Titolo: gli anni ruggenti



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24.03.2019
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Titolo: GLI ANNI RUGGENTI

A PARIGI


Sviluppato da: Sebastiano Cestonaro

Anni ruggenti – in lingua inglese Roaring Twenties, ossia "i ruggenti anni venti" – è la locuzione che indica una specifica epoca del XX secolo, ovvero il decennio degli anni venti. Roaring Twenties è un termine nato negli Stati Uniti. In pratica con Anni ruggenti si tende ad enfatizzare l'energia che caratterizzò un particolare periodo storico, con mutamenti che andavano ad interessare vari aspetti sociali. In questo periodo si registrano un ritorno alla normalizzazione politica dopo i disastri della prima guerra mondiale; l’esplosione del fenomeno della musica jazz, in campo musicale; lo sviluppo in campo artistico di una serie di movimenti culturali come il dadaismo e il surrealismo; l’evoluzione della femminilità che portò - oltre a mutamenti nella moda - a fenomeni di proto-femminismo come le suffragette o le anglosassoni flapper (equivalente alle italiane maschiette.) La Grande depressione, con il crollo di Wall Street del 1929, pose fine a quest'era.

In campo economico con il prosperare dell’economia, come quella degli Usa che transitava da un’economia di guerra a un’economia di pace, vengono introdotti nuovi beni di consumo. Si consolidò cosi una produzione di massa che assoggettò la popolazione alla cultura del consumismo, fino a raggiungere la posizione del paese più ricco del mondo. Contestualmente, in Europa l'economia non cominciò a svilupparsi fino al 1924. Dopo la guerra, una serie di continue crisi finanziarie e monetarie furono accompagnate da un forte sviluppo dell’industria manifatturiera francese dovuto ai processi di modernizzazione avviati nella Belle Epoque, e a nuove tecniche di produzione introdotte durante il conflitto. I motivi della crisi che caratterizzarono il primo dopoguerra francese, sono giustificati dal passaggio della nazione da un’economia di guerra a una di pace, ma soprattutto alla svalutazione finanziaria che rese più appetibili i prodotti francesi sui mercati internazionali. Si ebbe cosi una piccola crescita destinata ad aumentare, fino alla grande depressione degli anni Trenta, motivata da fattori internazionali come l’ondata americana, gli aiuti governativi alle industrie, innovazione tecnologica di alcuni settori, il ricorso alla manodopera straniera promossa per l’enorme perdita di uomini al fronte.

I grandi protagonisti di questo processo di crescita furono gli industriali che avevano accolto con entusiasmo il metodo americano della produzione di massa come Ernest Mercier, patron del settore elettrico, Louis Loucheur, del settore chimico, Marcel Boussac gran imprenditore tessile o importanti produttori francesi di automobili come Reanault, Citroen e Peugeot, quasi tutti con sedi a Parigi.

Parigi negli anni venti, era senza dubbio, il luogo in cui ogni artista voleva essere. A seguito della Grande Guerra, Parigi era il polo di attrazione di molti esponenti d’oltre Oceano. La capitale francese fu il cuore dell’edonismo europeo, un crocevia e un campo di sperimentazione che non aveva eguali, meta di artisti, scrittori, musicisti e danzatori provenienti da tutto il mondo, che qui cercavano la libertà e l’ispirazione; in cui la società autenticamente liberale, era ancora legata ad una tradizione di indipendenza intellettuale e alla sua fede nell’arte per l’arte.

Particolare luogo di attrazione era la Ville Lumière .

I giovani artisti venivano qui per immergersi della cultura e nella tradizione francesi, a studiare le opere dei grandi maestri del Louvre e a frequentare le nuove libere accademie, oltre alle molte opportunità di esporre di esporre, dalle mostre sui marciapiedi a quelle delle gallerie, fino ai ai famosi Salon. Spesso gli stranieri, dopo un periodo di formazione, tornavano in patria a lavorare e a praticare a loro volta l’attività didattica; cosi trasmettevano alle nuove generazioni il sogno parigino. Chi veniva nella capitale francese era attratto dall’eredità lasciata dall’impressionismo e dal postimpressionismo, fino agli ultimi sviluppi dell’arte contemporanea.

