Sulla mente e IL pensiero



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SULLA MENTE E IL PENSIERO


di

JIDDU KRISHNAMURTI


Titolo originale dell’opera

ON MIND AND THOUGHT

(Harper, San Francisco)

Traduzione di ANDREA ANASTASIO

(c) 1993, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

and Krishnamurti Foundation of America

(c) 2004, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma


SULLA MENTE E IL PENSIERO 1

Prefazione 2

Seattle, 23 luglio 1950 2

Londra, 7 aprile 1952 3

Rajghat, 23 gennaio 1955 4

Rajghat, 6 febbraio 1955 6

Ojai, 21 agosto 1955 6

Rajghat, 25 dicembre 1955 8

Bombay, 28 febbraio 1965 8

Saanen, 23 luglio 1970 11

Saanen, 26 luglio 1970 14

Baanen, 18 luglio 1972 17

Saanen, 20 luglio 1972 20

Brockwood Park, 9 settembre 1972 26

Saanen, 15 luglio 1973 27

Saanen, 28 luglio 1974 28

Saanen, 24 luglio 1975 28

Saanen, 13 luglio 1976 30

Madras, 31 dicembre 1977 30

Madras, 7 gennaio 1978 31

Ojai, 15 maggio 1980 34

Dialogo con David Bohm a Brockwood Park, 14 settembre 1980 36

Ojai, 3 maggio 1981 47

Rajghat, 25 novembre 1981 51

20 giugno 1983: da The Future of Umanity 54

Saanen, 25 luglio 1983 68

Brockwood Park, 30 agosto 1983: da The World of Peace 71

Brockwood Park, 25 agosto 1984 71

Madras, 2 gennaio 1983: - da Mind Without Measure 72

Fonti 72

L’intelligenza non è l’abile esposizione di un argomento, l’opporsi a contraddizioni o a opinioni diverse come se attraverso il vaglio di queste si potesse trovare la verità, che è impossibile ma è il comprendere che l’attività del pensiero, con le sue possibilità, le sue sottigliezze, la sua straordinaria e incessante attività, non è intelligenza.

Brockwoodd Park, 4 settembre 1982



Prefazione


Jiddu Krishnamurti è nato in India nel 1895. All’età di tredici anni venne accolto nella Theosophical Society, che lo considerò il veicolo di quel “maestro del mondo” del quale stava annunciando l’avvento. Ben presto Krishnamurti doveva dimostrarsi un maestro efficace, senza compromessi e difficilmente classificabile; i suoi discorsi e i suoi scritti non erano collegati a nessuna religione in particolare e non appartenevano né all’Oriente né all’Occidente, ma erano rivolti al mondo intero. Rifiutandosi fermamente di apparire come un messia, nel 1929 Krishnamurti sciolse con una decisione sofferta la grande e ricca organizzazione che gli avevano costruito intorno e dichiarò che la verità è una “terra senza sentieri” che non può essere affrontata da nessuna religione, filosofia o setta costituita.

Per il resto della vita rifiutò insistentemente lo status di guru che altri cercavano di attribuirgli. Continuò ad attrarre grandi folle in tutto il mondo, ma non reclamò alcuna autorità, non volle discepoli e parlò sempre da individuo a individuo. Al cuore del suo insegnamento sta l’aver compreso che i cambiamenti fondamentali nella società possono derivare soltanto dalla trasformazione della coscienza individuale. Ciò che è messo costantemente in rilievo è la necessità di conoscere se stessi e la comprensione degli influssi limitanti e settari dei condizionamenti religiosi e nazionalistici. Krishnamurti indicò sempre l’urgente bisogno di rimanere aperti a quel “vasto spazio del cervello in cui c’è un’energia inimmaginabile”. Questa sembra essere stata la fonte della sua creatività e la chiave di volta della sua capacità di attrarre un gran numero di persone tanto diverse tra loro.

Krishnamurti continuò a parlare in tutto il mondo fino alla sua morte, avvenuta nel 1986 all’età di novant’anni. I suoi discorsi e dialoghi, i diari e le lettere, sono stati raccolti in più di sessanta volumi. Questa nuova collana di libri destinati ciascuno a un singolo tema è stata tratta da questo vasto corpo di insegnamenti. Ogni libro della collana punta su un argomento particolarmente significativo per la nostra vita quotidiana.

Seattle, 23 luglio 1950


Il pensiero non è mai nuovo, mentre la relazione lo è sempre; e il pensiero si avvicina alla relazione, che è vitale, reale, nuova, con il retaggio del vecchio. Ecco, è così che accade: il pensiero cerca di comprendere il movimento del rapporto con l’ausilio dei ricordi, dei modelli mentali, dei condizionamenti del passato: da ciò scaturisce, conseguentemente, il conflitto. Prima che si possa comprendere il rapporto, si deve conoscere il contesto del pensatore, che significa essere consapevoli dell’intero processo del pensiero, senza scelta; ovvero, dobbiamo essere capaci di vedere le cose come sono veramente, senza tradurle in base ai nostri ricordi, alle nostre idee preconcette, che altro non sono che il risultato di condizionamenti passati.
Così, il pensiero è la reazione del contesto che fa da sfondo, del passato, dell’esperienza accumulata; è il reagire della memoria a livelli diversi, individuale e collettivo, del singolo e della razza, conscio e inconscio. Di tutto questo è fatto il nostro pensare. Per questo motivo, il nostro pensiero non potrà mai essere nuovo. Non può esserci un’idea nuova, perché l’azione del pensare non può rigenerarsi, non può essere un’azione fresca in quanto è sempre il reagire dello sfondo: i nostri condizionamenti, le nostre tradizioni, le nostre esperienze, i nostri accumuli, personali e collettivi. Perciò, quando osserviamo il pensiero nella funzione di strumento per la conoscenza del nuovo, ne vediamo l’assoluta futilità. Il pensiero può solamente scoprire le proprie proiezioni, non potrà mai trovare nulla di nuovo; può solo riconoscere ciò che ha già esperito, non può riconoscere ciò che non è parte del già vissuto.

Non c’è nulla di metafisico, di complicato, di astratto in quello che sto dicendo. Se l’osserverete un po” più da vicino, noterete che, finché c’è un “io”, (l’entità che è composta di tutti questi ricordi), che esperisce, non potrà mai esserci alcuna scoperta del nuovo. Il pensiero, che è “l’io”, non potrà mai esperire Dio, perché Dio, o la realtà, è l’ignoto, l’inimmaginabile, il non formulato: non ha etichette, né parole che lo definiscano. La parola Dio non è Dio. Perciò il pensiero non potrà mai esperire il nuovo, l’inconoscibile; può solo fare esperienza del conosciuto, può funzionare solo nel campo del conosciuto, e non oltre. Nel momento in cui il pensiero si attiva circa l’ignoto, la mente si agita: cerca di trascinare l’ignoto nel terreno del conosciuto. Ma l’ignoto non può essere trasportato nel già noto, e di conseguenza ecco nascere il conflitto tra il conosciuto e il non conosciuto.





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