Sulle tracce della lingua


Pound, Contini e il mito delle origini romanze



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5. Pound, Contini e il mito delle origini romanze

E qui entra in ballo il mito delle origini romanze, che però Scataglini eredita stavolta direttamente da Pound, da colui cioè che pubblicando nel 1910 The Spirit of Romance, aveva contribuito a riportare definitivamente in auge la poesia italiana e provenzale dell’XII e XIII secolo. Nel far questo Ezra Pound aveva semplicemente seguitato la riscoperta della poesia trobadorica inaugurata all’inizio dell’800 dal movimento romantico, dagli Schlegel, da Tieck e J. Grimm, ma soprattutto da Raynouard, considerato il padre della filologia romanza proprio per i suoi studi sulla poesia provenzale, e dal suo continuatore nonché autentico fondatore della filologia romanza moderna (Raynouard era ancora convinto che il Provenzale fosse una fase intermedia tra il latino e le lingue romanze moderne…) Friedrich Diez.

“In Pound scoprivo tutta la tradizione romanza della poesia italiana, dai Provenzali a Dante e ai poeti del ‘suo circolo’” (SCATAGLINI 1988), ammette Scataglini, il quale arriverà persino a chiedersi “se ciò che diciamo oggi poesia neodialettale non abbia messo radice in quel tempo [gli anni ‘50 “segnati da Pound e Pasolini”] attraversando, in incubazione, tutti gli anni ‘60, quando imperverseranno gli autori che di Pound avranno accolto soltanto la lezione cosmopolita” (ibid.). Stando a Brevini sembrerebbe di sì: “la suggestione dei provenzali è giunta di solito ai dialettali attraverso Pound, che aveva riletto gli autori delle origini romanze sottolineando gli aspetti tecnici più che gli spessori storici. ‘I trovatori e Dante, come Apuleio, cercano tutti di raffinare o di ornare il volgare ‘ [Pound 1910: 753]. Come quei ‘fabbri del parlar materno ‘, anche i nuovi poeti, suggestionati dal mito delle origini romanze, si compiacciono di condurre sulla soglia della scrittura gli idiomi delle loro origini, lingue materne di solito prive di tradizione letteraria e quindi dotate di un’intatta potenzialità semantica” (BREVINI 1990: 63).

Il libro di Ezra Pound viene tradotto e pubblicato in Italia nel 1959, presso l’editore Vallecchi di Firenze. Si differenzia dai classici repertori di trovatori e poeti italiani del Duecento, redatti fino a quel momento da eruditi e filologi, per un approccio per così dire “estetico” alla poesia del Duecento (non mancando mai perciò di tradire la poetica dell’autore stesso): “l’arte è un fluido […] non è dissimile da un fiume […] Il colore dell’acqua dipende dalle sostanze che compongono il letto […] Lo scienziato si occupa di tutte quelle cose, ma l’artista si occupa di ciò che scorre” e ancora “non è cosa nuova porre Arnaut [Daniel] tra i grandi maestri, anche se questo giudizio è stato fuori moda per circa 500 anni, principalmente […] perché i poeti non conoscevano la sua lingua e perché gli eruditi non hanno mai saputo nulla di poesia”; “come nella poesia greca, o meglio come in ogni poesia toccante, la semplicità del verso esige che il lettore completi i particolari, che ne cristallizzi la bellezza implicita” (E. Pound, Lo Spirito romanzo, Milano, SE, 1991). Sì capisce così come per un poeta, specialmente se avverso alla cultura accademica come spesso è quello neodialettale, risultasse molto più stimolante la lettura del libro di Pound, che non la Chrestomathie provençale (1868; 6° e ultima edizione 1904, rivista da Koschwitz) di Karl Bartsch (“per decenni il ‘manuale’ che introduce i trovatori in tutte le università europee”, MANCINI 1991: 17).

