Suprema corte di cassazione



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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI



Sentenza 25 gennaio 2005 - 8 marzo 2005 n. 9163


SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.0 Verso le ore 4 del 27 dicembre 2001 Giuseppe R., dinanzi alla porta della propria abitazione, sul pianerottolo condominiale, esplodeva due colpi di pistola all’indirizzo di Vittorio A., che attingevano la vittima all’altezza del collo e della testa, provocandone la morte. Agenti della Polizia di Stato, prontamente intervenuti a seguito di segnalazioni, trovavano R. ancora con la pistola in pugno, e questi esclamava al loro indirizzo: “Sono stato io, così ha finito di rompere”; alla intimazione di gettare l’arma ed alzare le mani, egli non ottemperava all’invito, continuando a brandire la pistola e rivolgendo minacce agli astanti, compresi alcuni condomini frattanto accorsi dopo gli spari, sicché gli operanti erano costretti ad intervenire con la forza, disarmandolo e immobilizzandolo. Al rumore degli spari, si era destata anche Carla P., moglie di A., la quale, accortasi che il marito non si trovava a letto, s’era recata pur ella sul pianerottolo condominiale, al piano inferiore, ed ivi aveva notato il coniuge riverso per terra ed aveva cercato di soccorrerlo; R., puntatale contro la pistola, le aveva detto: “ora ammazzo pure te…” e, in un secondo momento, le aveva puntato l’arma contro la tempia.

Già dai primi atti di indagine, e dalla stessa confessione di R., si appurava che l’omicidio era maturato in un clima di ripetuti diverbi condominiali, originati da presunti rumori dell’autoclave provenienti dall’appartamento della vittima, posto al piano superiore rispetto a quello dell’omicida, che più volte avevano indotto R. a disattivare, recandosi in cantina, l’impianto della energia elettrica: tanto era avvenuto anche quella mattina e, risalendo l’omicida al quinto piano, ove era ubicata la sua abitazione, aveva incontrato A.: ne era scaturita l’ennesima lite, che si era conclusa in quella maniera tragica.

1.1 Giuseppe R. veniva tratto al giudizio del G.I.P. del Tribunale di Roma per rispondere dei reati di cui agli artt. 61, nn. 1, 4 e 5, 575, 577, n. 3; 337; 61, n. 2, 81, 612, 2° c., c.p..

Procedutosi con rito abbreviato, condizionato ad un poi espletato accertamento peritale sulla capacità di intendere e di volere dell’imputato e sulla sua pericolosità, quel giudice, con sentenza del 4 marzo 2003, dichiarava l’imputato medesimo colpevole dei reati ascrittigli, unificati sotto il vincolo della continuazione, riconosciutagli la diminuente del vizio parziale di mente prevalente sulla contestata aggravante, esclusa la premeditazione e le aggravanti di cui all’art. 61, nn. 1 e 4, c.p., e lo condannava alla pena di anni quindici e mesi quattro di reclusione ed alla pena accessoria della interdizione perpetua dai pubblici uffici; disponeva la misura di sicurezza della assegnazione ad una casa di cura e di custodia per la durata minima di tre anni, e la confisca dell’arma e delle munizioni in sequestro; lo condannava, infine, al risarcimento del danno, da liquidarsi in separata sede, in favore delle costituite parti civili, cui assegnava delle provvisionali.

1.2 Nel pervenire alla resa statuizione quanto al ritenuto vizio parziale di mente, il giudice del merito rilevava che nel corso del procedimento erano stati eseguiti più accertamenti tecnici al riguardo. Una prima consulenza psichiatrica disposta dal P.M. aveva individuato a carico dell’imputato “un disturbo della personalità di tipo paranoideo in un soggetto portatore di una patologia di tipo organico, consistente un una malformazione artero-venosa cerebrale”, ed aveva concluso ritenendo “nel soggetto la piena capacità di intendere ed escludendo invece nel medesimo la capacità di volere ritenuta ‘grandemente scemata’”.

Una seconda consulenza tecnica disposta dal P.M. in una prima stesura “individuava nell’imputato la totale incapacità di intendere e di volere al momento del fatto, in quanto ‘affetto da crisi psicotica paranoidea’”. In una seconda stesura del relativo elaborato tecnico, lo stesso consulente rivedeva parzialmente le sue precedenti affermazioni, concludendo per “la sussistenza nel periziato di una parziale capacità complessiva, scaturente da una piena capacità di intendere e da una incapacità di volere limitatamente al momento della commissione del fatto, trattandosi di un soggetto non psicotico, bensì con personalità bordeline di tipo paranoideo”.

