Ti mando il capitolo 1



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27.11.2017
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Capitolo 2, sezione 6: l’aliena razionalità dell’homo economicus.

Secondo la teoria economica oggi dominante, da cui scaturisce la prassi economica del neo-liberalismo, l’economia capitalista, se lasciata libera di funzionare senza vincoli, tende per sua natura verso l’equilibrio. Le crisi, quindi, sono semplici deviazioni dall’equilibrio, turbamenti temporanei sulla strada verso la crescita e il benessere. La persona che viaggia su questa strada è l’homo economicus, l’essere razionale per eccellenza. La sua razionalità può essere illustrata dalle curve della domanda e dell’offerta. Se la domanda per un bene aumenta, il suo prezzo aumenta e viceversa. Se l’offerta di un bene aumenta, il suo prezzo cade e viceversa. Conseguentemente, le due curve hanno una pendenza differente, una crescente e l’altra decrescente. Quindi esse si intersecano e in tal modo fissano il prezzo di equilibrio e cioè il prezzo a cui la domanda e l’offerta si incontrano. Questo è l’alfa e l’omega della razionalità dell’homo economicus.1


Questa posizione teorica è soggetta a più di una critica. Tuttavia la critica deve essere accurata. Per esempio è stato detto che questa razionalità è egoista perché gli individui massimizzano il loro benessere indipendentemente dagli altri, come se essi fossero monadi per i quali la società non esiste.2 Ciò non è del tutto corretto. L’homo economicus è un egoista perché è rapace e sfruttatore. Queste sono qualità che presuppongono sia l’esistenza degli altri come il suo interesse per gli altri. Consideriamo solo un esempio: il comportamento che si cela dietro la curva della domanda. Se la domanda per una merce cresce, cioè se coloro che non dispongono di quella merce ne hanno un maggiore bisogno, i proprietari di quella merce traggono vantaggio da quella situazione (il maggior bisogno) e ne aumentano il prezzo. L’homo economicus massimizza non indipendentemente dagli altri ma a costo degli altri. Egli è un egoista perché sfrutta i bisogni degli altri.
L’assunto del comportamento egoista potrebbe essere messo in questione obiettando che nella realtà gli agenti economici possono comportarsi e in effetti si comportano differentemente e cioè altruisticamente. Ma l’economia ortodossa può respingere questa obiezione sussumendo l’egoismo all’egoismo: se gli individui massimizzano il loro piacere comportandosi altruisticamente, essi non rinunciano alla loro razionalità egoista. Tuttavia, non è difficile trovare la contro-obiezione. A parte l’ovvio vantaggio ideologico per il capitale nel sussumere l’altruismo all’egoismo, vi sono come minimo due ragioni per respingere questa opzione. Primo, se gli esseri umani sono sia egoisti che altruisti, se essi massimizzano il loro benessere comportandosi sia egoisticamente che altruisticamente, essi sono sempre razionali, indipendentemente da come si comportano. Se non vi è più irrazionalità, la nozione di razionalità perde significato e non si spiega più nulla. Secondo, un comportamento altruista è incoerente con un più ampio quadro teorico. Un comportamento altruista dovrebbe abbassare (piuttosto che alzare) il prezzo se i bisogni (la domanda) aumentano al fine di rendere possibile la soddisfazione di quei maggiori bisogni. Ma questo comportamento implica che la curva della domanda può avere una inclinazione sia ascendente che discendente. Non vi è più garanzia quindi che essa possa intersecare la curva dell’offerta. In questo caso, tutta la costruzione neo-classica, compreso il concetto di equilibrio, cade come un castello di carte. L’altruismo è logicamente incoerente con la teoria neo-classica: essi si escludono a vicenda.
