Tipologia b redazione di un saggio breve o di un articolo di giornale



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02.02.2018
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Prova d'esame 1
TIPOLOGIA B - REDAZIONE DI UN SAGGIO BREVE O DI UN ARTICOLO DI GIORNALE

Sviluppa l'argomento scelto o in forma di saggio breve o di articolo di giornale, utilizzando i documenti e i dati che lo corredano e facendo riferimento alle tue conoscenze ed esperienze di studio. Da' un titolo alla tua trattazione. Se scegli la forma del saggio breve, indica la destinazione editoriale. Se scegli la forma dell'articolo di giornale, indica il tipo di giornale sul quale ipotizzi la pubblicazione. Per attualizzare l'argomento, puoi riferirti a circostanze immaginarie o reali (mostre, anniversari, convegni o eventi di rilievo). Non superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.


1. AMBITO ARTISTICO-LETTERARIO
La rappresentazione delle rivolte popolari nella narrativa verghiana
DOCUMENTO I

Nel villaggio successe una casa del diavolo quando volevano mettere il dazio sulla pece. La Zuppidda, colla schiuma alla bocca, salì sul ballatoio, e si mise a predicare ch'era un'altra bricconata di don Silvestro, il quale voleva rovinare il paese, perché non l'avevano voluto per marito: non lo volevano nemmeno per compagno alla processione, quel cristiano, né lei né sua figlia! Comare Venera, quando parlava del marito che doveva prendere sua figlia, pareva che la sposa fosse lei. Mastro Turi avrebbe chiuso bottega, diceva, ma voleva vedere poi come avrebbe fatto la gente a mettere le barche in mare, che si sarebbero mangiati per pane gli uni cogli altri. Allora le comari si affacciarono sull'uscio colle conocchie in mano a sbraitare che volevano ammazzarli tutti, quelli delle tasse, e volevano dar fuoco alle loro cartacce, e alla casa dove le tenevano. Gli uomini, come tornavano dal mare, lasciavano gli arnesi ad asciugare, e stavano a guardare dalla finestra la rivoluzione che facevano le mogli.

- Tutto perché è tornato 'Ntoni di padron 'Ntoni, seguitava comare Venera, ed è sempre là, dietro le gonnelle di mia figlia. - Ora gli danno noia le corna, a don Silvestro. Infine se non lo vogliamo, cosa pretende? Mia figlia è roba mia, e possa darla a chi mi pare e piace. Gli ho detto di no chiaro e tondo a mastro Callà, quand'è venuto a fare l'ambasciata in persona, l'ha visto anche lo zio Santoro. Don Silvestro gli fa fare quel che vuole, a quel Giufà del sindaco; ma io me ne infischio del sindaco e del segretario. Ora cercano di farci chiudere bottega perché non mi lascio mangiare il fatto mio da questo e da quello! Che razza di cristiani, eh? perché non l'aumentano sul vino il loro dazio? o sulla carne, che nessuno ne mangia? ma questo non piace a massaro Filippo, per amore della Santuzza, che sono in peccato mortale tutto e due, e lei porta l'abitino di Figlia di Maria per nascondere le sue porcherie, e quel becco dello zio Santoro non vede nulla. Ognuno tira l'acqua al suo mulino, come compare Naso, che è più grasso dei suoi maiali! Belle teste che abbiamo! Ora vogliamo fargli la festa a tutte coteste teste di pesce della malannata.

Mastro Turi Zuppiddu si dimenava sul ballatoio colla malabestia e il patarasso in pugno, che voleva far sangue, e non l'avrebbero trattenuto nemmen colle catene. La bile andava gonfiandosi da un uscio all'altro come le onde del mare in burrasca. Don Franco si fregava le mani, col cappellaccio in capo, e diceva che il popolo levava la testa; e come vedeva passare don Michele, colla pistola appesa sulla pancia, gli rideva sul naso. Anche gli uomini, a poco a poco, s'erano lasciati riscaldare dalle loro donne, e si cercavano l'un l'altro per mettersi in collera; e perdevano la giornata a stare in piazza colle mani sotto le ascelle, e la bocca aperta, ad ascoltare il farmacista il quale predicava sottovoce, perché non udisse sua moglie che era di sopra, di fare la rivoluzione, se non erano minchioni, e non badare al dazio del sale o al dazio della pece, ma casa nuova bisognava fare, e il popolo aveva ad essere re. Invece certuni torcevano il muso e gli voltavano le spalle, dicendo: - Il re vuol essere lui. Lo speziale è di quelli della rivoluzione, lui, per affamare la povera gente! E se ne andavano piuttosto all'osteria della Santuzza.



Giovanni Verga, I Malavoglia, Milano 1881, c. VII.
DOCUMENTO II

Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: - Viva la libertà! - Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.

- A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! - Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. - A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima! - A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! - A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! - A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno! - E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! - Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli! -

Giovanni Verga, Vita dei campi, Libertà, Milano 1880.
DOCUMENTO III

C'era un gran fermento in paese. S'aspettavano le notizie di Palermo. Bomma che teneva cattedra nella farmacia, e Ciolla che sbraitava di qua e di là. Degli arruffapopolo stuzzicavano anche i villani con certi discorsi che facevano spalancare loro gli occhi: Le terre del comune che uscivano di casa Zacco dopo quarant'anni... un prezzo che non s'era mai visto l'eguale!... Quel mastro-don Gesualdo aveva le mani troppo lunghe... Se avevano fatto salire le terre a quel prezzo voleva dire che c'era ancora da guadagnarci su!... Tutto sangue della povera gente! Roba del comune... Voleva dire che ciascuno ci aveva diritto!... Allora tanto valeva che ciascuno si pigliasse il suo pezzetto!

