Thomas a stewart



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Thomas A Stewart

Il capitale intellettuale. La nuova ricchezza


Milano, Ponte delle Grazie, 19991

Titolo originale: Intellectual Capital. The New Wealth of Organizations, 1997


Libera riduzione di Mirco Franceschi


Indice:

Il capitale intellettuale. La nuova ricchezza

Prefazione  (indietro)

Parte 1a L’era dell’informazione

1. L’economia del sapere  (indietro)

2. L’impresa della conoscenza  (indietro)

3. Il lavoratore della conoscenza  (indietro)

Parte 2a Il capitale intellettuale

4. Il tesoro nascosto  (indietro)

5. La mappa del tesoro  (indietro)

6. Il capitale umano  (indietro)

7. Il capitale strutturale  (indietro)

8. Il pericolo di investire troppo in conoscenza  (indietro)

9. Il capitale clienti. Guerre e alleanze dell’informazione  (indietro)

Parte 3a La rete

10. La nuova economia dell’informazione  (indietro)

11. L’organizzazione di rete  (indietro)

12. La vostra carriera nell’Era dell’informazione  (indietro)

Appendice  (indietro)

Strumenti per la misurazione e gestione del capitale intellettuale




Prefazione (indietro)


Per capitale intellettuale non intendo gli scienziati o i brevetti e i copyright, anche se ne sono una componente. Il capitale intellettuale è tutto quel materiale intellettuale – sapere, informazione, proprietà intellettuale, esperienza – che può essere messo a frutto per creare ricchezza. È brainpower collettivo. L’economia d’oggi differisce radicalmente da quella di ieri. L’Era industriale era un mondo in cui le principali fonti di ricchezza erano concrete. Gli ingredienti con cui si produceva erano la terra, le risorse naturali (petrolio, minerale di ferro o energia) e il lavoro umano o delle macchine. Le organizzazioni economiche erano concepite per attrarre capitali… Nell’Era dell’informazione la ricchezza è il prodotto del sapere e dell’informazione che sono diventati le principali materie prime dell’economia e i suoi prodotti più importanti. Guru e consulenti parlano di nuova economia e la definiscono un “cambiamento di paradigma”. Le aziende più trendy si autodefiniscono “organizzazioni d’apprendimento”, termine di moda che designa una cultura aziendale amante dei miglioramenti continui. Le organizzazioni economiche di vecchio stampo non gestiscono bene il sapere, non sono state concepite per farlo. Oggi le imprese devono imparare a gestire il sapere: le competenze di cui hanno bisogno sono spesso diverse da quelle di cui dispongono. Il capitale intellettuale è sempre stato importante, ma mai come ora. La gilda medievale rappresenta uno dei modi di gestire il sapere: quando il sapere scarseggia, lo s’immagazzina, circondandolo di magia e mistero, e si preclude il sancta sanctorum a tutti salvo che agli iniziati. Questa forma di gestione del sapere sopravvive in corporazioni come quella dei medici o degli avvocati…. Nel 20° secolo l’impresa piramidale e la business unit sono sorte per gestire le conoscenze, per raccogliere e interpretare dati finanziari e per finanziare nuove tecnologie. Oggi, la forza muscolare, la potenza delle macchine e persino l’energia elettrica sono sempre più rimpiazzati dal brainpower. Siamo tutti lavoratori della conoscenza, alle dipendenze d’industrie della conoscenza. La cosa interessante è che gli amministratori non conteggiano questo bene chiave così come fanno con le terre e i capitali finanziari.

Il principale contributo del libro è che si mostra come gestire il capitale intellettuale, fornendo:



  1. un vocabolario e una struttura per lavorare sul sapere aziendale e sui patrimoni di conoscenza;

  2. una definizione operativa di capitale della conoscenza;

  3. alcuni suggerimenti per proporre ricette proprie.

Il libro è anche un tentativo di capire il senso del cambiamento. La tecnologia dell’informazione, già di per se rivoluzionaria, non è che una frazione di una rivoluzione più ampia: l’Era dell’informazione.
Prefazione alla nuova edizione

Nella seconda parte, il capitale intellettuale è classificato come capitale umano, strutturale e clienti. È ricercato soprattutto il capitale umano, ma l’economia della conoscenza richiede qualità che molti non hanno. I lavoratori migliori spesso decidono di lavorare per il proprio profitto anziché per lo stipendio.

La gestione del capitale strutturale sta diventando di moda, perché qui l’ingegno umano ha creato qualcosa da vendere: la gestione della conoscenza. In proposito sono già emersi due errori. Una parte di ciò che viene ammannito per gestione della conoscenza è solo elaborazione dati con qualche orpello in più (dobbiamo distinguere tra capitale intellettuale e capitale intellettuale operativo, che consiste nel flusso d’operazioni utili nel lavoro d’ogni giorno). Il capitale operativo è una spiacevole necessità: un costo da minimizzare, non un patrimonio da incrementare. Esso deve essere tenuto in movimento: è un problema di materiale di lavorazione, ciclo delle scorte, gestione del magazzino… Il magazzino dovrebbe essere di dimensioni minime, la gestione e le basi di conoscenza dovrebbero servire a collegare le persone, mettendo in contatto chi ha bisogno d’esperienza con chi la possiede. Un altro errore è vedere il problema solo all’interno delle imprese. I dirigenti spesso confondono l’organizzazione (definita in base ai rapporti interni) con l’impresa (definita in base ai rapporti con l’esterno – mercati, fornitori e clienti). Migliorare la gestione della conoscenza all’interno di un’organizzazione consente di risparmiare denaro, ma gestire la conoscenza dell’impresa consente di guadagnare. L’orientamento interno ha avuto il sopravvento perché i gruppi cui più spesso è affidata la gestione della conoscenza sono funzioni di staff (risorse umane e sistemi informativi). Anche la guerra incombente tra questi gruppi è inquietante, perché entrambi hanno le loro ragioni: i sistemi informativi parlano di reti interne, gestione dei dati, funzione propulsiva della tecnologia, intelligenza artificiale e database che ottimizzano il lavoro; le risorse umane sottolineano gli aspetti di capitale umano, formazione, apprendimento e scambio d’esperienze. Il capitale intellettuale deve essere rappresentato da qualcuno in particolare, altrimenti diventa il compito di tutti e nessuno.





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