Tecnico-scientifico dell’antichità



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Appendice

Allo scopo di rendere più facile la lettura della prima parte di questo volume, pubblico qui un’ampia parte del Discorso di chi traduce. Nella trascrizione, basata sulla citata prima edizione degli Automati, ho adottato i seguenti criteri NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . Aggiungo gli accenti laddove si segnano modernamente: più, così, , benché, perché, ecc.; li tolgo dai monosillabi, à, ò, , , frà, . Distinguo u e v. Conservo le maiuscole originali e l’uso delle h. Sciolgo le scrizioni univerbate ilche, laquale, ecc. e cambio & in e. Uniformo la grafia delle seguenti parole: cioè, perché,…Mantengo i segni di interpunzione originali, tuttavia evidenzio le citazioni secondo lo stile scelto per questo libro, eliminando le virgolette; ove necessario vado “a capo” secondo l’uso moderno. Uso il corsivo per i titoli delle opere citate da Baldi.

[3v]
CHI TRADUCE
Tu, cui dolce desio l’animo ingombra

Di seguir di Minerva, e l’opre, e l’arte

Prendi d’huom caro a lei le industri carte,

Cui presse un tempo alto silentio, e ombra

Là nacquer’elle, ove nel Mar disgombra

Il Nilo, e ricco suolo inonda, e parte,

Ne la nobil Città del Greco Marte,

Il cui splendor ben mille chiari adombra.

Sega pur nuovo Achille, altro Vulcano

Homai vedrem, ch’in glorioso giro

Doni al metallo human sembiante, e moto

O come l’arte imitatrice ammiro,

Onde con modo inusitato, e strano,

Movesi il legno, e l’huom ne pende immoto? NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT


[4r]

DISCORSO

DI CHI TRADUCE

SOPRA LE MACHINE

SE MOVENTI
L’haver noi trasferito dalla lingua Greca il libro di Herone Alessandrino NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT delle Machine Se moventi, pareva, che ci obligasse a far alquanto di ragionamento della natura dell’antichità, del fine, e degli inventori loro; e a dire anco alcuna cosa intorno l’Historia di Herone medesimo come quella che per la sua antichità, è oscurissima, e a molti grand’huomini ha dato cagione di errare. Dico dunque, che la divisione, la quale si fa delle subalterne alle Mathematiche, vi è quella parte, o spetie di loro, che ha preso il nome dalle Machine, e si chiama Mechanica, o Machinativa, avvenga che non sempre le dimostrationi Mathematiche versino intorno a gli accidenti proprij delle quantità separate dalla materia: ma talor anco s’adattino a soggetti sensibili, e dimostrano le meraviglie d’alcuni effetti che accaggiono in loro. Così fanno le dimostrazioni i perspettivi, così quelle che rendono le ragioni delle varie apparitioni dell’imagini ne gli specchi, così quelli ancora, che dimostrano onde nasca la forza multiplicata di quelle machine onde si alzarono [4v] grandissimi pesi; e onde pendano gli effetti potentissimi di quelle; dalle quali vengono offese, e difese le mura delle fortezze, e delle Città. Tutte queste sono subalternate alle Mathematiche, percioché, se bene il soggetto è fisico, sono dimostrate per forze di ragioni Mathematiche: la onde Mathematiche sono, in quanto dimostratione; e naturale, in quanto s’aspetta al soggetto, come insegnò benissimo il Filosofo nelli Posteriori Risolutorij, e nel principio de’ Mecanici NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . Noi lasciate da parte le altre subalternate, ragioneremo delle Meccaniche, e di queste non abbracceremo tutto il genere, ma discorreremo solo di quella parte di lui, che si distende intorno alle Machine Se moventi. I Greci diedero il nome a queste di Automati, Automatopijtici, Autocineti, che tanto suona, quanto se tu dicessi spontanee, cioè per se stesse operano, e si muovono, e di questa natura sono quelle di Herone, che noi qui traduciamo, e quelle ancora che mediante contrapesi, ci dividono il tempo.

Egli è da credere, che quei primi inventori questi artifici ci ponessero avanti a gli occhi quella naturale, et interna propensità che hanno i corpi gravi di scendere al centro da se stessi, cioè senza bisogno di aiuto esterno, e di qui s’imaginassero di potere, col mezo loro, dar il moto ad alcuna altra cosa, perciò che di qui solo dipende tutta la forza di questi artificij; overo affissassero l’animo, come pare tenga il Filosofo nel principio delle sue Meccaniche, alla meravigliosa natura del cerchio NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . Nelle historie sacre non mi sovvienne, che si faccia mentione di cosa, mediante la quale possa affermarsi, che in quegli antichissimi tempi fosse discoperta quest’arte; percioché, se bene si legge di quell’antichissimo inventore dell’arte del ferro, e dell’industria grandissima di lui, non si trova però [5r] che facesse cosa tale, o se la fece, non fu giudicata degna da quel gravissimo e profetico Scrittore d’esser nominata attendendo egli alle cose gravi, e divine; e questa, essendo cosa, che par serva a gli scherzi. Ne gli scritti de’ Gentili, antichissimo è Vulcano figliuolo di Giunone, e nipote di Saturno Cretese. Hora egli è manifesto, che Vulcano oltra modo si dilettò dell’arte del ferro NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT , e la trattò con industria meravigliosa, come si cava dall’autorità di tutti i più antichi Poeti che havesse la Grecia, né si narra cosa veruna degna di stupore per l’artificio, che da loro non s’attribuisca a Vulcano; come della rete invisibile, ond’egli prese Marte, della sedia con i lacci coperti, che egli donò alla Madre, ond’ella, come scrive Pausania NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT , nell’Attica, rimase legata; dell’arme di Achille; dell’arco di Diana; dell’abbeveratoio de’ cavalli di Nettuno; del scettro famosissimo di Giove; e dello Scudo di Hercole, di cui scrive Hesiodo cose maravigliose NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . Homero, nondimeno, fra gli altri Poeti Greci, antichissimo, fa fede ch’egli valesse molto in questi artificij Se moventi; percioché, oltra l’havergli dato nel XVIII dell’Iliade le serventi d’oro fabbricate da lui, che non meno che se fossero state animate, e ragionevoli, lo servivano, soggiunge di quei Tripodi, che mossi per via di ruote se n’andavano da se stessi a combattere fra loro, e poi da se stessi pure se ne ritornavano a casa. I versi del Poeta colà dove egli introduce Teti andata alla sua fucina per impetrar da lui l’arme per Achille, son questi:

Lui ritrovò pien di sudore intorno

A mantici aggirarsi; però ch’egli

Fabricato s’havea venti laveggi,

Sol per locargli alle pareti in giro

De l’alto suo ben fabricato hostello, [5v]

Sotto al fondo a ciascun posto havea d’oro

Cerchi, acciò che da sé nel sacro agone

Se ne potessero gir; quinci di novo



Ritornar (maraviglia) anco a l’albergo.

