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ALTIERO SPINELLI E IL RISORGIMENTO EUROPEO DELL'ITALIA*
di
Giovanni Maria Flick**

1 giugno 2011


Sommario: 1. La crisi e la paura per l'Europa dell'economia e dei diritti. - 2.L'attualità di Altiero Spinelli: l'uomo; - 3. (segue) il metodo; - 4. (segue) il contenuto: dalla crisi della sovranità statale alla novità nelle relazioni internazionali, alla necessità di una politica europea. - 5. L'Europa dei diritti: dalla CEDU alla Carta di Nizza e al Trattato di Lisbona. - 6. L'Italia: dal patriottismo nazionale a quello costituzionale, a quello europeo.

*Relazione per il Convegno "A 25 anni dalla scomparsa di Altiero Spinelli. "Per un'Europa libera e unita" - Per un'Italia Europea". Roma, Rappresentanza del Parlamento Europeo, 23 maggio 2011.

**(Presidente emerito della Corte Costituzionale)

1. Osservare in questi giorni la realtà europea laicamente, in modo obiettivo - senza

facile e superficiale ottimismo; ma anche senza pessimismo e preconcetti - si traduce nella percezione di una crisi profonda. V'è quanto meno la consapevolezza che siamo di fronte ad una serie di prove difficili per consentire la prosecuzione del percorso unitario; se non - secondo qualcuno - addirittura per assicurare la sopravvivenza di quell'Europa cui siamo arrivati e cui ci siamo ormai abituati.

La cronaca degli ultimi giorni è preceduta da una storia di sconfitte e di successi, di rallentamenti e di accelerazioni. L'inizio di questo millennio sembra segnare una ulteriore

pesante stasi, nel percorso unitario. Dopo la (e per qualcuno a causa della) contestualità fra allargamento culminato a 28 membri e progetto di riforma istituzionale attraverso il Trattato Costituzionale, sono intervenuti i rifiuti referendari di quest'ultimo da parte di 2 partner storici e le resistenze di altri; la prolungata pausa di riflessione; il Trattato di Lisbona, con il percorso travagliato per la sua approvazione (cfr. la posizione irlandese), al fine di recuperare in esso i contenuti più significativi del Trattato Costituzionale. Penso alla personalità giuridica dell'Unione; alla possibilità della sua adesione alla CEDU; alla Carta di Nizza, richiamata nel trattato con efficacia giuridica; alla presidenza biennale e rafforzata del Consiglio dell'Unione; alla doppia veste del Ministro degli esteri europeo; al rafforzamento del Parlamento nelle procedure di codecisione; al voto a maggioranza ed allo sforzo per superare il criterio dell'unanimità. Eppure vi sono una serie di segnali che sottolineano le difficoltà: il timore che il metodo funzionale dei piccoli passi, seguito nei 50 anni di percorso unitario, sia arrivato al capolinea; il risveglio dei nazionalismi; la constatazione del deficit democratico (cfr. la sentenza del 2009 del Tribunale costituzionale tedesco); la tendenza alla prevalenza della logica intergovernativa; la carenza di una politica europea comune. I segni concreti di questa situazione di disagio si colgono in entrambi i fronti qualificanti della esperienza unitaria europea: quello dell'economia; quello dei diritti fondamentali.
Sul fronte dell'economia ci troviamo di fronte a una crisi prima finanziaria, poi

economica, poi sociale: una crisi (quella del debito, divenuta crisi del debito sovrano) e una tempesta che sono nate altrove (negli USA); ma sono approdate rapidamente in Europa, ove si sono radicate e allargate. La stabilità della zona euro è stata salvata - per ora - a prezzo di costi elevati, di indugi e recriminazioni reciproche, di dubbi sulla capacità di determinazione europea. Insomma, si registra un clima nel quale viene messa in discussione la (o qualcuno addirittura auspica il venir meno della) sopravvivenza dell'euro, che rappresenta la conquista più significativa ed emblematica dell'Europa del mercato, del percorso funzionale verso l'unità, della raggiunta coesione economica; e che dovrebbe costituire la premessa indispensabile della coesione politica e di quella sociale. Altrettante tensioni si registrano ora sul fronte dei diritti, quello che segna il DNA dell'identità europea e delle sue tradizioni: dalla Convenzione CEDU allo spazio giuridico di libertà, sicurezza e giustizia, alla Carta di Nizza e allo ius praetorium della Corte di Giustizia, nell'evoluzione dalla tutela delle libertà del mercato (quelle funzionali ad esso) alla tutela dei diritti fondamentali e alla recezione dei principi e tradizioni costituzionali degli Stati membri dell'Unione europea.