Fu una domenica, la festa dell'Assunta. La sera innanzi era arrivata una lettera da Palermo che mise fuoco alla polvere, quasi tutti l'avessero letta. Dallo spuntare del giorno si vide la Piazza Grande piena zeppa di villani: un brulichìo di berrette bianche; un brontolìo minaccioso. Fra Girolamo dei Mercenari, che era seduto all'ombra, insieme ad altri malintenzionati, sugli scalini dinanzi allo studio del notaro Neri, come vide passare il barone Zacco colla coda fra le gambe, gli mostrò la pistola che portava nel manicone.

- La vedete, signor barone?... Adesso è finito il tempo delle prepotenze!... D'ora innanzi siam tutti eguali!... - Correva pure la voce dei disegni che aveva fatto fra Girolamo: lasciar la tonaca nella cella, e pigliarsi una tenuta a Passaneto, e la figliuola di Margarone in moglie, la più giovane.

Il notaro ch'era venuto a levar dallo studio certe carte interessanti, dovette far di cappello a fra Girolamo per entrare: - Con permesso!... signori miei!... - Poi andò a raggiungere don Filippo Margarone nella piazzetta di Santa Teresa: - Sentite qua; ho da dirvi una parola!... - E lo prese per un braccio, avviandosi verso casa, seguitando a discorrere sottovoce. Don Filippo allibbiva ad ogni gesto che il notaro trinciava in aria; ma si ostinava a dir di no, giallo dalla paura. L'altro gli strinse forte il braccio, attraversando la viuzza della Masera per salire verso Sant'Antonio. - Li vedete? li sentite? Volete che ci piglino la mano, i villani, e ci facciano la festa? - La piazza, in fondo alla stradicciuola, sembrava un alveare di vespe in collera. Nanni l'Orbo, Pelagatti, altri mestatori, eccitatissimi, passavano da un crocchio all'altro, vociferando, gesticolando, sputando fiele. Gli avventori di mastro Titta si affacciavano ogni momento sull'uscio della bottega, colla saponata al mento. Nella farmacia di Bomma disputavasi colle mani negli occhi. Dirimpetto, sul marciapiede del Caffè dei Nobili, don Anselmo il cameriere aveva schierate al solito le seggiole al fresco; ma non c'era altri che il marchese Limòli, col bastone fra le gambe, il quale guardava tranquillamente la folla minacciosa.

- Cosa vogliono, don Anselmo? Che diavolo li piglia oggi? Lo sapete?

- Vogliono le terre del comune, signor marchese. Dicono che sinora ve le siete godute voialtri signori, e che adesso tocca a noi, perchè siamo tutti eguali.

- Padroni! padronissimi! Quanto a me non dico di no! Tutti eguali!... Portatemi un bicchier d'acqua, don Anselmo.

Di tanto in tanto dal Rosario o dalla via di San Giovanni partiva come un'ondata di gente, e un brontolìo più minaccioso, che si propagava in un baleno. Santo Motta allora usciva dall'osteria di Pecu-Pecu, e si metteva a vociare, colla mano sulla guancia:

- Le terre del comune!... Chi vuole le terre del comune!... Uno!... due!... tre!... - E terminava con una sghignazzata.

- Largo!... largo!... - La gente correva verso la Masera. Al disopra della folla si vide il baronello Rubiera colla frusta in aria, e la testa del suo cavallo che sbuffava spaventato. Il campiere che gli stava alle costole, armato sino ai denti, gridava come un ossesso: - Signor barone!... Questa non è giornata!... Oggi ci vuol prudenza!... - Dalla parte di Sant'Agata comparve un momento anche il signor Capitano, per intimorire la folla ammutinata colla sua presenza. Si piantò in cima alla scalinata, appoggiato alla canna d'India, don Liccio Papa dietro, che ammiccava al sole, con tanto di tracolla bianca attraverso la pancia. Ma vedendo quel mare di teste se la svignarono subito tutti e due. Alle finestre facevano capolino dei visi inquieti, dietro le invetriate, quasi piovesse. Il palazzo Sganci chiuso ermeticamente, e don Giuseppe Barabba appollaiato sull'abbaino. Lo stesso Bomma aveva sfrattato gli amici prima del solito, per timore dei vetri. Di tanto in tanto, nel terrazzo dei Margarone, al disopra dei tetti che si accavallavano verso il Castello, compariva la papalina e la faccia gialla di don Filippo. A mezzogiorno, appena suonò la messa grande, ciascuno se ne andò pei fatti suoi; e rimase solo a vociare Santo Motta, nella piazza deserta.

- Avete visto com'è andata a finire? - Ciolla corse a desinare lui pure. Don Liccio Papa, adesso che non c'era più nessuno, si fece vedere di nuovo per le vie, con la mano sulla sciaboletta, guardando fieramente gli usci chiusi. Infine entrò da Pecu-Pecu, e si posero a tavola con compare Santo.

