Titolo incontro: realismi (presentazione della mostra) domenica, 19/08/01, ora 16: 45



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TITOLO INCONTRO: REALISMI (PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA)
DOMENICA, 19/08/01, ORA 16:45

RELATORE 1: LUCIANO CARAMEL, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano


RELATORE 2: ERMANNO PACCAGNINI, docente di Storia della Letteratura Italiana Contemporanea all’Università Cattolica sacro Cuore di Brescia
RELATORE 3: VITTORIO SGARBI, Sottosegretario Ministero dei Beni Culturali
RELATORE 4: LUCA VERDONE, regista
RELATORE 5: MARIO VERDONE, Professore Emerito di Storia del Cinema all’Università La Sapienza di Roma

MODERATORE: MARCO BONA CASTELLOTTI

MODERATORE: E’ questo il primo grande incontro della XXIIa edizione del Meeting dell’Amicizia fra i Popoli che ha per titolo “Tutta la vita chiede l’eternità”. Il tema di questo incontro si rivolge alla grande mostra. Ogni anno il Meeting organizza una grande mostra che va molto oltre i suoi tempi (infatti rimarrà aperta fino al 6 di gennaio quella che viene inaugurata alle 18:30 di oggi), una grande mostra che può essere intesa anche con angolature molteplici e che può anche suscitare una certa provocazione, come è già stato colto in modo molto lucido stamattina durante una conferenza stampa alla quale voi non avete partecipato (io ero tra quelli che ascoltavano e mi piacerebbe che alcuni dei temi di questa mattina venissero ripresi oggi).

La mostra ha per titolo “Realismi: arti figurative letteratura e cinema in Italia dal 1943 al 1953. Dieci anni della cultura italiana veramente intensi, così intensi da premettere una visione molto sfaccettata del problema che è così prudenzialmente sintetizzato da quel plurale “realismi” che immediatamente fa eccezione a quel termine che invece di solito viene usato per qualificare la cultura di quegli anni, cioè al termine “neorealismo”. Sono due cose diverse: “realismi” contempla il neorealismo; il neorealismo non può essere così ampio da contenere tutte le varie sfaccettature di questa parola che da sempre è oggetto di una critica molto, molto varia, molto sfaccettata, come dicevo prima. C’è quello straordinario saggio di Owerbach1, intitolato “Mimesis”, che vuole andare alla ricerca del realismo anche laddove limitandosi ad una letteratura in un arco temporale molto ampio perché si parte dalla letteratura del XIV° secolo fino a quella dell’800, alla caccia di questo realismo che, oltretutto, è un elemento quasi in contrasto con il significato che dovrebbe portare in sé a delle apparizioni immediate subdole. Appare anche a dei momenti imprevedibili che presso quei grandi artisti che sembrerebbero negarlo. E’ quasi una forza d’urto dalla quale non si può prescindere. Questa mostra, che è curata da Luciano Caramel, io ora non sto a definire i titoli di tutte le persone qua presenti su questa tribuna, perché sono tutti molto, molto titolati e quindi non è il caso perdere tempo e di sbagliare, potrei sbagliare qualcosa non avendo la lista esatta di quello che fanno con precisione. E’ curata da Luciano Caramel che è una storico dell’arte, questo ve lo posso garantire perché lo conosco esattamente da 33 anni, ma non contempla soltanto le arti figurative, ma anche quelle altre 2 grandi espressioni della cultura di quegli anni, forse, anzi decisamente (come ha detto questa mattina Sgarbi) molto più alte di quanto non siano in Italia le arti figurative di quel decennio, cioè la letteratura e soprattutto il cinema che è uno stemma della cultura italiana purtroppo dopo quella straordinaria stagione irripetibile, almeno nei termini di forza poetica di quegli anni. E la letteratura . . . Della sezione letteratura è curatore il Ermanno Paccagnini al quale devo dire che al di là di qualunque possibile sospetto di plageria devo fare i complimenti perché è riuscito a costruire con una tale serietà filologica tutto quanto quello che è stato prodotto in quegli anni da non poterne più trovare di cose e oltretutto consentendo a tutti quanti quegli studenti che volessero approfondire monograficamente i temi che sono trattati in questa mostra di trovare c’è materiale per 100 tesi di laurea.