Di fronte al terremoto geopolitico sull'altra sponda del Mediterraneo, vanno in crisi la

sostanzialmente inesistente politica estera europea (ricordiamo tutti le incertezze, le divisioni, le rivalità, i nazionalismi riemergenti nell'affrontare la vicenda libica) e la sua già scarsissima credibilità. Ma soprattutto - attraverso la prospettata modifica di Schengen; il ripristino delle frontiere; la logica dell'egoismo nazionale e delle rivendicazioni reciproche nell'affrontare il problema della immigrazione di massa proveniente dall'altra sponda del Mediterraneo – alla crisi dell'euro si aggiunge quella della libera circolazione tra paesi e dell'abolizione delle frontiere che, con l'euro, rappresentano il segno più tangibile dei diritti conquistati in 60 anni di integrazione europea.


2. In questo contesto di crisi, di dubbi, di paure, mi sembra essenziale la riflessione su

Altiero Spinelli, uno dei padri dell'Europa, sotto un triplice profilo: la persona; il metodo; il contenuto. E' una riflessione da cui oggi possono nascere alcuni stimoli importanti: sia in generale, sul presente e sul futuro dell'Europa; sia - per la mia esperienza istituzionale e culturale di uomo delle regole - con specifico riferimento al secondo fronte della crisi, quello dei diritti fondamentali. Anche se di questi ultimi non si è occupato specificamente, Spinelli ha posto alcune premesse fondamentali per una riflessione attuale su di essi, con il suo metodo e con il suo progetto.

Tutte le definizione dell'uomo Spinelli, a partire da quella proposta dal suo amico

Giorgio Napolitano, concordano nel riconoscere che egli è stato il maggior profeta dell'idea europea. Un profeta ancor più significativo, perché la sua capacità di guardare lontano e di cogliere le linee evolutive del dopoguerra era maturata nel carcere (dieci anni), nel confino (sei anni) e nella solitudine. Penso al suo distacco dal partito comunista, con il rifiuto dei processi staliniani nel 1938, e all'isolamento che affrontò con Rossi e Colorni. Insomma, la solitudine dell'innovatore, che quando nel 1943 rientrò nella lotta politica (cfr. il suo racconto di come ha "cercato di diventar saggio") con le tesi federaliste in cui aggiornò il manifesto di Ventotene, lo fece con la fierezza di essere solo, e con la fermezza di essere sempre fedele alle sue scelte e di non arrendersi alle sconfitte.

Accanto alla capacità di guardare lontano (il grande visionario), vanno sottolineate la

sua concretezza e la capacità di aggregare consensi; penso a come Spinelli riuscì a far

approvare dal Parlamento Europeo il progetto di Costituzione del 1984, con una maggioranza superiore ai 2/3. E', la sua, una sintesi - come è stato detto - di pragmatismo e di utopia (l'ossimoro dell'"utopista concreto", secondo la felice definizione del suo collaboratore, Dastoli); un politico concreto ed efficace (come lo ha definito Napolitano), sicchè la sua utopia cessa di essere tale e diventa progetto politico concreto.

Infine - non meno importanti - si devono ricordare la coerenza e l'ostinazione di non arrendersi mai, di ricominciare da capo, di trasformare le sconfitte (che in realtà tali non sono) in vittorie. Sono un'ostinazione e una coerenza che lo condussero alla cocciutaggine, a paragonarsi - insieme a Monnet - a due somari che continuano a tirare la carretta: l'uno Monnet, nella speranza di nuove iniziative dei governi; l'altro, Spinelli, nella speranza di nuovi slanci del movimento federalista.