- Avete visto com'è andata a finire? - Ciolla soleva desinare in fretta e in furia col cappello in testa e il bastone fra le gambe, per tornar subito in piazza a mangiar l'ultimo boccone, portandosi in tasca una manciata di lupini o di ceci abbrustoliti, d'inverno anche con lo scaldino sotto il tabarro, bighellonando, dicendo a ciascuno la sua, sputacchiando di qua e di là, seminando il terreno di bucce. - Avete visto com'è andata a finire? - Faceva la prima tappa dal calzolaio, poi dal caffettiere, appena apriva, senza prendere mai nulla, girava a seconda dell'ombra, d'inverno in senso inverso, cercando il sole. E le cose tornarono ad andare pel suo verso, al pari di Ciolla. Giacinto mise fuori i tavolini pei sorbetti, don Anselmo schierò le seggiole sul marciapiede del Caffè dei Nobili. Rimanevano le ultime nuvole del temporale: dei capannelli qua e là, dinanzi alla bottega di Pecu-Pecu e al Palazzo di Città; gente che guardava inquieta, curiosi che correvano e si affollavano al più piccolo rumore. Ma del resto ogni cosa aveva ripreso l'aspetto solito delle domeniche. L'arciprete Bugno che stava un'ora a leccare il sorbetto col cucchiarino; il marchese e gli altri nobili seduti in fila dinanzi al Caffè; Bomma predicando in mezzo al solito circolo, sull'uscio della farmacia; uno sciame di contadini un po' più in là, alla debita distanza; e ogni dieci minuti la vecchia berlina del barone Mèndola che scarrozzava la madre di lui, sorda come una talpa, dal Rosario a Santa Maria di Gesù: le orecchie pelose e stracche delle mule che ciondolavano fra la folla, il cocchiere rannicchiato a cassetta, colla frusta fra le gambe, accanto al cacciatore gallonato, colle calze di bucato che sembravano imbottite di noci, e le piume gialle del cappellone della baronessa che passavano e ripassavano su quell'ondeggiare di berrette bianche.

Tutt'a un tratto accadde un fuggi fuggi: una specie di rissa dinanzi all'osteria. Don Liccio Papa cercava d'arrestare Santo Motta, perchè aveva gridato la mattina; e il capitano l'incitava da lontano, brandendo la canna d'India: - Ferma! ferma!... la giustizia!

Ma Santo si liberò con uno spintone, e prese a correre verso Sant'Agata. La folla fischiava ed urlava dietro allo sbirro che tentava d'inseguirlo. - Ahi! ahi! - disse Bomma ch'era salito su di una sedia per vedere. - Se non rispettano più l'autorità!... - Tavuso gli fece segno di tacere, mettendosi l'indice attraverso la bocca. - Sentite qua, don Bastiano! - E si misero a discorrere sottovoce, tirandosi in disparte. Dalla Maddalena scendeva lemme lemme il notaro, col bastone dietro la schiena. Bomma cominciò a fargli dei segni da lontano; ma il notaro finse di non accorgersene; accennò al Capitano che s'avviava verso il Collegio, ed entrò in chiesa anche lui dalla porta piccola. Il Capitano passando dinanzi alla farmacia fulminò i libertini di un'occhiataccia, e borbottò, rivolto al principale:

- Badate che avete moglie e figliuoli!...

- Sangue di!... corpo di!... - voleva mettersi a sbraitare il farmacista. In quel momento suonava la campanella della benedizione, e quanti erano in piazza s'inginocchiarono. Poco dopo, Ciolla, che ingannava il tempo sgretolando delle fave abbrustolite, seduto dinanzi alla bottega del sorbettiere vide una cosa che gli fece drizzar le orecchie: il notaro Neri che usciva di chiesa insieme al canonico Lupi, e risalivano verso la Maddalena, passo passo, discorrendo sottovoce. Il notaro scrollava le spalle, guardando sottecchi di qua e di là. Ciolla tentò di unirsi a loro, ma essi lo piantarono lì. Bomma, da lontano, non li perdeva di vista dimenando il capo.

- Badate a quel che fate!... Pensate alla vostra pelle! - gli disse il Capitano passandogli di nuovo accanto.

- Becco!... - voleva gridargli dietro il farmacista. - Badate a voi piuttosto!... - Ma il dottore lo spinse dentro a forza. Ciolla era corso dietro al canonico e al notaro Neri per la via di San Sebastiano, e li vide ancora fermi sotto il voltone del Condotto, malgrado il gran puzzo, quasi al buio, che discorrevano sottovoce, gesticolando. Appena s'accorsero del Ciolla se la svignarono in fretta, l'uno di qua e l'altro di là. Il notaro continuò a salire per la stradicciuola sassosa, e il canonico scese apposta a rompicollo verso San Sebastiano, fermando il Ciolla come a caso.

- Quel notaro... me ne ha fatta una!... Aveva il consenso di massaro Sbrendola... un contratto bell'e buono... e ora dice che non si rammenta!

- Va là, va là, che non me la dai a bere! - mormorò Ciolla fra di sè, appena il canonico ebbe voltate le spalle. E corse subito alla farmacia:

- Gran cose c'è per aria! Cani e gatti vanno insieme! Gran cose si preparano! - Tavuso gonfiò le gote e non rispose. Lo speziale invece si lasciò scappare: - Lo so! lo so!

E si picchiò la mano aperta sulla bocca, fulminato dall'occhiata severa che gli saettò il dottore.