Per quanto riguarda invece la sezione del cinema sono due personalità che ho conosciuto in questa occasione, in particolare Luca Verdone, ma anche suo padre, Mario Verdone. Con Luca, poi insomma, si è stretto un buon rapporto che, devo dire, va anche un po’ oltre la qualità straordinaria del suo lavoro e anche del suo impegno ed anche della sua cordiale disponibilità. Quindi, come sempre succede, al Meeting si riesce a realizzare, a creare quasi miracolosamente quasi un rapporto di collaborazione anche con persone di cultura che, vi garantisco, è impossibile realizzare altrove. Anche a me (io faccio lo storico d’arte , pure io, d’arte antica) è capitato di organizzare delle mostre anche importanti in altra sede non si respira mai il clima che si respira qui. Quindi c’è qualche cosa di diverso che non so spiegarvi bene in che cosa consista, però non è il caso che mi metta a fare discorsi retorici o troppo sentimentali, però le cose qua filano in maniera molto diversa: si riesce a diventare amici anche tra intellettuali, cosa praticamente impossibile. E’ vero è molto difficile. E poi nel frattempo ci sono esempi straordinari, va bé, anche nella storia abbastanza recente , devo dire anche del Meeting, purtroppo in una certa occasione un rapporto di amicizia non si è potuto stringere come del resto io stesso avrei voluto, ma è inutile stare poi andare in certi particolari. Anche a Sgarbi viene un po’ di commozione, cosa che sono convinto che ne sia capace, intendiamoci bene. Non vorrei che si confondesse con il sudore, il calore, eccetera, eccetera. E poi bisogna mettere la struttura sotto la lente d’ingrandimento. Nel frattempo è arrivato Sgarbi a presentarla, e questo è un segnale, comunque, perché voi sapete che di mostre in Italia se ne inaugurano praticamente 3 a giorno nell’arco intero dell’anno senza saltare neanche un giorno. E lui è venuto qua; quindi quantomeno ha sentito, ha fiutato (perché poi è bravissimo). Perché prima di essere diventato sottosegratario è stato e lo è ancora storico dell’arte, critico più che storico, come taglio culturale. Ma, devo dire, molto acuto. Adesso, al di là di tutto lo faccio semplicemente, già lui lo sa, molti di voi la sanno però un po’ sono collega suo, e quindi vi posso garantire che anche laddove non è così pronto ad approfondire, è molto pronto a cogliere. Questo gli va riconosciuto. Infatti le cose che ha già detto sono parzialmente esatte, parzialmente. Il fatto che sia qui, il fatto che sia qui vi fa capire che la mostra è importante, anche se effettivamente è una mostra pericolosa per questa parola “realismi”, intorno alla quale tutto può unirsi ed anche disciogliersi. E vabbè, ad ognuno anche una sua possibilità e libertà di lettura: Basta, sì, sì; si procede così, no no no basta! quasi, si procede così: io leggerò due passi molto ( anzi tra l’altro stringendoli) uno di Pavese e uno di Vittorini, che Paccagnini con la sua bravura ha fatto diventare un pannello della mostra, quindi li potrete leggere anche integralmente visitandola, nella quale si cerca, no, viene espresso, quello che può essere il significato anche per il quale il committente, cioè il meeting di Rimini, è andato a mettere le mani in quel periodo che ideologicamente sembrerebbe così lontano da certe posizioni, in realtà non c’è una frattura ideologica se si va alla ricerca di certi valori che qua vengono effettivamente enunciati! E quindi io leggendo questi due passi qua, li vedrete poi subito e li sentirete voi, anche subito, quali sono questi valori vorrò chiedere a ognuno di loro, a partire dalle loro specifiche competenze, e Sgarbi in qualità di critico, quindi supervisore generale (non c’è nessuna ufficialità in questo incontro qui, deve essere una cosa molto libera però che incuriosisca un po’ tutti) se effettivamente, sulla base di quello che hanno più attentamente studiato nella letteratura, nel cinema e nelle arti figurative , o lui che ha una conoscenza generale di tutto quanto, se queste cose che vengono affermate rispettivamente da Pavese e da Vittorini corrispondono a quella che è la loro idea di realismo e se in qualche modo, attraverso la scelta che hanno fatto, che hanno operato o gli studi che hanno attivato in