Territorio, luoghi, paesaggio



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21.12.2017
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Territorio, luoghi, paesaggio

Riflessioni sul metodo (Antonella Tarpino)



Fare storia della memoria di luogo


Assecondando un percorso fortemente interdisciplinare mi definirei (in linea con i fondativi lavori di Pierre Norà, Isnenghi..) una storica della memoria di luogo. Fin dai miei primi libri ho privilegiato il tema del senso del passato nella storiografia novecentesca (Sentimenti del passato, La Nuova Italia 1997) e della memoria – che ho chiamato problematicamente postmemoria in Geografie della memoria, Einaudi 2008 – indagata in particolare in rapporto ai luoghi della vita quotidiana

Fare storia della memoria attraverso i luoghi, era il mio intento di partenza. In seguito, si può dire, ho rovesciato la prospettiva: sono partita dai luoghi e nel tentativo di ricostruire la fisionomia dei tanti borghi esplosi, abbandonati su cui ho concentrato la mia attenzione, l’ho potuto fare in larga parte attraverso la memoria documentata: spesso l’unica fonte in grado di ridar un profilo a quegli involucri enigmatici e monchi, anche letteralmente s-paesati, privi di ogni forma paese (dalle borgate alpine in rovina alle cascine-paesi del cremonese divenuti inerti fino ai paesi vuoti della Locride: Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro, Einaudi 2012). In una relazione stretta e ibrida, insieme, in cui storia e memoria si surdeterminano a vicenda. Così è stato, ad esempio, per il paese abbandonato di Carbonara/Aquilonia in Irpinia, teatro di una rivolta popolare filoborbonica nel 1860 (che ha inciso talmente sulla memoria di luogo da provocarne il cambiamento di nome) e poi di un violento terremoto negli anni 30 o di Onna dell’Aquila, rasa al suolo dal recente sisma ma prima ancora ferita a morte da una strage nazista nel 1944 con una fisionomia territoriale che ho potuto desumere solo dalle testimonianze degli antichi abitanti, consegnate ai verbali del tribunale otto e novecenteschi). Che cosa e perché si ricorda dei luoghi? (non tanto degli eventi). Che cosa e perché filtra chi osserva? La memoria è un concetto dinamico (non solo una fonte statica per la ricerca storica): é dotata di una lingua per così dire “autonoma”. Prende forma nello iato che si apre fra il tempo trascorso e il nostro. Dove i luoghi di ieri, le loro tracce non omologabili al paesaggio del presente, rappresentano l’unica traccia non evanescente dell’impatto del tempo (la forma più al presente del passato, secondo la definizione di P. Ricouer).

Ricorro all’ultimo Norà per riconfigurare il concetto di memoria, nell’età della discontinuità tra passato, presente, futuro, interpretandola, tanto più nella sua accezione di memoria di luogo, come sfera “altra” di interrogazione sul nostro stesso mondo a partire dalla percezione dissestata di “un presente che – avvertiamo – è già storia”.

Il ritorno ai territori e il ruolo della memoria “in atto”

Il mio lavoro sulla memoria si pone dunque alla ricerca non della astratta “natura originaria” di quei luoghi (bene la definiscono Alberto Magnaghi e Lucia Carle) quanto sulle tracce di possibili operazioni di “ritorno” a quelle aree cadute ai margini e tuttavia, nel ridisegno territoriale in corso – segnato com’é dallo svuotamento del modello fordista, con i suoi relitti di fabbriche ormai in macerie depositate a terra – tornate improvvisamente visibili: aperti quei “troppo vuoti”(in opposizione ai “troppo pieni” delle periferie urbane in declino e delle coste) a un futuro possibile, sia pur necessariamente ripensato.

Ritorno è stata la parola chiave del mio percorso di ricerca e insieme di impegno civile culminato, in un intreccio per me straordinariamente formativo, nella partecipazione, in parallelo, a un esperimento di ricostruzione di un’antica borgata alpina, Paraloup, Valle Stura, nell’ambito dei progetti della Fondazione Nuto Revelli di Cuneo. Ecco che l’esperienza del ritorno (letteralmente, come indica il dizionario De Mauro, “girare il tornio”) ha implicato in primo luogo un lavoro di riconversione generale del lessico impiegato per raccontare il territorio. Una ulteriore “torsione” anzitutto della parola memoria.

