Terenzio di fronte all’accusa di contaminatio nel prologo dell’Andria



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01.06.2018
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Terenzio di fronte all’accusa di contaminatio nel prologo dell’Andria

Sebbene non siano mancati tentativi di individuare i precedenti dei prologhi terenziani1 è ormai noto che «con Terenzio abbiamo per la prima volta un prologo polemico astratto cioè non informativo e legato alla trama della commedia2», come voleva la tradizione della Neà ed aveva fatto quasi sempre Plauto. La portata rivoluzionaria di tali scene prologiche è avvertita dallo stesso autore che nell’incipit dell’Andria (vv. 1-7) sente il bisogno di giustificarsi:



Poeta quum primum animum ad scribendum appulit,
Id sibi negoti credidit solum dari
Populo ut placerent quas fecisset fabulas.
Verum aliter evenire multo intelligit.
Nam in prologis scribundis operam abutitur,
Non qui argumentum narret, sed qui malevoli
Veteris poetae maledictis respondeat.

«Il poeta quando decise di scrivere, credeva che il suo compito fosse uno solo: che le sue commedie piacessero al pubblico. Ma si rende conto che le cose vanno molto diversamente; ed ecco che si impegna tutto a scriver prologhi, non per esporre la trama delle sue commedie, ma per rispondere alle maldicenze di un vecchio poeta maligno.» (trad. M. R. Posani)

Egli afferma di essere giunto a codesto modo di prologare controvoglia: è stato costretto dai suoi detrattori, primo tra tutti quel malevolus vetus poeta dai commentatori identificato con Luscio Lanuvino, a difendersi dalle loro accuse. All’esposizione dell’argumentum della commedia è stata così sostituita la polemica letteraria.

Oltre ad essere accusato di debolezza stilistica, di accettare aiuto letterario da altri, di aver intrapreso la scrittura di commedie senza una preparazione adatta e di plagio3, il commediografo è costretto anche a difendersi nel prologo dell’Andria (vv. 8-21) e in quello dell’Heautontimorumenos (vv. 16-21) dall’accusa di contaminatio4.

Nel primo ci informa che Menandro aveva scritto una Perinzia e un’Andria, così simili tra loro che conoscerne una significava conoscere anche l’altra, ammettendo di aver trasferito dalla prima alla seconda tutto ciò che poteva adattarvisi. I suoi avversari gli rimproverano questo procedimento, condensando la loro teoria nella celebre formula: «Contaminari non decere fabulas5». In realtà, costoro, a forza di voler capir troppo, non capiscono nulla: chi accusa Terenzio accusa anche Nevio, Plauto ed Ennio la cui negligentia è pur sempre preferibile all’obscura diligentia dei detrattori.

Il richiamo agli illustri precedenti della tradizione ricorre anche nell’Heautontimorumenos in cui l’autore, non soltanto ammette di aver contaminato molte commedie greche per ricavarne poche latine ma, dichiara apertamente che lo farà di nuovo perché «licere id facere quod illi fecerunt6». Ma cosa si intendeva esattamente con l’accusa di contaminatio?

Per riassumere efficacemente gli estremi di quella che è ormai divenuta un’annosa questione letteraria, è utile partire dal significato assegnato al termine dal Lewis-Short:


  1. combinare, mettere insieme, unire7;

  2. deteriorare mescolando, corrompere, inquinare8.

A partire dall’immediato dopoguerra, si è diffusa la communis opinio secondo la quale contaminare voglia dire semplicemente sporcare, guastare, corrompere. Un contributo determinante nell’imprimere tale direzione alla vexata quaestio è stato fornito dal Beare il quale sostiene che nel prologo dell’Andria «the charge against Terence had nothing to do with the combining of two or more plays; the charge was that Terence had “spoiled” one play, the Andria9.» In altre parole, il commediografo avrebbe alterato la commedia menandrea in questione, peggiorandola e nell’accusa non vi sarebbe alcun riferimento specifico alla tecnica del vertere terenziano.

Come è stato più volte osservato, l’orgogliosa autodifesa di Terenzio si serve delle “armi” della retorica10.