Quindi, l’egoismo è l’unico comportamento coerente con la teoria neo-classica. Ora, qual è l’evidenza empirica che gli esseri umani si comportano come l’homo economicus? Essa è molto debole. Infatti, la misura del comportamento deviante è enorme. Vi è tutta una gamma di beni, come i beni simbolo (status goods) e i beni finanziari, la cui domanda può aumentare se i prezzi aumentano e cadere se i prezzi cadono. Mentre la prima categoria può essere quantitativamente relativamente poco importante, lo stesso non si può dire della seconda. Già negli anni ‘90 i mercati finanziari avevano un volume 50 volte maggiore delle importazioni ed esportazioni mondiali. Oppure, per fare un altro esempio, all’inizio degli anni ‘90 i cento maggiori fondi pensione degli USA, del Giappone e dell’Europa gestivano un terzo del reddito mondiale. Ma questo non è tutto. Il comportamento della domanda è influenzato fortemente dal ciclo economico. Per esempio, nella fase ascendente le imprese aumentano gli acquisti dei mezzi di produzione e della forza lavoro anche se i loro prezzi aumentano. Nella fase discendente, la domanda può diminuire anche se i prezzi calano. Lo stesso vale per i beni di consumo. Conseguentemente, tutti i beni, dai beni di consumo ai beni di investimento, dai beni simbolo ai beni finanziari, possono comportarsi come presupposto dall’homo economicus o no. Quindi, non solo una gran parte del comportamento reale è irrazionale per l’homo economicus e quindi non può essere spiegata nei termini delle teorie che su basano su di esso, ma anche l’inclinazione della curva della domanda è indeterminata cosicché la nozione di equilibrio (nello scambio) viene a mancare di fondamenta.
Ma c’è di più. L’inclinazione della curva della domanda, e quindi la razionalità dell’homo economicus, non può essere neanche provata empiricamente. Se voglio indagare se la domanda di una persona per un certo bene cambia in seguito al mutamento del prezzo di quel bene, devo presupporre la condizione del ceteris paribus e cioè che quella persona ha le stesse preferenze e interesse per quel bene sia prima che durante quel mutamento. In altre parole, se voglio sperimentare se e come la mia domanda cambia solo come conseguenza del mutamento del prezzo, le mie preferenze non devono cambiare in quel periodo di tempo. Ma non posso essere sicuro che sia così perché in quel periodo, anche se brevissimo, le mie preferenze possono cambiare. Quindi, l’ipotesi può essere verificata solo se supponiamo una realtà senza tempo. Marshall ne era cosciente: “Si ipotizza che il tempo non possa apportare alcun cambiamento nel carattere o nei gusti dell’uomo.”3 Ma allora, delle due l’una. Se la teoria deve essere verificabile, essa è irrilevante perché il tempo deve essere estromesso dall’analisi. Se il tempo è introdotto nell’analisi, la teoria cessa di essere verificabile. In termini della metodologia Popperiana, a cui aderisce l’economia ortodossa, la teoria è pura metafisica.
Ma c’è ancora di più. L’homo economicus è non solo egoista e rapace, è anche arrogante. Asserisce che la sua razionalità è nientemeno che la manifestazione della natura umana. L’ipotesi che la natura umana sia egoista è basata su un assunto ideologico ben studiato. Ciò si può veder chiaramente se esaminiamo la teoria marginalista. Questa teoria si basa sulla nozione della utilità marginale decrescente, e cioè sulla decrescente soddisfazione che il consumatore deriva dal consumo di una unità addizionale di un certo bene. In una situazione di equilibrio, il rapporto tra l’utilità marginale e il prezzo deve essere lo stesso per tutti i beni. Se l’utilità marginale di un bene aumenta, aumenta anche la domanda per quel bene. Ma allo stesso tempo aumenta anche il tasso tra la sua l’utilità marginale e il suo prezzo. Se l’equilibrio deve essere ristabilito, il prezzo deve aumentare. Lo stesso vale per una diminuzione della utilità marginale. Ne consegue che la domanda dipende dalla utilità marginale che deriva dal consumo di una addizionale quantità di un bene, e cioè che la domanda cade a causa dell’aumentata sazietà (anche se la sazietà aumenta ad un tasso decrescente).
