Sviluppo e decrescita



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Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 lezione 4

sviluppo e decrescita




Sviluppo e decrescita
0.1. Il problema in prima presentazione

«Attenti, c’è una parola nuova in orbita: Ha solo sei anni, gli stessi dell’emergenza terrorismo. È stata lanciata quasi per caso nel marzo del 2002, a un incontro dell’Unesco a Parigi. Oggi vola alta, indica una rotta luminosa in un caos di disastri, surriscaldamenti climatici, emergenze immondizie, epidemie. Il suo nome è “decrescita”, e pare abbia un grande effetto pedagogico e liberatorio. Mobilita, diventa passepartout, propizia il contatto fra nuclei di resistenza, costruisce reti. Il suo scopo è rallentare, offrire alternative credibili alla tirannia dello spreco. Il suo slogan: vivere con meno è facile. Persino divertente.


Nome Serge, cognome Latouche, nazionalità francese. (opere in intervista: Come resistere allo sviluppo, Breve trattato sulla decrescita serena) Il profeta del nuovo verbo globale vive tra Parigi e una vecchia casa in pietra rimessa a posto con le sue mani sui Pirenei Orientali, sotto il Pic Canigou, l’ultimo “paracarro” prima del grande ammaraggio dei monti nel Mediterraneo. Si sposta rigorosamente in treno e spende molto del suo tempo in giro per l’Europa a organizzare le pattuglie disperse del consumo virtuoso. Affascina, racconta, scrive pamphlet, fustiga l’economia globalizzata e la sciagurata «teologia del Pil». Insiste, soprattutto, sul lato «conviviale» di un’austerità intelligente.

«I poteri forti ci ricattano, tengono in ostaggio la nostra immaginazione. Ci dicono che con la decrescita scenderà su di noi la tristezza di un’infinita quaresima. Non è vero niente. Invertire la corsa ai consumi è la cosa più allegra che ci sia».

Quarant’anni fa, si diceva. Il disastro è cominciato allora. E lì che si è scatenata la corsa allo spreco. In quarant’anni il nostro impatto negativo sulla biosfera è triplicato, e non smette di crescere. Sembra impossibile, no? In fondo, non mangiamo il triplo, non facciamo il triplo di viaggi, non usiamo il triplo di vestiti... Come si spiegano questi numeri da apocalisse? Nella nostra vita ha fatto irruzione l’Usa e Getta, l’obsolescenza programmata dei beni. Una follia. Il trenta per cento della carne dei supermercati va direttamente nella spazzatura.. . Un’auto è vecchia dopo tre anni, un computer peggio ancora... E se non li cambi sei “out”... Viviamo di acque minerali che vengono da lontanissimo, in mezzo a sprechi energetici demenziali, con l’Andalusia che mangia pomodori olandesi e l’Olanda che mangia pomodori andalusi… Ivan lllich, grande fustigatore dello spreco, diceva che questo mondo ad alto consuono di energia è, inevitabilmente, un mondo a bassa comunicazione fra uomini. Ecco, la bici è il simbolo del contrario. Una vita a bassa energia genera alta comunicazione».

Sviluppo: l’imbroglio è contenuto già nella parola. Nasconde lo sfruttamento e la rapina; lo sradicamento in massa di individui, la morte delle diversità, l’evidenza di una umanità apatica, infelice, obesa, precaria, insicura e, a ben guardare, anche più povera. “L’idea di sviluppo resiste ostinatamente all’evidenza del suo fallimento. Per questo ha smesso da tempo di essere una cosa scientifica. È diventato mistica, mitologia, religione. Un feticcio imbroglione che anestetizza le sue vittime. Il vero oppio dei popoli”.»