Il perito nominato dal giudice “concludeva nel senso di una parziale capacità di intendere e di volere del detenuto e di una sua attuale pericolosità sociale”. In particolare, egli escludeva “un disturbo bordeline, individuando invece… un disturbo paranoideo… frammisto ad elementi appartenenti al disturbo narcisistico di personalità”; ricostruiva “il percorso psicopatologico della personalità del soggetto individuato in un ‘nucleo depressivo profondo, legato ad avvenimenti personali ed in grado di determinare radicati sentimenti di inabilità, insufficienza, inadeguatezza’…”, che avrebbero “portato il R. per anni ad alimentare ‘vissuti fortemente persecutori e tematiche di natura aggressiva, come risposta alla incapacità di assumersi la responsabilità dei propri fallimenti esistenziali’, fino a polarizzare la propria esistenza intorno a ‘contenuti ideici che non possono essere definiti deliranti, ma che possono essere compresi attraverso la definizione psichiatrica di ‘idee dominanti’…”, ritenendo, quindi, sotto il profilo della capacità di volere e di autodeterminazione, “che il R. ‘abbia sperimentato, mediante la totale invasività del pensiero persecutorio con le caratteristiche delle idee dominanti, uno scardinamento delle proprie labili capacità di controllo delle scariche impulsive e della propria aggressività…, si tratta di un passaggio all’atto in cui il libero dispiegarsi dei meccanismi della volontà viene impedito dal massiccio vissuto persecutorio’…”; e che “l’imputato abbia posseduto nelle fasi immediatamente prima del delitto, come attualmente, ‘una compromissione della capacità di intendere, che, se non giunge alla grave destrutturazione tipica delle autentiche esperienze psicotiche, si caratterizza per una profonda anomalia del pensiero’…”.: tale ausiliario del giudice concludeva, quindi, per la sussistenza di “una condizione psicopatologica in cui entrambe le capacità di intendere e di volere erano significativamente danneggiate, ma senza giungere al loro totale azzeramento”, ulteriormente chiarendo che, “quanto alla patologia organica accusata dall’imputato e consistente in una malformazione artero-venosa cerebrale”, era da escludere “che essa abbia avuto un ruolo esclusivo nell’infermità psichiatrica anche se certamente contribuisce a determinare la particolare condizione del predetto, incidendo negativamente sulle sue capacità di volizione”: “in sostanza – annota la sentenza di prime cure – “il perito esclude un disturbo psicotico delirante”, e ritiene che “il periziato soffre di un disturbo paranoideo per effetto del quale la capacità di intendere e di volere è compromessa, ma non del tutto esclusa”.

Il giudice riteneva del tutto condivisibili tali conclusioni peritali, cui erano pervenuti, in sostanza, “pur attraverso percorsi diversi”, “tutti i consulenti tecnici, compresi quelli della parte civile”, che avevano affermato, in una loro prodotta relazione, che “ci sembra corretto ritenere che il soggetto possa al massimo essere ritenuto seminfermo di mente”.

1.3 Sui gravami dell’imputato, del Procuratore Generale della Repubblica e delle parti civili, la Corte di Assise di Appello di Roma, con sentenza del 3 febbraio 2004, escludeva la diminuente di cui all’art. 89 c.p., riconosceva all’imputato le attenuanti generiche equivalenti all’aggravante di cui all’art. 61, n. 5, c.p., rideterminava la pena, fissandola in anni sedici e medi otto di reclusione, e revocava la misura di sicurezza dell’affidamento a casa di cura e custodia.

Quanto al punto concernente il vizio parziale di mente, rilevavano i giudici del gravame che “né il perito nominato dal giudice, né i c.t. del P.M. hanno… riscontrato nell’imputato, in sostanza, altro che disturbi della personalità, sulla cui esatta definizione non si sono neppure trovati concordi”, giungendo, comunque, alla comune conclusione che “le anomalie comportamentali dell’imputato non hanno causa in una ‘alterazione patologica clinicamente accertabile, corrispondente al quadro clinico di una determinata malattia’… né in una ‘infermità o malattia mentale o … alterazione anatomico-funzionale della sfera psichica’…, bensì in anomalie del carattere, in una personalità psicopatica o psicotica, in disturbi della personalità che non integrano quella infermità di mente presa in considerazione dall’art. 89 del c.p.”.