Così dice egli, mostrando, che non d’altro egli parlasse che di questi artificij, facendo manifesta mentione d’Automati, e di ruote poste sotto il fondo. Vulcano, come dicemmo, nacque di Giunone, e Bacco di Giove. Cacco fu Marito d’Ariadna, e questa figliuola di Minosse Re di Creta, per ordine del quale Dedalo NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT fece il Laberinto, onde si conclude che da Vulcano a Dedalo non vi fosse distanza di tempo; e che perciò Dedalo potesse imparare da Vulcano l’arte di queste Machine Se moventi; e che ciò sia vero, si cava da’ versi d’Homero nel medesimo luogo, dove egli dice, che opere simili a quelle di Vulcano havea fatto Dedalo per Ariadna, nelle quali opere v’erano giovanetti, e fanciulle, che porgendosi la mano, se ne andavano ballando. Opera del medesimo Vulcano era quel cane d’oro animato, (come scrive Dionisio antichissimo interprete d’Homero) che fu rubbato in Candia dal tempio di Giove, da un Dionimo, e dato in guardia a Tantalo; onde successe poi la ruina del detto Dionimo, e della moglie e delle figliole sue. Di questo medesimo cane fa mentione Giulio Polluce, eccetto, ch’egli dice, non esser stato fatto d’oro, ma di metallo monesio. Da questo cane (come egli scrive) favoleggiarono, che discendessero i Molossi. Dell’opere di Dedalo, fece mentione Platone nel suo Dialogo intitolato Mennone, le imagini del quale dice ch’erano fatte con tal’artificio, che, se non erano legate, se ne fuggivano NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT : e Aristotele nel primo de’ Libri Politici, dove egli ragiona de’ servi, e gli diffinisce instrumenti animati, da’ quali gli inanimati mossi, scrisse [6r] che non occorrerebbero altrimenti servi, se i telai, le seghe, e gli altri instrumenti ubidissero per se stessi a’ cenni de’ Patroni, come facevano gli ordigni di Dedalo NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . Da questi primi inventori è da credere, che a poco a poco, prendendo augumento, siano pervenute a posteri. Nondimeno, perché queste arti sono fondate su le ragioni Mathematiche, e da credere, che tanto andassero crescendo, quanto quelle di giorno in giorno s’andavano affinando. La onde, havendo ne’ tempi di Platone, quando l’Oracolo di Delo eccitò tutta la Grecia a questi studij, con la proposta della duplicazione del cubo NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT , preso queste scienze notabilissimo augumento; crebbe anco a Maraviglia l’eccelenza di quest’arte; e di qui è, che Archita Filosofo Pitagorico, anch’egli uno de gli adoppiatori del cubo, e fra Mathematici famossimo, fabbricò, sì come scrive Gellio, una Colomba di legno, che volava concitata, come egli dice, dall’aura dello spirito ch’egli v’haveva rinchiuso NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . Eudosso parimente suo contemporaneo, si dilettò grandemente delle meraviglie di queste arti, dicendo Plutarco ne la Vita di Marcello, che Archita, e Eudosso dalle cose che soggiaccevano solamemente trasferì le contemplazioni Mathematiche a gli esempij delle cose corporee, e suggette al senso; adornado quasi (come egli dice) la Geometria di varie Sculture. Sdegnossi nondimeno Platone, se crediamo al medesimo, che una scienza mobilissima, né conosciuta da altri che da’ Filosofi, fosse comunicata alle persone vulgari, e fossero in un certo modo rivelati i più secreti, e occulti misterij della Filosofia. Onde egli ne riprese quei due, e gli rimosse dal pensiero dell’operare cose meravigliose; il che, se fosse bene, cioè se il zelo di Platone fosse buono, o no, hora non è tempo, né luogo da determinare. Basta che da [6v] Pietro Ramo nelle scuole Matematiche, egli ne viene agramente ripreso NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT .

Hora che ne’ tempi di Aristotele fossero già trovate, e che molti in quella età dessero opera a questa specie di Machine, si vede nel principio delle sue Mecaniche, parlando della maraviglia della Figura circolare, dalla quale, secondo lui, hanno principio le forze di tutte le Machine, ove dice,


Servendosi dunque di questa natura che si trova nel circolo, gli artefici fabbricano in strumenti, occultando il principio, acciò che la parte solo della machina, che è apparente, resti maravigliosa, e non manifesti la causa NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT .
Appare ancora dal servirsene egli in più d’un luogo, per essempio, come là nel Secondo Libro della Generatione volendo insegnarci come il maschio dà il principio del moto al seme, ove dice avenir ciò apunto, come nelle machine che da se si muovono, nelle quali il Maestro, dato che ha il principio al moto, col tirare una cordella, si parte e lascia che la machina per se stessa si muova NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT .

Ne fa mentione parimente il medesimo Filosofo nel suo Libretto del moto de gli Animali, dove dice, che l’anima, la quale ha la sua sede nel cuore, dà il moto a membri, come apunto aviene alle [7r] Machine Se moventi, il principio interno del moto dà il moto alle parti organiche essendo in queste il ferro, il legno, e le corde, in un certo modo, come ne gli animali sono l’ossa, e i nervi NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . Se ne trova parimenti mentione in quel Libretto intitolato de Mundo ad Alessandro, del quale si dubita chi ne fosse l’Autore, essendo già fra i Letterati ricevuto per cosa manifesta del modo di trattare, e delle frasi, ch’egli non sia d’Aristotile NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . È scritto, dico, in quel Libretto che gli Dei, stando nel cielo, così muovono le parti dell’universo, come fa questi Automati, il Maestro loro; il quale, dato che ha il moto, si scosta, e movendosi la machina egli non si muove. Che quest’arte poi, come io diceva, cammini di pari passo con le Mathematiche, si conosce di qui, che Archimede Principe di tutti gli altri in questa professione, fabbricò quella meravigliosa sfera, nella quale egli unì i moti del Sole, della Luna, e de gli altri cinque erranti; la quale sfera fu detto da Claudiano, essere stata di vetro, quando egli la celebrò con questi versi:

Il Ciel chiuso mirando in picciol vetro

Rise Giove, e così disse a’ celesti:

Tanto ha dunque poter cura mortale?