Paolo Rumiz, Latouche, la felicità con meno, La Repubblica 24.02.2008
0.2. La situazione (la preoccupazione percepita)

« Ora che ci siamo inoltrati nel XXI secolo ci troviamo a dover fare i conti con un grande paradosso, vale a dire che - mentre viviamo in un mondo il quale muta con ritmi che non hanno precedenti, conosce trionfi sempre maggiori delle scienze e delle tecniche, vede cadere ogni giorno vecchi confini e moltiplicarsi in maniera grandiosa i mezzi atti ad assicurare lo sviluppo della società - la fiducia nel progresso complessivo dell’umanità appare come una fede tramontata, un’illusione d’altri tempi. Ne risulta un senso di precarietà che induce a considerare le continue e immense conquiste della scienza e della tecnica e lo sviluppo socio- economico alla stregua di porte oltre le quali si apre un cammino quanto mai insicuro. Tanto che cresce il numero di coloro i quali temono persino che la strada imboccata porti a un peggioramento senza ritorno delle condizioni dell’uomo. Costoro possono aver torto o ragione - ed è naturalmente da augurarsi che il loro sia solo un pessimismo eccessivo e infondato -; ma è certo che un simile atteggiamento costituisce in ogni caso un sintomo assai allarmante e molto significativo dell’indubbio e diffuso malessere contemporaneo.


L’idea del continuo progresso dell’umanità come solida possibilità o addirittura suo destino necessario è stata rovesciata. Essa appare relegata a un auspicio di cui si è assai poco convinti oppure a un mito consumato d’altri tempi. Perché si operasse un tale rovesciamento, perché si passasse dalla fiducia nel progresso, inteso come sintesi del miglioramento delle condizioni spirituali e morali e di quelle materiali, a un atteggiamento opposto occorreva che quella fiducia - trasformatasi durante un iter che appariva trionfale da ideale regolativo delle azioni umane qual era nel Settecento in vera e propria fede nell’Ottocento - subisse colpi devastanti ad opera dell’evoluzione sia spirituale sia materiale dell’uomo; di più: che essa prima raggiungesse l’apice in quanto aspirazione e credenza dogmatica e dopo subisse duri colpi e drastiche smentite dal corso della storia.» Salvadori, Massimo L. 2006 L’idea di progresso, Donzelli, Roma (introduzione).

E ancora: «L’ibridazione uomo/tecnica (naturale/artificiale, corpo vivente/corpo macchinico, natura/cultura, bios/techne, organico/inorganico, ecc.), certamente non nata oggi, ma che oggi sarebbe più opportuno e più chiarificativo ridefinire generalmente come ibridazione uomo/tecnologia, e che divide parte significativa della platea degli studiosi in un confronto “tecnofobi vs tecnofili”, attualmente segnala una esplosività di portata epocale che induce a una riflessione di carattere “destinale” e, al tempo stesso, obbliga a riflessioni etiche, politiche ed estetiche mai prima d’ora manifestatesi con così grande evidenza. Tale scenario suggerisce l’esigenza di un vero e proprio mutamento del quadro epistemologico.» Masullo Paolo Augusto 2008 L’umano in transito. Saggio di antropologia filosofica, edizioni di pagina, Bari, p.14)


0.3. Per ragionare in concretezza storica è necessario collocare il problema dello sviluppo, delle sue forme e del suo destino, nella sede materiale storica dell’uomo e della natura. Il contesto in cui lo sviluppo assume le proprie diverse forme è dato infatti dall’agire tecnico dell’uomo e dalla dinamica evolutiva propria della natura. Tecnica ed evoluzione sono dunque contesti necessari della riflessione sul tema dello sviluppo.
1. La tecnica e lo sviluppo - progresso.

Le radici dello sviluppo (presentato come progresso) si collocano nella tecnica, una prassi e una abilità accompagnata, fin dal suo sorgere, da uno stupore inquieto e da una narrazione di colpa destinati a diventare mito e archetipo. Natura e tecnica sono il contesto dello sviluppo e della sua tenuta; quando separate ne se contendono il merito, addossando invece all’altra, come colpa, gli insuccessi; quando invece si supera la loro antica opposizione tornano a costituire problema di attribuzione e di potenza i termini necessità e legge che la tradizione usava per parlare ora della natura ora della tecnica; e si tratta allora di una questione non più solo di settore o specialistica, ma etico-politica.