questa particolare circostanza, questi valori sono stati effettivamente rispettati sulla base dell’enunciato o anche un po’ traditi, perché voi dovete tener presente che degli intellettuali non ci si può mai fidare, neanche quando sono mossi dalle migliori intenzioni! Non so perché sia così, ma è così! Allora, è uno scritto di Cesare Pavese del venti maggio 1945. Lui dice “Noi andremo verso l’uomo, perché questo è l’ostacolo, la crosta da rompere, la solitudine dell’uomo, di noi e degli altri! Questi anni di angoscia e di sangue ci hanno insegnato che l’angoscia e il sangue non sono la fine di tutto, una cosa si salva sull’orrore, ed è l’apertura dell’uomo verso l’uomo! Di questo siamo sicuri perché mai l’uomo è stato meno solo di questi tempi di solitudine paurosa! Sono uomini, quelli che attendono le nostre parole, poveri uomini come noi altri quando scordiamo che la vita è comunione! Deluderli sarebbe tradirli!” E quindi vedete che se il centro della Questione è l’uomo tutti gli steccati ideologici immediatamente cadono! Il secondo passo è di Vittorini pubblicato sul Politecnico che è quella rivista da lui fondata, pubblicato il ventinove di settembre del ’45 e dice: “Potremo mai avere una cultura che salva l’uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Io mi rivolgo a tutti gli intellettuali italiani che hanno conosciuto il fascismo, non ai marxisti soltanto ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono ragioni dell’idealismo, del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di lottare contro la fame e le sofferenze? Occuparsi del pane e del lavoro? E, ancora, occuparsi dell’anima? Ecco, vorrei chiedere a Luciano Caramel e a tutti gli altri, cominciando da lui, se attraverso la sua così ampia conoscenza dell’arte figurativa di quegli anni, il valore dell’uomo, e un valore che vada al di là di un qualunque distinguo ideologico, sono stati effettivamente rispettati, in che misura, quanto li senta propri anche lui!
LUCIANO CARAMEL: mi è piaciuta la tua conclusione perché le belle frasi di Pavese e di Vittorini possono introdurre un’accademia! Tutti sappiamo che il centro è l’uomo, i credenti sanno che l’uomo non è solo un qualche cosa di terreno, che l’uomo non è solo corpo, ecc.. ma si può disquisire. Abbiamo ciascuno pochi minuti e credo, io da insegnante, di avere la responsabilità davanti a centinaia di studenti che potrebbero essere miei alunni… Come? Bè, migliaia, ancora di più! Di scendere dalla cattedra e di fare qualche cosa che sia più preciso! Mi sembra che la conclusione di Marco Bona Castellotti fosse di parlare anche della mostra, perché io mi troverei molto in difficoltà a parlare dell’uomo centro, non centro e altro, quindi vi parlo della mostra di cui sono stato curatore. Stamattina è nato già un bel dibattito grazie a Vittorio Sgarbi che, a mio parere, ha dimostrato l’importanza dell’iniziativa che il Meeting ha avuto e, mi permetto di dire, anche ha premiato, nonostante le critiche di Sgarbi, anzi grazie alle critiche di Sgarbi, l’impostazione che io ho dato alla mostra! La mostra, chiaramente, il Meeting l’ha voluta proprio perché…non gli interessa niente se conta di più l’astratto o il figurativo; del resto io sono nato in un’epoca in cui importava cosa volesse essere l’astratto o il figurativo; se io adesso io mi rivolgo a dei giovani artisti non sanno di che cosa io parlo e quindi è chiaro che parlare di figurativo e astratto no! Il problema del realismo non è un problema di figurativo e astratto! C’è chi ha detto che si può essere più realisti con l’astrazione in un senso spiritualista che sembrerebbe il contrario del realismo! Io voglio dire che questa mostra ha il pregio di intanto avere limitato il campo. Il campo ha un periodo omogeneo a modo suo e drammatico che ha visto la necessità del rapporto tra gli uomini, spesso l’uomo contro l’uomo, ed è la prima parte della mostra, poi gli uomini insieme per ricostruire! La mostra parte infatti dal 1943 e arriva al 53! Dal ’43 sappiamo cosa vuol dire: la rottura dell’Italia, l’otto settembre, le truppe alleate che arrivano dal sud, i tedeschi che scendono dal nord, i partigiani, la repubblica di Salò, morti, impiccagioni ecc..drammatico, ma è l’uomo