Spinelli fu l'uomo, l'avvocato di una sola causa: l'Europa federale. La perseguì con

ogni mezzo e a ogni costo, consapevole - come lui stesso disse, appena liberato dal confino - che l'instaurazione di una federazione europea e di una cittadinanza federale "deve essere la bussola secondo cui domani dovremo orientarci per accettare, con qualsiasi nome si presentino, le soluzioni vitali e per respingere quelle soluzioni che, magari sotto apparenze prestigiose, risulterebbero assolutamente incapaci di sviluppo nel senso desiderato".


3. Le caratteristiche dell'uomo si riflettono ovviamente nel suo metodo. Spinelli non

chiuse le proprie idee e obiettivi e analisi in uno schema astratto, ma le confrontò sempre con la realtà in evoluzione, ispirandosi a idealità non passeggere e risollevandosi da ogni sconfitta (così ancora Napolitano).

Fu proprio Spinelli - nell'esporre e sintetizzare quelle che definisce le sei fasi della

sua esperienza politica - a sostenere che ciascuna di esse finì con una sconfitta; ma in realtà non fu così. Ad ogni "sconfitta" - penso all'art. 38 del Trattato per la CED, nel 1953/'54, e al progetto di Trattato costituzionale del 1984 - seguirono grandi passi avanti: i Trattati di Roma del 1957 e l'Atto unico europeo, che Spinelli - pur criticandolo nel contenuto – suggerì comunque di approvare.

Ma fu sempre Spinelli a proseguire con l'affermazione che la possibilità della sconfitta deve essere accettata senza rancore; che il valore di un'idea, prima che dal successo,

è dato dalla capacità di risorgere dalla sconfitta; che ogni sconfitta porta a un nuovo passo per avvicinarsi alla meta; che occorre saper lavorare non solo per sé, ma per i figli e le nuove generazioni.

Nel metodo di lavoro di Spinelli, i mezzi cambiavano a seconda delle contingenze,delle disponibilità volta a volta, delle opportunità. E' l'obiettivo (la federazione europea

attraverso una costituente democratica) che doveva restare immutato; un obiettivo preciso e non velleitario, da perseguire con realismo e con la consapevolezza dei limiti delle istituzioni.

Ed erano le caratteristiche del metodo (la discussione libera; la trasparenza; il criterio della maggioranza; il rifiuto del segreto e della contrattazione, tipici della cooperazione

intergovernativa e del metodo diplomatico costituente espressione della sovranità statale) a dover essere rispettate. Penso al deciso rifiuto di Spinelli nei confronti delle riforme dei "burocrati" e della pretesa unanimità delle ratifiche su quelle riforme.

L'impegno politico europeo di Spinelli è la testimonianza e l'applicazione di quel

metodo.


Fra i tre approcci all'unità europea (quello federalista, quello intergovernativo e quello

funzionalista di Monnet con la strategia dei piccoli passi, che ha prevalso nei primi 60 anni di percorso unitario) Spinelli scelse decisamente il primo. Tuttavia - nei cicli del suo percorso personale, pur ritenendo limitata e illusoria la prospettiva solo funzionalista – partecipò attivamente alla costruzione dell'unità europea, attraverso i diversi ruoli di "consigliere del principe" (dal piano Marshall alla CED e al suo fallimento nel 1954, dopo aver lanciato l'idea dell'Assemblea costituente con l'articolo 38 del trattato CED); di "contestatore del principe" (sino al 1960, con il Congresso del Popolo Europeo); di "eremita" tra il 1960 e il 1970 (in cui maturò la convinzione del passaggio dalla fase movimentista a quella istituzionale); di "infiltrato" nelle istituzioni, che rivalutò, accettando di svolgere un ruolo attivo in esse, di lavorare dall'interno per la loro evoluzione. Spinelli svolse questo ruolo in un primo momento come commissario, dal giugno 1970, offrendo alla Commissione un impegno e un contributo significativi. Penso alcongelamento - da lui voluto - del rapporto fra la Commissione e la Grecia della dittatura dei colonnelli, che invece sembrava dover evolversi positivamente nella benevola indifferenza o con l'assenso di altri commissari, pur maestri nello scrivere di democrazia in teoria. Penso all'impegno di Spinelli più in generale - non meno significativo nel quadro della tutela dei diritti fondamentali - perché la Commissione non si limitasse a svolgere il ruolo di guardiana dei trattati, ma si aprisse anche ad un ruolo politico di contatto con le organizzazioni della realtà politica e sociale, in vista di uno sbocco federale e democratico per l'Europa.