1.1. la posizione classica (antica e recente)

1.1.1. Esiodo: drammatizzazione di una colpa

Con la presentazione del mito di Prometeo da parte di Esiodo assistiamo a una prima configurazione sistematica del problema del rapporto fra l’ordine della natura e l’ordine prodotto artificialmente dall’uomo. Tale configurazione, pure nelle metamorfosi linguistiche e concettuali alle quali è andata incontro nel divenire storico, rimarrà immutata nelle sue coordinate di fondo: se da una parte l’uomo partecipa della stirpe divina, dall’altra ne rappresenta un decadimento e uno stato inferiore; e così, se da una parte l’ordine morale è da considerarsi in sintonia con l’ordine naturale, in virtù di una comune relazione al divino, dall’altra parte è necessario fornire una spiegazione alla presenza nel mondo della fatica e del dolore, connessi con il lavoro, necessario agli uomini per procurarsi i mezzi vitali.

Il furto commesso da Prometeo ai danni di Zeus, se lo consideriamo nel suo indubbio valore di spiegazione causale e prescindiamo dalla forma mitica che assume, quella di gesto titanico di ribellione, svolge la funzione di far intervenire il contrasto e il pòlemos all’origine di un nuovo ordine, non più spontaneo e naturale, ma appunto artificiale. In questo contesto la famosissima età dell’oro viene infatti presentata come età definitivamente perduta per l’umanità.

D’Atri Annabella 2008 La filosofia di fronte a natura e tecnica, BUR, Milano, p.16-17

«Sdegnato gli disse allora Zeus, adunatore di nembi: “O figliolo di Japeto, tu che sei il più ingegnoso di tutti, ti rallegri di aver rubato il fuoco e di avere eluso i miei voleri: ma hai preparato grande pena a te stesso e agli uomini che dovranno venire. A loro, quale pena del fuoco, io darò un male del quale tutti si rallegreranno nel cuore, facendo feste allo stesso loro male”» (segue formazione e dono di Pandora agli uomini). Esiodo, Le opere e i giorni (ivi p. 221-222)


1.1.2. Sofocle: deinòs uno stupore inquieto di fronte alla necessità inesorabile della natura (deinà) e alla abilità tecnica dell’uomo (deinòteros).

La tecnica antica non era inquietante perché non era capace di oltrepassare l’ordine della natura che il pensiero mitico e filosofico ponevano sotto il sigillo della Necessità. Questa era più forte sia della tecnica divina di Zeus che incatena Prometeo servendosi degli strumenti di Efesto, sia della tecnica umana che Prometeo aveva donato ai mortali per sollevarli dalla loro condizione indifesa.


