Sulla possibilità di un dialogo interculturale: capacità umane e giustizia sociale in Amartya Sen



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21.12.2017
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18° SEMINARIO INTERNAZIONALE ERASMUS EUROMIR

Interculturalità tra universalismo e particolarismo. Prospettive Interdisciplinari
Università degli Studi di Napoli Federico II

Napoli 28 febbraio – 3 marzo 2011





Sulla possibilità di un dialogo interculturale: capacità umane e giustizia sociale in Amartya Sen
Michela D’Alessandro (Università di Macerata)
La riflessione etico-normativa che vorrei presentare in questa occasione si concentra sul contributo che il Capability Approach (CA) offre per il ripensamento del rapporto tra universalismo e particolarismo, in direzione di un universalismo non astratto, sensibile al pluralismo e alla diversità culturale. In particolare, mi soffermerò su alcune considerazioni avanzate dall’economista e filosofo indiano Amartya Sen in merito all’identità e al multiculturalismo, discutendo poi la rilevanza che egli attribuisce al dialogo aperto nelle questioni di giustizia sociale.
La ricerca di un universale interculturale, quale presupposto normativo indispensabile per affrontare la questione della condivisione positiva di uno spazio comune da parte di etnie e culture diverse, incontra oggi l’illusione che la globalizzazione possa offrire un orizzonte universalistico ai particolarismi multiculturali. In realtà, pur presentandosi come un fenomeno correlato alla globalizzazione, il multiculturalismo si contrappone a questa tendenza omogeneizzante, che si limita a veicolare solo generalità pratico-operative. Infatti, mentre la globalizzazione costituisce una vera e propria minaccia per l’integrità dell’identità culturale, dando luogo a processi di identificazione per reazione, il multiculturalismo si lega a logiche identitarie e volge al costituirsi delle differenze.

In generale, la nozione di multiculturalismo non rimanda direttamente alla relazione tra differenze in quanto produttrici di nuovi orizzonti culturali condivisi, ma si limita a descrivere un fenomeno per cui etnie e gruppi culturalmente differenti si trovano a vivere nella stessa società uno accanto all’altro. Invero, proprio il tentativo di descrivere le culture e le identità culturali in modo unitario e coerente può imbattersi nel rischio di irrigidire ciò che di per sé è plurale, fluido e dinamico, con l’esito di gravi ripercussioni anche sul piano normativo.

Questo atteggiamento metodologico ed epistemologico non solo riduce il pluralismo e la diversità sostanziale delle culture a una totalità descrivibile, individuando un’unica narrazione alla base della formazione identitaria, ma sminuisce anche il valore dell’identità personale. Come nota Sen, ciascuno di noi si riconosce in gruppi e affiliazioni differenti e, di conseguenza, acquisisce una molteplicità di identità che, tuttavia, non sono esclusive l’una dell’altra, né sono del tutto determinate dal contesto di appartenenza. Il possedere simultaneamente numerose identità, che insieme concorrono a definire “chi siamo noi” senza parcellizzarci (identità multiple), testimonia come i requisiti umani della dialogicità e della relazionalità si collochino sia a livello interpersonale che intrapersonale. Allo stesso modo, le culture esistono e coesistono come intrecci di narrazioni e devono poter essere comprese alla luce della loro pluralità interna e della loro relazionalità.

Riflettendo sulle teorie dell’identità e sul loro rapporto con la violenza, Sen distingue due approcci orientativi al multiculturalismo sulla base della loro diversa assunzione della diversità e della libertà: uno a sostegno della diversità come valore in sé e l’altro della libertà di ragionamento e di decisione, che celebra la diversità culturale nella misura in cui essa è liberamente scelta dalle persone coinvolte. Sulla scia delle tesi dello scontro di civiltà di Huntington, il primo approccio si delinea come una sorta di «monoculturalismo plurale» perché classifica la popolazione mondiale, attraverso sistemi unici e onnicomprensivi, in funzione delle differenti affiliazioni religiose. Questo presume che due o più tradizioni culturali possano coesistere senza incontrarsi e relazionarsi reciprocamente, insidiando così la possibilità di un dialogo autentico tra culture.

A questa forma di separatismo, supportata da una concezione predeterminata dell’identità rispetto al background culturale, si oppone un multiculturalismo che promuove la diversità culturale in rapporto a ciò che essa comporta per la vita e la libertà delle persone. A detta di Sen, la libertà culturale ha una priorità sostanziale sulla diversità culturale perché, diversamente da quest’ultima, possiede un valore intrinseco. Dal momento che la difesa della diversità culturale in quanto tale può essere strategicamente invocata a favore della resistenza a forme di colonizzazione culturale o, addirittura, per giustificare diseguaglianze sociali di vario genere (come nel caso di alcune culture sessiste), Sen insiste sull’importanza di vagliare criticamente valori e tradizioni culturali affinché l’adesione ad essi sia frutto della libera scelta ragionata di ciascuno.