Ecco la mia fatica in fragil vetro

Diviene scherzo, e’l Siracusio Vecchio

De gli huomini del Ciel, e de le cose,

E le Leggi, e la Fede, ecco trasporta.

Chiuso lo spirto a varie stelle serve,

E certo dona a l’opra viva il moto.

Finto l’anno suo corre il cerchio obliquo,

E falsa Cintia al novo mese riede

Già rivolgendo il Mondo suo l’audace

Industria gode, e con humano ingegno

Regge le stelle, a che de l’innocente

Salmoneo, vien ch’ammiri il falso tuono [7v]

Se potuto trovarsi ha di natura



Emula ne l’oprar picciola mano? NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT

Intorno a’ tempi d’Archimede fiorì Ctesibio NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT figliuolo d’un Barbiere Alessandrino, il quale da quel contrapeso ch’egli adattò nella bottega del padre per fare che lo specchio tirato a basso se ne tornasse in alto, come fanno hoggi le lampadi nelle Chiese; penetrò con l’ingegno dalla percussione dell’aere fatta dal contrapeso nel canale dove egli l’havea rinchiuso, all’inventione delle machine spiritali, e delle Hidrauliche, cioè da innalzar l’acqua; trovò anco le Se moventi come sono gli horologi acquatici, e gli organi, e atre delitie di sì fatta sorte. Eccellente ancora troviamo essere stato in questo genere un Filone Bizantino NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT del quale, da Herone, è fatta mentione in questi libri NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . Poco dopo questo fiorì il nostro Herone, dopo il quale, di mano in mano, si sono iti affinando gli ingegni, e si sono a poco a poco discoperte più cose; perciò noi non troviamo che il nostro Autore faccia mentione di ruote dentate, di ricchetti, di molle, di spinole, di tempi, di serpentine, e d’alcune altre cosette, che sono quasi l’anima e la perfettione di queste machine. Io trovo nondimeno fatta mentione delle ruote dentate appresso Vitruvio NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT come ritrovare dal medesimo Ctesibio, col moto delle quali egli dava il moto a figurette, a mete, e ad altre cose di sì fatta sorte, della quale autorità di Vitruvio, altri potrebbe maravigliarsi, non si comprendendo in che modo, essendo Herone stato discepolo di Ctesibio (come di sotto mostreremo NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT ) egli non ne facesse parola, e essendo cose così commode, non se ne servisse; nondimeno è manifesto col testimonio di Pappo, che da Herone, e da gli altri erano conosciute le ruote dentate, e i rocchetti, e per ciò è da credere che in queste machine, mosso da qualche [8r] consideratione, che a noi non è nota, egli non se ne servisse. Ne’ tempi nostri si vedono maraviglie tali in questo genere, che non cedono forse punto a l’antiche; percioché, o si parli di horologgi da ruote, o di figurette, che da se stesse si muovono, o di uccelli che cantino, o di fontanette che gettino in alto se ne veggono di stupende. E quanto alle sfere simili a quelle d’Archimede, scrive Pietro Ramo d’averne vedute due in Parigi; l’una, in casa del Ruellio Medio, portata dalle prede di Sicilia; e l’altra di Orontio Mathematico regio, guadagnata nelle guerre di Germania NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . Quando gli Horologgi che habbiamo fossero ritrovati, cioè che operassero senza l’aiuto dell’acqua, non ho (ch’io mi ricordi) veduto chi ne seriva. Di qui però può argomentarsi, che l’inventione sia assai antica; poi che ne fu mandato uno dal Re di Persia a Carlo Magno, fatto con arte maravigliosa; il quale distingueva l’hore con l’indice, e le segnava con suono. Mirabile fra gli altri, ne’ tempi nostri, è quello che lavorato da Giovan’ Maria Barocci NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT nostro compatriota NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT , e donato a Pio V. Molto artificiosi sono quelli ancora che hoggi fabrica Pietro Griffi da Pesaro NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT , huomo singolare nell’arte de’ moti, e di maraviglioso ingegno. Nondimeno io non finisco di ammirare la diligenza di colui che egli rinchiude in un cassone d’anello, e fece sì, che non solamente con l’indice; ma con la percossa ancora dividessero il tempo. Cresce nondimeno in me la maraviglia nell’udire (e forse è cosa in quei paesi notissima) che un’Artefice di Norimberga, all’entrata dell’Imperatore in quella Città, fabricò un’Aquila, che volando se n’andò incontro all’Imperatore, e ritornado in dietro similmente l’accompagnò infino alle porte della Città; e che un altro fabricò una Mosca di ferro, la quale come uscitagli dalle mani se ne volava in [8v] torno a’ convitati, e finalmente come stanca gli rivolava in mano NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . Sono cose mirabili queste, e passano quasi i termini della Fede, nondimeno l’udir noi queste cose comprobate dal Testimonio di tanti Huomini, e il veder tutto il giorno cose che superano il cedere di chi non le vede, può assicurarsi che queste non siano favole. Tale dunque la inventione di queste machine; e tale è il progresso che è andata facendo infino a’ tempi nostri.

