Tea, con modifiche 0 in senso teoretico e generale



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01.06.2018
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Idealismo

(dal «Dizionario di filosofia» di N. Abbagnano, ed. TEA, con modifiche)

0) in senso teoretico e generale.

L'idealismo è una ipotesi sulla natura della realtà che viene ad affermare il carattere ‘spirituale’ della realtà stessa (di qui nel linguaggio comune si vede come idealista il comportamento o il pensiero ispirati più a un astratto modello di perfezione che alla realtà effettuale).

0.a) le idee sono considerate come il principio della realtà o almeno come tramite fondamentale per la conoscenza. In questo senso il termine è stato introdotto da Leibniz per riferirsi alla dottrina platonica.

0.b) l’esistere di oggetti sensibili esterni non è immediatamente percepito, ma lo sono solo le nostre modificazioni: solo «ciò che è in noi» può essere immediatamente percepito. In questo senso, invece, il termine è la definizione base dell’idealismo per Kant.

1) nella filosofia tedesca e moderna.

Kant (Crit. Ragion pura, Analitica dei principi) accetta tale idealismo (0.b), ma se ad esso si aggiunge la persuasione che i corpi nello spazio e nel tempo esistono indipendentemente dalla nostra esperienza e dalle nostre percezioni (sia pur grossolane) e possono essere da noi conosciuti magari solo mediatamente (affermazione del «realismo trascendentale») si cade nelle difficoltà inestricabili dell’idealismo materiale (1.a: materiale perché si riferisce alla materia del conoscere) che si esprimono con l’idealismo problematico di Cartesio che dubita sull’esistenza degli oggetti esterni (1.a.1) considerando «indubitabile solo l’affermazione empirica Io sono» (da cui poi si parte per la riscoperta degli oggetti); oppure con l’idealismo dogmatico di Berkeley (1.a.2) che nega l’esistenza delle cose nello spazio considerandole solo nostre immaginazioni (poste in noi da Dio), tali da generarne l’essere (esse est percipi).

Secondo Kant la posizione di Cartesio dichiarando «la propria impotenza a provare con una esperienza immediata un’esistenza fuori dalla nostra è ragionevole e conforme a una solida maniera filosofica di pensare»; tuttavia è proprio la «coscienza della mia esistenza come determinata nel tempo [che] presuppone qualcosa di permanente nella percezione». Dunque la soluzione corretta viene solo (1.b derivato da 0.b) con l’idealismo formale o trascendentale (che si riferisce alla forma sola del conoscere, cioè alle possibilità dell’esperienza): solo la forma della conoscenza (spazio, tempo e categorie) è ideale, mentre le cose estese nello spazio ed esistenti nel tempo sono semplicemente fenomeni, non cose in sé; si elimina così il problema di come si faccia a dimostrare l’esistenza di tali cose in sé. Il fenomeno è definito dallo stesso Kant come rappresentazione, ma l’idealista trascendentale può contemporaneamente anche essere realista empirico [non trascendentale] e ammettere l’esistenza della materia e quindi ammettere l’esistenza di qualcosa al di là (e forse alla base) del fenomeno (senza mai poter dare ovviamente a questa esistenza una caratterizzazione noumenica).

Le tesi di Kant sono state sviluppate con una maggiore curvatura idealistica da Reinhold e dallo stesso Schopenhauer che voleva esprimere l’essenza del kantismo iniziando a scrivere «Il mondo come volontà e rappresentazione» (1819). In realtà l’idealismo trascendentale di Kant afferma che il soggetto pensante può conoscere l’oggetto percepito in relazione alle forme (particolarmente le forme pure a priori) lasciando tutto sommato aperta la questione teoretica sulla natura sostanziale dell’oggetto percepito (le caratterizzazioni in senso noumenico sono «solo» esplicitate nell’ambito pratico).

Nel senso 0.a e 0.b (e loro derivati) il termine idealismo si oppone a materialismo: dottrina che attribuisce la causalità e l’origine della cosa alla sola materia. Ogni materialismo è una forma di ateismo, ecco che nel linguaggio comune viene definito materialismo anche l’edonismo, quando invece edonismo e materialismo non sono necessariamente legati: l’etica di Democrito non è edonismo. Esempio classico di materialismo è quello cosmologico (valido per tutta la realtà a partire dalla sua origine) rappresentato appunto dall’atomismo di Democrito (non c’è materialismo in Gassendi che pensa sì a atomi, ma creati da Dio); o quello metodologico di Hobbes per cui corpo e movimento (la materia) sono il solo strumento disponibile per la spiegazione dei fenomeni, quindi il corpo è l’unico oggetto possibile del sapere.