Spinelli proseguì il suo impegno di "infiltrato", a partire dal 1976, in una istituzione e

con un ruolo a lui più congeniale: prima, nell'Assemblea parlamentare designata dai

parlamenti nazionali; poi e sopratutto nel Parlamento europeo eletto a suffragio diretto dal 1979 (grazie anche al suo riavvicinamento al Partito comunista italiano, attraverso l'elezione al Parlamento italiano e poi a quello europeo). Le tappe più salienti dell'impegno parlamentare di Spinelli, che proseguì sino alla sua scomparsa nel 1986, sono note: penso in particolare, al club del coccodrillo; alla risoluzione del luglio 1981 sulla istituzione della Commissione costituente; sopratutto alla elaborazione del progetto di Costituzione europea approvato dal Parlamento nel 1984.
4. Al fine della riflessione sul tema dei diritti fondamentali nel percorso unitario europeo, alcuni tra i profili del pensiero federalista di Spinelli mi sembrano particolarmente significativi. Non ho né la veste, né il tempo in questa sede, né tantomeno la competenza per azzardare un'analisi di quel pensiero; posso soltanto, in estrema sintesi, richiamare le

indicazioni che Spinelli propose con riferimento alla crisi dello stato nazionale e della sovranità statale; alla novità nelle relazioni internazionali; alla necessità della dimensione

politica europea.

La premessa del pensiero di Spinelli è rappresentata dalla constatazione della crisi

irreversibile e dello screditamento degli stati nazionali, con le due guerre mondiali. E di quella crisi cui v'è ampia traccia nella origine della affermazione sovranazionale (la Dichiarazione Universale) e di quella europea (dalla CEDU alla Carta dei diritti di Nizza) dei diritti fondamentali.

La crisi della sovranità statuale dimostra la attualità e la priorità della federazione europea, rispetto alla prospettiva di rinnovamento soltanto degli stati nazionali. Spinelli

avvertì come fosse illusorio sperare (come è avvenuto nel dopoguerra) che i problemi

continentali si possano risolvere con gli strumenti della democrazia statuale.

Trasferendo potere dagli stati al livello europeo e liberandoli da responsabilità

politiche ed economiche cui essi non sono più in grado di fare fronte, si rende possibile anche un decentramento verso il basso; si superano il dogma della sovranità assoluta e le ideologie nazionalistiche responsabili delle divisioni e delle distruzioni europee; si evita il pericolo che le degenerazioni nazionalistiche degli stati si risolvano in crisi della democrazia (cfr. il rischio, segnalato da Spinelli, delle dittature per conservare i privilegi).

La premessa sulla crisi della sovranità nazionale rappresenta la chiave per comprendere l'insufficienza della prospettiva soltanto nazionale e la necessità di superarla, per riconoscere e per tutelare i diritti fondamentali. L'esperienza drammatica della seconda

guerra mondiale e dei campi di sterminio dimostra con evidenza come l'ideologia totalitaria e la volontà di dominio costituiscano il terreno di elezione, per negare quei diritti che proprio gli stati nazionali avrebbero dovuto proclamare e difendere.

Anche la prospettiva del decentramento verso il basso e del federalismo, segnalata da

Spinelli, è quanto mai importante per assicurare l'effettività dei diritti fondamentali penso

sopratutto a quelli sociali) nella realtà locale, che è il primo terreno per la loro affermazione. Il dibattito - politico, istituzionale e legislativo - attualmente in corso sulla attuazione del c.d. federalismo fiscale e quello sullo spazio da riconoscere sempre più al principio di sussidiarietà orizzontale, offrono un'ampia conferma dell'importanza e dell'attualità di quella prospettiva.