2.0 Avverso tale sentenza ha proposto ricorso l’imputato, per mezzo del difensore, denunziando:

a) vizi di violazione di legge e di motivazione, in relazione agli artt. 89, 575 c.p.. Deduce che la sentenza impugnata non aveva tenuto conto degli esiti delle disposte consulenze e perizia, e contraddittoriamente aveva escluso la seminfermità di mente, pur dando atto che “la personalità dell’imputato era certamente disturbata… e che tale disturbo fornì all’imputato stesso ‘gli impulsi anomali a commettere quei particolari delitti contestatigli e, con la pressione di un violento ed esasperato vissuto di persecuzione, gli attenuò le capacità di autocontrollo’”; soggiunge che neanche si era tenuto conto “che gli specialisti avevano evidenziato una vera e propria lesione organica cerebrale…, sicché esisteva una base organica che indubbiamente ha contribuito nello sviluppo della personalità di tipo paranoideo”. Rileva, poi, che “la valutazione dell’imputabilità è comunque del tutto erronea…”, giacché “la varietà delle infermità mentali è così complessa che non può racchiudersi nell’ambito di tipologie circoscritte alla malattia”, e che (all’uopo richiamando arresti giurisprudenziali di questa Suprema Corte) “anche le anomalie psichiche costituiscono vera e propria malattia ai sensi della legge penale quando abbiano avuto un sicuro determinismo rispetto all’azione delittuosa e quindi ‘un rapporto motivante con il fatto delittuoso commesso’…”;

b) vizi di violazione di legge e di motivazione, in relazione all’art. 61, n. 5. c.p.. Lamenta il ricorrente che erroneamente sarebbe stata riconosciuta tale aggravante, sul presupposto che l’imputato avrebbe profittato dell’ora notturna e della circostanza che la persona offesa si era appena destata dal sonno, e che, attesa l’ora tarda, difficilmente avrebbero potuto intervenire altre persone per sedare la lite, laddove, invece, l’imputato aveva “agito soltanto nel momento in cui l’impulso derivante dalla persecuzione è diventato per lui irrefrenabile”; non avrebbero, inoltre, considerato i giudici dell’appello che, “il fatto avvenne nelle scale condominiali del palazzo di cui erano condomini sia il R. che la vittima e quindi quest’ultimo, che era uscito di casa ben consapevole che la luce era stata staccata proprio dal R., aveva ogni possibilità, conoscendo i luoghi, di sottrarsi all’aggressione”:

c) vizi di violazione di legge e di motivazione, in relazione agli artt. 62-bis, 133 c.p.: erroneamente - assume il ricorrente - era stato escluso il giudizio di prevalenza delle attenuanti generiche sull’aggravante di cui all’art. 61, n. 5, c.p., non valutandosi che l’imputato aveva agito “con la pressione di un violento ed esasperato vissuto di persecuzione” e non tenendosi conto della sua incensuratezza e della sua età (“circa settant’anni” all’epoca del fatti).

2.1 Il ricorso veniva assegnato alla I Sezione penale di questa Suprema Corte, la quale, con ordinanza del 13 ottobre 2004, ne disponeva la rimessione alle Sezioni Unite, ai sensi dell’art. 618 c.p.p..

Si rilevava, difatti, che nella giurisprudenza di questa Suprema Corte era da tempo insorto un contrasto, in ordine alla questione concernente il concetto di “infermità”, ai sensi degli artt. 88 e 89 c.p.. Un “più risalente e consistente indirizzo” ha ritenuto che, “in tema di imputabilità, le anomalie che influiscono sulla capacità di intendere e di volere sono le malattie mentali in senso stretto, cioè le insufficienze cerebrali originarie e quelle derivanti da conseguenze stabilizzate di danni cerebrali di varia natura, nonché le psicosi acute o croniche, contraddistinte, queste ultime, da un complesso di fenomeni psichici che differiscono da quelli tipici di uno stato di normalità per qualità e non per quantità…”. Altro “indirizzo minoritario” ha, invece, ritenuto che “il concetto di infermità mentale recepito dal nostro codice penale è più ampio rispetto a quello di malattia mentale, di guisa che, non essendo tutte le malattie di mente inquadrate nella classificazione scientifica delle infermità, nella categoria dei malati di mente potrebbero rientrare anche dei soggetti affetti da nevrosi e psicopatie, nel caso che queste si manifestino con elevato grado di intensità e con forme più complesse tanto da integrare gli estremi di una vera e propria psicosi...”.