Giovanni Verga, Mastro-don Gesualdo, Milano 1889, II, 2.
DOCUMENTO IV

C'è un ulteriore livello al quale è possibile misurare l'alterità di questo mondo rispeoo all'altro, che turbina al di là: un livello, se si vuole, più segreto e reticente, più alluso che dichiarato, e che è possibile individuare in modo indiretto e per contrasto, in un più ampio quadro di riferimento. Mi riferisco alla tenuta, all'interna coesione e stabilità, che l'universo arcaico-rurale emblematizzato nei Malavoglia testimonia, pur in presenza di fermenti di tensione sociale, rispetto agli sconvolgimenti, al rombo di tempesta che provengono dalle aree urbane. Si direbbe che il microcosmo arcaico, pur insidiato da fermenti di crisi che filtrano dall'esterno, sia tuttavia immune dalla violenza delle tensioni che percorrono la società industriale. Si veda la scena della rivolta del villaggio per il dazio sulla pace, nella quale la rappresentazione dell'agitazione popolare, promossa e guidata dalle donne... appare stemperata e distanziata in un contrappunto di annotazioni riduttive, ironiche o sdrammatizzanti.



Vitilio Masiello, I "Malavoglia" e la letteratura della rivoluzione industriale, in I miti e la storia, Saggi su Foscolo e Verga, Napoli 1984.
DOCUMENTO V

Nel Mastro-don Gesualdo la delusione che Verga provava nel suo presente (cioé negli anni '70-'80) si riverbera molto all'indietro, fin sulle prime fodnazioni della nuova classe dirigente italiana... Mentre eroi romantici cospiravano in nome della libertà... i veri eroi della futura Italia unita salivano già dalle aje ai palazzi feudali decrepiti o si annidavano a trafficare nei magazzini, alle aste pubbliche, tra i beni demaniali. Compiuto il ciclo, assolti i mandati, quei miti (risorgimentali di libertà e unità) poterono essere accantonati, come alibi ormai inutili, per lasciare emergere dietro i travestimenti l'antica legge (l'economia dei campi) malamente fusa con la nuova (l'economia delle fabbriche e delle banche).



Giancarlo Mazzacurati, Introduzione a Verga, in G. Verga, Mastro-don Gesualdo, Torino 1992.
DOCUMENTO VI

Il paradosso, solo apparente a guardar bene, dell'arte verghiana sta in questo: che proprio il rifiuto della speranza populista e delle suggestioni socialiste porta lo scrittore siciliano alla rappresentazione più convincente che del mondo popolare sia stata data in Italia durante tutto l'Ottocento. Non è dunque opera del caso la grandezza di Verga... Se volessimo scegliere la strada di un giudizio immaginoso, diremmo che il borghese Verga rifiuta la tazza del consolo che la borghesia è sempre così pronta ad apprestarsi quando s'avvicina al cosiddetto problema sociale; alla protesta e alla speranza, categorie molto dubbie sul piano ideologico e letterario, perché presuppongono fatalmente una posizione subalterna in chi le esprime, egli preferisce la conoscenza e la consapevolezza. Il rifiuto di un'ideologia progressista costituisce la fonte, non il limite della riuscita verghiana.



Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo, Roma 1965.
2. AMBITO SOCIO-ECONOMICO
I giovani in famiglia e nella società
DOCUMENTO I

Più o meno consapevolmente, quando ci chiediamo se vi sia un futuro per i giovani d'oggi, intendiamo il termine «futuro» in un senso più profondo della semplice determinazione temporale: esso designa per noi non soltanto ciò che accade dopo oggi, ma soprattutto ciò che può accadere di nuovo e di migliore rispetto ad oggi. Attendere il futuro, prepararsi al futuro, interrogarsi sul futuro, implica sempre un giudizio, un'interpretazione del presente: futuro non è, propriamente, la ripetizione del presente, ma la sua innovazione in senso positivo, almeno per quegli aspetti per cui il presente è sinonimo di monotonia, di banalità, di grigiore, di insoddisfazione.

Uno dei motivi più immediati e più pressanti di sfiducia concerne la prospettiva dell'inserimento giovanile nel mondo dei lavoro. Una riflessione sulla condizione giovanile attuale deve, innanzitutto, prendere atto di un dato incontestabile: tutta una serie di congiunture economiche, a livello nazionale e mondiale, ha portato ad un quadro occupazionale allarmante. «Non sono cifre tratte dal cappello di un prestigiatore: nei prossimi vent'anni la disoccupazione rimarrà uno dei più gravi problemi del mondo; sarà necessario creare un miliardo di posti di lavoro, e di questo miliardo l'81% nei Paesi in via di sviluppo»: così, recentemente, si esprimeva il Direttore generale dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL).

Augusto Cavadi, Un futuro per i giovani?, Nuova secondaria n. 5, 1986.
DOCUMENTO II

Incapaci di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d'onda dei figli, i genitori minimizzano e dimostrano di non voler credere alle proporzioni che i figli vorrebbero dare ai loro problemi.(...) A rendere difficile il dialogo, sono soprattutto il divario generazionale e culturale, l'incapacità di ascoltare, il predominio dei mass-media nella vita familiare. Lo sbalzo di età si manifesta in diversità di opinioni e interessi in contrapposti atteggiamenti verso la vita e la società. È l'eterna lotta fra chi vuole far valere il bagaglio della propria esperienza e chi vuole camminare da solo, a costo di ruzzolare e scivolare lungo il percorso. Gli uni dimenticano che a loro tempo hanno scalpitato e invocato autonomia, gli altri, impazienti, non riconoscono valore a una esperienza che per loro sa di muffa.