Dopo la prima guerra mondiale l’afflusso di artisti stranieri si intensificò quando molti di essi dovettero espatriare per motivi politici, come gli ebrei per l’ascesa del nazismo in Germania. Fino al 1929 il franco francese continuò a perdere valore contro il dollaro, rendendo allettante per gli americani il trasferimento oltre Atlantico. A cio si aggiungono le restrizioni dovute al conservatorismo, al proibizionismo e a fenomeni come quelle del consumismo americano. Tutto questo spinse molti artisti, scrittori, musicisti e danzatori americani a trasferirsi a Parigi dove si respirava aria di libertà: si lavorava in una società più liberale e grazie al cambio favorevole del dollaro si poteva vivere più economicamente. Ancora nell’Ottocento Parigi aveva ospitato artisti stranieri, soprattutto studenti americani, che via via aumentarono e che rispetto alla precedente ondata, questi cominciarono ad andare a Parigi non solo per lavorare e avviare una carriera, ma anche per restarci, Di fatto erano degli immigrati, anche se molti di loro non richiesero mai la cittadinanza francese o lo fecero solo a distanza di tempo. Questo insieme di nazionalità, riuniva tutti quei valori che un importante scuola si rese promotrice; la famosa Ecole de Paris.

Fu il critico andrè Warnod nel 1925 a parlare del primo di Ecole de Paris per indicare un vasto e variegato gruppo di artisti non francesi attivi nella capitale tra i primi decenni del Novecento. Tra i tanti ricordiamo: Constantin Brancusì, Marc Chagall, Giorgio de Chirico, Man Ray, Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, Gino Severini. La loro figura associa indiscutibilmente l’amante dell’arte, l’intenditore o semplicemente colui che, si occupa di oggetti artistici. L’espressione non indica alcuna condivisione di ideali artistici, ne tanto meno un raggruppamento di utenti , ma solo la diversità delle scelte, il cosmopolitismo dell’arte, cioè l’esatto opposto di quello che propriamente si intende per scuola. Ciò che profondamente unisce questi artisti, tesi ad affermare le proprie sensibilità e visioni artistiche, è innanzitutto l’attaccamento a Parigi, luogo della libertà creativa.

La divisione tra francesi e stranieri in campo artistico, politico e sociale fu senza dubbio la questione domante nella di allora. Per questo gli artisti del gruppo si battevano per una forma di internazionalismo che trovava espressione soprattutto nella semplificazione di elementi essenziali: le tematiche religiose, storiche e mitologiche furono abbandonate per puntare su una ricerca profonda di qualcosa di più universale che legasse gli individui. Gli artisti dell’Ecole de Paris non si limitavano a guardare i maestri francesi del passato o a creare opere convenzionali in omaggio a questa o quella tradizione, ma si ispirano alle fonti più diverse, intrecciando l’internazionalismo con il modernismo.



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Modigliani era considerato l’esponente per eccellenza dell’Ecole de Paris. E facile quindi capire come l’Ecole de Paris potesse essere identificata con gli artisti ebrei. Questi prima di tutto internazionalisti, ricoprivano ruoli quasi di spicco in società come mercanti, critici e collezionisti, scrittori, pittori. Ecco che con la scuola si risveglia quella coscienza ebraica sempre repressa da ideali antisemitici, che prima di allora aveva impedito a molti ebrei l’accesso alle accademie. Fino agli anni trenta l’Ecole de Paris continuò a essere oggetto di dibattito sulla stampa e ad essere confrontata con l’Ecole Francais, fino al graduale imporsi di un nuovo movimento, il surrealismo, e all’emergere di nuove problematiche.

La sede d’elezione dell’Ecole de Paris fu Montparnasse, nuovo quartiere in cui centinaia di artisti, tra cui stranieri in esilio o francesi desiderosi di evasione, avevano trovato dimora per l’economicità della vita, per l’atmosfera internazionale dei locali come Le Dome o La Rotonde. Fu intorno al 1904 che gli artisti cominciarono a spostarsi da Montmatre (centro della vita bohemienne durante la Belle Epoque) e da altre zone di Parigi a Montparnasse, zona situata sulla riva sinistra della Senna, destinato a diventare il nuovo centro della vita culturale o bohemienne dell’epoca.