2.2 Il Primo Presidente ha fissato l’odierna udienza per la trattazione del ricorso davanti a queste Sezioni Unite.

2.3 La difesa del ricorrente ha prodotto “note di udienza”, con le quali ribadisce i motivi del ricorso, quanto alla questione concernente il vizio parziale di mente, ulteriormente rilevando, in conclusione, che “è auspicabile… che la Corte Suprema , stante la fluente modificazione del concetto della classificazione delle malattie mentali, voglia ritenere l’infermità di mente - cui fa riferimento l’art. 89 c.p. - cosa diversa dalla malattia mentale, intesa come alterazione patologica in senso clinico”.

MOTIVI DELLA DECISIONE

3.0 Il primo motivo di ricorso – che nella prospettazione gravatoria assume propedeutico rilievo anche in riferimento agli altri profili di doglianza esplicitati – propone la questione che può così sintetizzarsi: se, ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, rientrino nel concetto di “infermità” anche i “gravi disturbi della personalità”.

3.1 Al riguardo, e sui temi di fondo che afferiscono a tale questione, si registra da tempo un contrasto giurisprudenziale nelle decisioni di questa Suprema Corte. Le oscillazioni interpretative sono state essenzialmente determinate dal difficile rapporto tra giustizia penale e scienza psichiatrica, insorto dal momento in cui quest’ultima ha sottoposto a revisione critica paradigmi in precedenza condivisi, ponendo in crisi tradizionali elaborazioni metodologiche e, nel contempo, legittimando una sempre più accentuata tendenza verso il pluralismo interpretativo; sicché – come meglio più oltre si vedrà – accanto ad un indirizzo “medico” (all’interno del quale si sono distinti un orientamento “organicista” ed uno “nosografico”), si è proposto quello “giuridico” (volta a volta accompagnato, o temperato, dal criterio della patologicità, da quello della intensità, da quello eziologico), che ha, in sostanza, sviluppato una nozione più ampia di infermità rispetto a quello di malattia psichiatrica

4.0 La questione proposta involge delicati profili, oltre che sul piano della teoria generale del reato, su quello del rapporto e dell’appagante contemperamento delle due, spesso contrapposte, esigenze, della prevenzione, generale o speciale, e del garantismo, che - per mutuare l’espressione di autorevole dottrina - costituisce oggetto di una delle “sfide del diritto penale moderno o postmoderno”. In tale contesto già circa un venticinquennio fa la stessa dottrina, particolarmente attenta a tale tema, parlava di “crisi del concetto di imputabilità”; e non sono mancate anche prese di posizioni proponenti la abolizione, tout court, della categoria dell’imputabilità dal sistema penale, concretizzatesi anche in proposte di legge, quella n. 177 del 1983, quella n. 151 del 1996. La questione si pone su un piano che parte dal riconoscimento alla imputabilità di un ruolo sempre più centrale e fondamentale, secondo la triplice prospettiva “di principio costituzionale, di categoria dommatica del reato, di presupposto e criterio guida della sanzione penale”.

4.1 L’art. 85.2 c.p definisce (secondo una proposizione generale, priva di ulteriori specifici contenuti) la imputabilità come la condizione di chi “ha la capacità di intendere e di volere” e, come appare anche dalla sua collocazione sistematica, all’inizio del titolo IV, dedicato al reo, determina una qualifica, o status, dell’autore del reato, che lo rende assoggettabile a pena (art. 85.1 c.p.). Tuttavia - sostanzialmente concorde la dottrina -, nonostante tale collocazione sistematica, la imputabilità non si limita ad essere una “mera capacità di pena” o un “semplice presupposto o aspetto della capacità giuridica penale”, ma il suo “ruolo autentico” deve cogliersi partendo, appunto, dalla teoria generale del reato; ed icasticamente si chiarisce al riguardo che, “se il reato è un fatto tipico, antigiuridico e colpevole e la colpevolezza non è soltanto dolo o colpa ma anche, valutativamente, riprovevolezza, rimproverabilità, l’imputabilità è ben di più che non una semplice condizione soggettiva di riferibilità della conseguenza del reato data dalla pena, divenendo piuttosto la condizione dell’autore che rende possibile la rimproverabilità del fatto”; essa, dunque, non è “mera capacità di pena”, ma “capacità di reato o meglio capacità di colpevolezza”, quindi, nella sua “propedeuticità soggettiva rispetto al reato, presupposto della colpevolezza”, non essendovi colpevolezza senza imputabilità.