Alla consapevolezza della crisi della sovranità statale segue, logicamente, quella sulla

radicale innovazione nelle relazioni internazionali. Spinelli avvertì come per l'Europa non sia più sufficiente una alleanza fra stati sovrani, ma occorra porre un limite alle sovranità

nazionali attraverso l'esercizio di un potere sovranazionale. Altrimenti - e questa

consapevolezza era anche di Monnet - dopo due guerre distruggitrici l'Europa è senza

prospettive future, se non supera i nazionalismi e le conseguenti ostilità.

Da ciò la prospettiva federale, intesa sia, sopratutto, come delega di poteri a una

autorità sovranazionale (avente forza propria, a differenza della Società delle nazioni); sia come decentramento del potere politico a livello più basso. Si sostituiscono così i rapporti di forza con una prospettiva democratica, attraverso un'Assemblea costituente senza violenza, con il consenso del popolo: per coniugare fra loro unità e diversità; per eliminare l'anarchia internazionale, che è la premessa della guerra; per assicurare la pace.

Insomma, occorre trasferire alla federazione europea i poteri per amministrare pace e

libertà sul territorio europeo (cfr. le motivazioni della CECA). Occorre cioè rimuovere le

condizioni e le premesse di una guerra - già tradizionali, fra Francia e Germania – attraverso un percorso che sappia superare le divisioni nella politica interna e internazionale; e che assicuri il rispetto del principio democratico della partecipazione dei cittadini alle decisioni fondamentali. Occorre (attuando il modello americano della Convenzione di Filadelfia) realizzare un'Assemblea costituente, della quale sono emblematici i due momenti, rappresentati rispettivamente nel 1953 dall'approvazione dell'art. 38 del Trattato CED, con l'impiego dell'Assemblea parlamentare della CECA per l'elaborazione del primo progetto costituente; nel 1984 dal progetto di Costituzione europea, realizzato dalla Commissione istituita ad hoc dal Parlamento europeo ed approvato a larga maggioranza da quest'ultimo).

Anche la consapevolezza sulla trasformazione e sulla novità nelle relazioni internazionali - al pari di quella sulla crisi delle sovranità nazionali - è essenziale per comprendere la nuova dimensione dei diritti umani: non più quella soltanto nazionale dei diritti del cittadino, ma quella universale dei diritti dell'uomo, testimoniata dalla Dichiarazione Universale del 1948.

La novità dirompente di queste prospettive non può che sfociare nella consapevolezza

che l'unità europea deve svilupparsi necessariamente attraverso la dimensione politica, e non solo attraverso quella economica. Spinelli, infatti, pur agendo nella prima fase (il "consigliere del principe") e nell'ultima (l'"infiltrato") nel quadro della prospettiva funzionalistica, ne colse tutti i limiti. Ed è questo - a me sembra - il terzo e qualificante stimolo del suo pensiero, che può influire sulla riflessione in tema di diritti fondamentali.

L'integrazione solo economica e per settori, l'approccio funzionalistico, hanno dato

molto all'Europa; ma hanno raggiunto il punto di non ritorno e non ci si può illudere di poter contare solo su di essi. Non basta fare affidamento esclusivamente sulla forza delle cose e sulla spinta dell'economia, avvertì Spinelli, secondo il quale la creazione del mercato (che non è una istituzione "naturale") richiede la creazione di un potere politico europeo: è quest'ultimo a fare la politica, cui seguirà la politica economica.

Per rilanciare l'economia europea, occorre prendere coscienza che sopratutto oggi - di

fronte alla globalizzazione e ai suoi problemi enormi - non si può più governare l'economia attraverso il mero coordinamento di politiche nazionali, gestite da stati che mantengono il potere ultimo di decisione.

