giungere progressivamente ai concetti di numero, di tempo, di spazio, di velocità, anche se l’esercizio è limitato alla sfera del concreto. In altre parole egli deve sempre partire dall’esperienza concreta per arrivare al pensiero, ad esempio per arrivare al concetto di numero e per contare avrà bisogno concretamente di avere tra le mani delle palline o pensare a delle caramelle.

Il nuovo stato in cui si trova, permette al bambino di orientarsi verso il mondo esterno e di aprirsi a nuovi interessi grazie appunto all’acquisizione di tempo e di spazio.

l’immagine di sé e il processo di identificazione


Il bambino nel suo divenire individuo, crescendo, ricerca la propria identità. In questo processo egli gradualmente matura un giusto concetto di sé e questo gli è possibile nella misura che stabilisce adeguate relazioni con i genitori e la società. Dal periodo della seconda infanzia e per tutta la fanciullezza le relazioni del bambino coi genitori sono caratterizzate da un comportamento che viene definito “satellite”. E’ l’età, cioè, in cui il bambino accetta un ruolo subordinato nei riguardi dei genitori, e in proporzione che stabilisce con essi un buon rapporto, acquista quella sicurezza che gli permette di allargare l’orizzonte delle sue relazioni e stabilire un rapporto positivo con gli altri. Verso i 9-11 anni il processo satellizzante viene trasferito anche su altri educatori o persone significative.

l’espansione dell’io e l’autocoinvolgimento


Nella misura che il bambino si distoglie dai suoi interessi immediati, diviene capace di estendere il suo senso di appartenenza oltre l’ambito della propria famiglia. Egli stabilisce, cioè, un contatto più esteso con gli adulti educatori e allo stesso tempo instaura anche rapporti più estesi coi propri coetanei.

In questa età è quindi possibile l’identificazione del bambino con adulti significativi e con gruppi di impegno e la condivisione di valori morali.



valorizzazione dell’io


L’esperienza socializzante che il bambino fa soprattutto a scuola e il ruolo che egli assume all’interno del gruppo dei coetanei favoriscono la sua definizione sempre più realistica della propria identità. Il bambino, in altre parole, valorizza il proprio io quando all’interno del gruppo si realizza assumendo un proprio ruolo accettato anche dagli altri. Bisogna tener presente che se lo sforzo del bambino non viene riconosciuto specialmente dagli adulti, egli non acquista prestigio tra i compagni e quindi si sviluppa in lui un senso di inadeguatezza e inferiorità. La valorizzazione di sé, e quindi l’inserimento positivo nel gruppo, è in stretta dipendenza dall’apprezzamento che il bambino riceve dagli altri.

il processo di interiorizzazione dei valori


I valori non sono un qualcosa di innato negli individui, al contrario essi devono essere acquisiti e interiorizzati. Il modo in cui il bambino acquisisce i valori è quello dell’identificazione, egli cioè si conforma alle esigenze dell’adulto verso il quale si pone in atteggiamento affettivo. All’inizio questi adulti saranno rappresentati soprattutto dai genitori, verso gli 8 anni anche l’azione degli educatori e dei coetanei assume una notevole incidenza in ordine all’identificazione e conseguentemente all’assimilazione dei valori che il bambino riceve da loro.

L’identificazione con i genitori rimane tuttavia sempre di estrema importanza in quanto è innanzitutto la loro condotta che costituisce il paradigma per eccellenza dell’azione morale e dello sviluppo del giudizio morale. Ciò, evidentemente, si realizza in misura che l’adulto è capace di dare sicurezza, amore e approvazione. Al contrario se l’influsso esercitato è negativo, il soggetto assimilerà dei disvalori che si tradurranno in atteggiamenti conformisti e ambivalenti che rispecchiano appunto la moralità del modello parentale.

Occorre inoltre tener presente che anche una trasmissione impositiva dei valori costituisce una interferenza alla loro assimilazione e pertanto ne deriva una condotta che oscilla tra l’opportunismo e il rifiuto, che si manifesta in un accentuato egocentrismo.