Un attimo di riflessione rivela il contenuto di classe di questo approccio. Se la domanda diminuisce in seguito all’incremento della sazietà, il movimento della domanda è determinato biologicamente piuttosto che socialmente. È su questa caratteristica della biologia umana che si basa il presunto egoismo inerente nella curva della domanda. Ma questa ‘spiegazione’ della domanda riflette il punto di vista di una piccola minoranza (a livello mondiale) per cui il potere d’acquisto non è un problema (cioè per cui il limite del suo consumo è dato solo dalla sua sazietà) piuttosto che della classe lavoratrice e cioè della stragrande maggioranza della popolazione mondiale il cui potere d’acquisto è insufficiente (anche se la quantificazione della insufficienza cambia da situazione a situazione). Per questi ultimi, se il prezzo dei beni di cui hanno bisogno cresce, la domanda può cadere ma tale caduta è dovuta non alla loro aumentata sazietà ma al loro decrescente potere d’acquisto, dato che il loro reddito è spesso limitato o addirittura assolutamente insufficiente. Se è così, sia la forma della curva della domanda (il comportamento delle persone) che la sua teorizzazione (il suo riflettere la razionalità umana) sono il risultato di una determinazione sociale, di classe. La teoria marginalista sovrappone il punto di vista dei ricchi e quindi del capitale a quello del resto della popolazione mondiale. Il potere di questa ideologia è che racconta una menzogna che corrisponde apparentemente alla nostra esperienza quotidiana.
Le conseguenze sono fondamentali. Il comportamento ‘razionale’ (e cioè egoista e sfruttatore) dell’homo economicus (espresso graficamente dalla curva della domanda) è determinato dalla società capitalista ed è funzionale alla riproduzione di tale società. Non vi è nulla di razionale in tale comportamento, eccetto che nel capitalismo la gente impara ed è obbligata ad imparare ad essere egoista e cioè che è razionale perchè funzionale alla riproduzione di tale sistema. Per Marx, gli esseri umani non sono né egoisti (come la critica del presunta razionalità egoista dell’homo economicus dimostra) né altruisti. Gli esseri umani tendono a realizzare al massimo le loro potenzialità che possono essere realizzate solo entro un quadro sociale specifico all’interno del quale la proprietà dei mezzi di produzione è il fattore determinante.4 Essi possono perseguire il loro pieno sviluppo o assieme agli altri o a costo degli altri. Questa è la scelta e questa è la differenza tra socialismo e capitalismo.
La legittimità del sistema capitalista si basa su una presunta natura umana egoista e sfruttatrice poiché tale sistema, essendo esso stesso egoista e sfruttatore, è presumibilmente quello che più si conforma a tale razionalità. Un altro sistema sociale, per esempio socialista, basato sulla cooperazione, solidarietà e uguaglianza diventa quindi irrazionale perché contrario a tale presunta natura umana. Tuttavia, se l’homo economicus è una creatura del sistema capitalista che quindi riflette l’essenza di tale sistema, la sua legittimità come incarnazione di una natura umana avulsa dalla società svanisce. L’homo economicus si rivela essere nulla più che una costruzione ideologica. Anche la scelta apparentemente innocua, come l’uso del termine latino, ha un sapore ideologico perché tende a suggerire che l’ultimo stadio della evoluzione umana non è l’Homo Sapiens ma l’homo economicus.
Si può cercare di salvare la teoria ortodossa su altre basi. Per esempio, Milton Friedman ha suggerito che essa può essere difesa non sulla base del suo realismo ma del suo potere di previsione. Ciò è non solo un’ammissione della mancanza di realismo (e quindi dell’impotenza) della teoria ma è anche un autogol metodologico. Infatti, il potere di previsione dell’homo economicus è nullo. Come si è visto più sopra, l’homo economicus prevede il comportamento degli agenti economici nel casi in cui essi si comportino come previsto e non prevede il loro comportamento in tutti gli altri casi. Queste ultime istanze sono così numerose e così importanti che potrebbero essere la regola piuttosto che l’eccezione. Ma questo non è il punto più importante. Il punto è che anche se la previsione è corretta (per esempio il prezzo cresce come conseguenza della aumentata domanda), l’homo economicus non ha una spiegazione valida perché la spiegazione è basata su una presunta a-storica ed egoista natura umana. Se non vi è una spiegazione, l’evento è un caso fortuito. Lo stesso dicasi per le presunte eccezioni.