Il genere di queste Machine da diletto, e da maraviglia si può dividere secondo i motori in due, cioè in Spiritali, e Se moventi, dico secondo i motori; perciò che le Spiritali hanno il moto dallo spirito rinchiuso, e le Se moventi dalla gravità de’ contrapesi; e ne’ tempi nostri anco dalle molle, che hanno la medesima virtù, che i contrapesi. Le Spiritali poi ancora, che non siano state manifestamente divise potrebbero però dividersi in più spetie, avenga che altra di loro operi per ragione di vacuo, ed aere espresso o ritenuto, e altre per via di aere, o d’humido risoluto, e rarefatto. Le prime sono quelle nelle quali non s’adopera il fuoco, come sono que’ vasi, che chiamano Prochite; le sfere che gettano l’acqua in alto, le tazze della concordia, le voci de’ Capineri, e altre cose tali; le seconde quelle ove egli s’adopera, come i sacrificij, le pallottole saltanti, le figurette che ballano dentre il chiuso vetro, o di corno; i Miliarij, e altre cose tali; nel numero delle quali potrebbono porsi quegli organi che Gilberto Monaco Floriacense, il quale dopo l’essere stato Arcivescovo di Rems, e dopo di Ravenna, e finalmente Papa NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT , faceva sonare con l’aiuto dell’acqua riscaldata. Le Se moventi poi si dividono in due spetie distinte, e nominate, secondo la quale divisione partì Herone il trattato loro in questi due Libri, che ne traduciamo. La prima spetie si domanda Mobile [9r] la seconda stabile, Mobile la prima perché, come egli medesimo scrive, la machina tutta si muove di luogo. Stabile quell’altra, perché la machina per se tutta non si muove, ma solamente secondo alcuna parte. Così de le spiritali, come di queste scrisse Herone, e non è molto che Federico Commandino tradusse le spiritali in latino, e le illustrò di figure NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . Quelli poi che il medesimo Herone scrisse de le se moventi, se ne vengono fuori de le tenebre dell’antichità, illustrati, e illuminati da noi; essendo stati essortati, e inanimiti o farlo dal medesimo Commandino, dal quale, amato da noi come Padre, habbiamo imparato i principij mathematici, le ragioni de gli analemmi, e le regole perspettive, a la memoria, e bontà del quale teniamo obligo non punto dispare a molti meriti suoi. Le spiritali sono, per lo più, vasi, o schietti, cioè veduti ne la propria forma, overo coperti, e vestiti da l’imagine di qualche animale, che beva, canti, scocchi l’arco, sacrifichi, o faccia cosa tale. Le Se moventi sono per lo più Tempij, carrette, imagini, overo tavole, come Icone d’altari, e cose simili. Le spiritali ordinariamente si compongono di canellette, di tramezzi, che i Greci dicono Diafragmi d’animelle, d’emboli, e epistomij, che noi diciamo Galletti, che non sono altro, che quei maschi che empiono i gonfietti de’ palloni, e quegli altri, coi quali noi apriamo, e serriamo i lava mani, e secchi de’ Barbieri, e altre parti simili, delle quali hanno bisogno le machine da fiato. Le Se moventi poi sono composte di contrapesi, di corde, di ruote, di fuselli, di carrucole, di timpani, di naspi, e d’altre cose tali: la materia poi delle spiritali è quella medesima, di che sogliono farsi i vasi, cioè terra, vetro, stagno, rame, ferro, e altre materie simili. Quella delle mobili, legno, ferro, piombo, e lino, e altre materie utili, e [9v] opportune. Hora egli si potrebbe dubitare per qual cagione a queste Machine si dia titolo di se moventi, più che al carro, che viene tirato da cavalli, e al molino che vien mosso da l’acqua, avenga, che così sia, nelle se moventi il contrapeso, come ne carri il cavallo, e ne molini l’acqua, essendo che non meno il cavallo, e l’acqua si muovano per se stessi di quello, che si facciano il miglio, e la rena cadenti dal foro dei cannoni e il contrapeso medesimo verso il centro. A questa dubitatione può rispondersi doppiamente, perciò che il cavallo non è parte del carro, se non largamente presa, ne l’acqua del molino, come il contrapeso è parte della Machina. Onde nasce, che essendo il cavallo, e l’acqua principij esterni, non si possa dire che quelle machine si muovano da se stesse, ma più tosto siano mosse da cosa, che è fuori di loro, avenga che chi dice cosa, che si muove, ove chi dice cosa mossa, ponga il motore, cioè il principio del moto fuori della cosa mossa. L’altra ragione, e forse migliore, e che nel carro, e nel Molino, i motori sono manifesti, cioè il cavallo, e l’acqua, onde veduti da tutti non può cadere altrui nel animo che quelle machine per se stesse si muovano; il che non aviene in queste se moventi, nelle quali il principio del moto che è contrapeso, se ne sta nascosto, e non veduto da niuno, e che questa seconda ragiona sia buona, s’argomenta dall’haver voluto Herone avertirci, che le machine si facciano tanto picciole, che non possa cadere nel animo de gli spettatori, che dentro vi possa essere persona che le muova, quasi che egli volesse dire, che caduto che fosse nell’animo di chi vede, he dentro vi havesse possuto capire un huomo che le movesse, conosciuto il motore cessasse la maraviglia, e la ragione del chiamarle se moventi. Nondimeno potrebbe [10r] dubitarsi ancora onde nasca, che con tutto che i contrapesi de gli horologgi si vedano, per tanto si chiamino, e si tenghino da tutti per Machine se moventi; al che si risponde, che se bene il contrapeso è motore, muove di una maniera, che da chi lo vede, è giudicato, che non si muova, essendo insensibile il moto del contrapeso, come è quasi quello del crescere dell’herbe, one vedendosi muovere la macchina, e non quella cosa che la muove, pare a prima vista, e a le genti grosse, che la machina sia mossa non dal contrapreso, ma da se stessa si muova: le machine spiritali sono meno capaci di dispositione historica, e favolosa di quello che si siano le semoventi mobili, e le se moventi mobili meno capaci della medesima dispositione, che le se moventi stabili, come notò ne gli scritti, che traduciamo, il nostro Herone il che nasce perché nelle stabili ci aiutiamo con la pittura, ove nelle mobili non ci serviamo nel principale d’altro che di cose di tutto tondo, e di rilievo. I maestri di questi artificij appresso gl’antichi furono detti Thaumaturgi come dice Herone, e secondo Pappo nel proemio dell’ottavo Thaumasiurgi NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT , e da altri Taumatopij, che altro non suona in somma, che fabricatori, e fattori d’opere meravigliose: percioché Thauma in Greco altro non vuol dire che maraviglia, o miracolo, e di qui è, che facendo l’iride con la sua subita apparitione, con la varietà dei colori, con la chiarezza, e rotondità sua, maravigliar le genti, i poeti antichi la chiamarono figlia di Thaumante cioè dell’ammiratione; e in vero, come non ha da porgere maraviglia il veder che l’arte, la quale è in principio estrinsico, dia a le cose naturali da la natura medesima? Titolo di Thaumaturgo meritò fra santi Gregorio antico Vescovo di Neocesarea di ponto, e ciò, come dice l’historia [10v], per la grandezza de’ miracolo suoi, avenga che, con l’oratione, egli trasferisse i monti, seccasse le paludi, e col ficcar solo il bastone nella ripa, fermasse l’impeto e l’inondatione del fiume Lico. La meraviglia nasce dal vedere alcuno effetto non solito, e giudicato impossibile, del quale non sappia la ragione, e tali sono appunti gli effetti prodotti da queste macchine, e di qui è, che quando alcuno di questi giunge in una Città, concorrono le genti a popolo, e per vedere non si curano di spesa del danaio. Nel libro del Mundo di Alessandro, che allegammo di sopra, queste machine furono dette Neurospasti, che tanto vuol dire, quanto macchine tirate da nervi, avenga che quelle cordicelle, che passano loro le membra, habbiano in loro la forza medesima che negl’animali apunto hanno i nervi. Io stimo nondimeno che vi sia differenza tra l’Automato e’l Neurospasto, cioè l’automato o se movente, sia quello in cui l’artefice non tira le corde, ma il contrapeso occulto, ove ne i Neurospasti senza l’aiuto de’ contrapesi l’artefice medesimo tira hor questa, et hor quell’altra cordicella per far muovere a le figure il braccio, la mano, il piede, e il capo, o gl’occhi come vediamo in quelle imaginette, che per tratullo sogliono darsi ai bambini. Maestro di queste macchine, secondo Pappo, e Ateneo NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT , non può essere se non colui, che ha la buona cognitione delle mathematiche, e principalmente di quella parte che serve alle macchine, e ha congiunto a quella una grande assuefatione all’arti manuali, come quelle del legno, e del ferro, è di ingegno perspicace, inventivo e svegliato; per cioché senza questo, poco gioverebbero le Mathematiche; ma né l’ingegno né le mathematiche gioverebbero se bisognando poi venire all’esecutione la mano non fosse atta ministra all’intelletto, manco industria richiedono, [11r] come si disse, gli spiritali; un poco maggiore le semoventi stabili; grandissime poi le se moventi mobili. Dell’industria che si ricerca nel recar a fin queste cose, mi si scuopre una meraviglia; e questa è, secondo Aristotele, quell’arti sono ignegnossisime e di conseguenza, nobili, che più adoperano l’ingegno, e meno il corpo, e essendo tale la natura di queste, che gli artefici soprattuto gli altri vagliano dell’intelletto, a meno del corpo NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT : con tutto ciò ne siano sono stimati vili, e persone di niuno conto; la cagione secondo me è questa, che, essendo le persone che v’attendono plebee, d’animo abietto, mercenarie, e tutte date alla sordidezza del guadagno, le cose trattate ne vengono affette, in un certo modo, e ne perdono quella reputatione che la loro perfettione dovrebbe apportare loro; e ciò aviene apunto come alle matematiche, e all’arte della medicina, delle quali tutte quelle fra le scienze, al giudizio de’ migliori filosofi, siano grandemente nobili, e questa fra l’arti meriti il primo luogo; nondimeno pare che appresso le genti habbiano perduto in parte il loro naturale splendore; dopoché cominciarono a maltrattarle i ciurmatori, i salimpauchi, i circolatori, e altre gente informi, e mercenarie, e ciò ha cagionato che la parola Mecanico, la quale all’orecchie grece sonava con titolo honorato di inventore, e fabbricatore di Macchine; alle genti di questo tempo, e particolarmente italiane, altro non significhi, eccetto che vile mercenario, abietto, volgare, e sordido. Benché altri potrebbero forse dire, che fosse nato dall’errore fatto da persone ignoranti, le quali senza distinguente fra l’Architetto, e il manuale, hanno dato il nome dell’Architetto al manuale medesimo, come avviene, quando chiamano Comici, quegli infami recitatori di comedie che vanno intorno, dando [11v] loro quel nome che non a mimi, e istrioni ma principalmente conviene al sommo artefice, che altro in genere non è che il Poeta medesimo per se stesso honorato, e nobilissimo. Il chiamar dunque Mecanici i Ministri de’ Mecanici ha cosperso il nome di quella bruttura che hoggidi porta seco. O per questa dunque, o per quell’altra cagione che ciò si sia avenuto, basta, che si può ridurre a l’ignoranza del vulgo, e all’ottusezza del giuditio suo. Non aveniva questo ne’ tempi che questi artificij erano trattati da quei gran Filosofi, come erano Archita, Eudosso, Archimede, e altri huomini tali, e di ciò faccia fede l’haver havuto per lodatoru i Polibij, i Plutarchi, i Claudiani, e tante altre persone singolari. Altri è, che dice, la poca reputatione di coloro, che v’attendono, nascere di qui, che poco siano necessarie queste arti al vitto humano: il che quanto sia inconveniente, si misuri da la nobiltà del fornaio, del calzolaio, e del facchino, de l’arte de’ quali non vi è cosa più necessaria, e per il contrario si guradi a quella del Poeta, tutto che i Poemi, ne si mangino, ne si calzino, ne aiutono i mercatanti a stivar le navi, ne ad empire i Magazini. Nobili dunque per se stesse sono queste arti; ma ignobilitate da gl’accidenti, che dicevamo, e della nobiltà loro potiamo accorgerci di qui, che l’invention loro è antichissima, e antichissima la reputazione; che è maravigliosa, che principalmente è aiutata dalla purità, e dalla finezza dell’intelletto; che non imbratta il corpo che ha molto bisogno della forza di lui, e in somma, che per se stessa non è indirizzata al guadagno ma solamente ad un piacere, che fra quelli del senso, come quello della musica, è puro, e onesto, né meno di quello se ne passa alla ricreazione dell’intelletto, del che è segno il veder noi mentre le statuette da se stesse si muovono, gl’houmini che [12r] le riguardono starsene così immobili, come per natura dovrebbero stare le statue dello spettacolo; né poco segno, secondo me, dell’applicatione dell’anima porge il veder l’huomo immobile, e pendente, quasi dalla cosa, a cui egli ha fatto l’applicatione. Tale è la natura di queste machine.