E’ evidente allora l’influsso determinante del gruppo sociale di appartenenza, che solo se positivo può aiutare il fanciullo a sistemare le sue esperienze individuali in un’esperienza unificata nel senso di integrazione dei valori nel proprio io e quindi con la conseguente capacità di apertura al fatto religioso.





  1. La disponibilità religiosa e l’atteggiamento religioso

Studi di psicologia religiosa e ricerche sociologiche hanno evidenziato che nel bambino esiste una forte disponibilità religiosa. Occorre subito dire che questa disponibilità non appartiene alla dimensione delle idee ma alla dimensione emozionale, cioè il bambino si apre al religioso mediante l’assimilazione dei valori che l’ambiente familiare e quello sociale gli propongono.

La disponibilità religiosa del bambino , attraverso la proposta di valori autentici, deve fare un salto, deve passare dalla pura e semplice “disponibilità” a una “esperienza” religiosa che si deve poi tradurre in “atteggiamento” religioso. L’atteggiamento è una strutturazione della personalità umana che orienta il comportamento, nel nostro campo si tratta allora di far in modo che il bambino assuma un modo di essere e di agire in cui tutti i fattori che incidono sulla sua personalità (affettivi, sociali, conoscitivi, ecc.) raggiungano una integrazione armonica per permettergli una relazione con Dio, secondo il modo proprio della sua età.



  1. I fattori che incidono sulla religiosità del bambino

Visto che la religiosità è una disposizione naturale della persona, occorre ora vedere come nel fanciullo si caratterizza questa religiosità. Nell’azione catechistica, infatti, non si può fare a meno della conoscenza di queste caratteristiche per non correre il rischio di presentare i contenuti propri della catechesi in modo incomprensibile per i bambini di questa età. A questo proposito vedremo qual è l’incidenza dello sviluppo conoscitivo e affettivo – sociale nella religiosità del bambino.



Antropomorfismo


Con questa parola si vuole indicare quando il bambino si rappresenta Dio secondo i tratti e l’agire degli uomini. Questa tendenza di rappresentare Dio con tratti umani va diminuendo con il sorgere della logica concreta, quindi a 6-8 anni il bambino anche se descrive Dio in modo antropomorfico inizia anche ad avere una certa conoscenza del fatto che Dio è un altro rispetto all’uomo.

Nella misura che il bambino non identifica e non descrive più Dio come un uomo, gli attribuisce dei caratteri sovrumani, infatti il bambino verso i 7 anni è portato a considerare Dio come un “mago” o un “gigante”. Il bambino in questa età è anche capace di attribuire a Dio onniscienza e onnipresenza anche se non riesce a capire questi attributi (verranno compresi solo dopo i 9 anni).

Si può affermare che il bambino, quindi, si rappresenta Dio per analogia, secondo quelle che sono le sue esperienze umane e gli attribuisce inizialmente tratti e caratteristiche umane, poi sovrumane ma sempre partendo dalla sua esperienza concreta. Piano piano la sua rappresentazione di Dio si distaccherà dal concreto per arrivare, verso gli 11 – 12 anni, ad una rappresentazione di Dio staccata dagli attributi umani e compresi nella loro espressione simbolica.

Artificialismo


Altra caratteristica della religiosità del bambino di questa età è l’artificialismo, ossia il bambino percepisce ogni cosa esistente come “fatta” da qualcuno, costruita nella sua materialità.

Per quanto riguarda l’annuncio biblico della creazione, l’artificialismo favorisce nel bambino la comprensione che si tratta di un “qualcosa” fatto materialmente da Dio, però non riesce ad avere un concetto astratto di creazione.

Solo verso i 9 – 11 anni il bambino riesce a comprendere la trascendenza dell’atto creatore, è infatti in questa età che ha una conoscenza più spiritualizzata di Dio.