Per capire l’importanza che gli autori dello Spirito romanzo hanno avuto poi per Scataglini basterà citare questa dichiarazione: “Mi portavo il libretto di Rudel con me quando lavoravo di notte alle ‘Raccomandate’ di Posta-Ferrovia”, prima ancora aveva dichiarato: “amo Rudel come se fosse qui […] colui che ‘fez de leis mains vers ab bon sons, ab paubres motz’: fece delle belle melodie con povere parole. E’ ciò che ho cercato di fare con il mio anconetano, quali che siano gli esiti” (SCATAGLINI 1988). Ma la “vida” di Rudel (ce lo ricorda Mario Mancini), da cui è tratta la famosa frase citata da Scataglini, è una delle “scene”, assieme alla “lauzeta” di Bernart di Vertadorn (di “Can vei la lauzeta mover”), “tra le più famose e vulgate di tutta la letteratura trobadorica” (MANCINI 1991: 6); e proprio la figura di Rudello, così simile a quella di Tristano, sarà quella maggiormente ripresa dai cultori del mito delle origini romanze, Uhland, Heine, Browning, Swinburne, compreso il nostro Carducci (vedi il suo Jaufré Rudel, 1888).

Va rilevato in margine che un attento esame delle citazioni di versi provenzali fatte da Scataglini nell’intervista succitata, condotto mettendo a confronto queste ultime con quelle contenute nel libro di Pound, rivela che sono esattamente le stesse: un’altra conferma del ruolo giocato da questo aureo libretto nella formazione di Scataglini.

Da una parte dunque Pasolini che fornisce un esempio pratico di come si può far poesia “alta” in dialetto, dall’altra Pound che fa scoprire le origini “nobili” di quella stessa poesia, le quali per un verso servono a legittimare agli occhi di un autodidatta, qual è sempre stato Scataglini, le proprie sperimentazioni, per altri versi gli indicano la strada per innalzarle, per sottrarle al destino di marginalità a cui sembravano irrimediabilmente condannate.

Ma a riscoprire il valore “estetico” e soprattutto linguistico della poesia dialettale in Italia, a darle autorevole certificazione, fu principalmente Gianfranco Contini (il quale peraltro, bisogna dirlo, disdegnava il “semi-accademico antifilologico” Pound, nutrendo per lui “fastidio ideologico e sospetti estetici”, CONTINI 1988: 263-68; il che indica l’eterogeneità degli influssi esercitati sulla poesia dialettale contemporanea). Fu lui ad esempio a promuovere Pasolini, recensendo il suo giovanile esperimento dialettale, nel «Corriere del Ticino» del 24 aprile 1943, con queste parole: “la prima accessione della letteratura ‘dialettale’ all’aura della poesia d’oggi, e per tanto una modificazione in profondità di quell’attributo” (Al limite della poesia dialettale, ripubblicato in Pagine ticinesi, a cura di R. Broggini, Bellinzona, A. Salvioni, 1986, citato in BREVINI 1999: 3198). Fu lui ancora a mettere in dubbio, nell’introduzione a I Bu di Tonino Guerra (Milano, Rizzoli, 1972) la idoneità critica della categoria “poesia dialettale”, altrettanto valida, stando alle sue parole, di quella di “poesia femminile”, conferendole così certificato di legittima cittadinanza nella letteratura italiana. Il termine “dialettale”, al limite, potrebbe servire, aggiunge sarcasticamente, per contrassegnare tutto ciò che sta tra Valery, Pessoa ecc. da una parte, e Proust, Joyce, da noi Gadda e Pizzuto, dall’altra. Nella sua Letteratura dell’Italia unita, lo ricordiamo, si potevano del resto trovare già antologizzati Giotti, Pasolini, Guerra e Pierro. Da buon crociano eretico Contini cioè teneva conto soltanto della poesia, e si mostrava indifferente al problema dei generi letterari.