Nell’exordium (vv. 1-8) Terenzio, per carpire la benevolenza dell’uditorio utilizzando l’argumentum a persona, riversa la responsabilità dei suoi prologhi polemici sull’avversario: è questa la cosiddetta insinuatio11 con la quale viene trasformata quella che potrebbe sembrare un’ammissione di colpa in un velato attacco.

Il v. 8 segna il passaggio alla narratio (vv. 9-16) che si conclude con l’enunciazione dell’accusa in cui «contaminari is deliberately chosen to inflate and obscure the nature of his deed. It is as colorful and hyperbolic a verb as Terence can find to mean “spoil,” and he uses it to ridicule his opposition. Having inflated their accusation to the point of parody, he then proceeds to evade it12

Sul terreno proprio della retorica ci portano anche i versi immediatamente successivi (vv. 17 ss.), in cui non viene negato il factum della contaminatio ma, sfruttando l’argumentum absolutae qualitatis, si asserisce la legittimità di tale procedimento13. Egli replica ai suoi detrattori che l’alterazione da loro tanto vituperata consiste in un paio di inserimenti compatibili tratti da una commedia avente simile trama dello stesso autore greco. Quindi, «there was nothing wrong in joudicious borrowing from the Greek. Such alteration-so careful, so artistic- he would never have admitted to be “spoiling”; but his enemies have used this injourious word, and he quotes it from them14.» Sebbene Terenzio sia volutamente ambiguo, la negligentia di Nevio, Plauto ed Ennio, che egli intende imitare, è quella libera rielaborazione dei modelli greci, dagli avversari indicata con il dispregiativo contaminare.

Avviandosi alla conclusione, l’autore lancia un ultimo strale contro chi lo accusa (vv. 22-23):



Dehinc ut quiescant porro moneo et desinant
Maledicere, malefacta ne noscant sua.

«D’ora in avanti io li ammonisco di starsene quieti e di smetterla con la maldicenza, che non debbano sentirsi dire le malefatte loro.» (trad. M. R. Posani)

In queste parole è contenuta un’aposiopesi o, piuttosto, praecisio15, con la quale si insinua negli ascoltatori il sospetto che i malefacta a cui si allude siano più grandi di quelli che potrebbero realmente essere denunciati. Infine, nella peroratio (vv. 24-27), il poeta si rivolge agli spettatori che, come dei giudici, decreteranno il destino della sua attività di commediografo, lasciando così incompiuta una minaccia che troverà il suo compimento nei drammi composti in seguito16.

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1Cito, solo a titolo d’esempio, Fabia 1888, pp. 91 ss.; Arnaldi 1947, p. 110; Pohlenz 1956, pp. 434-443.

2Ronconi 1972, p. 17.

3Beare & De Nonno 1986, pp. 110-111.

4Dalla ricerca sugli indici di frequenza effettuata sul PHI5 interrogato tramite il programma Diogenes, si evince che il termine ricorre in Terenzio tre volte quindi, per essere più espliciti, oltre che nei loci citati anche in Eun., v. 552. Per maggiori delucidazioni sul significato e sulla quaestio filologica riguardante l’interpretazione del termine rimando a quanto detto sulla contaminatio a p. 2.

5Ter. And., v. 16.

6Ter. Heaut., v. 21.

7Questo sarebbe secondo il Ronconi 1972, pp. 28-30, il significato primitivo del termine da cui solo successivamente sarebbe derivato il senso peggiorativo di guastare, riscontabile in Terenzio solo nell’Eun., v. 552 in cui non si può parlare di critica letteraria.

8Una simile interpretazione è stata consacrata da Goetz e da lui riportata nella voce contamino del Thesaurus linguae Latinae, vol. IV 1907, c. 629, pp. 11-38 nonchè difesa da Jachmann 1966, pp. 142 ss.

9Beare 1959, p. 11.

10Goldberg 1983, pp. 198-211; Ronconi 1978, pp. 1129-1148; Calboli 1982, pp. 41-108.

11Così è definito il procedimento in Ronconi 1978, p. 1130.

12Goldberg 1983, p. 208.

13Calboli 1982, p. 55; Ronconi 1978, p. 1136.

14Beare 1959, p. 11.

15Questa la definizione di Ronconi 1978, p. 1142.

16Ter., Heaut., vv. 28 ss.; Phorm., vv. 6 ss.; Eun., v. 10 ss.

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