Nell’atto della catechesi è necessario evitare sia un insegnamento astratto, sia un insegnamento tendente (magari per far capire meglio) a classificare tutto come “cose materiali” “fatte”, infatti ciò accentuerebbe la tendenza antropomorfica e magico – artificialista nella recezione dell’immagine di Dio.



Animismo


Con questo termine si intende spiegare l’atteggiamento del bambino che attribuisce intenzioni all’universo inanimato. Più concretamente il bambino è convinto che ci sia una giustizia sempre presente nel mondo che punisce i suoi comportamenti. In ambito religioso il bambino è così portato a porre in relazione un determinato avvenimento (calamità naturali, disgrazie, ecc.) con l’intenzione punitiva di Dio che castigherebbe così qualche colpa commessa. Questa tendenza, molto comune nell’età scolare, sparisce verso i 12 anni.

Solo verso la fine della fanciullezza il ragazzo superando l’egocentrismo si distaccherà dall’immagine di un Dio che opera artificialmente nel mondo e sarà così in grado di comprendere che l’azione provvidenziale di Dio nella storia del mondo e di ogni uomo si attua nel rispetto delle leggi fisiche che regolano il cosmo.



Magismo


In misura che la realtà creaturale è percepita dal bambino come una “continuazione” della sua stessa realtà, questa è considerata come intessuta di infiniti legami esistenti tra lui stesso e le cose in un “rapporto di partecipazione”.

A livello religioso, la connotazione magica si manifesta come impossessarsi della potenza di Dio, un rendersi propizia la sua volontà per costringerlo, o almeno influenzarlo, a esaudire i propri desideri. Il bambino si fa l’idea che compiendo certi riti e dicendo certe preghiere, Dio è obbligato ad esaudirlo mettendo la sua potenza a servizio della creatura debole e bisognosa. Questo atteggiamento piano piano diminuisce fino ai 14 anni per la progressiva spiritualizzazione del concetto di Dio.

Occorre anche rilevare che la mentalità magica (presente in molti adulti che non l’hanno mai superata) incide molto sulla vita sacramentale del bambino. L’inclinazione all’elemento magico, infatti, spinge il bambino di circa 8 anni a ricercare il progresso spirituale con mezzi puramente materiali (oggetti, riti, comportamenti). Questa tendenza può pregiudicare la comprensione della vita sacramentale, in particolare per quanto riguarda il sacramento dell’Eucaristia e quello della penitenza, in quanto si attribuisce alla ricezione dei sacramenti un effetto miracolistico (in altre parole si identifica il segno materiale del sacramento e il suo effetto spirituale).

Compito della catechesi è allora quello di educare a una mentalità sacramentale nonostante sia presente la propensione alla mentalità magica. Solo mediante la chiarificazione del linguaggio simbolico, il superamento dell’egocentrismo e l’affermarsi di una concezione più spiritualizzata di Dio, il divino emergerà come realtà trascendente e non più manipolabile mediante gesti rituali e una preghiera tendente al verbalismo.


Relazioni parentali

Se finora abbiamo visto i fattori dello sviluppo conoscitivo che incidono sulla religiosità del bambino, dobbiamo vedere ora quelli dello sviluppo affettivo – sociale. Si può affermare che l’esperienza che maggiormente incide nella religiosità del bambino è quella dei rapporti familiari. Le relazioni parentali, infatti, sono il modello per eccellenza delle relazioni che il soggetto instaura con gli altri. E’ proprio dall’esperienza di questi rapporti che egli potrà gradualmente aprirsi al rapporto con il Tu trascendente, rapporto che orienta la religiosità del bambino ad esprimersi nella vita di fede come incontro con il Dio personale.



Il comportamento dei genitori nei riguardi dei figli risulta importante nel determinare quell’ottimismo di base o fiducia che riflette e favorisce un rapporto costruttivo con la realtà, l’assunzione di un progetto di vita impegnato, la capacità di amore e di donazione nei confronti degli altri; di conseguenza, tutto questo rende possibile l’accettazione di dio come senso della vita e una religiosità di donazione.




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