Lo scontro generazionale si traduce inevitabilmente in una contrapposizione culturale, di mentalità. «I genitori, avendo vissuto condizioni di vita diverse - scrivono Fiorella e Lina, due sorelle del Trentino - non sono rimasti al passo con i tempi, la loro mentalità un po' quadrata non si è lasciata penetrare da tutti i cambiamenti ideologici e dallo sviluppo industriale di quest’ultimo decennio, giudicano il comportamento dei giovani in maniera abbastanza superficiale e condannano senza cercare di capire». La difficoltà di capire il mondo d'oggi e il nuovo modo di vivere dei figli rende i genitori pessimisti e apprensivi. (...) I genitori, in un tentativo di giustificazione, si nascondono dietro il paravento dell’amore e dell'affetto. Sostengono che ogni presa di posizione nasce da preoccupazione e si ispira al desiderio di costruire la felicità dei giovani. Ma è proprio questa tutela che i figli non sopportano.

Sergio Giordani, Dimensioni nuove 1983.
DOCUMENTO III

Oggi lo scenario sta cambiando rapidamente, e anche violentemente, specie all'interno di quel complicato universo che si chiama convivenza familiare. Ma niente drammi: ora il mutamento nel rapporto genitori-figli non conosce (o quasi) l'antica contestazione generale che si traduceva in mutismi e incomprensioni, scenate e separazioni. La cosiddetta «generazione dei senza padri» è tramontata; adesso i figli - adolescenti o già adulti - riscoprono l'amore per i genitori, con la consapevolezza di doversi confrontare con un sentimento difficile, eppure essenziale, una conquista fatta anche di frustrazioni e provvisorie sconfitte, senza la quale, però, tutte le altre relazioni umane (siano esse sessuali, affettive o sociali) non potrebbero esprimersi compiutamente. (...) Essere padri e madri oggi significa abbandonare le certezze e avere un unico segreto pedagogico: la sperimentazione quotidiana, basata sulla consapevolezza dei propri errori e di qualche, forse insignificante, successo.



Marisa Rusconi, L'Espresso, giugno 1985.
3. AMBITO STORICO-POLITICO


La modernizzazione è un fenomeno che muta i caratteri della produzione e dei consumi, imprimendo nuovi ritmi e caratteri alla società e alla cultura occidentale del XX secolo.
DOCUMENTO I

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Auguste Renoir, Moulin de la Galette, 1876. Museo d'Orsay, Parigi.


Renoir, come tutti gli impressionisti ama il movimento, perché il nostro esistere è un trapasso spazio-temporale: e il ballo, con le coppie variamente atteggiate, che seguono un ritmo uguale per tutte, spostandosi da un luogo all'altro, è costituito dal movimento. Ma più di tutti gli impressionisti Renoir ama la vitalità e l'animazione dei gruppi: e questo quadro esprime appunto lo slancio vitale nel concatenamento mobile delle figure poste in profondità e lateralmente. La rappresentazione, priva di sostegni prospettici e di equilibri plastici, si regge sul gioioso ondeggiamento della luce che spiove dal fogliame degli alberi sovrastanti e tocca, qua e là, gli oggetti e le persone, determinando macchie luminose; oppure si riflette dal basso verso i visi, quando incontra le stoffe di seta delle figure femminili. Il quadro intende cogliere non un solo attimo di vita e di divertimento, ma piuttosto vuole essere la sintesi dei molteplici momenti della vita di gruppo nel suo ciclico riprodursi. «Trattare un soggetto per i toni e non per il soggetto stesso, ecco ciò che distingue gli impressionisti dagli altri pittori», dirà Georges Rivière (1877), mettendo in luce la novità linguistica di un'opera da lui definita «un monumento alla vita parigina».

DOCUMENTO II



La nostra epoca non è meno ricca di temi sublimi di quella precedente [...] Ho osservato che la maggioranza degli artisti che hanno condannato i soggetti moderni si sono accontentati di soggetti pubblici e ufficiali [...] Ci sono invece dei soggetti privati che sono molto più eroici di quelli pubblici. Lo spettacolo della vita alla moda e le migliaia di esseri - criminali e mantenute - che galleggiano alla deriva nei bassifondi di una grande città. [...] La vita della nostra città è piena di spunti poetici e meravigliosi: ne siamo avvolti, vi siamo immersi come in una meravigliosa atmosfera, ma non ce ne accorgiamo».

Charles Baudelaire, Dell'eroismo della vita moderna, Parigi 1846.

 

DOCUMENTO III



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I grandi magazzini Printemps in una foto di fine '800 e la costruzione della Tour Eiffel nel 1888

   
Nella seconda metà dell'Ottocento il positivismo rappresenta l'elaborazione ideologica di una borghesia industriale e progressiva per cui, in particolare in Inghilterra, ma anche nel resto d'Europa, trova corrispondenze con l'affermazione del pensiero economico del liberismo. È in questa fase che il positivismo, messa da parte la filosofia idealistica considerata come un'inutile astrazione metafisica, si caratterizza per la fiducia nel progresso scientifico e per il tentativo di applicare il metodo scientifico a tutte le sfere della conoscenza e della vita umana.