Questo “bisogno di sfumare i tratti oppositivi”, secondo Brevini (BREVINI 1999: 3167), “andrà di conserva con il procedere di una poesia che di fatto ridurrà progressivamente tali tratti, fino a occupare gli stessi spazi della poesia in lingua”. Fino cioè, aggiungiamo noi, ai quei metaplasmi dell’Italiano, che sono le parole del nostro Scataglini: “i più [tra i poeti dialettali] traggono profitto, come si capisce, dalla tensione che nasce dalla distanza stessa fra dialetto e lingua; ma l’anconitano Franco Scataglini, lavorando in modo àlacre ed eccellente su una parlata così prossima all’italiano, ne cava una sorta di variante preziosa, pigmentata della lingua letteraria” (MENGALDO 2000a: 4); discuteremo più avanti di questa definizione). Infine, per quanto riguarda la promozione della dialettalità del secondo Novecento, bisogna ricordare l’attività di altri filologi e linguisti italiani, come Dante Isella (tra le altre cose, sua è l’edizione critica delle poesie di Delio Tessa, L’è el dì di Mort, alegher! De là del mur e altre liriche, Torino, Einaudi, 1985), Cesare Segre (il quale peraltro ha curato la prefazione a La rosa dello stesso Scataglini), Pier Vincenzo Mengaldo, Franco Brevini e altri, i quali da una parte hanno svolto un’azione di incoraggiamento e supporto alla produzione poetica dialettale degli ultimi quarant’anni, dall’altra, è proprio il caso di dirlo, rappresentano loro stessi buona parte del pubblico a cui quella è rivolta, richiedendo, per essere intesa non solo a livello locale, specifiche conoscenze linguistiche.

Per tornare a Gianfranco Contini invece, non fu importante per i poeti dialettali contemporanei soltanto la sua attività di critico militante, ma anche quella di filologo accademico. Se è vero infatti che i neodialettali rompono molto spesso con le tradizioni regionali dei propri dialetti, e si rifanno caso mai più addietro, alla poesia delle origini romanze, come Pasolini e lo stesso Scataglini, per attingere a tali fonti o semplicemente per scoprire degli archetipi della dialettalità (non dimentichiamo che nel Duecento la lingua ufficiale della cultura era il latino) fondamentale sarà stata, come abbiamo già accennato, la straordinaria edizione critica de I poeti del Duecento, a cura proprio di Gianfranco Contini. Naturalmente l’opera non fu importante solo per i dialettali, ma fu bensì “l’avvenimento letterario più importante dell’ultimo scorcio del 1960” (Lanfranco Caretti, I poeti del Duecento, «Paragone- letterario», XII, 1961, 136, pp. 117- 123): “il volume contiene quasi tutto ciò che conta della nostra poesia, dalle origini del volgare al tramonto dello stilnovo […] la messa a punto, con un massimo di fruibilità, dei migliori risultati acquisiti dai predecessori […] ha mostrato, e reso, possibile un ulteriore, decisivo avanzamento, che porta a quote difficilmente superabili la nostra filologia” (Cesare Segre, I poeti del Duecento, «Giornale storico della letteratura italiana», CXXXVIII, 1961, pp. 273- 292).

In quest’opera si riflette tutta la verità intrinseca del mito delle origini romanze: la verginità della parola, la sua forza fatica e la virtù demiurgica di quei “fabbri del parlar materno” che furono i poeti del Duecento, sono qui riassunte e testimoniate in ogni singolo testo, come lo Spirito dei popoli antichi nei poemi epici.

“Il lungo silenzio di Scataglini vale il rifiuto di ogni epigonismo mentre occulta la ricerca d’una voce in cui esperire e dire (suono e senso) facciano corpo vivo, perciò d’una parola da trovare prima (o al dilà) del canone sancito dal Bembo sulla grammatica petrarchesca […] Il movimento a ritroso (che gode di una accelerazione decisiva e quasi d’un avallo psicologico [il corsivo è nostro] con l’uscita dei Poeti del Duecento curati da Contini sul principio degli anni Sessanta) lo conduce alle fonti romanze e trobadoriche, alla pienezza dei volgari” (RAFFAELI 1998: 22).


Capitolo secondo



La poetica

“La poesia riflette su se stessa; e si tratta di trovar le vie dell’operare, e tutto ciò che per questa strada vien promosso ha qualche rapporto – e direi proprio rapporto costitutivo – con quella istanza che di solito viene indicata con il termine, ricco di storia, di poetica” L. Anceschi, Gli specchi della poesia.

Entriamo nel vivo dell’indagine sulla poesia di Franco Scataglini, partendo dall’analisi di un testo, contenuto in So’ rimaso la spina, che rappresenta in realtà una vera e propria dichiarazione di poetica:





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