Veniamo hora a dire qualche cosa del fine a che sono ritrovate, e come serva alla felicità, percioché di qui pigliano tutte le cose che si sanno, natura di buone, o di cattive; di buone, giovando al conseguimento di lei, cattive portandogli impedimento. Prima dunque dall’essere queste instrumenti può essere manifesto che semplicemente siano cosa buona, come sono i pelli, le seghe, e danari, nondimeno che possano essere oprate malamente; cioè fuori di tempo e a cattivo fine. Così pare ancora che sia instrumento de la felicità il trastullo, e il giuoco, avenga che preso per ricreatione, e per sollevamento del’animo, oppresso dalla somma de pensieri, egli sia degno di lode, ove preso per principale attione e fatto fine, merita biasimo, e vituperio. Nondimeno a chi considera il vero, il biaimo, e la lode non è nell’instrumento, il quale, come semplicente è buono, così semplicemente deve lodarsi, ma in colui che bene o male, cioè, o virtuosamente, o vitiosamente se ne serve. Vi sono certi luoghi, e tempi, ne quali da più severi filosofi, che habbiano instituito repubbliche, e fatto lecito il cessar dalle fatiche, e ricrearsi con qualche honesto piacere, il che sommanente giova alla particolare, e alla pubblica felicità; e di qui sono le feste, gli spettacoli, le caccie, le giostre, e i publici conviti. Fra le cose dunque che possono somministrarci honesto, e virtuoso piacere, possono ragionevolmente riporvi queste macchine, di che noi parliamo; e ciò tanto più, che dall’ingnegno pendono tutti questi artificij, e [12v] non dall’arti diaboliche, e riprovate, come sono quelle che gl’incantatori, che con l’aiuto di mali spiriti fanno travedere. Servesi dunque l’una di de’ principij naturali, e l’altra de’ soprannaturali, ma diabolici: la onde rispondono così fra loro, come la magica, e la magia naturale, l’una delle quali è discacciata da tutte le leggi, l’altra abbracciata, e lodata sopra modo. Potrebbe nondimeno essere alcuno che rinfacciasse a quest’arte la fraude, con la qualre ricuopre gli articifij suoi, e riponesse quegli, che v’attendono nel numero de’ prestigiatori, e di quelli, che fanno travedere altrui; ma considerato il vero, sarebbe ingiusto, che ciò facesse, poi che non ogni inganno è illecito, né ogni ricoprimento del vero è biasimevole; percioché essendo buono il piacere honesto, quell’inganno, che senza nocumento altrui può somministracerlo, prende natura di buono, così è degna di lode la fraude di quel medico, che inganna l’infermo, e l’ingiustizia di colui, che non rende il deposito della spada all’huomo furioso. Per altre ragioni ancora meritano lode queste machine, cioè dall’eccitar l’animo di chi le vede alla contemplatione delle cause, onde nascono le maraviglie degli effetti loro; e questo è uno di quei piaceri, che suol venirci dalle cose nuove, il quale, come dice il Filosofo, suol cessare tosto, che l’intelletto ha discoperto, mediante la contemplatione, ciò che in loro si trova di mirabile NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT . Herone per altro rispetto lasciò scritto che fossero stimate da gli antichi, ciò è perché in queste si comprende tutta quella forza, dalla quale dipende tutta la retta istitutione delle machine: di maniera che se nobile per se stessa è l’arte delle machine, e questa delle Se moventi, l’abbraccia tutta, e la contiene, è forza che sia molto nobile, e degna insieme d’essere con molta ragione accetta. Bartolomeo Campo da Pesaro NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT , huomo di grande ingegno [13r], mentre serviva i nostri Prencipi, fece (per quanto mi vien detto) una tartaruga d’argento, la quale camminando per la mensa, movendi i piedi, la coda, e il capo, se n’andava nel mezo; dove apertasi, come una cassetta, dalla parte parte di sopra somministrava li steccadenti. Questo medesimo ardì poi (cosa disperata da tutti) di porsi a lenar dal fondo del mare, ove era sommerso la smisurata mole del Galeone di Venezia; il che, se bene non gli successe, lo scoperse nondimeno giuditioso inventore, la machina, atta per sua natura ad alzare peso maggiore, onde s’argomenta che dall’haver egli saputo fabricare un’Automato egli havesse quella cognitione delle machine, che secondo Herone, in questa delle Se moventi suole esser compresa; benché se noi volessimo gli essempij de gli antichi, potressimo vedere Archita, e Archimede eccellentissimi in queste in queste piacerevolezze essere stati grandissimi Maestri di Machine belliche da offesa, e da diffesa. Herone in questi due libretti, per più cagioni; è degno di molta lode l’una per chiarezza, e per brevità, con la quale egli insegna cose cotanto intricate, e difficili; l’altra per il bell’ordine, e metodo, col quale egli se va camminando nel darci ad intendere le cose, che propone. Il suo modo è risolutivo, perciò che proposto, che egli ci ha quanto intende di fare, cioè il fine, ch’egli determina di conseguire, narrando l’una cosa dopo l’altra; col medesimo ordino ce le viene insegnando; e ritornando sempre indetro col risolvere, finche egli s’abbatte in quei principij che adoperati con ordine contrario da chi delibera di comporre, guidano al fine intento, che nella mente dell’artefice era principio, segue egli parimente l’ordine della natura, la quale da’ più universali, e confusi, discende a’ più [13v] particolari, e distinti: perciò che nel principio ragiona egli di queste cose generalmente, dopo discende alle spetie, di che egli intende trattare, e secondo quelle divide i libri; dopo scopre quello, che ciascuna di quelle spetie ci prometta, e presi gli essempij, ne fa narratione prima confusa, dopo aperta stesa, e particulareggiata, e finalmente con l’ordine, col quale egli le stende, torna poi, come dicevamo ad insegnarci di parte in parte il modo di condurle al fine. Nel mostrarci i moti parimente si guardo dal disordine, perciò che prima volle ragionare del locale, che si fa da tutta la machina mobile su le ruote della base, e poi di quello, che si sa da ciascheduna imagine, e parte della Machina nel tempo ch’ella sta ferma, e non si muove di luogo. Insegnando poi i moti di tutta la machina prima dal retto, come quello che è simplicissimo, dopo trapassa al circulare primo semplice dopo il retto: dopo insegna il moto per gli lati d’un paralellogrammo di angoli retti, come di figura manco perfetta della circulare, e finalmente viene a quello del serpeggiare, come quello che per essere misto di più moti, è irregolare, inordinato, e non semplice come gli altri. Queste cose ci piace haver voluto avertire, non tanto per mostrare la diligenza di questo Auttore, la quale può essere a chi non è cieco per se stessa assai manifesta, quanto per far avertito, chi si pone a scrivere cose tali, a fugir quanto più si può, l’inordinatezza, e la confusione NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT .



Indice dei nomi

L’indice non include il nome Baldi e i nomi di personaggi mitologici.

Acerbi, F., 48

Affò, I., 7, 8, 9, 10, 11, 84

Alberti, L. B., 11, 45-46, 59, 78

Altieri Biagi, M. L., 23

Apuleio, 149

Archimede, +++38, 54, 65, 84-85, 92-97, 100-104, 134-136, 142, 146 154-156, 163, 166

Archita di Taranto,

Aristotele e corpus aristotelico,

Averroè, 66
Barbaro, D.,

Barocci, F.,

Barocci, G. B.,

Barocci, G. M.,

Barocci, S.,

Barozzi, F.,

Bartolomeo da Messina, 153n

Becchi, A.,

Bellavitis, A.,

Benedetti, G. B.,

Bernardo di Chartres,

Biancani, G.,

Billingsley, H.,

Biringucci, O. V., 90

Biringuccio, V., 83

Boas, M.,

Boezio, S.,

Bombelli, R.,

Bonatti, G.,

Bongo, P.,

Bottecchia Dehò, M. E.

Byrne, J. S.,


Campo, B.,

Capella, M.,

Cardano, G.,

Carbonara, B.

Catena, P.

Cicerone, M. T.,

Clagett, M.,

Claudiano, C.,


Commandino, F.

Contarini, G,

Cozzoli, D.,

Crescimbeni, G. M.

Ctesibio,
Dasypodius, C.

De Pace, A.,

Dee, J.,

Del Monte, G.

Diogene Laerzio,

Dionisio Trace,

Drabkin, I. E.,

Drake, S.,

Duhem, P.,
Erasmo da Rotterdam,

Eratostene di Cirene, 56

Erone,

Esiodo,


Euclide,

Eudosso,

Eutocio di Ascalona,
Fausto, V.

Federico Maria II

Ferraro, G.

Filograsso, I.

Filone di Bisanzio,

Filopono, G.,


Gatto, R.

Galeno, C.,

Guarino, A.

Guevara, G. de,

Gamba, E.,

Gandt, F. de, 130

Gellio, A.

Gemino,


Gerberto d’Aurillac,

Gherardo da Cremona,

Giovanni di Salisbury,

Giovanni di Sacrobosco, 16, 85

Giacobbe, G. C.,

Gilbert, N. W.,

Giusti, E.,

Griffi, P. ,

Giordano Nemorario

Galilei, G. 95

Gonzaga, F.,

Guglielmo di Moerbeke, 90-91


Heath, T.

Henninger-Voss, M. 60, 62, 79, 88

Hunecke, V.
Jardine, N.,

John of Reading,


Krafft, F.
Lejeune, A.

Lennox, J. G.,

Livesey, S. J.

Lorimer, W.L.

Lorini, B.
Malet, A.

Mancosu, P.

Margunios, M. 9

Maurolico, F.

McKirahan Jr., R.D.

Menecmo


Merton, R. K.

Micheli, G.

Mignucci, M.

Monantheuil, H. de

Monte, G. del

Moody, E. A.

Moretti, C., 155

Mottana, A.

Mulder, H. M.
Narducci, E.,

Nenci, E.,

Nicola Siculo,
Omero,
Palmieri, P.,

Paolo dell’Abbaco,

Pappo,

Patrizzi, F.,



Pausania il Periegeta,

Pereira, B.,

Piccolomini, E. S.

Pierre d’Ailly,

Pigafetta, F.,

Pinelli, G. V.,

Pio V,

Pitagora,



Platone,

Plotino,


Plutarco,

Polluce, G.,

Poppi, A.,

Posidonio,

Proclo,
Quintiliano
Ramelli, A. 22

Ramo, R. (Pierre de la Ramée) 56-57, 150, 154, 166

Reale, G. 31, 151, 169

Regiomontano (Müller, J.)



Romei, A., 44

Rose, P. L., 13, 16, 69, 81, 89, 149

Rossi, P., 25, 81, 87
Sanderson, R.,

Scarloncino, F.,

Seneca, L. A.,

Serrai, A.,

Siekiera, A.,

Singisgalli, R.,

Starita, G.,

Stevin, S.,

Stillwell, M.B.,

Sturm, J.,

Sute, J.,
Tartaglia, N.,

Tatarkiewicz, W.,

Teone di Smirne,

Terreo, L.,

Thiene, G.,

Tolomeo III Evergete,

Tomeo, N. L.,

Tricot, J.,

Turoneo, G.,
Valla, G.,

Vitruvio,

Vives, J. L.,
Wallace, W. A.

Whitney, E.


Zabarella, J. 24

Zaccagnini, G.

Zorzi, F.,


Giovanni Ferraro è docente presso l’Università del Molise. La sua attività di ricerca riguarda la storia della matematica. È autore di numerose pubblicazioni, le principali sono qui riportate



  1. The rise and development of the theory of series up to the early 1820s, New York, Springer, Sources and Studies in the History of Mathematics and Physical Sciences, 2008.

  2. L’evoluzione della matematica. Alcuni momenti critici. Napoli, Ernesto Ummarino Editore, 2007.

  3. (con F.Palladino), Il Calcolo sublime di Eulero e Lagrange esposto col metodo sintetico nel progetto di Nicolò Fergola, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Seminari di Scienze, Edizioni La Città del Sole, 1995.




  1. Euler’s analytical program, Quaderns d'història de l'enginyeria, 11 (2010), 175-198, ISSN: 1135-934X

  2. TheEquation Chapter 1 Section 1 integral as an anti-differential. An aspect of Euler's attempt to transform the calculus into an algebraic calculus, Quaderns d'història de l'enginyeria, 9 (2008), 25-58.

  3. Manuali di geometria elementare nella Napoli preunitaria (1806-1860), History of Education & Children’s Literature, 3 (2008), 103-139.

  4. D’Alembert visto da Eulero, Bollettino di Storia delle Scienze Matematiche, 28 (2008), 257-275.

  5. Convergence and formal manipulation in the theory of series from 1730 to 1815, Historia Mathematica, 34 (2007), 62-88.

  6. The foundational aspects of Gauss’s work on the hypergeometric, factorial and digamma functions, Archive for History of Exact Sciences 61 (2007), 457-518.

  7. Differentials and differential coefficients in the Eulerian foundations of the calculus, Historia Mathematica, 31 (2004), 34-61.

  8. (con M.Panza) Developing into Series and Returning from Series. A Note on the Foundation 18th Century Analysis, Historia mathematica, 30 (2003), 17-46.

  9. Convergence and formal manipulation of series in the first decades of the eighteenth century, Annals of Science, 59 (2002), 179-199.

  10. Analytical symbols and geometrical figures in Eighteenth Century Calculus, Studies in History and Philosophy of Science Part A, 32 (2001), 535-555.

  11. Functions, Functional Relations and the Laws of Continuity in Euler, Historia mathematica, 27 (2000), 107-132.

  12. The value of an infinite sum. Some Observations on the Eulerian Theory of Series, Sciences et Techniques en Perspective, 4 (2000), 73-113.

  13. True and Fictitious Quantities in Leibniz’s Theory of Series, Studia Leibnitiana, 32 (2000), 43-67.

  14. The first modern definition of the sum of a divergent series. An aspect of the rise of the 20th century mathematics, Archive for History of Exact Sciences, 54 (1999), 101-135.

  15. Rigore e dimostrazione in Matematica alla metà del Settecento, Physis, (2) 36 (1999), 137-163.

  16. Some Aspects of Euler’s Theory of series. Inexplicable functions and the Euler-Maclaurin summation formula, Historia mathematica, 25 (1998), 290-317.

  17. È necessario definire i numeri reali? Brevi note su ‘Continuità e numeri irrazionali’ di Dedekind, Progetto Alice, 1 (2000), 415-423.