Sarà la crisi economica degli anni '70 a mettere in crisi tale modello culturale e ad aprire il lungo periodo di competizione economica e politica tra le maggiori potenze europee che approderà al primo conflitto mondiale. All'ottimismo della prima metà dell'Ottocento subentreranno le politiche protezionistiche di fine secolo, che segneranno il tentativo degli stati di proteggere le loro deboli economie dalla concorrenza degli altri stati. E' in questa fase che si sviluppano anche politiche imperialistiche e colonialistiche.
DOCUMENTO IV

La civiltà è il benessere, e in fondo ad esso, quand'è esclusivo come oggi, non ci troverete altro, se avete il coraggio e la buona fede di seguire la logica, che il godimento materiale. In tutta la serietà di cui siamo invasi, e nell'antipatia per tutto ciò che non è positivo - mettiamo pure l'arte scioperata - non c'è infine che la tavola e la donna. Viviamo in un'atmosfera di Banche e di imprese industriali, e la febbre dei piaceri è l'esuberanza di tal vita.   Non accusate l'arte, che ha il solo torto di aver più cuore di voi, e di piangere per voi i dolori dei vostri piaceri.  Non predicate la moralità, voi che ne avete soltanto per  chiudere gli occhi sullo spettacolo delle miserie che create, - voi che vi meravigliate come altri possa lasciare  il cuore e l'onore là dove voi non lasciate che la borsa, - voi che fate scricchiolare allegramente i vostri stivalini inverniciati dove folleggiano ebbrezze amare, o gemono dolori sconosciuti, che l'arte raccoglie e che vi getta in  faccia.



Giovanni Verga, Eva, prefazione, Milano 1873.


DOCUMENTO V

La seconda rivoluzione industriale è il processo di sviluppo industriale attuato nella seconda metà dell'Ottocento. L'acciaio permise nuove soluzioni nel campo della meccanica e il cemento armato, nel 1870, in quello delle costruzioni. Nel corso dell’Ottocento il paesaggio economico dell’Europa si presenta piuttosto differenziato. Rivoluzione industriale e meccanizzazione dei processi produttivi sono da tempo patrimonio dell’Inghilterra e anche della Francia, che disponeva fin dai primi decenni del secolo di prospere attività manifatturiere. Attorno alla metà dell’Ottocento il processo di industrializzazione si è decisamente affermato in Germania, soprattutto a Berlino, dove sorgono numerosi complessi siderurgici. In Austria la produzione industriale decolla in Boemia e nella regione di Vienna. Alla fine del secolo l’Europa centro-settentrionale appare nel pieno della seconda rivoluzione industriale, mentre Italia, Russia e Spagna sono ancora legate ad un'economia prevalentemente agricola. Lo stesso modo di produrre nei primi del Novecento mutò a fondo: accanto a macchine sempre più evolute sul piano tecnico e integrate con i processi produttivi, in grado di prendere il posto dell'operaio, comparve la catena di montaggio: una  lavoro difficile, come costruire un'auto, veniva ora diviso in tante piccoli semplici mansioni, che anche un operaio non specializzato sapeva svolgere.



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Ford, Detroit, Due immagini della catena di montaggio per la produzione della Ford "modello T", 1908
DOCUMENTO VI

A partire dai primi decenni del Novecento, si è assistito all' estendersi quantitativo e al farsi progressivamente indistinta la condizione degli strati sociali medi e inferiori, che sono venuti assumendo tratti culturali e modelli comportamentali tipici delle masse. E' nata la cosiddetta società di massa, che troverà forme di partecipazione politica nei moderni partiti di massa (legati all'ideologia socialista e al pensiero cattolico). La loro affermazione è stata favorita dal forte aumento demografico, dalla concentrazione della popolazione in territori urbano-metropolitani, dalla diffusione della scolarità in strati sociali prima esclusi, dall'accesso universale al voto e dall'estendersi della partecipazione politica. Inoltre queste società sulla via della modernizzazione sono caratterizzate da una produzione industriale standardizzata e alla ricerca di vasti mercati di consumo, dall'avvento infine di sistemi di comunicazione di massa. Emerge tra gli altri il problema della possibilità di manipolazione dell'opinione pubblica, orientando i comportamenti sociali e le abitudini di consumo, enormemente accresciute dalla disponibilità di sempre più potenti e influenti mezzi di comunicazione, la stampa e la televisione in primo luogo.



testo informativo tratto dal sito wikipedia, sotto la voce "Novecento italiano".


DOCUMENTO VII

La ripresa del socialismo europeo dopo il 1860 fu dovuta all'opera di Ferdinand Lassalle in Germania (che promosse l'Associazione generale degli operai tedeschi) e dalla fondazione dell'Associazione internazionale dei lavoratori (prima Internazionale, Londra 1864), sorta come organismo di collegamento tra gli operai inglesi e francesi ed entrata in crisi con la repressione della Comune di Parigi nel 1871 e quindi scioltasi nel 1876. Il paese decisivo per l'affermazione della versione del socialismo di Marx ed Engels fu la Germania, il cui Partito socialdemocratico (1875), perseguitato da Bismarck fino al 1890, costituì da allora fino alla prima guerra mondiale il punto di riferimento per i socialisti europei grazie alla sua organizzazione e all'intensità del dibattito teorico. Nell'ultimo quarto dell'Ottocento si diffusero i partiti socialisti di ispirazione genericamente marxista. In Italia, l'egemonia di Mazzini nel movimento democratico fu scalzata dagli anarchici, ma l'influenza bakuniniana declinò di fronte agli insuccessi degli anni settanta e lasciò posto a gruppi che si indirizzarono verso la creazione di un Partito socialista (1892).