Esso ospitava ora una comunità internazionale di artisti che condividevano lo stile di vita bohemien e degli interessi materiali e spirituali. I caffè diventarono luoghi di incontro multiculturali, le numerose associazioni di artisti stranieri sorti a Parigi nei primi decenni del secolo per motivi nazionalistici, come l’American Art Association o l’American Students and Art Center; e le varie accademie private frequentate da giovani provenienti dall’estero si confrontavano, condividevano gli stessi docenti e gravitavano intorno alle residenze condivise da gruppi artistici, come il Bateau-Lavoir o La Rouche. La concentrazione geografica degli atelier e dei ristoranti a buon mercato favoriva i rapporti d’amicizia, lo scambio d’idee e contaminazioni artistiche. La cultura dei caffe – soprattutto quelli di Montparnasse, frequentatissimi da pittori e scultori– costitui uno stimolo notevole contribuendo al fermento estetico di questo periodo. Furono soprattutto i locali popolari di Montparnasse, centro multiculturale e multietnico, a dare il suo carattere particolare e a renderlo unico. Al Dome, alla Rotonde, alla Coupole e al Select si ritrovano non solo gli artisti, i poeti, i musicisti, e gli scrittori, ma anche le modelle, i commercianti, galleristi, ma anche i benestanti della Rive Droit (Montmatre) che nel quartiere bohemien cercavano svago ed emozioni. Esso si distingueva anche per la libertà sessuale, fattore che spiega come che il mercato del nudo fosse fiorente.

Con una frequente affermazione personale all’insegna di un certo edonismo, mosso dall’irrefrenabile desiderio di vivere una vita diversa, la bisessualità e l’omosessualità, altrove repressa, trovò un margine di tolleranza come era già negli Stati Uniti o L’Inghilterra. L’eterogeneità dell’ambiente parigino facilitò le aggregazioni sulla base di affinità personali, estetiche o linguistiche. Qualche esempio. I balli organizzati dagli artisti alla Selle Bullier, i luoghi di ritrovo per omosessuali come il Magic City o il popolare Bal Des Iopes . I caffè avevano invece una propria clientela: La Dome era frequentato soprattutto da artisti, mercanti d’arte e scrittori di lingua tedesca, Le Styx dagli scandinavi e le Select dagli americani.

GLI AMERICANI CON I FRANCESI

Tra i tanti immigrati nella capitale, è importante ricordare l’americana Peggy Guggenheim.

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Peggy nasce il 26 agosto 1898 da Benjamin Guggenheim e Florette Seligman. Benjamin Guggenheim è uno dei sette figli di Meyer Guggenheim, emigrato negli Stati Uniti dalla Svizzera tedesca a metà Ottocento e fondatore della fortuna di famiglia, basata sull'estrazione mineraria (argento, rame e acciaio) e la lavorazione primaria dei metalli estratti. I Seligmans sono invece una delle maggiori e più importanti famiglie di banchieri americani. Peggy cresce a New York. Nell'aprile del 1912 il padre muore nel naufragio del Titanic. Nel 1919, appena maggiorenne, Peggy entra in possesso della sua parte di eredità, molto inferiore a quella degli altri Guggenheim, poiché il padre ne aveva dilapidata una parte. A vent’anni anni Peggy frequenta i circoli artistici e intellettuali della città, e inizia a lavorare in una libreria di New York, la Sunwise Turn, luogo in cui stringe conoscenza con Lurance Vail, che sposerà a Parigi nel 1922.

Laurence recatosi nella grande metropoli per motivi di lavoro: doveva essere messo in scena un suo atto unico, What D’You Want?, dai Provicetown Players, un gruppo teatrale del Massachusetts.