Memoria da interpretarsi, come già si diceva, non solo in termini di conservazione del passato, rispetto della tradizione, ma, a tutti gli effetti, come investimento identitario sul futuro (il concetto è di Paolo Jedlowskj). Dove anche la stessa parola identità non è predeterminata dal tempo trascorso, consegnata al passato ma è una sfida, una posta in gioco, che si gioca ogni volta nel presente. Ho verificato così quanto questa memoria in movimento sia ragione di sopravvivenza del senso ultimo dell’abitare: così è stato a Paraloup, luogo simbolo oltre che dell’antica cultura della montagna anche della Resistenza (ha ospitato la prima banda partigiana di Giustizia e Libertà di Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco, Nuto Revelli) per le comunità in sofferenza della Valle Stura in larga parte spopolata e priva di presidi territoriali (con l’aggravio dell’abolizione delle Comunità montane). In particolare quando nell’ottobre del 2011 gli amministratori della Valle hanno scelto la borgata della Resistenza ora tornata in vita, per richiamare con un grande falò (mettere a fuoco si può dire) il problema drammatico della prossima estinzione dei piccoli comuni, sotto i mille abitanti, in montagna: lì, dove la memoria della Resistenza è veicolo di elaborazione e salvaguardia dei valori nel tempo. Resistenza, Resistenze : è il messaggio che si intende inviare da Paraloup. Dove il “patrimonio territoriale” (impiego l’espressione di Alberto Magnaghi) di ideali e i valori si intreccia a quello dei saperi e delle buone pratiche della cultura di montagna. Dove i territori e i luoghi, tanto più quelli in sofferenza e deposti, sfidano il senso delle parole che usiamo per raccontarli.

Memoria allora – questa la direzione del mio lavoro – per tornare. Anche il termine “ritorno” va precisato, perché è un’operazione del presente. Non significa tornare indietro, presuppone invece, anzitutto, un riguardare inedito ai luoghi: nel senso duplice di posare un nuovo sguardo sui luoghi e insieme di averne riguardo (come ritrovo nel lessico dei territorialisti).

Ecco perché nelle operazioni di ri-territorializzazione (che certo ha una portata strategica diversa rispetto al laboratorio sperimentale, “idiografico”, del “ritorno”) credo abbia un peso decisivo la ricostruzione preliminare del tessuto memoriale che i luoghi producono attraverso la “rappresentazione” (non solo testimonianza) della memoria: dalla pittura, alle trasfigurazioni letterarie e cinematografiche. Questa riconfigurazione della memoria territoriale si pone allora come funzionale anzitutto alla creazione dello “sguardo” sui luoghi, al fine, come dice anche Magnaghi, di saperli riconoscere. Fino a porsi, la memoria, come “il campo all’interno del quale una storia è pensabile” (l’azzardo è di Jacques Revel).


Territorio, Paesaggio. Modalità del racconto e progetto

Tra le parole della sfida che i luoghi oggi ci pongono sono al primo posto quelle di territorio e paesaggio. Il mio lavoro sui luoghi operando nella “continua interazione tra memoria e materia” (direbbe Carlo Socco) ha privilegiato fin qui quell’oggetto “cognitivamente imperfetto” che è il paesaggio: ascrivibile, nel suo senso originario (Luisa Boneschi) al verbo latino pangere, conficcar paletti, da cui pagus, il cippo conficcato nel terreno. E’ l’iscrizione allora della traccia memore dell’umano nel territorio a riconfigurarlo come paesaggio. E ciò ad opera di chi vi opera: il paysan, il peasent, il paesano (non a caso stessa è la matrice etimologica). Potrei definire il paesaggio “territorio memore” (tanto più quello vulnerato, sofferente, oggetto del mio ultimo libro, in uscita, Il paesaggio fragile. Atlante dell’Italia invisibile), così come può essere restituito – anche con il tocco trasfigurato, prensile dei narratori e dei pittori – dalle immagini del tempo e dalle tante storie di uomini e donne. Per meglio dire dalla memoria dei gruppi e delle comunità “segnate” da quei paesaggi (dall’arco alpino nord occidentale ai crinali appenninici battuti dai mulattieri) e che quei paesaggi se lo portano dentro. Seguendo un percorso a rebours, ridare visibilità a quei “mondi invisibili” racchiusi nella memoria collettiva (così li chiamava Maurice Halbswachs) è un pharmakon decisivo, sul piano culturale, per invertire quei processi di spoliazione dei territori di cui parla Alberto Magnaghi, organizzati, secondo la logica del sistema socioeconomico contemporaneo, in “spazio astratto, atemporalmente omologato, frammentato”. Alla ricerca – prosegue – di quelle “dominanze temporali” incorporate nei territori che “plasmano durevolmente il carattere di un luogo. Con l’obiettivo (non a caso il riferimento è al pensiero antropologico di Geertz) di costruire una “descrizione densa” dei luoghi, delle società e del milieu locale. Assecondando proprio quel nomadismo disciplinare ben esemplificabile nella figura dell’ “ipertesto”.

