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REVUE INTERNATIONALE DE SOCIOLOGIE

Série IIe – Vol. VII – n. 2 – 1ère Partie – Août 1971

PAOLO SYLOS LABINI


Considerazioni sul «capitale monopolistico»


ROME 1971

Actes du XXII Congrès


de l’Institut International de Sociologie

Rome, 15-21 Septembre 1969

Mi limiterò a esprimere quattro osservazioni sulle relazioni di Paul Sweezy e di Alessandro Pizzorno, facendo particolare riferimento al libro di Baran e Sweezy sul «Capitale monopolistico».

A proposito della «razionalità» dei bisogni e del comportamento, di cui parlano Baran e Sweezy nell’opera sul capitale monopolistico, vorrei richiamare due celebri passi della Ricchezza delle nazioni, nel quale Adamo Smith pone in contrasto il comportamento dei signori feudali con quello dei «mercanti» o «borghesi» nei seguenti termini:

«Avendo venduto il loro diritto di primogenitura, non come Esaù per un piatto di lenticchie in un momento di fame e di necessità, ma nei bagordi dell’abbondanza, per cose frivole e di lusso, meglio adatte ad essere trastulli di fanciulli che oggetti seri di uomini, [i proprietari terrieri di origine feudale] divennero altrettanto insignificanti quanto un qualsiasi borghese o artigiano benestante di una città».

«Una rivoluzione della massima importanza per la pubblica felicità fu in tal modo provocata da due diverse categorie di uomini, i quali non avevano la menoma intenzione di servire la cosa pubblica. Soddisfare la più puerile vanità era l’unico movente dei grandi proprietari. I mercanti e gli artigiani, molto meno ridicoli, agivano unicamente in vista del proprio interesse, ed in conseguenza del principio tipico di chi sta in commercio, di cavare un soldo ovunque un soldo può essere guadagnato, Né gli uni né gli altri ebbero cognizione o previsione della grande rivoluzione che la stoltezza degli uni e l’industriosità degli altri stavano gradualmente provocando».

Smith attribuisce la crescente dissipazione e le crescenti spese a ostentazione della classe alle crescenti possibilità di acquistare merci di lusso, che solleticavano la vanità dei grandi proprietari di origine feudale, possibilità aperte dal commercio estero e dall’impianto di manifatture. Con quelle osservazioni Smith mette in evidenza uno degli aspetti della crescente «stoltezza» della declinante classe dei signori feudali e pone in rilievo la funzione storica della «industriosità» della nuova classe in ascesa. Il padre della teoria economica moderna, dunque, vede la «razionalità» in termini storici, non come un’idea astratta. Per lo sviluppo produttivo, che ha portato una larga fetta dell’umanità da un livello di vita miserabile a livelli di elevata produzione e di alta produttività, era certo profondamente «razionale» il comportamento dei «borghesi», completamente dediti (allora) ad accumulare. Questo comportamento ha portato la borghesia a divenire la classe economicamente e politicamente dominante in numerosi paesi, ma non in altri. In certi paesi europei, per esempio, ed anche in certe regioni, come le regioni del Mezzogiorno italiano, la borghesia si è sviluppata in misura limitata e, per un lungo tempo almeno, è rimasta succube dello schema di valori e del tipo feudale di comportamento. La massima aspirazione di molti borghesi, in queste regioni, era quella di divenire proprietari terrieri e di prendere il posto, anche socialmente, dei signori feudali – spesso, come ricorda Benedetto Croce nella sua Storia del Regno di Napoli, con un cambiamento in peggio, almeno in un primo tempo, poiché i nuovi proprietari emulavano gli antichi baroni nella sola prepotenza e non introducevano un meccanismo nuovo – quello dell’accumulazione, In altri termini, nelle regioni meridionali, la borghesia, almeno per un lungo periodo, non è riuscita a far valere un nuovo comportamento e una nuova «razionalità», ma è rimasta passiva imitatrice del comportamento delle vecchie classi.

Queste osservazioni credo possano essere utili anche oggi. Ci si deve chiedere: in contrasto col comportamento sempre più «irrazionale» e «frivolo» di una parte crescente della borghesia – gara nell’ostentazione dei beni materiali, sfoggio del lusso, corsa al danaro con ogni mezzo – è dato di osservare, in qualche classe o in qualche strato sociale, un comportamento più «progressivo», più «razionale», più «serio» – come dice Smith – un comportamento capace di mutare progressivamente il volto della società?

La risposta è ardua. È possibile che, costretti ad un più austero modo di vita, ampi strati di lavoratori riescano a far valer socialmente il loro comportamento, a porlo come modello; è possibile che, più «seri» nella vita e nell’attività politica, anche sotto l’aspetto organizzativo, riescano a imporsi politicamente. Ma è anche possibile che la stessa classe lavoratrice abbia la sorte, che, almeno per un lungo periodo, hanno avuto i borghesi dei Mezzogiorno italiano, ossia che progressivamente accettino in modo passivo i modelli di comportamento della «società dei consumi», che vengano quindi sempre più assorbiti o, come oggi si dice, «integrati» nella società borghese. Ed è possibile, infine, che, dopo un periodo anche lungo di stasi e di assorbimento, vi sia una qualche reazione, una ripresa di comportamento autonomo. Né si deve pensare solo alla classe lavoratrice o solo al così detto proletariato: tecnici, specialisti di vario tipo, impiegati, intellettuali possono essere o divenire attivi nel processo di mutamento.