Anche il fisicalismo del Circolo di Vienna (specie Rudolf Carnap, 1938) può essere considerato come un materialismo metodologico fondato però sul linguaggio e non sulla materia (di cui comunque non si afferma l’esistenza): si deve poter tradurre nel linguaggio della fisica i dati protocollari (osservati sperimentalmente) per costruire con essi un linguaggio intersoggettivo universalmente valido. Ugualmente forma di materialismo (psicofisico) può essere l’affermazione della dipendenza causale dell’attività spirituale umana dalla materia, cioè dal cervello: è la concezione dell’uomo-macchina (esempi: La Mettrie a metà ‘700 o Cabanis a inizio ‘800). Ecco come il materialismo di metà ‘800 assume toni polemici verso la religione per soppiantarla attraverso la scienza vista come verità assoluta: questo atteggiamento è lo scientismo, l’avanguardia «romantica» della scienza, il positivismo; ma è la stessa scienza che smantellerà questo credo con la crisi in cui entra la concezione meccanicista a fine XIX sec.

In tali accezioni, il termine va tenuto distinto dal materialismo storico e dialettico di Marx, che è un concentrarsi sulle strutture materiali, rispettivamente rapporti di produzione economica nella realtà (storicamente determinata) e lotta di classe nella storia (che ha uno sviluppo dialettico).

2) come movimento filosofico tedesco dell’800.

Si cerca di dare risposta sul piano teoretico e conoscitivo al problema della natura sostanziale dell’oggetto percepito ammettendo che il soggetto (lo Spirito inteso in accezione assoluta) sia la sua stessa possibilità di realizzarsi, esprimendosi e manifestando se medesimo nella realtà, tanto che l’oggetto diviene espressione dello Spirito e non solo rappresentazione del soggetto. Cioè, si afferma la non realtà del finito per risolverlo nell’infinito.


Tale idealismo è stato caratterizzato come trascendentale (2.a) collegandosi col punto di vista kantiano che aveva fatto dell’io penso il principio fondamentale della conoscenza; come soggettivo (2.b) contrapponendosi a Spinoza che aveva sì ridotto la realtà a un principio unico, ma l’aveva considerato di carattere oggettivo (la Sostanza, ciò che è causa di sé) e non soggettivo (Spirito); come assoluto (2.c) sottolineando che l’Io (o Spirito) è il principio unico di tutto e che fuori di esso non vi è nulla.

Fichte è il perfetto opposto dello spinozismo. Hegel afferma: «l’idealismo consiste solo in questo, nel non riconoscere il finito come un vero essere; ogni filosofia ha almeno in parte in sé qualcosa di idealismo, si tratta solo di vedere fino a che punto l’ha realizzato.»

In questo senso, dunque, idealismo piuttosto si oppone a realismo: dottrina che punta sulla realtà esterna al soggetto delle cose e degli enti, come affermano le dottrine medievali per cui gli «universali» sono ante rem. Fermo restando che questa realtà può essere intesa in modi diversi; infatti lo stesso Kant attribuisce alla propria dottrina, che ammette la realtà delle cose esterne, la definizione di «realismo empirico», mentre il «realismo trascendentale» ne è l’opposto perché considera spazio e tempo come indipendenti dalla nostra sensibilità.


Spiritualismo


In una prima parziale approssimazione si può dire che anche l’idealismo di Hegel è spiritualismo nel senso che tutte le manifestazioni della realtà sono spirito e ragione, ma in questo senso è preferibile usare il termine specifico di panlogismo (tutta la realtà è razionale, Ragione).

Mentre un significato particolare è quello dello «spiritualismo cristiano» che, nell’età moderna, si richiama a S. Agostino e Platone.



Ecco che in senso più specifico lo spiritualismo risulta un orientamento, più che una dottrina, che pratica la filosofia come analisi della coscienza o che da essa desume i dati per la ricerca: è diffuso specie nel pensiero francese; infatti Victor Cousin (1853) dice: è «la dottrina che comincia con Socrate e Platone, che l’Evangelo ha diffuso nel mondo, che Cartesio ha messo nelle forme severe del genio moderno... [che] Chateaubriand e Madame de Staël hanno trasportato nelle letterature e nell’arte». L’esaltazione della coscienza è di derivazione agostiniana e ciò ha significato nell’800 l’opposizione al positivismo (materialista e scientista) quindi la negazione, o la subordinazione, della realtà della materia rispetto allo spirito e il rifiuto di modelli meccanicistici: va sottolineato che fin qui lo spiritualismo equivale a un idealismo gnoseologico cui si aggiunge la proposta di una spiegazione della natura di tipo finalistico (provvidenziale) e vitalistico come nelle filosofia di Boutroux, Blondel e Bergson (nel ‘900 egli vede nella scienza una conoscenza preparatoria: posizione condivisa dal tedesco Lotze); tuttavia ciò comporta anche il ritorno a una tradizione morale, politica e religiosa (Cousin scrive: «questa filosofia insegna la spiritualità dell’anima, la libertà e responsabilità delle azioni umane, le obbligazioni morali, la virtù disinteressata... mostra Dio autore dell’umanità... è l’alleata di tutte le buone cose...») che ripropone Dio come assoluta trascendenza e ciò rappresenta una netta polemica contro l’idealismo tedesco che tendeva all'identificazione tra finito e infinito.


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