Sulle tracce della lingua



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1. Il “nuovo”

Scataglini pubblica dunque la sua prima raccolta di poesie nel 1950, in un periodo caratterizzato storicamente dal fervore della ricostruzione, e in campo letterario dall’intesa attività di discussione ed elaborazione teorica del nuovo.

Vittorini con la fondazione del Politecnico (1945) ha appena avviato il dibattito sulla “nuova cultura”, una cultura che si impegni cioè a liberare l’uomo dalla miseria e dallo sfruttamento, che acquisti finalmente “potere” di trasformazione sulla realtà esistente. I poeti, dal canto loro, si volgono al superamento dell’ermetismo: nel ‘46, come ci fa notare Mengaldo nella sua Introduzione ai Poeti italiani del Novecento (MENGALDO 1990: LVIII), esce Foglio di via, “opera di acerba ma anche robusta novità” con cui Fortini cerca di “superare o aggirare la koiné ermetica” (ibid.: 828-29) e nel ‘47 Sereni pubblica Diario di Algeria, “insieme punto d’arrivo e superamento dell’ermetismo” (ibid.: 747), in quanto presa di coscienza, da parte del poeta lombardo, di una realtà storica, da cui ci si sente ancora “assenti”, ma con cui è giunto il momento di confrontarsi; anche se poi, aggiunge sempre Mengaldo, “a conti fatti” un vero superamento dell’ermetismo si avrà soltanto “un decennio più tardi” (ibid.: LVIII), con, dalla parte dell’eversione, Laborintus di Sanguineti (1956) e dall’altra, stavolta in termini di evoluzione, Onore del vero di Luzi (1957).

Il Neorealismo (si badi al prefisso), nel frattempo, si è imposto con grandi registi cinematografici come Rossellini e De Sica e con meno grandi romanzieri. Anche se c’è da dire che, in campo strettamente poetico, “il neorealismo rilancia un’idea tutto sommato ottocentesca del dialetto come documento di realtà, inibendo le esperienze liriche e soggettivistiche avviate dalla nuova poesia (Marin, Pasolini, Guerra, ecc.)” (BREVINI 1999: 3199).

Più in generale, il ruolo dell’intellettuale muta: si acquista una “nuova” coscienza del suo compito nella società.

2. Il post-ermetismo iniziale

Pur da una posizione assolutamente periferica possiamo dire che Scataglini partecipa, più o meno direttamente, di tutti questi fenomeni. Quanto al superamento dell’ermetismo, allo stampo “post- ermetico” delle sue prime poesie, Scataglini stesso in una conversazione video-registrata del 1994, a cura di S. Meldolesi, intitolata Lingua e Cuore (E: 13-16), commentando i versi finali di Non mi resta più nulla (“l’oroscopo che tenta abbagli e baleni/ ignaro/ della sua demenza”, E: 27), dichiara di considerarsi già a quel tempo consapevole “che ogni prospettiva metafisica era perduta, che tutto quello che parlava il linguaggio dell’alterità, dell’invisibile era soltanto un oroscopo che mormora, che dice il nulla, cioè la propria totale insignificanza”. Si dimostra cioè, con quei versi pubblicati a vent’anni, pur così suggestionato dalla lettura dei simbolisti francesi (da un testo di Marcel Raymond Da Baudelaire al surrealismo) e di Montale, già consapevole di partecipare di una condizione, appunto, “post- ermetica”, irrimediabilmente priva, cioè, di fiducia nel potere “medianico” della parola.

Incapace ancora di superarla, è vero, come invece stavano tentando di fare i Sereni, i Fortini ecc., costretto suo malgrado a fare il verso a una corrente poetica ormai isterilita, Scataglini si dimostra pur sempre consapevole della situazione, e quindi pronto anch’egli, una volta affinati gli strumenti e approfondita la conoscenza, ad affrontarla. Cosa che, come abbiamo già detto, avverrà regolarmente e ragionevolmente, vista la sua condizione socio-culturale di partenza, vent’anni dopo.

3. L’impegno politico

Più interessante ancora è constatare come Franco Scataglini, nell’immediato secondo dopoguerra, aderisca alla realtà politica cittadina e nazionale - in questo per nulla indietro con i tempi - avendo militato prima nelle file del Partito Repubblicano, poi in una “Terza lista” anconetana apparentata con quella del PSI- PCI. La sua carica di giovane intellettuale lo spinge addirittura ad un viaggio in URSS, assieme ad altri giovani intellettuali, tra i quali anche Italo Calvino, nel 1951. Ciò la dice lunga sulla coscienza di questo giovane con alle spalle soltanto un biennio di scuole industriali: essa partecipa pienamente all’ansia di trasformazione che anima gran parte della sinistra del tempo. Ma forse è proprio l’intensità di questa partecipazione e delle speranze ad essa legate che ha determinato, una volta a contatto con il “socialismo reale”, la grande delusione (“Vedevo el comunismo/ che sognavo e non era”, S: 101), e il conseguente abbandono provvisorio delle posizioni marxiste, con il successivo avvicinamento ai “comitati civici” di Luigi Gedda.

L’impegno politico verrà poco a poco scemando, ma la riflessione sul marxismo e i suoi possibili sviluppi non verrà affatto meno. Scataglini legge Minima Moralia di Adorno, ne viene folgorato. Ecco allora un altro aspetto della realtà storico- culturale del tempo (Minima Moralia viene tradotto in italiano da Renato Solmi nel 1954, per la Einaudi), a cui questo poeta “periferico” non rimane affatto estraneo. Le posizioni nichiliste, profondamente critiche nei confronti del “socialismo reale” (sono gli anni, non lo dimentichiamo, del Rapporto Kruscev, dei fatti di Ungheria e Polonia), oltre che, naturalmente, nei confronti del Capitalismo imperante, proprie di Adorno e della Scuola di Francoforte, sono incredibilmente affini alla sensibilità dello stesso Scataglini. Egli come nessun altro è consapevole del destino di marginalità e di oblio a cui sono sottoposti gli umili: sa per esperienza che “la lingua proletaria è dettata dalla fame. Il povero biascica le parole per saziarsi di esse”; che “egli [il povero] attende dal loro spirito oggettivo il valido nutrimento che la società gli rifiuta: e fa la voce grossa, arrotondando la bocca che non ha nulla da mordere” e “ strazia la lingua, straziando il corpo che non gli è dato di amare”, come afferma Adorno (af. 65); come sa, del resto, che “la storia finora è stata scritta dal punto di vista del vincitore e deve essere scritta da quello dei vinti”, come ricorda Adorno citando Benjamin, nell’aforisma 98 intitolato Eredità, tanto caro a Scataglini.

Tutto ciò, come vedremo meglio nel capitolo dedicato alla Poetica, lo spingerà ad adottare il dialetto della propria città non supinamente (“Nulla di più reazionario che contrapporre i dialetti popolari alla lingua”, intimava Adorno all’inizio del citato aforisma 65), facendone piuttosto una “preziosa e pigmentata varietà della lingua letteraria” (Mengaldo, «Corriere del Ticino», 17/10/1987).





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