Quanto sia attuale una simile indicazione, lo si coglie proprio in questi giorni, guardando alla realtà della crisi europea sul duplice fronte economico e dei diritti fondamentali. Entrambi richiedono impegni e scelte politiche "europee", le quali fra l'altro, per il tema dei diritti, coinvolgono quello - certamente e squisitamente politico – del passaggio dalla cittadinanza nazionale a quella europea.

5. La vitalità, l'originalità e l'attualità del metodo e del pensiero di Spinelli si riflettono

dunque ed influiscono sul quadro della tutela dei diritti umani: un quadro che risponde alla tradizione e al DNA dell'identità europea. E' un quadro che si afferma vigorosamente nella logica delle relazioni internazionali nuove, maturata dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale (la shoah, le armi di distruzione di massa, il coinvolgimento indiscriminato dei civili), con l'affermazione della dignità (nelle proclamazioni e carte internazionali e sovranazionali, come nelle costituzioni nazionali) a premessa ed a chiave di volta di quei diritti. Il riferimento alla dignità della persona pone quest'ultima al centro dell'assetto costituzionale nazionale e di quello delle relazioni internazionali come soggetto, attraverso la c.d. costituzionalizzazione del diritto internazionale e la c.d. internazionalizzazione del diritto costituzionale.

Il percorso europeo nel riconoscimento e nella tutela dei diritti umani, si affianca al

percorso "economico" dal mercato comune a quello unico, alla moneta comune; ma

troppe volte è dato per scontato o sottovalutato nella sua importanza. Perciò vale la pena di richiamarlo brevemente nella sua peculiarità, per riconoscere agevolmente in esso alcuni tra i punti qualificanti del messaggio di Spinelli.

Nella difesa dei diritti umani l'Europa ha saputo realizzare - con lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia - l'unificazione che essa non è stata in grado di raggiungere nel campo politico, economico, fiscale. Lo ha fatto attraverso un percorso prima giurisdizionale e pretorio, attraverso le decisioni della Corte di giustizia e di quella CEDU; poi politico, attraverso l'articolo 6 del Trattato di Maastricht, la Carta di Nizza e la sua duplice proclamazione (nel 2000 a livello politico, nel 2007 a livello giuridico, con il Trattato di Lisbona).

L'art. 6 del Trattato di Lisbona, apre la via a nuove prospettive di tutela dei diritti

fondamentali. L'Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti dalla Carta dei diritti

fondamentali di Nizza con lo stesso valore giuridico dei Trattati; e aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 1950. Soprattutto, si apre la via ad un nuovo equilibrio fra diritti e mercato: la Corte di Giustizia dell'Unione europea tende a divenire giudice dei diritti, oltre che delle regole del mercato e delle libertà funzionali a quest'ultimo.

La peculiarità dell'esperienza europea non sta tanto e solo nel riferimento alla

centralità dei diritti umani, che sono presenti anche in altri contesti e non sono riconducibili soltanto ad una logica eurocentrica; sta piuttosto nella loro effettività e nella concretezza della loro tutela. Quest'ultima è stata affidata a meccanismi giurisdizionali, che hanno contribuito alla formazione dell'ordinamento europeo; e si è sviluppata nel multilevel, attraverso il dialogo quando non lo scontro fra fonti e giudici, con la garanzia di uno standard comune e la ricchezza della diversità.

Il primo fondamentale contributo alla tutela dei diritti umani in sede europea è offerto

dalla CEDU. Più che al contenuto dei diritti contemplati dalla Convenzione (solo taluni, come dice il preambolo, fra quelli civili e politici contenuti nella Dichiarazione universale), occorre guardare al sistema della loro tutela, così come si è assestato con il protocollo 11 del 1994: la previsione di un giudice internazionale (la Corte di Strasburgo); la possibilità del ricorso individuale ad esso da parte di chiunque; la condanna dello Stato a far cessare la violazione di diritti e ad una equa soddisfazione.