4.2 Si è ulteriormente specificato che i confini di rilevanza ed applicabilità dell’istituto della imputabilità dipendono, in effetti, anche in qualche misura dal concetto di pena che si intenda privilegiare: nell’ottica retributiva di questa, se la pena deve servire a compensare la colpa per il male commesso, non può non rilevarsi che essa si giustifica solo nei confronti di soggetti che hanno scelto di delinquere in piena libertà; sotto il profilo di un’ottica preventiva, ponendosi in dubbio il rapporto tra libertà del volere e funzione preventiva (in cui ”il principio della libertà del volere non è più funzionale alla fondazione e giustificazione della pena”), tale funzione preventiva potrà rivolgersi solo a soggetti che siano effettivamente in grado di cogliere l’appello contenuto nella norma, e fra questi non sembra che possano annoverarsi anche i soggetti non imputabili, in quanto tali ritenuti non suscettibili di motivazione mediante minacce sanzionatorie. E, sotto il profilo della risocializzazione (che partecipa alla funzione di prevenzione speciale), giustamente si è rilevato che “il collegamento psichico fra fatto e autore, comunque necessario per dar senso alla risocializzazione, ancora una volta non può che essere visto nella possibilità che il soggetto aveva di agire altrimenti al momento del fatto commesso”, in mancanza di tanto non avendo senso chiedersi se il soggetto abbia bisogno di essere rieducato, dovendosi piuttosto ritenere che egli non sia neppure in grado di cogliere il significato della pena e, conseguentemente, di modificare i propri comportamenti.

Non sono queste la sede e l’occasione per ulteriormente approfondire, rivisitare e delibare l’articolato e fecondo dibattito dottrinario al riguardo svoltosi - dopo l’entrata in vigore della Carta Costituzionale e, segnatamente, del suo art. 27 - e per molti versi tuttora attuale. Gioverà nondimeno, ai fini che qui pure interessano, rilevare che la preminente dottrina è orientata per una teoria “pluridimensionale” o “plurifunzionale” della pena, sia pure con impostazioni differenziate; e che la Corte Costituzionale , pur richiamando la concezione, precedentemente affermata, c.d. “polifunzionale”, della pena, ha evidenziato il profilo centrale della stessa, quello rieducativo, rilevando che, “per altra parte, poi (reintegrazione, intimidazione, difesa sociale), si tratta bensì di valori che hanno un fondamento costituzionale, ma non tale da autorizzare il pregiudizio della finalità rieducativa espressamente consacrata dalla Costituzione nel contesto dell’istituto della pena…; è per questo che, in uno Stato evoluto, la finalità rieducativa non può essere ritenuta estranea alla legittimazione e alla funzione stesse della pena” (Corte Cost., sent. n. 313/1990), ivi ricordando la stessa Corte che ciò aveva già portato “a valorizzare il principio addirittura sul piano della struttura del fatto di reato (sentenza n. 364 del 1988)”.

4.3 E proprio sul versante del contenuto e della rilevanza del concetto di colpevolezza, mette conto di rilevare che in tale ultima decisione (resa in riferimento alla ritenuta parziale illegittimità costituzionale dell’art. 5 c.p.), il Giudice delle leggi aveva richiamato come la puntualizzazione di quel concetto non potesse essere disgiunta da un giudizio di rimproverabilità del fatto; aveva ricordato, tra l’altro, l’approdo sistematico della “necessità, per la punibilità del reato, della effettiva coscienza, nell’agente, dell’antigiuridicità del fatto”; aveva sottolineato che “la colpevolezza costituzionalmente richiesta… non costituisce elemento tale da poter essere, a discrezione del legislatore, condizionato, scambiato, sostituito con altri o paradossalmente eliminato”, e che ciò era testimoniato dalla “funzione di garanzia (limite al potere statale di punire) che le moderne concezioni sulla pena attribuiscono alla colpevolezza”, inalterati rimanendo, quale che ne sia il fondamento considerato, “il valore della colpevolezza, la sua insostituibilità”, la sua “indispensabilità… quale attuazione, nel sistema ordinario, delle direttive contenute nel sistema costituzionale… Il principio di colpevolezza…, più che completare, costituisce il secondo aspetto del principio garantistico, di legalità, vigente in ogni Stato di diritto”, in un sistema, come il nostro, che “pone al vertice della scala dei valori la persona umana (che non può, dunque, neppure a fini di prevenzione generale, essere strumentalizzata)…”, e “ritiene indispensabile fondare la responsabilità penale su ‘congrui’ elementi subiettivi”.