Figlio di madre americana e padre franco-americano, pur essendo cittadino degli Stati Uniti era cresciuto in Francia e aveva studiato lettere moderne a Oxford infatti parlava correttamente francese e italiano, oltre all’inglese. La madre Geltrude Mauran, veniva da una ricca famiglia del New England, mentre il padre Eugene Vail, nato da una bretone e un newyorchese, era un paesaggista di discreto success( in particolare vedute di Venezia e della campagna inglese). Dai genitori Laurence eredito una piccola rendita di 1200 dollari l’anno (cifra che gli permetteva di vivere senza lavorare ma abbastanza da renderlo ricco in confronto agli artisti che frequentava). Laurence godeva inoltre di una certa reputazione: “quella di libertino e uomo di mondo”; tant’è che Peggy lo soprannominava “re dei bohemien” dovuto non solo all’atteggiamento estroverso, ma anche al tipo di vita sregolata che conduceva. Per Peggy, Laurence non era soltanto un artista e un bell’uomo, ma in lui “si incarnava quel cosmopolitismo sofisticato che tanto ammirava”. Inoltre non proveniva da una società ebraica come quella newyorkese. Ecco perché Peggy vedeva in lui un modello da seguire, il maestro che cercava (ma solo in questioni d’arte). Durante tutta la loro relazione, Peggy ebbe sempre un’alta considerazione per l’intelligenza di Laurence, qualcosa di imparagonabile alla sua poiche, aveva sempre da insegnarle qualcosa, anche se non mai saggiamente usufruita. Questa unita alla passione dell’alcool, era la ragione principale per cui Laurence non sfruttò mai appieno i talenti artistici che possedeva. L’introduzione in ambienti a lei sconosciuti permise a Peggy di sviluppare una serie di conoscenze e stringere amicizie con i primi artisti dell’avanguardia europea, in particolare emigrati statunitensi, che come lei rigettavano il consumismo e proibizionismo presenti nella società americana, ma che prediligendo un ambiente più espressivo come quello francese. Durante i momenti di festa, Peggy ne approfittava per immergersi nella vita culturale della colonia americana a Parigi. Era interessante il cambiamento che questi emigrati importavano nella città, con le loro culture, usi o costumi, dato che mutavano radicalmente lo scenario sociale. Ad esempio sulla Rive Gauche: con l’afflusso americano c’erano dei quartieri di Parigi dove si sentiva parlare solo inglese. I baristi preparavano coktail potenti, martini secchi, come prima di allora non se n’erano mai visti.

Tra i vari emigrati statunitensi come lei, emergevano Man Ray, appartenente alla schiera dei surrealisti insieme a Dali, Max Erns e Joan Mirò. Man Ray era giunto nella capitale nel 1920. Pur essendo un pittore, era soprattutto conosciuto come autore di film d’avanguardia e come fotografo. Nel 1915 Walter Arensberg lo presenta a Duchamp di cui diverrà grande amico e collaboratore. A New York aveva formato con Duchamp il ramo americano del movimento dada, che però non era riuscito ad ottenere successo come in Europa. Insieme all’amico emigra a Parigi, dove apre il suo studio fotografico. Con le ultime tecnologie americane e la fede nel progresso, Ray non riesce ad evitare di sperimentare nuove istanze figurative e fotografiche giungendo cosi nel 1922 alla realizzazione dei suoi primi fotogrammi, che chiamerà “rayographs”. La Rayografia è un’immagine fotografica ottenuta poggiando oggetti direttamente sulla carta sensibile, procedimento apparentemente semplice ma che seppe usare per immagini altamente suggestive. Ne deduce che la pittura e una forma d’espressione ormai superata, tanto che inizia a cercare modelle per fotografarle. Tra le tante, Peggy per il suo stravagante modo di vestire e per la sua inusuale personalità. Anche se la modella che passerà alla storia sarà Kiki.

Parigi era cosi la città dell’arte e delle avanguardie, un polo di interscambiabilità di conoscenze, soprattutto tra francesi e americani o inglesi e americani. Ad esempio: Sylvia Beach aveva fondato nel 1919 la libreria “Shakespeare and Company”, al 12 di Rue De l’Odeaon, che in breve tempo divenne un luogo di incontro per gli scrittori anglofoni e per gli autori francesi che iniziavano ad interessarsi agli stati uniti. Quando apri la Shakespeare and Co scrisse la Beach rimase stupita di come “l’irrigidirsi della censura nell’editoria statunitense vi avrebbe condotto molti scrittori americani, all’attraversare l’Atlantico per colonizzare la Rive Gauche”. Nel 1922 Sylvia Beach pubblicò l’Ulisse di James Joyce,libro ripetutamente rifiutato dagli editori in Gran Bretagna e in America.

