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LA PASQUA CRISTIANA

SI RIDESTI DI GIOIA LA TERRA

Domenica di Pasqua

Omelia

Milano - Duomo, 4 aprile 2010



Carissimi,

durante la grande Veglia pasquale la Chiesa ci ha introdotto nel giorno di Cristo risorto con uno stupendo canto di esultanza: Esultino i cori degli angeli, esulti l’assemblea celeste… Si ridesti di gioia la terra inondata da nuovo fulgore; le tenebre sono scomparse, messe in fuga dall’eterno Signore della luce (Preconio pasquale).

E’ così con una gioia grande che oggi celebriamo la Pasqua cristiana, riconoscendo l’immenso dono che ci ha fatto il Signore che, sconfiggendo la morte, ha spalancato a tutti noi le porte della vita, della vita eterna che non conosce tramonto.


Ho visto il Signore!

Il vangelo di Giovanni ora proclamato (20,11-18) ci mette di fronte, increduli e stupiti, alla novità assolutamente inedita e, per questo, sconvolgente della risurrezione.

Il brano si apre con il racconto della triste conclusione della vicenda di Gesù di Nazareth: il sabato è trascorso nel silenzio della sua sepoltura, con il crollo delle prospettive umane che si sono definitivamente chiuse in una sconsolata amarezza. Anche oggi, come allora, la tomba - per molti - segna la fine della vita.

Maria di Màgdala sta all’esterno del sepolcro a piangere sul corpo di Gesù. Nulla fa pensare che in lei ci sia un piccolo barlume di speranza di poterlo incontrare ancora vivo. Di più, all’improvviso, la donna si scopre privata persino del cadavere del suo Signore: non lo trova e non sa dove l’hanno posto. E così è scossa da nuovo sgomento.

Per la Maddalena la notte è ormai terminata, ma ella non si rende conto che è l’alba del “giorno ottavo”, l’inizio cioè della creazione nuova. Ma a Maria di Màgdala, che aveva visto Gesù morire sulla croce e l’aveva accompagnato nel momento estremo, è riservata una manifestazione speciale della luce divina: sono i “due angeli in bianche vesti” che le chiedono il motivo del suo pianto. Chiusa com’è nel suo dolore, si stupisce che qualcuno possa ignorarne la causa e non si riconosce visitata da una grazia speciale.

Gesù stesso, allora, si presenta e le ripropone la domanda: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. E ancora una volta Maria di Màgdala ribadisce il suo smarrimento; non riesce a identificare Colui che le sta davanti. E’ certa ormai di dover cercare Gesù tra i morti.

Le basta però sentire pronunciare il suo nome, “Maria”, per recuperare all’istante l’intimità con lui e per sentirsi “nuova” di dentro, pienamente rigenerata. Nella risposta “Rabbunì” – “Maestro mio” – la donna lascia trasparire tutta l’emozione per averlo ritrovato. Deve però imparare a entrare in una nuova modalità di relazione con il Signore e comprendere che il suo Maestro è ormai in una condizione del tutto diversa dalla precedente. Maria non può e non deve “trattenerlo”, perché non sarà più con la vicinanza corporea e sensibile che Gesù le sarà accanto, ma con la forza del suo Spirito.

Ora per la Maddalena c’è una missione da compiere. E’ chiamata ad annunciare ai discepoli la glorificazione di Cristo e la partecipazione dei credenti all’amore che da sempre unisce il Padre e il Figlio: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro. Dio mio e Dio vostro”.

Giunto ormai al termine della sua narrazione, l’evangelista Giovanni ci fa intuire che la fede pasquale di Maria si esprime nella forma della testimonianza nei confronti di altri. Il suo credere in Cristo risorto si mostra in maniera definitiva quando la donna annuncia di aver visto il “Signore”, identificando così Colui che ha incontrato nel giardino del sepolcro con il Kyrios, il Dio eterno: “Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: ‘Ho visto il Signore!’ e ciò che le aveva detto”.
A voi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto

Ma la risurrezione di Gesù, contenuto della Pasqua cristiana che stiamo celebrando, che cos’è: un desiderio, un’invenzione, qualcosa di astratto e di irreale? Oppure si tratta di un fatto concreto, storico, testimoniato, veramente accaduto, capace di esibire prove o comunque segni plausibili?

La risposta ci viene dall’apostolo Paolo che, in particolare nella sua Prima lettera ai Corinzi (15,3-10), ci riferisce che molti hanno avuto la stessa esperienza di Maria di Màgdala: il Risorto si è fatto incontrare; si è mostrato vivo a Cefa e poi ai Dodici, in seguito a più di cinquecento fratelli in una sola volta, inoltre a Giacomo e di nuovo a tutti gli Apostoli. Lo stesso Paolo ha ricevuto la grazia straordinaria di vederlo: “Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio”.

Paolo sente dunque l’urgenza di trasmettere il dono di quella fede che ha cambiato totalmente la sua esistenza. Scrive: “A voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto”. E nel suo messaggio ai cristiani di Corinto inserisce un piccolo “credo”, formulato probabilmente dalla Chiesa primitiva: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture”. Sì, sono poche parole, ma è l’essenziale per dire che la Pasqua di Gesù è il compimento delle profezie antiche e che su Gesù la morte non ha potuto prevalere.


La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo

Dopo aver rivissuto i giorni della passione del Signore e aver sostato presso la sua Croce in adorazione, oggi, con le parole di sant’Ambrogio, nostro patrono, vogliamo rinnovare la nostra fede in Cristo risorto e annunciare a tutti che “la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è annuale solennità per il mondo” (cfr. Liturgia ambrosiana delle ore).