Implicita in tutto ciò è la questione della relazione tra il realismo delle ipotesi e la validità della teoria. Il punto cruciale è il metodo di astrazione. In un certo senso, tutte le teorie si basano su assunti che non sono realistici perché essi sono estreme semplificazioni della realtà. Conseguentemente, la risposta al problema se una teoria è realistica o irrealistica dipende dal tipo di assunti su cui essa è basata.5 Vi sono due tipi di assunti, diversi e opposti l’uno all’altro perché essi sono il risultato di due diversi e opposti metodi di astrazione. Un primo tipo di assunto ci permette di costruire una teoria realistica perché esso, pur essendo la base e il punto di partenza di quella teoria, è anche il punto finale di un precedente processo che ha astratto le caratteristiche concrete essenziali e determinanti di quel segmento della realtà che si vuole analizzare. Questo è il processo di induzione come teorizzato da Marx. I concetti raggiunti attraverso questo processo di astrazione sono, per così dire, un estratto di realtà che contiene altri, più concreti e più dettagliati aspetti di quella realtà. Il processo di deduzione incomincia da tali concetti e procede a ritroso, dai più alti a più bassi livelli di astrazione, verso modelli della società sempre più concreti e dettagliati. In questo modo possiamo raggiungere quello che Marx chiama il ‘concreto-nel-pensiero’.
Se, d’altro canto, il punto di partenza sono assunti che non sono realistici nel senso che la realtà è stata eliminata irrimediabilmente da essi, le teorie basate su di essi non possono che essere separate dalla realtà da una lacuna incolmabile. Questo è il caso dell’homo economicus la cui esistenza teorica (la cui testabilità) dipende dall’assenza del tempo. Se nell’analisi si introduce il tempo l’homo economicus non ha più ragione di esistere. Quindi o si assume l’esistenza del tempo o no. L’homo economicus ci intrappola in una nozione della realtà che tutto è tranne che realistica. Tutte le teorie, e non solo quella neo-classica, la cui base è l’homo economicus sono caratterizzate, che se ne rendano conto o no i loro sostenitori, dall’assunto fondamentale che il tempo non esiste.
La conclusione fondamentale è che l’assenza del tempo implica anche l’assenza del cambiamento e quindi implica una società in uno stato di equilibrio. L’equilibrio e l’assenza di tempo si presuppongono a vicenda. Ma l’equilibrio e le crisi si escludono a vicenda. Questa è la ragione per cui l’homo economicus non può spiegare le crisi come endogene al sistema. Ogni volta che una crisi esplode, l’homo economicus è esterrefatto. Nella misura in cui ha sentore di problemi imminenti è perché egli nota eccessi nelle sfere finanziarie e speculative. Se l’oggetto è l’analisi delle crisi, dobbiamo abbandonare l’homo economicus nel suo sbalordimento e dobbiamo cambiare completamente punto di vista. Il capitolo che segue esplorerà e valuterà le più importanti teorie alternative.


1 Per semplicità qui si tratta solo la teoria dell’equilibrio parziale. Per un’analisi più completa che include anche l’equilibrio generale, si veda Carchedi 1991.

2 Tsakalotos 2004, p. 142. Per una critica conforme ai criteri di questo capitolo si veda Carchedi 2006b.

3 Marshall 1920, p. 94.

4 Carchedi 2010, capitolo 1.

5 Marx 1973, pp. 100-11. Si veda Carchedi 2010, capitolo 1 per un’analisi ulteriore.





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