Paolo Viola, Manuale di storia contemporanea, Milano 2003.
DOCUMENTO VIII

http://www.roberto-crosio.net/didattica_in_rete/5_ita_8.jpg
Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato, 1901. Galleria d'Arte Moderna, Milano.

4. AMBITO TECNICO-SCIENTIFICO
Gli scarti nelle società industriali e i rischi che corriamo. Che fare davanti ai problemi di smaltimento
DOCUMENTO I

Non si tratta solo del danno ambientale che certi rifiuti, a cominciare da quelli radioattivi, producono. È che un modo di intendere la civiltà è entrato in crisi. E ci coinvolge tutti. Occorre perciò capire qual è il grado di responsabilità che abbiamo e che cosa fare senza dover rinunciare ai lati positivi del progresso.



Piergiorgio Odifreddi, Scorie: l'Occidente sommerso dai rifiuti del benessere, Diario di Repubblica, 26 novembre 2003.
DOCUMENTO II

Ha senso che sia coinvolta la pubblica opinione in faccende tecniche, come l’ubicazione delle scorie nucleari? «Certo! Il pubblico deve poter decidere su una serie di problemi che hanno implicazioni scientifiche e tecnologiche, dalle scorie alla clonazione. Ma per fare questo deve avere un minimo di conoscenza scientifica di base, per poter discernere i pareri degli esperti che le varie parti non hanno difficoltà a esibire, a favore o contro qualunque posizione ». Sta dicendo che l’alfabetizzazione scientifica è cruciale? «Sì. Ma in Italia credo che possiate lavorarci solo nelle scuole inferiori e superiori, per come è organizzato il vostro sistema scolastico”.



Intervista di Piergiorgio Odifreddi al premio Nobel per la Chimica Roald Offmann, Matematica newsletter, Bocconi, Milano.
DOCUMENTO III

Una risposta adeguata al problema tecnico delle scorie nucleari non esiste né in Russia né in altri paesi. È, questo, uno degli ostacoli principali allo sviluppo dell’industria atomica in tutto il mondo. Se da un lato le scorie debolmente o mediamente attive possono in qualche modo essere isolate con un certo margine di sicurezza per alcuni decenni (cioè per quel lasso di tempo necessario a indebolire la loro radioattività fino a ordini di grandezza non più pericolosi, grazie a una serie di processi naturali), ciò è impossibile per quanto riguarda le scorie altamente attive e durature, innanzi tutto quelle del plutonio il cui periodo di semidisgregazione raggiunge i 24 mila anni. In nessun posto, né negli Stati Uniti né in Gran Bretagna e neppure in Francia o da noi in Russia si è riusciti a organizzare depositi centralizzati: troppo difficile si è infatti rivelata l’individuazione di formazioni geologiche capaci di garantire un prevedibile margine di stabilità per un periodo di migliaia di anni durante i quali sarà necessario conservare le scorie. La verità è che al momento il problema della conservazione delle scorie nucleari viene risolto in un modo molto pericoloso: con i depositi temporanei nei pressi delle centrali atomiche. Questo è pericoloso per due motivi: i depositi, non protetti da strutture di isolamento perfette come quelle dei reattori nucleari, rappresentano un’irresistibile tentazione per i terroristi. Inoltre, le scorie possono essere utilizzate per estrarre plutonio e costruire delle bombe atomiche primitive, ma perfettamente funzionanti.



Aleksej Jablokov, Vi racconto quel che accade da noi in Russia, Diario di Repubblica, 26 novembre 2003.
DOCUMENTO IV

Il programma italiano dell’energia atomica, già defunto da 16 anni per volontà popolare, ci lascia 53 mila metri cubi di rifiuti nucleari. Altri 2.000 metri cubi di residui radioattivi provengono da ospedali, industrie, laboratori scientifici. Anche se riuscissimo a risolvere in maniera soddisfacente il loro stoccaggio, a pochi chilometri dal nostro confine la proliferazione del combustibile radioattivo procede inarrestabile. La sola Francia crea ogni anno altri 25.000 metri cubi di residui nucleari, di cui 4.000 metri cubi di scorie .a lunga vita.. Scienziati e governi hanno un bell’insistere sull’assoluta sicurezza dei procedimenti di stoccaggio, la paura della gente è irrazionale e sensata al tempo stesso.



Federico Rampini, Viaggio a Spazzolandia tra gli scarti infiniti, Diario di Repubblica, 26 novembre 2003.
DOCUMENTO V

La popolazione del pianeta è triplicata in due secoli, ma la produzione e i consumi materiali sono sestuplicati negli ultimi cinquant’ anni. Nonostante questo continuiamo a comportarci come se il pianeta avesse una capienza infinita per assorbire i resti del nostro banchetto tossico. Ogni italiano, in ogni anno della propria vita, fabbrica. in media 600 kg solo di spazzatura casalinga: di cui 50 kg all’anno di plastiche, 20 kg di metalli, 30 kg di prodotti velenosi non combustibili, 60 kg di vetro (riciclabile, ma con alto consumo di energia e quindi inquinamento). Questi sono solo i rifiuti solidi urbani che escono dalle nostre case, cioè l’ultimo anello di una catena di immondizie più lunga. Bisogna aggiungerci i rifiuti industriali, che in una grande nazione europea come l’Italia si aggirano sui 100 milioni di tonnellate l’anno.