contro l’uomo! Abbiamo iniziato la mostra mettendo quattro piccole cose, cinque piccole cose, due studi di Guttuso per la crocifissione, un po’ prima delle date che non sono realisti ma hanno al centro l’uomo, e hanno quindi al centro il problema del realismo che è il problema dell’arte nei confronti dell’uomo però sono delle crocifissioni fatte in un modo molto libero suscitarono anche delle discussioni, c’era una donna nuda, ecc… ma era proprio questo rapporto e dove Cristo, dove la crocifissione, diventava il simbolo delle sofferenze dell’uomo. E a fianco ci sono delle opere di Manzù. Manzù quando le espose qualche anno dopo le intitolò “Cristo nella nostra umanità” quindi certamente può essere realismo, può non essere realismo! Ecco qui il grande problema: che cos’è il realismo! Prima permettetemi di dirvi che la seconda sezione è dedicata al ‘43-’45 quindi ai drammi della guerra, l’uomo che uccide l’uomo; con opere di Grandissimi artisti, ancora di Guttuso, di Mafai di Leoncillo ecc.. Sono realiste e certamente io come curatore mi sono posto il problema. Ci sono cose di Mafai bellissime ma visionarie anche se portano lo stupro, portano il massacro su un piano che appunto è visionario! La stessa cosa per Carlo Levi, grande scrittore e pittore, che ha delle cose impressionanti, sono realiste. E così certamente invece sono realisti i disegni che Cagli ha fatto entrando con le truppe americane a Buchenwald sui morti del campo di concentramento. Ma questa constatazione della varietà dei realismi era già a priori nella mostra. Io sono avanti negli anni e ho potuto vivere, mi sono laureato ancora negli anni cinquanta e ho potuto vedere la supremazia di una cultura cosiddetta di sinistra , fondamentalmente marxista che aveva in mano tutte le leve, le case editrici erano tutte marxiste, se un pittore non era marxista non era considerato; e ho visto crescere un realismo che era un realismo profondamente ideologizzato. Ecco, nella nostra mostra c’è questo realismo ideologizzato. Intanto io personalmente, ma credo anche i responsabili del meeting e tutti noi, riteniamo che l’ideologia non sia a priori qualcosa da negare, noi crediamo in una ideologia. Ma il problema diventa quando l’ideologia diventa astratta, soprafattrice, come avviene a un certo momento anche per le vicende storiche. Le vicende storiche portano il partito comunista e la sinistra fuori dal governo di unità nazionale finita la costituente, lo portano alla unione fra comunisti e socialisti il diciotto aprile ed ecco che capita che c’è una pittura. E’ realista una pittura ideologica che come delle pale da altare presenta le bandiere e i lavoratori.. è proprio questo uno dei problemi? Probabilmente no! Però ci sono anche questo; ci sono gli aspetti positivi dell’ideologia nel senso della partecipazione dell’uomo all’uomo, magari anche in fatti drammatici come sono l’occupazione delle terre, come il lavoro dei minori nelle solfatare ecc. Ma non abbiamo voluto dare delle risposte, io personalmente non ho voluto dare delle risposte, ho voluto presentare queste cose sfaccettate ma ho voluto soprattutto dire che il realismo, ecco il titolo “i realismi” non è un solo realismo e soprattutto non è solo il realismo ideologico di Guttuso e compagni quale si afferma poi tardi, dal 48 in avanti; la rivista realismo che è la rivista ufficiale nasce nel ’52 addirittura; prima le cose sono molto più incasinate, quando ci sono i bombardamenti, ci sono le fucilazioni, sia che avvenga che i partigiani ammazzano uno o che un partigiano si è ammazzato non c’è gran posto per le ideologie, c’è posto per il terrore ecc. E quindi io mi sono subito chiesto che cosa vuole dire il realismo. Sgarbi stamattina con una apparente provocazione e invece mi sembrava che fosse nel pieno di questa discussione subito ha detto “io non ho trovato nelle opere, negli autori che tu hai scelto questo, questo e questo”. Arriverei a dire che anche io non ho trovato alcuni che avrei messo. Certamente se Sgarbi avesse fatto la mostra oppure se Bona Castellotti avesse fatto la mostra oppure se qualcun altro avesse fatto la mostra sarebbe diversa, perché il giudizio storico, volere o no, è sempre soggettivo. Lo storico parte da documenti