È vero che la violazione della natura e l’emancipazione dell’uomo nella sua differenza dalla condizione animale vanno di pari passo, e che la figura dell’Inquietante, un misto di meraviglia e di angoscia, si affaccia al pensiero tragico: “molte sono le cose inquietanti [deinà], ma nessuna più dell’uomo [deinòteros]”. [Così Sofocle, nel secondo coro dell’Antigone (in Tragedie 2006, pp. 323 -355), presenta la figura dell’uomo: «Molti sono i prodigi / e nulla è più prodigioso / dell’uomo, / che varca il mare canuto / sospinto dal vento tempestoso del sud, / fra le ondate penetrando che infuriano d’attorno, e la più eccelsa fra gli dèi, / la Terra imperitura infaticabile, / consuma volgendo l’aratro / anno dopo anno/ e con l’equina prole rivolta»]. Ma l’inquietudine provocata dal progresso tecnico è insignificante rispetto all’inquietudine della morte a cui l’uomo soggiace nell’ordine della necessità. Si tratta della stessa necessità che da un lato decreta la morte del mortale e dall’altro lo protegge garantendo, contro le sue incursioni tecniche, l’inviolabilità della natura “grandissima, instancabile, immortale”.
La necessità che garantisce l’immutabilità della natura è figurata, nell’Antigone di Sofocle, dalla quiete del mare che si ricompone alle spalle dell’imbarcazione che ha osato sfidarla, dalla fecondità della terra che, non sfibrata, rimargina il solco dell’aratro che l’ha percorsa, dal cielo che, non trafitto dalle armi della caccia, continua a ospitare “gli uccelli spensierati”. L’uomo, il “signore delle tecniche [mechanòen téchna]”, per “quanto domini con i suoi espedienti le bestie selvagge dei monti, il cavallo dalla folta criniera, il toro gagliardo piegandolo sotto il giogo”, non riesce a dominare la natura, ma da questa è costretto a difendersi circondando la propria comunità con solide mura che ritagliano, nel grande regno della natura, il piccolo regno dell’uomo.
Nella città antica, sorta per difendersi e non per espandersi, l’uomo dispiega le sue tecniche regolate da quella tecnica superiore che è la politica. Le leggi (nòmoi) che la governano sono il riflesso della grande Legge (Nòmos) che governa la regolarità della natura; l’ordine che vi regna imita l’ordine cosmico e il disordine che può generarsi è perituro, come perituro è il destino dell’uomo, secondo necessità. Sono infatti le Erinni, ministre di Dìke, che “ricondurrebbero il sole nella sua orbita se oltrepassasse le sue misure”, è l’Anànke che “guardando la volta celeste, costringe gli astri a tenere i confini”; è la Moira che “tiene l’essere nei vincoli del limite che tutto intorno lo cinge affinché non sia incompiuto né manchevole”; “È secondo necessità che dove gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la loro distruzione, poiché pagano l’un all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”, perché “se non vi fossero queste cose, non si conoscerebbe il nome di Dìke”. p. 52-54

Galimberti Umberto 1999 Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano


1.1.3. Democrito: tecnica e condizione di civiltà: nel necessario abbinamento intelligenza e tecnica

«Ed è approssimativamente quanto ci è stato tramandato intorno alla prima origine delle cose. Dicono poi che gli uomini di quelle primitive generazioni, conducendo una vita senza leggi e come quella delle fiere, uscivano alla pastura sparsi chi di qua chi di là, procacciandosi quell’erba che era più gradevole di sapore ed i frutti che gli alberi producevano spontaneamente. Erano continuamente aggrediti dalle fiere, e l’utilità apprese loro ad aiutarsi a vicenda; e, riunitisi in società sotto la spinta del timore, cominciarono a poco a poco a riconoscersi all’aspetto. E mentre prima emettevano voci prive di significato e inarticolate, gradatamente cominciarono ad articolar le parole; e, stabilendo tra di loro espressioni convenzionali per designare ciascun oggetto, vennero a creare un modo, noto a tutti loro, per significare tutte le cose. Ma poiché simili raggruppamenti di uomini si formarono in


tutte le regioni abitate della terra, non ci poté essere una lingua di ugual suono per tutti, poiché ciascuno di quei gruppi combinò i vocaboli come capitava; ecco perché svariatissimi sono i caratteri delle lingue e perché quei primi gruppi furono la prima origine di tutte le varie nazioni. Quei primi uomini, dunque, vivevano in mezzo ai disagi, perché nulla si era ancora trovato di quanto è utile alla vita: erano ignudi di ogni vestimento, non abituati ad avere un’abitazione e ad usare il fuoco, del tutto ignari di un vitto non selvaggio. Giacché, non avendo idea che si potesse conservare il loro vitto agreste, non facevano punto provviste di frutti per l’eventualità del bisogno: per cui, durante l’inverno, molti di essi morivano, e per il freddo e per mancanza di vitto. Ma non tardò molto che essi, ammaestrati dall’esperienza, si rifugiarono d’inverno nelle spelonche e riposero quei frutti ch’erano atti ad esser conservati. Conosciuto poi il fuoco e le altre cose utili alla vita, poco dopo si trovarono anche le arti e tutti gli altri mezzi che possono recar giovamento alla vita in società. Così, in generale, maestro di ogni cosa agli uomini fu l’uso stesso, rendendo familiare l’apprendimento di ciascuna abilità a questo essere ben dotato e che ha come cooperatrici per ogni occorrenza le mani e la ragione e la versatilità della mente.»

