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23.05.2018
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Modelli descrittivi delle diverse modalità di incontro con l’altro: ciascun modello è in sé un sistema di teoria e di prassi, di interpretazione e rappresentazione della realtà e di progettazione di interventi e azioni possibili, né esaustivo, né tanto meno perfetto.

  • L’azione educativa e pedagogica deve partire dalla consapevolezza che ognuno di questi modelli ha elementi positivi e negativi molto diversi tra loro, che vanno analizzati, integrati e problematizzati per poter essere delle risposte adeguate alla complessità della realtà.

  • Non esiste quindi un modello perfetto: occorre analizzare la realtà e, in una prospettiva problematizzante, adattare un modello che le sia adeguato, nella consapevolezza che la strada verso l’intercultura e l’incontro può essere lunga e fatta di fasi complesse.

  • I modelli sono tuttora presenti, al di là di una precisa cronologia e assumendo al loro interno diversi approcci sia teorici sia d’intervento.



  • Basato su strategia della separazione: ciò che è diverso sul territorio deve rimanere separato, nessun tipo di interazione e di scambio.

    • Basato su strategia della separazione: ciò che è diverso sul territorio deve rimanere separato, nessun tipo di interazione e di scambio.

    • Sul tale modello si basa la pedagogia nazionale che si sviluppa nell’Italia fascista e nella Germania nazista: si richiama al nazionalismo che annullava lo spazio per qualsiasi tipo di differenza culturale, allo scopo di rafforzare l’unità nazionale nel rispetto della tradizione storica, dell’unità linguistica, del patrimonio culturale comune.

    • Si rileva da un lato l’atteggiamento della società che tende ad emarginare il gruppo che si trova nel gradino più basso della scala sociale; dall’altro c’è il gruppo etnico svantaggiato che, per la sua storia e i suoi valori, necessita di un trattamento particolare per non essere snaturato dai modelli che la società impone.

    • Anche in alcuni approcci multiculturali o “single group approach” si nasconde un atteggiamento segregazionista, riconoscendo, ad es., il diritto agli immigrati di mantenere la propria cultura e la propria lingua attraverso percorsi formativi differenziati.

    • Nell’ambito della scolarizzazione, ciò si traduce nella tendenza ad attivare scuole, corsi e classi proprie per ogni singolo gruppo etnico, con organizzazione e contenuti diversi dalla scuola ufficiale, allo scopo di limitare l’insuccesso scolastico, valorizzandone apparentemente gli elementi culturali.



    Anni ‘60/70 - tendenza a far convertire le culture minoritarie alla cultura dominante, per poter prendere parte al cosiddetto “progresso”.

    • Anni ‘60/70 - tendenza a far convertire le culture minoritarie alla cultura dominante, per poter prendere parte al cosiddetto “progresso”.

    • Le politiche del melting pot: Stati Uniti e nei paesi che per primi si caratterizzarono come paesi d’immigrazione, Canada e Australia: I gruppi etnici mescolano le proprie caratteristiche culturali per creare poi una nuova amalgama sociale, confondendo le proprie radici e dimenticandole.

    • La negazione delle differenze etniche e culturali non ha avuto come esito sperato la loro scomparsa, ma la loro trasformazione in disuguaglianze sociale e marginalizzazione.

    • L’ideale del melting pot è fallito quando le minoranze etniche hanno rivendicato le loro origini e la loro identità. Si è verificata la tendenza delle etnie minoritarie a coalizzarsi per difendere le proprie radici e per cercare nuove nicchie difensive contro il processo di assimilazione.

    • La convivenza delle etnie non può essere una semplice risposta alla multiculturalità: la comprensione e la cooperazione non si producono da sole ma hanno bisogno di un lavoro educativo finalizzato alla convivenza.

    • In ambito scolastico, si impone l’uniformità al modello sociale dominante. La scuola, con frequenza obbligatoria per tutti, rifiuta le differenze linguistiche e culturali, che non trovano spazio né nei programmi, né nella programmazione didattica. L’obiettivo è di produrre un tessuto linguistico e culturale omogeneo, dove le radici etniche differenti possono essere accomunate da una stessa appartenenza.

    • In alcuni contesti questa concezione è rappresentata dalla scuole-ponte, scuole che hanno lo scopo di preparare i bambini socializzati all’interno di sistemi culturali differenti per poter essere poi integrati nelle scuole normali.



    Scrive Sirna Terranova (1997):

    • Scrive Sirna Terranova (1997):

    • Si immaginò che la frequenza obbligatoria della scuola di base per tutti riuscisse a produrre l’omogeneizzazione linguistica e culturale necessaria. C’era la convinzione e la speranza che nella “grande insalatiera etnica” avvenisse senza traumi quel melting pot che avrebbe indotto ciascuno a confondere le proprie radici con quelle degli altri, dimenticandole. L’esito non fu così scontato sia perché le differenze etniche e culturali apparentemente negate, di fatto non scomparivano ma si trasformavano in diseguaglianze sociali e processi di marginalizzazione sia perché per reazione i gruppi etnici minoritari, spinti dal bisogno di identità, spesso finivano col trovare nuova coesione polarizzando le loro forze intorno alal difesa delle radici e delle identità originarie



    Reazione e contrasto al modello assimilazionista, riconoscimento esistenza di un gruppo con caratteristiche culturali diverse, convertendolo però in “speciale” e attivando interventi istituzionalizzati per aiutarne l’adattamento in termini di rieducazione, inserimento, appoggio, compensazione.

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