In questo senso la libertà è sia un aspetto sostanziale dello sviluppo umano, sia compito fondamentale di ogni società impegnata nella riduzione delle ingiustizie sociali e nella promozione dello sviluppo dell’individualità. Affinché ogni persona possa scegliere ciò che, nel rispetto della propria dignità, ritiene buono per se stessa occorrono, però, condizioni favorevoli per l’esercizio della libertà. È verso la garanzia di queste condizioni che emerge, per Sen, l’esigenza di individuare degli universali non astratti e rispettosi della diversità.


L’adesione a valori universali rappresenta il tentativo di dare unità alla frammentarietà multiculturale e di scongiurare sia l’assimilazione, sia l’esclusione delle differenze. Ciò nonostante il ricorso ad un “universalismo colonialista” costituisce una minaccia tanto problematica quanto quella avanzata da un “relativismo esasperato”.

Da una parte il relativismo culturale, che individua i criteri normativi nello stesso contesto socio-culturale in cui vengono applicati, tradisce il tentativo di mantenere la diversità a tutti i costi, dando luogo a politiche basate sul conservatorismo o, addirittura, sul nazionalismo isolazionista. Dall’altra parte l’universalismo, se colto nella sua versione metafisica, attribuisce ai valori una validità assoluta e deduce conseguenze particolari da principi già dati, rischiando così di opporsi alla stessa evoluzione delle differenze.

Diversamente da questa forma di universalismo, che nel peggiore dei casi si traduce in una sorta di imperialismo di una cultura sull’altra, Sen (e, più in generale, il CA) promuove un universalismo sensibile al pluralismo e alla differenza perché, inducendo dal particolare quegli elementi comuni a esperienze diverse, ravvisa nelle capacità quelle caratteristiche oggettive che accomunano gli esseri umani, nel rispetto delle loro peculiarità. Infatti, sebbene le persone condividano capacità universali di fare e di essere, le modalità con le quali convertono tali capacità in funzionamenti realizzati sono particolari.

Le capacità, essendo l’insieme delle combinazioni alternative di funzionamenti che ciascuno è in grado di realizzare, dipendono sia da fattori personali, sia da condizioni sociali ed esprimono l’estensione della libertà della persona di scegliere di condurre il tipo di vita che ritiene opportuna per se stessa. Inoltre, poiché definiscono le condizioni indispensabili per cui una vita possa dirsi propriamente umana, le capacità indicano i requisiti minimi della dignità umana.

Nell’ottica di questo universalismo, Sen propone di individuare le capacità umane nella discussione pubblica nella convinzione che, sebbene esistano delle capacità fondamentali che dovrebbero essere garantite a tutti gli esseri umani, l’assegnazione del loro peso non può prescindere dai valori prevalenti in una società, né tanto meno da ciò a cui ciascun essere umano ha ragione di attribuire valore.

Per un verso l’efficacia del dialogo aperto permette di definire una oggettività etica di valori e di capacità grazie all’incontro di punti di vista morali differenti, potenziando il ruolo della libera scelta ragionata. Per un altro verso, però, in quanto mezzo del cambiamento sociale e del progresso economico, deve presupporre un ampliamento dell’insieme delle informazioni alla base dei giudizi valutativi, affinché le decisioni non vengano prese in condizioni d’ignoranza.

È nel dialogo, inoltre, che «la voce globale dei cittadini» deve convenire al riconoscimento della propria comune umanità.
Riconoscersi come soggetti di una comune umanità significa, innanzitutto, spogliarsi delle vesti dell’osservatore sociale e assumere la spontaneità dell’agente morale, che partecipa ad un determinato contesto culturale esperendone la complessità e la dinamicità.

Significa, soprattutto, comprendere di essere accomunati da una sola umanità nel nostro essere singolari plurali, unici e irripetibili, progettualità sempre in fieri orientate a realizzarsi in una molteplicità di direzioni e, pertanto, capaci di acquisizioni sempre nuove, non solo identitarie. Significa, inoltre, poter riconsiderare la fragilità che ci costituisce in quanto tali e impegnarci nella difesa dell’umanità della quale noi tutti siamo portatori.



Significa, infine, riscoprire lo spazio autentico per una pratica dell’interculturalità, intesa come capacità di apertura alla diversità che si realizza nell’incontro con l’altro; incontro dove i partecipanti, rivedendo le proprie credenze, valori e obiettivi alla luce dell’altro, prendono coscienza di sé e si arricchiscono reciprocamente.
È in questo contesto che la lezione di Amartya Sen ci invita allo sviluppo di un sentimento di solidarietà intellettuale in grado di cogliere nella nostra appartenenza allargata all’umanità la via per un oltrepassamento dei confini nazionali, culturali, religiosi, verso la realizzazione di un dialogo pubblico su scala planetaria. Il riconoscimento dei nostri legami comuni, così, respinge l’ipotesi di una incommensurabilità tra etnie e culture, e diviene condizione indispensabile affinché identità culturali differenti cooperino nella creazione di uno spazio di senso condiviso, sia favorita la nascita di società più inclusive e la domanda di giustizia possa essere estesa non solo a tutti gli esseri umani che oggi abitano il mondo, ma anche alle generazioni future.







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