Democrito fr. 5. in I presocratici. Testimonianze e frammenti.


1.1.4. Aristotele: tecnica tra le virtù dianoetiche : disposizione accompagnata da ragionamento

Aristotele, nell’Etica Nicomachea, definisce la tecnica, quale stato di eccellenza della attività produttiva, come «disposizione accompagnata da ragionamento vero che dirige il produrre». La tecnica quindi, nella classificazione aristotelica, avendo in comune con la prassi l’azione, ha a che fare con cose o fatti che possono essere diversi da quello che sono, che cioè non sono necessari; ma se ne distingue in quanto è finalizzata a creare o «far venire all’essere» degli oggetti. Ma, considerata da questo punto di vista, cioè del fine, la tecnica si rivela simile alla stessa natura, dalla quale però la distingue il fatto che nella physis le cose divengono in base a principi a loro interni.

«Riprendendo dunque da più indietro, parliamo di nuovo delle virtù dianoetiche. Poniamo che le disposizioni con le quali l’anima dice il vero, affermando o negando, siano in numero di cinque. Queste sono l’arte, la scienza, la saggezza, la sapienza e l’intelletto. Col giudizio e l’opinione è infatti possibile cadere in errore.[…] Ogni arte concerne il far venire all’esistenza, e usare l’arte è considerare com’è possibile far venire all’esistenza una di quelle cose che possono sia essere che non essere e il cui principio è in chi produce e non nella cosa prodotta. Infatti l’arte non ha per oggetto né le cose che sono, o divengono necessariamente, né quelle che sono o divengono per natura: queste infatti hanno in se stesse il loro principio. Poiché dunque la produzione è altro dall’azione, segue necessariamente che l’arte ha per oggetto la produzione e non l’azione. E in un certo senso la fortuna e l’arte vertono sugli stessi oggetti, come dice anche Agatone: «L’arte ama la fortuna e la fortuna l’arte».
In conclusione l’arte, come s’è detto, è una disposizione accompagnata da ragionamento vero che dirige il produrre, e la mancanza d’arte, il suo contrario, è una disposizione che dirige il produrre accompagnata da ragionamento falso. Entrambe concernono ciò che può essere diversamente da quello che è.» (Etica Nicomachea, VI, 1-4, 1139a-1140a)

1.1.5. F. Bacone: un moderno matrimonio: teoria e tecnica

«1. L’uomo, ministro e interprete della natura, opera e comprende solo per quanto, dell’ordine della natura, avrà osservato con l’attività sperimentale o con la teoria; né sa né può niente di più.
2. Né la nuda mano né l’intelletto abbandonato a se stesso valgono molto; le opere si compiono con strumenti e con aiuti; essi sono necessari all’intelletto non meno che alla mano. E come gli strumenti della mano ne muovono o guidano l’azione, così gli strumenti della mente ispirano o trattengono l’azione dell’intelletto.
3. La scienza e la potenza umana coincidono, poiché l’ignoranza della causa impedisce la produzione dell’effetto. La natura infatti, non si vince se non obbedendole (natura enim non nisi parendo vincitur); e ciò che nella teoria (in contemplatione) ha valore di causa, nell’operare ha valore di regola.
4. Quanto alle opere, l’uomo non possiede nessun altro potere se non quello di avvicinare o allontanare i corpi naturali; il resto viene compiuto dalla natura, dall’interno delle cose.
5. Sono soliti interessarsi della natura (per quanto riguarda la parte operativa della conoscenza) il meccanico, il matematico, il medico, l’alchimista e il mago; ma tutti (almeno per come stanno ora le cose) con impegno limitato e scarso successo.
6. Sarebbe stolto, e in sé contraddittorio, credere che ciò che non si è mai fatto finora, si possa fare senza affidarsi a metodi ancora mai tentati.