Si tratta di un meccanismo di tutela sussidiaria a quella statale, nel caso di diniego

definitivo di quest'ultima. Non sono considerati i diritti sociali, per i quali la Carta sociale

europea del 1961 prevede meccanismi non giurisdizionali di protezione, anche se senza

"compartimenti stagni" fra essi e i diritti contemplati dalla CEDU. Né vi sono riferimenti alla eguaglianza e alla solidarietà; nella Convenzione il divieto di discriminazione non ha carattere generale, ma soltanto specifico per i diritti tutelati.

Il secondo contributo alla tutela dei diritti umani, altrettanto fondamentale, è

rappresentato dal percorso dell'integrazione: certamente più lento e complesso, ma più

completo di quello della CEDU; ed orientato a sottolineare più l'indivisibilità che non

l'universalità di quei diritti. Quel percorso muove dall'originario silenzio dei Trattati

comunitari sui diritti fondamentali e si afferma progressivamente in via pretoria, grazie

all'opera della Corte di Giustizia. Le decisioni della Corte mirano sia a rispondere alle

preoccupazioni delle Corti Costituzionali nazionali (soprattutto quella tedesca e italiana), in tema di controlimiti all'ordinamento comunitario (ora europeo); sia a legittimare il primato - funzionale, non gerarchico - dell'ordinamento comunitario su quelli nazionali.

All'affermazione giurisprudenziale segue il riconoscimento politico, attraverso il

riferimento del Trattato di Maastricht (e ora di Lisbona) ai principi derivanti dalle tradizioni costituzionali comuni degli stati membri e dalla CEDU. Quanto più l'ordinamento comunitario espande le proprie competenze e gli ambiti del suo intervento rispetto alle libertà connesse e funzionali al mercato, tanto più esso si espande a tutti i diritti, compresi quelli sociali.

Il riconoscimento dei diritti fondamentali e della loro indivisibilità si evolve progressivamente dall'originaria loro mediazione con le libertà economiche e le esigenze del mercato, a una sorta di "corrispettivo" per l'esistenza e il primato funzionale dell'ordinamento comunitario. Il momento conclusivo di questo percorso è rappresentato dalla Carta di Nizza e dalla sua efficacia giuridica.

La Carta apre a sua volta una nuova fase: dall'universalità dei diritti, espressa dalla

CEDU, alla loro indivisibilità. Quest'ultima è espressa attraverso il riferimento introduttivo

della Carta alla dignità ed attraverso la sistemazione dei diritti in sei aree: la dignità stessa, la libertà, l'eguaglianza, la solidarietà, la cittadinanza e la giustizia.

Quel percorso è segnato dal contributo delle due Corti europee all'effettività nella

tutela dei diritti; è segnato dalla acquisita consapevolezza di tutti che non possono esistere né Unione, né mercato, né euro, né Europa, senza i diritti fondamentali; è segnato dal confronto e dalla sinergia che si instaura fra di loro e più ancora fra esse e le Corti nazionali. Si pensi all'esperienza italiana e alla sua evoluzione nei rapporti con la Corte CEDU (culminata nell'apertura avviata con le sentenze n. 348 e 349 del 2007) e con la Corte di Giustizia (culminata con l'accesso della Corte nazionale alla pregiudizialità comunitaria, nell'ordinanza n. 103 del 2008).
6. La celebrazione dei centocinquanta anni dell'unità di Italia, in questi giorni, offre un

ulteriore stimolo per riflettere sull'attività del pensiero di Spinelli; per raccogliere il suo invito all'utopia nel pragmatismo; per cercare di cogliere, nel percorso unitario del nostro Paese e nella centralità della Costituzione in esso, i segni di quello sviluppo europeo che Spinelli auspicava e chiedeva con forza.

Nel primo Risorgimento, i valori intorno a cui si sono aggregate l'unità e la coesione

furono quelli della storia, della cultura, dell'arte, della lingua, delle tradizioni comuni, della religione, del territorio. Una serie di valori in certo qual modo elitari, che hanno costituito il coefficiente dell'unificazione fra i vari stati preunitari, raggiunta con un complesso di sforzi (diplomatici, militari, rivoluzionari e di volontariato) e completata - dopo le tre guerre di indipendenza - con la vittoria nella guerra del '15-'18.