La domenica di Pasqua non ci fa dimenticare il dramma della passione; la gioia della risurrezione non coincide con l’annullamento del venerdì santo; la storia di Gesù di Nazareth, con il suo carico di sofferenze e di umiliazioni, non può considerarsi come un incidente da superare.

Proprio alla luce del giorno della risurrezione possiamo guardare di nuovo alla croce e comprenderla in un modo più profondo; e insieme possiamo guardare anche alle nostre piccole o grandi croci per ritrovarvi la presenza viva del Signore che ci apre alla speranza. Nella liturgia d’oggi la nostra preghiera si fa canto: Morivo con te sulla croce, oggi con te rivivo. Con te dividevo la tomba, oggi con te risorgo. Donami la gioia del regno, Cristo mio Salvatore. Alleluia (Allo spezzare del pane).

Scopriamo in queste parole un aspetto originale del nostro rito ambrosiano. Nella Veglia pasquale e nel giorno di Pasqua la liturgia, proprio attraverso questo testo attribuito a san Giovanni Damasceno, viene sottolineato l’inseparabile legame tra la risurrezione di Cristo e la sua passione e morte. È proprio con una morte veramente beata – come tra poco proclamerà il prefazio d’oggi – che il Figlio di Dio restituisce gli uomini a libertà piena e perenne. In questo apparente paradosso è racchiuso il mistero della nostra fede. L’Autore della Vita (At 3,15), il Vivente (Ap 1,17), non ci ha salvato dalla morte rimanendone estraneo, non lasciandosi toccare da questa esperienza che è comune a tutti gli esseri umani. Al contrario, l’ha voluta liberamente assumere, accettando di consumarsi sul legno della croce, nell’abbandono fiducioso al Padre. Cristo ha raggiunto così ogni uomo, anche ciascuno di noi che, nella nostra misera condizione di peccato, avremmo continuato a considerare la morte solo come una crudeltà, una tragedia, una fine fatale. Con la sua morte liberamente accolta, il Signore Gesù ha mutato in radice, ha totalmente sconvolto questa prospettiva angosciante. Si è lasciato “distruggere” per affermare il primato dell’amore, che non pretende nulla per sé, ma si dona senza riserve, sino alla fine, inondando di luce la notte della nostra povera vita.

Il salmo 117, caro alla liturgia in questo giorno della risurrezione, proclama che “la pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo”. Sì, la nostra fede ci fa riconoscere nell’uomo dei dolori, reietto e disprezzato, il principio e il fondamento della nostra vita di credenti. In tal senso la salvezza consiste nell’assumere la Pasqua come ragione del nostro esistere, come regola dei nostri comportamenti: “si vince perdendo, si acquista donando, si vive morendo. Più una vita è segnata per amore da questo spreco di sé, delle proprie forze, delle proprie energie, più è caratterizzata dal morire a se stessi, più la vita è trasportata in un germoglio nuovo, incorruttibile” (cfr. O. Clément – M. I. Rupnik, Anche se muore vivrà, Lipa 2003, p. 59).

Le “pietre di scarto” dell’umanità, nelle quali quotidianamente ci imbattiamo, diventano così per noi un appello forte di Cristo stesso che ci chiede di rimanere accanto all’uomo ferito, deluso, oppresso, colpito dalle prove della vita, per far crescere il seme della speranza, per rischiarare le tenebre con la forza rasserenante della fede.
Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi

Ma è solo grazie al dono dello Spirito che siamo resi capaci di assumere nella nostra carne le sofferenze e le croci degli altri, per dire loro che l’ultima parola non spetta alla sconfitta, al fallimento, ma che alla luce della Pasqua l’esistenza viene trasfigurata, non è più un groviglio inestricabile di contraddizioni, ma si arricchisce di un senso nuovo e liberante.

Gesù sa che i suoi discepoli hanno bisogno di essere sostenuti nel cammino che li attende. Gli Atti degli Apostoli (1,1-8) raccontano che egli si mostra vivo dopo la sua passione e parla loro delle cose che riguardano il regno di Dio. E perché non venga meno la loro perseveranza, Gesù promette l’effusione del Paraclito, lo Spirito di verità che continuerà a ricordare loro ciò che lui ha fatto e darà loro il coraggio di porsi al servizio sino a sacrificarsi per amore dei fratelli.

La gioia della Pasqua del Signore raggiunge così la sua pienezza nella Pentecoste, alla quale è indissolubilmente congiunta. Siamo così chiamati a vivere i “cinquanta giorni” che oggi si aprono, chiedendo nella preghiera di essere condotti alla verità tutta intera dal dono dello Spirito, dal quale trae origine e forza tutta la missione della Chiesa e la nostra partecipazione ad essa.

Così preghiamo: “Signore, noi vogliamo essere tuoi testimoni e tuoi apostoli. Testimoni della tua verità e del tuo amore, inviati che prolungano la tua missione per la salvezza del mondo: come il Padre ha mandato te così tu mandi tutti noi. La tua missione è dura e difficile. E noi siamo deboli, vili e svogliati, testardi e maldestri… Vorremmo continuamente eludere il mandato, stanchi e desiderosi di quiete: non lasciarci nella quiete, pungolaci continuamente. Insegnaci che possiamo operare la nostra salvezza solo se ci preoccupiamo di operare per la salvezza degli altri… Se il tuo Spirito vive in noi e ci stimola, noi ti seguiamo. Allora tu sei in noi e prolunghi la tua parola, la parola della misericordia, l’atto della redenzione, la trasfigurazione del mondo. Se camminiamo dietro a te nel tuo Spirito, comincia a verificarsi l’avvento del tuo regno… ”(K. Rahner).
+Dionigi Cardinale Tettamanzi

Arcivescovo di Milano






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