reali, nel nostro caso i quadri, poi inevitabilmente c’è una partecipazione per cui uno è storico che riesce a interpretare i fatti, se no fa l’elenco del telefono, se no fa semplicemente la cronaca degli incidenti stradali. Evidentemente firmata da me la mostra rispecchia il mio modo di vedere; e questo, lo ha sottolineato Sgarbi, sembra una accusa, non è una scusa, perché è giusto che un dibattito culturale si apra. E Sgarbi diceva “vorrei io farne una seconda” , sarebbe bello, e poi una terza di un altro, nascerebbe forse qualche cosa di più comprensibile. Io nella mostra, ecco ancora l’uomo, ho voluto mettere l’uomo che idealizza in un certo modo il sacrificio, ecco la crocifissione, l’uomo che non sa cosa dire davanti ai massacri, o atterrito, oppure va in una posizione visionaria, e poi invece il dopo guerra. Il dopo guerra è la ricostruzione. Il nume tutelare non è solamente Picasso di Vernica, che pure è importante, l’abbiamo messo! Abbiamo messo un’opera in copertina del catalogo che è Guttuso e sembra Vernica. Ma sono tante altre cose. Nel primo manifesto del realismo che viene pubblicato a Milano nel ’36 fatto, firmato da alcuni degli autori che sono qui nella mostra, non si cita neanche Picasso, si cita solamente Cesan. Cioè, immediatamente dopo il ’45 incomincia la discussione su cos’è il realismo e c’è un realismo intimista, un realismo esistenziale, un realista della donna seduta sul sofà, c’è un realismo dell’operaio che soffre sul posto di lavoro, c’è un realismo dei sentimenti, dell’amore, della bella donna. Tutti questi realismi io li ho avuti presenti. E’ chiaro che ho scelto degli autori esemplari, a mio parere. E’ chiaro che non ho neanche.. ripensavo nell’ora di colazione alle scelte che aveva indicato Sgarbi e mi sono piaciute nel senso che non parlava tanto da storico dell’arte ma da appassionato, da amatore l’arte e parlava dei suoi amori. Del resto, io l’ho detto, lo storico dell’arte non può essere un impiegato del catasto e quindi ci deve essere sempre questo aspetto. Ecco, non è vero che io ho messo tanti lombardi perché sono lombardo, ma indubitabilmente il centro milanese ha delle caratteristiche, mi ha definito stamattina, io me lo sono segnato e lo metterò nelle mie note caratteristiche “infermiere supremo” ecco non ho voluto disinfettare tutto, ma mi sembra che se Milano ha questa posizione anti guttusiana, perché anche Morlotti per esempio prima scrive Vernica, Vernica dopo due mesi cambia e c’è un’intonazione come la pittura lombarda, ce lo insegna Bona Castellotti senza arrivare alla retorica della pittura lombarda, ma c’è un tono diverso; c’è anche, tra l’altro, un’apertura al post cubismo che può essere al limite negativa perché diventa meccanica, ma vuole dire uscire anche da certi solchi, e fare anche, avere dei rapporti con la cultura internazionale, soprattutto francese. Ma poi il dibattito, Testori per esempio è molto vivo come autore di scritti in quel momento. Roma, che ha la fortuna di uscire dalla guerra prima, nel 1944, è diversa, perché c’è il centro del potere politico ed ecco che soprattutto lì, con critici agguerriti che a Milano non abbiamo mai visto, i Trombadori, che sono della gente che ritiene di avere la verità dal suo punto di vista. E invece Milano tutte queste cose, possono realiste o no, ma sono cose indubitabilmente su un registro diverso. Ma ci sono altri luoghi. La mostra infatti ha pensato che il realismo non possa essere un qualche cosa di assoluto, ma invece cambia attraverso gli anni, le persone, ma anche i luoghi, stare a Cervignano nel Friuli, come stava Zigaina, che c’è stata una mostra recentemente ma di fatto lo stesso partito comunista lo ha sempre molto accantonato. Tirar fuori un pittore che può sembrare sgradevole come Pizzinato ma che però ha incarnato le difficoltà dell’artista che in quel momento crede alla società, fa prima il realista, poi fa l’astratto (qui abbiamo messo solo le opere realiste), poi fa delle opere che sono discutibili finchè vogliamo, ma è l’itinerario di un uomo nei rapporti col suo lavoro e con il soggetto “uomo”. Naturalmente il problema è molto aperto. Ci sono centoventi quadri, ci sono decine di autori, potevano essercene altrettanti, è chiaro