  18. Sperimentazioni didattiche in matematica; Annuario 1982/83 - 1995/96, I. Sereni, Afragola, 1996, 99-101.

  19. L'insegnamento della Geometria a Napoli nell'Ottocento e i suoi influssi sulle scuole del Regno d'Italia, Annali Dist., 10 (1995), 66-82.

  20. Some mathematical aspects of Newton’s Principia. In: Second International Meeting on Cultural Astronomy. Campobasso, 30 Settembre 2010, p. 95-108, NAPOLI:Loffredo, ISBN: 978-88-7564-432-1

  21. Mathematics and Natural Philosophy in Euler’s Investigation of Saturn’s Perturbations, in First International Meeting on Cultural Astronomy, 21 Maggio 2009, p. 125-157, NAPOLI:Loffredo, ISBN: 978-88-7564-420-8

  22. Pure and Mixed Mathematics in the Work of Leonhard Euler in Computational Mathematics: Theory, Methods and Applications, a c. di Peter G. Chareton, Nova Science Publishers, Hauppauge, New York, 2010, 35-61, ISBN: 978-1-60876-271-2

  23. Baldi, le matematiche, l'architettura in Saggi di Letteratura architettonica da Vitruvio a Winckelmann, a c. di F.P. Di Teodoro, vol. I, Firenze, Olschki 2009, 207-220.

  24. Tra filosofia naturale e matematica: il paradosso della rota Aristotelis in Cardano, de Guevara e Galileo, in Saggi di Letteratura architettonica da Vitruvio a Winckelmann, a cura di L. Bertolini, vol. II, Firenze, Olschki, 2009, 121-138.

  25. Dimostrazioni matematiche e conoscenza scientifica in Alessandro Piccolomini, in Saggi di Letteratura architettonica da Vitruvio a Winckelmann, a c. di H. Burns, F. DI TEODORO E G. BACCI, vol. III., Firenze, Olschki, 2009, 215-233, ISBN: 978-88-222-5961-5

  26. Euler’s treatises on infinitesimal analysis: Introductio in analysin infinitorum, Institutiones calculi differentialis, Institutionum calculi integralis, in Euler Reconsidered. Tercentenary Essays, a c. di R. Baker, Heber City, UT, Kendrick Press, 2007, 39-101.

Finito di stampare nel mese di luglio 2008



da <>

per conto delle Edizioni dell’Orso



NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  Per notizie biografiche su Baldi, si vedano: Fabrizio Scarloncino, De vita et scriptis Bernardini Baldi urbinatis, in Benardini Baldi Urbinatis Guastallae abbatis in mechanica Aristotelis Problemata Exercitationes; adiuncta succinta narratione de autoris vita et scriptis, Moguntiae, typis et sumptibus Viduae Joannis Albini, 1621 (nel prosieguo sarà menzionata come: Exercitationes), pp. n. n.; Ireneo Affò, Vita di Bernardino Baldi, Parma, Carmignani, 1783; Guido Zaccagnini, Bernardino Baldi nella vita e nelle opere, seconda edizione corretta e notevolmente ampliata con appendice di versi e prose inedite, Pistoia, Società Anonima Tipo-litografica Toscana, 1908; Giovan Maria Crescimbeni, La vita di Bernardino Baldi. Abate di Guastalla, a cura di I. Filograsso, Urbino, QuattroVenti, 2001; Alfredo Serrai, Bernardino Baldi. La vita, le opere. La biblioteca, Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 2002.

NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  La data è fornita da Scarloncino (cfr. De vita, pp. n. n.). Affò (Vita, cit., p. 2) afferma che negli “Elogi degli Uomini ill. di Urbino”, un manoscritto “cortesemente mandato dal sig. Annibale Olivieri”, è riportata la data del 5 giugno.

NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  Cfr. “Epitafio di G. Antonio Turoneo, umanista e maestro dell’autore” in Bernardino Baldi, Gli epigrammi inediti, gli Apologhi e le Ecloghe, a cura di D. Ciàmpoli, Lanciano, Carabba, 1914, vol. I, p. 81.

NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  Cfr. Scarloncino, De vita, cit., pp. n. n.

NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  Cfr. Bernardino Baldi, Il genio ovvero la misteriosa perenigrazione in Serrai, Bernardino Baldi, cit., Appendice IV.

NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  Bernardino Baldi, Cronica de’ matematici overo Epitome dell’istoria delle vite loro Opera Di Monsignor Bernardino Baldi da Urbino abate di Guastalla, Urbino, per Angelo Ant. Ponticelli, 1707. Fu ripubblicata in Versi e prose scelte di Bernardino Baldi, ordinate e annotate da Filippo Ugolini e da Filippo-Luigi Polidori, Firenze, Felice Le Monnier, 1859, pp. 417-511. I riferimenti sono a quest’ultima edizione.

NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  Baldi, Cronica de’ matematici, cit., p. 501. In realtà, Catena diede alcuni interessanti contribuiti alla filosofia delle matematiche che sembrano sconosciuti a Baldi: si veda Anna De Pace, Le matematiche e il mondo, Milano, Francoangeli, 1993, pp. 187-230 e Giulio Cesare Giacobbe, La riflessione metamatematica di Pietro Catena, “Physis” 15 (1973), pp. 178-196.

NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  Cfr. Scarloncino, De vita, cit., pp. n. n.; Affò, Vita, cit., pp. 10 e 187.

NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  Heronis Ctefibii Belopoeca, hoc est Telifactiva, Bernadino Baldo Urbinate, Guastallae abbate, illustratore et interprete. Item Heronis vita eodem auctore, Augustae Vindelicorum, typis Davidis Franci, 1616.

NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  Ciò fu probabilmente anche dovuto al timore suscitato da un’epidemia di peste (cfr. Affò, Vita, cit., p. 7; Zaccagnini, Baldi, cit., p. 14).

NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  Scarloncino afferma: “cui viro in delineandis figures ad Euclidis, Pappi et Heronis monumenta manum commodavit” (De Vita, cit., pp. n. n.).

NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  Federico Commandino, Euclidis elementorum libri XV, una cum scholiis antiqui, Pisauri, apud C. Francischinum, 1572 (è chiaro che se le informazioni date da Scarloncino sono corrette, la preparazione delle figure per l’Euclide di Commandino deve risalire ai primi anni settanta del XVI secolo).

NOTEREF _Ref197597335 \h \* MERGEFORMAT  Pappo Alessandrino, Mathematicae Collectiones a Federigo Commandino urbinate in Latinum conversae, et Commentariis illustratae, Pisauri, apud Hieronymum Concordiam, 1589.


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