7. Nei libri e nelle officine le produzioni della mente e della mano appaiono assai numerose. Ma tutta questa varietà si fonda su una straordinaria acutezza di pensiero e sulle conseguenze delle poche conoscenze che divennero note, non sul numero degli assiomi.


8. Anche le scoperte già fatte, più che alle scienze, si devono al caso e alla mera esperienza: le scienze che abbiamo oggi, infatti, non sono altro che una specie di compilazione di cose già scoperte in precedenza, non metodi per ricercare né indicazioni di nuove opere.
9. La causa e l’origine di quasi tutti i mali nelle scienze è soltanto questa: mentre indugiamo erroneamente nell’ammirare e nel celebrare le forze della mente umana, non cerchiamo per essa dei veri aiuti.
10. La sottigliezza della natura supera di molto quella del senso e dell’intelletto; cosicché tutte quelle belle meditazioni, speculazioni e controversie dell’uomo sono cose insane; solo che non c’è chi se ne accorga.»

[…] «E pensiamo, finalmente, di aver stabilito per sempre un vero e legittimo connubio tra la facoltà empirica e quella razionale del conoscere, il cui lungo e deplorevole divorzio e ripudio ha turbato ogni cosa nella famiglia umana.» (Nuovo Organo, I, 1-10 in Bacone 1998, pp. 77-81)


1.1.6. R. Descartes: la scoperta di una ininterrotta continuità. «… l’esempio di molti corpi composti dall’artificio degli uomini mi ha molto servito: poiché non riconosco alcuna differenza tra le macchine che fanno gli artigiani e i diversi corpi che la natura sola compone, se non che gli effetti delle macchine non dipendono che dall’azione di certi tubi o molle o altri strumenti, che, dovendo avere qualche proporzione con le mani di quelli che li fanno, sono sempre sì grandi che le loro figure e movimenti si possono vedere, mentre che i tubi o molle che cagionano gli effetti dei corpi naturali sono ordinariamente troppo piccoli per essere percepiti dai nostri sensi. Ed è certo che tutte le regole delle meccaniche appartengono alla fisica, in modo che tutte le cose che sono artificiali sono con questo naturali. Poiché, per esempio, quando un orologio segna le ore per mezzo delle ruote di cui è fatto, questo non gli è meno naturale che ad un albero di produrre i suoi frutti.»

Descartes R., Principia philosophiae, Opere filosofiche III, Laterza, Bari 1967, p.364s


1.1.6.1. Macchina, edificio, orologio … diventano ricorrenti metafore del mondo, presentato come sistema di cui le scienze forniscono, con linguaggio matematico le leggi necessarie e deterministiche. Una visione organica e quindi unitaria in cui concorrono la logica della tecnica e la ragione matematica, strumenti di rilievo, lettura e gestione dell’esperienza.
1.1.7. M. Heidegger. La tecnica e la metafisica: ambivalenza della tecnica

Il saggio sulla questione della tecnica (Die Frage nach der Technik) di M. Heidegger è del 1953. Esso rappresenta il momento più alto di riflessione sulla tecnica raggiunto dal dibattito tedesco nella prima metà del secolo. La sua fortuna si deve alla robustezza teoretica del pensiero dell’autore, che fa proprie, rielaborandole, le riflessioni di alcuni dei maggiori classici della filosofia, ma anche al mutato clima culturale che, come nel caso della Dialettica dell’Illuminismo, rendeva possibile una critica dell’età della tecnica libera da condizionamenti ideologici e politici. (D’Atri o.c. p. 406)