Seconda osservazione. Oggi è di moda, specialmente fra i giovani, criticare i modelli di comportamento della borghesia; a volte le critiche sono serie – alle parole si accompagna un comportamento coerente e tenace –, ma non di rado si tratta solo di parole e di gazzarre passeggere e inconcludenti. Comunque sia, vorrei ricordare che questa così detta società borghese, questo così detto capitalismo – che è in continua evoluzione – è il prodotto di almeno cinque secoli di storia: i modelli di comportamento sono penetrati nel profondo della società; perfino le società dell’Est europeo sono spesso succubi, in larga misura, di quei modelli di comportamento e di quella eredità, nonostante le rotture rivoluzionarie e nonostante i regimi autoritari. Non si deve pensare che occorrano altri cinque secoli per cambiare quel che si è formato e affermato nei cinque secoli scorsi; ma chi vuol cambiare deve essere ben consapevole che il cammino è lungo e difficile. Si tratta di scalare una montagna, non una collinetta.

Infine, due osservazioni «tecniche», per così dire, sul libro di Baran e Sweezy.

La prima: nel capitolo ottavo essi parlano di una tendenza al ristagno nel capitalismo americano e vedono, come prima manifestazione di tale tendenza, la crisi del 1907. Credo che la tesi sia fondata, ma vada considerata in un orizzonte ben più vasto. Diversi anni fa, nel 1954, in un mio saggio cercai di dimostrare statisticamente che una tendenza verso una lenta ma progressiva flessione del saggio d’incremento del reddito nazionale è visibile a partire dagli ultimi due decenni del secolo scorso, da quando, cioè, è cominciato ad affermarsi il processo di concentrazione, col progressivo sviluppo delle società per azioni, dei trust e dei grandi complessi produttivi e finanziari. Nelle serie statistiche da me raccolte si osserva poi una «rottura» – un nuovo sensibile aumento del saggio di sviluppo – a partire dalla seconda guerra mondiale. Ritengo che, negli Stati Uniti, questa «rottura» sia da attribuire principalmente alle enormi spese pubbliche connesse prima con la guerra «calda» e poi con la guerra «fredda». Non sarei dogmatico e non direi che oggi è impossibile sostituire in gran parte le spese militari con spese civili; ma è certamente molto difficile: la sostituzione in ogni modo, comporterebbe una svolta radicale nella politica americana.

Ultima osservazione. Il libro di Baran e Sweezy riguarda il capitalismo americano: sarebbe importante procedere all’analisi di quello europeo. Anche i più avanzati paesi capitalistici europei si sono sviluppati in questo dopoguerra. Perché? Le spese militari penso abbiano avuto un ruolo secondario in questi paesi. Un ruolo più importante hanno avuto le spese pubbliche per investimenti e consumi. Ma il ruolo principale lo ha avuto l’espansione della domanda estera. Questo fatto è in armonia con la tesi, sulla quale mi permetto d’insistere da tempo, secondo cui le economie dei paesi capitalistici avanzati possono progredire, nelle condizioni odierne, purché spinte da stimoli esterni alle imprese private, come sono, appunto, le spese pubbliche o la domanda estera. A sua volta, la domanda estera è quasi continuamente cresciuta per almeno quattro motivi. In primo luogo, lo sviluppo economico degli Stati Uniti, senza il quale non sarebbe stato possibile quello degli altri paesi capitalistici (se si riconosce nelle spese militari la spinta principale dello sviluppo americano, si deve anche riconoscere che la prosperità europea e quindi anche la nostra prosperità di questo dopoguerra ha, in una certa misura, radici avvelenate). Il secondo motivo sta nella graduale formazione del Mercato comune europeo, che ha via via allargato lo spazio economico e stimolato le esportazioni incrociate dei paesi aderenti. Il terzo motivo sta in un certo aumento nella domanda di prodotti industriali da parte dei paesi del terzo mondo. Il quarto ed ultimo motivo sta nella crescente domanda di prodotti sul mercato mondiale da parte dei paesi a regime collettivistico.

Off-print from the

INTERNATIONAL REVIEW OF SOCIOLOGY

JOURNAL OF THE INTERNATIONAL INSTITUTE OF SOCIOLOGY

Proceedings of the XXII Congress


of the Institut International de Sociologie

Rome, Sept. 15-21 1969

Vol. III

II Series – Vol. VII – n. 2 – Part 1 – August 1971

PAOLO SYLOS LABINI


Considerazioni sul «capitale monopolistico»


ROME 1971








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