Con quale fine, se, come si è detto, non si intende praticare, come negli esempi tardo-identitari della produzione localistica, il culto delle origini? Il fine dichiarato è quello – in linea con l’intento di imparare a vedere i luoghi, “riconoscerli” – direi forzando un po’, di “ripararne” il senso nelle loro sedimentazioni storiche. Un’opera di riparazione (la parola Riparazione può forse essere assimilata, in senso laico, a quella di Restituzione del filosofo Paul Ricouer) da affidarsi a una rivoluzione del metodo (necessariamente olistico come raccomandano Biagioli, Pazzagli) ma anche del linguaggio che impieghiamo nel parlare dei luoghi. Ripensare il significato delle parole chiave, Memoria, Territorio, Paesaggio ma anche i termini delle dispotiche quanto obsolete geografie stato-nazionali come Limiti, Confini, Margini è al centro del mio studio sul Paesaggio fragile. Lavoro preliminare, a mio vedere, con lo scopo di attrezzare i luoghi, tanto più quelli deboli, caduti ai margini nelle geometrie novecentesche scolpite dal fordismo, a ritrovare una propria vocazione culturale ed economica così da indicarci – nei processi in atto di ri-territorializzazione – una pedagogia di futuro sostenibile dell’abitare e del produrre nel ridisegno delle gerarchie territoriali che la crisi globale del nostro ordine socioeconomico sembra esprimere.

Case study. Alpi nord ovest tra memoria e progetti
Con queste premesse, nell’incontro di marzo a Firenze, mi concentrerei sull’area piemontese alpina (montagna cuneese) isolando alcuni casi esemplari lungo le due direttrici proposte:


  1. Processi di deterritorializzazione. Borgate e paesi in abbandono




    • Dati, caratteristiche del fenomeno dell’abbandono della montagna cuneese nella seconda metà del Novecento (il fenomeno tra i più rilevanti in Italia)

    • Esempi di testimonianze relativi ai tanti luoghi in abbandono della montagna attraverso il racconto degli ultimi abitanti (su cui ho in progetto un lavoro sistematico). Privilegio quelli tratti dall’Archivio della Fondazione Nuto Revelli che ha sede a Cuneo.*

2. Processi di riterritorializzazione in atto: esempi di “ritorni” in montagna





    • Valle Stura: Il caso Paraloup, la scuola pluriclasse di Festiona.

    • Valle Grana: Grange di Narbona

    • Valle Po: Ostana e la scuola di cinematografia.



* L’archivio della Fondazione Nuto Revelli sul mondo contadino consta di una parte cartacea con la trascrizione delle testimonianze raccolte da Nuto Revelli in varie stesure, in parte (il 20%) confluite nei libri, editi per Einaudi, Il mondo dei vinti e l’Anello forte (il riordino è a cura delle archiviste della Regione Piemonte) e, parallelamente, di una parte audio in via di digitalizzazione e “taggaggio” con i fondi della Compagnia di San Paolo. Si tratta di più di 1400 ore di registrazioni. E’ stato definito da Luigi Lombardi Satriani e Pietro Clemente uno il più significativo archivio di storia orale ed etno antropologica del Nord.




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