Vicino alla libreria si trovava un bistrot gestito da un americano, Le Dingo, e frequentato da qualche centinaio connazionali tra i quali scrittori come Sherwood Anderson, Mina Loy, Hemingway e Fitzgerald con sua moglie Zelda; ma anche musicisti come George Gerswin, in visita nella capitale che gli ispirerà l’opera un americano a Parigi del 1928; o cantanti come Cole Porter intento ad allietare l’atmosfera del bistrot con le sue canzoni pianeggiate.

La sua libreria era una casa di accoglienza che organizzava incontri per persone come Djuna Barnes, Ezra Pound, Ernest Hemingway, in particolare la collezionista americana Gertrude Stein e altri. Gertrude Stein era una scrittrice americana proveniente da un piccolo sobborgo della Pennsylvania, emigrata a Parigi a inizio secolo, nel 1903. Gertrude fu tra le prime grandi collezioniste di arte moderna. La sua abitazione, stracolma di opere d’arte, era un punto di riferimento per molti artisti, ma anche scrittori. Pertanto in una serata qualunque si poteva vedere la presenza di Hemingway, Ezra Pound, Duchamp, Cocteau, Picabia, Mina Loy, Djuna Barnes, ma soprattutto Matisse e Picasso,molto vicini a lei.

Nell’appartamento di Gertrude, in rue de Fleurus 27, i nuovi arrivati americani potevano confrontarsi con artisti più maturi. Ed è proprio da questi “covi intellettuali”, che miss Stein venne a conoscere Ernest Hemingway. Quando lo vide per la prima volta, Hemingway ha ventitre anni. Lei lo trova molto interessante, ma anche molto rispettoso, e coglie in lui una dote che ritiene non sappia sfruttare a pieno. Lo introduce alla letteratura e lo educa, per sensibilizzare la sua espressione artistica, incoraggiandolo ad abbandonare il giornalismo per consacrarsi alla scrittura. Ed è proprio da qui che inizierà a dedicarsi seriamente alla stesura dei suoi romanzi, pubblicando a New York nel 1923 “In Our Time”, e a Parigi nel 1926 “Fiesta” che verrà pubblicato proprio nella libreria della Beach. Tuttavia Peggy, per quanto potesse conoscere i nuovi geni emergenti di Parigi, era ancora in rapporto con quegli americani provenienti da un elite più alta, quali mercanti come John Quinn, calamitato dalle opere di Brancusì tante che ne divenne un importante promotore in America, o collezionisti come Walter Arensberg, il quale, durante una serata nel suo salotto, le presentò Marchel Duchamp.

Con Arensberg, commerciante e promotore di mostre nella capitale, Duchamp presentò uno dei suoi favolosi ready – made, un normale orinatoio in porcellana



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posato su un fianco e intitolato Fontana (del 1916).



Quella sera, su sollecitazioni dell’amica Peggy Waldman, in Peggy emerse quell’idea che le avrebbe permesso di raggiungere il successo internazionale. Cosi nel gennaio del 1938, a Londra, assieme a Jean Cocteau Peggy inaugura la galleria Guggenheim Jeune, in cui spiccano artisti come Francis Picabia, George Braque, Pablo Picasso, Salvador Dali, Joan Mirò, Vasily Kandinsky, Constantin Brancusi. Mentre nel 1939 trasforma la sua semplice collezione londinese in un vero e proprio museo, che sposterà a causa delle persecuzioni razziali a New York in Art of This Century. È l'amico Samuel Beckett che insistette affinché si interessasse di arte contemporanea, in quanto "qualcosa di vivente", ed è Marcel Duchamp con il quale instaurerà un profondo rapporto d’amicizia, che le presenta gli artisti. A quarant'anni Peggy trova, cosi, un suo ruolo nel mondo dell’arte, destinando il suo capitale a quelle mostre che influenzeranno in maniera significativa il corso dell'arte dell'ultimo dopoguerra e diventando su questa via, la mecenate del ventesimo secolo.

FINE


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