4.4 Può, dunque, ritenersi consolidato e definitivo approdo ermeneutico-costituzionale e sistematico che “la configurazione personalistica della responsabilità - come ancora si esprime autorevole dottrina - esige che essa si radichi nella commissione materiale del fatto e nella concreta rimproverabilità dello stesso. Il che è quanto dire che deve essere possibile far risalire la realizzazione del fatto all’ambito della facoltà di controllo e di scelta del soggetto, al di fuori delle quali può prendere corpo unicamente un’ascrizione meccanicistica, oggettiva dell’evento storicamente determinatosi”: e di tale approdo è necessario, ove occorra, tenere ineludibile conto nella interpretazione della norma, essendo canone interpretativo pacifico che, ove siano possibili più interpretazioni della stessa, deve prevalere ed essere privilegiata quella costituzionalmente orientata e non confliggente con i principi consacrati nella Carta fondamentale.

5.0 Quanto al disposto dell’art. 85 c.p, si è pure pertinentemente già rilevato che la formula normativa ha espunto ogni riferimento alla “libertà” e alla “coscienza”, e, per altro verso, “ha ‘ridotto’ la categoria naturalistica all’ambito esclusivamente psicologico, privilegiando i due momenti intellettivo e volitivo in senso stretto”; conseguentemente, la dottrina ha disatteso il collegamento tra “capacità di intendere e di volere” e “coscienza e volontà” dell’azione o omissione, ponendo in evidenza la reciproca autonomia ed indipendenza di tali categorie concettuali, e la giurisprudenza di questa Suprema Corte ha più volte tanto ritenuto ed affermato (Cass., Sez VI, n. 4165/1991; id., Sez. III, n. 1574/1986; id., Sez. I, n. 10440/1984; id., Sez. I, n. 3502/1979; id., Sez. I, n. 711/1970; id., Sez. I, n. 385/1969).

5.1 Quanto al contenuto della formula normativa dettata dall’art. 85 del codice sostanziale, la capacità di intendere pacificamente si riconosce nella idoneità del soggetto a rendersi conto del valore delle proprie azioni, ad “orientarsi nel mondo esterno secondo una percezione non distorta della realtà”, e quindi nella capacità di rendersi conto del significato del proprio comportamento e di valutarne conseguenze e ripercussioni, ovvero di proporsi “una corretta rappresentazione del mondo esterno e della propria condotta” (Cass., Sez. I, n. 13202/1990); mentre la capacità di volere consiste nella idoneità del soggetto medesimo “ad autodeterminarsi, in relazione ai normali impulsi che ne motivano l’azione, in modo coerente ai valori di cui è portatore”, “nel potere di controllare gli impulsi ad agire e di determinarsi secondo il motivo che appare più ragionevole o preferibile in base ad una concezione di valore”, nella attitudine a gestire “una efficiente regolamentazione della propria, libera autodeterminazione” (Cass., Sez. I, n. 13202/1990, cit.), in sostanza nella capacità di intendere i propri atti (nihil volitum nisi praecognitum), come ancora si esprime la dottrina; la quale pure avverte che, alla stregua della prospettiva scientifica delle moderne scienze sociali, in verità, “una volontà libera, intesa come libertà assoluta di autodeterminazione ai limiti del puro arbitrio, non esiste”, dovendo piuttosto la volontà umana definirsi libera, “in una accezione meno pretenziosa e più realistica, nella misura in cui il soggetto non soccomba passivamente agli impulsi psicologici che lo spingono ad agire in un determinato modo, ma riesca ad esercitare poteri di inibizione e di controllo idonei a consentirgli scelte consapevoli tra motivi antagonistici".



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