«Restiamo sempre prigionieri della tecnica e incatenati ad essa, sia che la accettiamo con entusiasmo, sia che la neghiamo con veemenza. Ma siamo ancora più gravemente in suo potere quando la consideriamo qualcosa di neutrale; infatti questa rappresentazione, che oggi si tende ad accettare con particolare favore, ci rende completamente ciechi di fronte all’essenza della tecnica. (p. 407) La rappresentazione comune della tecnica, per cui essa è un mezzo e un’attività dell’uomo, può perciò denominarsi la definizione strumentale e antropologica della tecnica. (p. 408)

Il secondo punto da considerare circa la parola téchne è ancora più importante. Dalle origini fino all’epoca di Platone la parola téchne si accompagna alla parola epistéme. Entrambe sono termini che indicano il conoscere nel senso più ampio. Significano il «saperne di qualcosa», l’«intendersene». Il conoscere dà apertura. In quanto aprente, esso è un disvelamento. Aristotele, in una trattazione particolare (Etica Nicomachea VI, 3 e 4) [vedi qui pp. 242-244] distingue la téchne e la epistéme in base al che cosa e al modo del loro di- svelare. La téchne è un modo dello aletheùein. Essa disvela ciò che non si pro-duce da se stesso e che ancora non sta davanti a noi, e che perciò può apparire e riuscire ora in un modo ora in un altro. 410

La tecnica è un modo del disvelare. La tecnica dispiega il suo essere nell’ambito in cui accadono disvelare e disvelatezza (Unverborgenheit), dove accade l’alétheia, la verità. 410
Anzitutto, bisogna che cogliamo nella tecnica ciò che ne costituisce l’essere, invece di restare affascinati semplicemente dalle cose tecniche. Fino a che pensiamo la tecnica come strumento, restiamo anche legati alla volontà di dominarla. E in tal caso, passiamo semplicemente accanto all’essenza della tecnica. Se però ci domandiamo come ciò che è strumentale dispiega il suo essere in quanto specie particolare della causalità, allora potremo cogliere questo essere come il destino di un disvelamento. 414

La domanda circa la tecnica è la domanda circa la costellazione in cui accade disvelamento e nascondimento, in cui accade ciò che costituisce l’essere della verità. Ma a che cosa ci serve il guardare entro la costellazione della verità? Noi guardiamo entro il pericolo e scorgiamo il crescere di ciò che salva. Con ciò non siamo ancora salvati. Ma siamo richiamati da un appello ad aspettare con speranza nella luce crescente di ciò che salva. Come è possibile? 415

Una volta non solo la tecnica aveva il nome di téchne. Una volta si chiamava téchne anche quel disvelare che pro-duce la verità nello splendore di ciò che appare. Una volta si chiamava téchne anche la pro-duzione del vero nel bello, téchne si chiamava anche la poiesis delle arti belle [...]. Le arti non avevano la loro origine nell’artisticità. Le opere d’arte non erano fruite esteticamente. L’arte non era un settore della produzione culturale.
Che cos’era l’arte? Cos’era, forse per brevi, ma sommi, momenti della storia? Perché portava il semplice nome di téchne? Perché era un disvelamento pro-ducente e perciò faceva parte della poiesis. Questo nome fu da ultimo attribuito come specifico a quel disvelamento che governa ogni arte del bello, cioè la poesia, il poetico. Lo stesso poeta [Hölderlin] di cui abbiamo ascoltato le parole: «Ma là dove c’è il pericolo, cresce / anche ciò che salva» ci dice: «poeticamente abita l’uomo su questa terra». 416

Heidegger 1976 = Heidegger M., Die Frage nach der Technik in Vorträge undAufsätze, tr. it. G. Vattimo, La questione della tecnica in Saggi e Discorsi, Milano, Mursia 1976, pp. 5-27


da D’Atri Annabella 2008 La filosofia di fronte a natura e tecnica, BUR, Milano
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