Il secondo Risorgimento (ben più concentrato nel tempo), dopo la degenerazione del

fascismo, nasce dalla sconfitta del 1943 e dalla nuova frammentazione dell'Italia, con la

separazione fra il Regno d'Italia al Sud e la Repubblica Sociale al Nord. La Resistenza, intesa nel suo significato globale, la rinnovata unità fra Nord e Sud, il passaggio referendario dalla monarchia alla repubblica, l'Assemblea costituente e poi la ostituzione, sono le tappe di una ritrovata unità e coesione: un secondo Risorgimento. I valori di quest'ultimo sono rappresentati dai valori posti a base della Costituzione ed espressi nei suoi principi fondanti; sono valori che non sostituiscono, ma si aggiungono a quelli del primo Risorgimento e in qualche modo li attualizzano.

L'impegno europeo è certamente ben presente nel primo e nel secondo Risorgimento,

a partire dalle visioni di Cavour, di Garibaldi e di Mazzini. E' stato coltivato con generosità e con passione sia dai padri dell'Europa, come De Gasperi e Spinelli, sia dai loro successori, come Ciampi e Napolitano. E' da sempre presente nelle radici cristiane dell'Italia e dell'Europa, al di la di ogni loro proclamazione ufficiale e del rischio che quest'ultima possa essere rivendicata o al contrario negata da qualcuno come strumento di divisione più che di unione.

E' un impegno che mira ad un collegamento senza soluzione di continuità tra l'Italia di

ieri, di oggi e di domani, e l'Europa. Un impegno la cui importanza è resa evidente dalla crisi che stiamo vivendo, dentro e fuori i confini del nostro Paese, sul versante dell'economia come su quello della solidarietà. Per richiamare un tema di drammatica attualità, basta pensare al problema dell'immigrazione; alla necessità di affrontarlo in un'ottica europea; al pericolo – di questi tempi molto concreto - che la pressione dell'immigrazione risvegli degli egoismi nazionalistici, spinga alla reviviscenza delle frontiere, favorisca l'arroccamento dell'Europa in una inaccettabile "fortezza del benessere". Sarebbe, questo, il primo passo verso la fine dell'Europa.

Ed è, quello europeo, un impegno senza soluzione di continuità nel passaggio dalla

cittadinanza italiana a quella europea, dai valori del patriottismo costituzionale del secondo Risorgimento a quelli del "patriottismo europeo": quasi un terzo Risorgimento, nel quale dobbiamo guardare concretamente non più e soltanto ai diritti particolari del cittadino, ma ai diritti universali dell'uomo, della persona. Con esso la dignità, la solidarietà, l'eguaglianza e la libertà, in cui si sviluppa la Carta europea dei diritti fondamentali, si legano alla dignità e alla laicità, in cui si riassumono tutti i valori fondanti della nostra Costituzione.

Con il terzo Risorgimento, quello europeo, il passaggio da una comunitàdell'appartenenza (che può risolversi nell'esclusione) ad una comunità della partecipazione (che mira all'inclusione) - già avviato dai valori del patriottismo costituzionale - si afferma ulteriormente e concretamente, in una prospettiva sovranazionale.

L'unità europea da raggiungere non è meno importante dell'unità italiana da conservare. E' questa la nuova dimensione dell'eguaglianza, delle diversità, della solidarietà, della dignità, della laicità, con cui siamo chiamati a confrontarci in un mondo, segnato dalle migrazioni di massa, dalle patologie dell'economia e del mercato, dall'evoluzione e dalle

insidie della tecnologia, dai problemi dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile: un mondo

nel quale possiamo e dobbiamo essere ancora capaci di dire qualcosa di significativo, come italiani e come europei.
Il percorso unitario dei centocinquanta anni trascorsi, la centralità in esso della costituzione, il suo stretto legame con la prospettiva europea, sono certamente i segni

distintivi della nostra identità italiana. Hanno accompagnato il nostro divenire nazione nel



passato; devono (o dovrebbero) costituire la direttrice di fondo delle nostre scelte ed azioni, nel presente; consentono di ben sperare per il futuro.


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