Federico Rampini, Viaggio a Spazzolandia tra gli scarti infiniti, Diario di Repubblica, 26 novembre 2003.
DOCUMENTO VI

L’illusione che l’elettronica sia verde in parte deriva dal fatto che molta produzione fisica è stata spostata nel Terzo mondo. Cina e India, Indonesia e Malaysia, sono anche i paesi dove i paesi occidentali di preferenza mandano a morire i vecchi computer, videoregistratori, televisori, frigoriferi, telefonini: altre montagne di ferraglia che salgono all’orizzonte. Le discariche di scorie tossiche che allontaniamo dalla nostra vista, insieme con i rifiuti prodotti dal vigoroso boom economico delle nuove potenze emergenti, ci rimandano indietro invisibili regali velenosi: il mercurio e il piombo, i pesticidi e i diserbanti finiscono nelle grandi vasche della piscicoltura cinese, da cui importiamo pesce surgelato in quantità.



Federico Rampini, Viaggio a Spazzolandia tra gli scarti infiniti, Diario di Repubblica, 26 novembre 2003.
DOCUMENTO VII

Dall’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki che chiuse la seconda guerra mondiale, alla catastrofe della centrale di Cernobyl che segnò l’inizio della fine della guerra fredda, l’energia dell’atomo ha ispirato alcuni dei peggiori incubi del XX secolo. Quelle paure si trasferiscono ad ogni residuo radioattivo che la tecnologia nucleare ci lascia. Gli scienziati spiegano che la confusione è irresponsabile, che è errato accostare nucleare civile e bellico. Ma gli stessi governi occidentali alimentano la paura quando denunciano l’uso duale delle centrali in Iran o in Corea del Nord, lasciando intendere che il confine non è poi così netto.



Federico Rampini, Viaggio a Spazzolandia tra gli scarti infiniti, Diario di Repubblica, 26 novembre 2003.
DOCUMENTO VIII

La raccolta differenziata dei rifiuti ha cominciato a prender piede quando le comunità locali hanno deciso di opporsi alle discariche e agli inceneritori. Per certi versi si è forse andati troppo oltre nell’opporsi a questi impianti. Ma le ragioni delle rivolte popolari non seguono la ragione dei tecnici di laboratorio. Per altri versi, tuttavia, si è ancora troppo indietro. Perché il problema non è il modo migliore di smaltire le scorie nucleari, industriali o urbane che siano ma quello di non produrle più: di programmare i processi produttivi e il consumo in modo che quello che è scarto per un’impresa o per una famiglia sia fin dall’inizio l’input di un nuovo processo economico. E di non produrre quello che non può essere input per nient’altro (o solo per la produzione di armi di distruzione di massa). Come fa la natura.



Guido Viale, La storia di Madre Terra dissacrata dal dio Plutonio, Diario di Repubblica, 26 novembre 2003.
DOCUMENTO IX

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Le città continue, 5

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall'involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall'ultimo modello d'apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d'ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d'imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero, come dicono, il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l'espellere, l'allontanare da sé, il mondarsi d'una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell'esistenza di ieri è circondato d'un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s'espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l'imponenza del gettito aumenta e le cataste s'innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E` una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d'ieri che s'ammucchiano sulle spazzature dell'altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell'estremo crinale, immondezzai d'altre città, che anch'esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta.



Italo Calvino, Le città invisibili, Milano 1993.
DOCUMENTO X

Le finalità e i temi del movimento ambientalista si sono gradualmente staccati dalle occasioni concrete e dalle istanze individuali, in ultima analisi facilmente soddisfacibili, approdando ad una protesta generale contro le condizioni e i presupposti dell’industrializzazione medesima. Le occasioni della protesta non sono più esclusivamente casi particolari, minacce visibili e riconducibili ad aggressioni all’ambiente chiaramente imputabili (fuoriuscite di petrolio, inquinamento dei fiumi con gli scarichi industriali, ecc.). Al centro dell’attenzione stanno sempre più le minacce che per i profani non sono né visibili né tangibili, minacce che talvolta non si traducono in atto nel corso della vita di chi le percepisce, ma solo nella generazione successiva. Per quanto ciò possa suonare paradossale, nel movimento ecologista così scientifizzato le occasioni e i temi della protesta sono diventati largamente indipendenti dai promotori della protesta, i profani coinvolti.



Ulrich Beck, Che cos'è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, Roma 1999.
TIPOLOGIA C - TEMA DI ARGOMENTO STORICO

Imperialismo e colonialismo: due fenomeni che contrassegnano la fine del XIX secolo e l'inizio del XX secolo, fino a sfociare nel drammatico conflitto mondiale. Quali le cause di questi fenomeni e le conseguenze di medio e lungo periodo?


TIPOLOGIA D - TEMA DI ORDINE GENERALE

La sempre viva attenzione che i mass media e le istituzioni rivolgono alle differenti situazioni che possono essere teatro di piccole e grandi violenze pubbliche e private (violenze domestiche nei confronti dei minori, molestie sessuali, nonnismo nelle caserme, violenza negli stadi ecc.) trasmette un quadro preoccupante della società nella quale viviamo, così attenta a sancire con leggi e decreti ogni forma di rispetto della privacy di ogni cittadino e del complicato sistema dei suoi diritti/ doveri, ma a volte così impotente a gestire una realtà che troppo spesso sfugge ad ogni forma di controllo. Si ragioni su questo fenomeno, con particolare attenzione alle cause che generano tali violenze e le ragioni per le quali è così difficile controllarle, perseguirle e ancor di più prevenirle.


Durata massima della prova: 6 ore

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