che bisogna scegliere e io ho scelto. Un altro potrebbe scegliere in qualche modo. Concludo dicendo che già l’amico e collega Marco Bona Castellotti ha parlato di cinema ecc. e parleranno gli altri. Però mi è venuto in mente, facendo questa mostra, la mostra che ho fatto insieme ad altri colleghi, “Gli anni ‘30”. La mostra “Gli anni 30”, fatta nell’82, aveva la stessa caratteristica (molto più in grande, con un lavoro dietro molto più lungo, di molte più persone) aveva questa caratteristica di fare un taglio interdisciplinare. Cioè la cultura non è solamente gli specifici, non è nemmeno la somma degli specifici. E qui abbiamo veramente, anche nel percorso della mostra, intersecate la pittura, la scultura, con il cinema, con la letteratura, con la fotografia, con la storia che aleggia tutto intorno. Ecco, questo mi sembra molto significativo. E’ chiaro che questo è stato possibile, questa apertura di discorso (perché non voglio assolutamente sostenere che questa sia una chiusura di discorso perché contraddirei tutta l’impostazione della mostra);questa apertura di discorso, e le stesse cose che penso dirà Sgarbi dopo, potranno arricchire ulteriormente, allargando (io stesso ho pensato su cose che diceva stamattina Vittorio Sgarbi) possono ulteriormente arricchire il dibattito. Ma questo è possibile perché sono passati tanti anni, perché non c’è più questa specie di ( altro che i cattolici!) c’era questa specie di scomuniche che davano. Uno non poteva scrivere, non poteva pubblicare se era da una parte invece che dall’altra! E questo non c’è più! Così come, quando abbiamo fatto “Gli anni ‘30”, nell’82, venti anni fa, il fatto del fascismo era già per i giovani, ma anche per noi, più distaccato. E’ chiaro, uno che ha fatto la guerra, che è stato su un fronte o l’altro, era ben drammatico, ma i figli è già diverso, i figli dei figli, e i figli dei figli dei figli. Ecco, una delle ragioni per cui si è tardato molto è che questa specie di dictat ideologico pesava molto. Se non si parlava bene di certe cose si era fuori, completamente. Oggi è molto facile essere dentro in ogni caso, perché le cose, a me sembra, sono cambiate!
MODERATORE: Io darei ora la parola a Ermanno Paccagnini che ci dice qualcosa della letteratura
ERMANNO PACCAGNINI: Prima di cominciare io direi che c’è un ringraziamento da fare agli amici con cui si è lavorato perché un aspetto, che merita di essere sottolineato, è la grande comunità di intenti; è il caso di dire! Ma soprattutto proprio di collaborazione! Senza nessun contrasto, egoistico intendo, non mancanza di discussione , quella c’è stata ed è andata anche limando e devo dire per molti aspetti anche arricchendoci e ampliando delle prospettive! Ma sempre proprio con questo spirito di rendere al meglio! Devo dire che questo aspetto merita di essere ricordato ed è un ringraziamento anche a tutti gli altri. Mi riallaccerei, visto che questo era il punto di partenza, alle due frasi lette da Marco. E più che su quelle sue frasi, sul contesto in cui vengono dette, perché spiegano molte cose. Innanzitutto ci si trova di fronte, leggendola poi al di sotto, ci si trova di fronte a un momento storico ricco in qualche caso di desideri e in altri di utopie. Che poi a questa situazione, quando si cerca di dare forma artistica letteraria, si dia il nome di neorealismo si cerchi di fare scuola, gruppo, è un altro discorso; tant’è vero che nel momento in cui si è cercato di incasellarlo è bastato poco per far scoppiare il bubbone. Il neorealismo come definizione in letteratura era già in crisi tre anni dopo essere stato formulato. Ecco, allora il problema era guardarci dentro e guardare dentro significa innanzitutto pensare a dove nasce il tutto. Sono sue frasi, voi troverete anche dei pannelli dove ci sono frasi analoghe di Quasimodo, per certi aspetti ancor più ideologizzato in ambito partito comunista, proprio con il discorso di una poesia che deve essere di paningenesi sociale. Ecco, ma in questa situazione va ricordato che la frase di Vittorini esce sulla rivista “Il politecnico” nell’ambito di un articolo intitolato “Politica e cultura”. L’articolo “Politica e cultura” ha due diverse conseguenze: una di arricchimento del dibattito (in mostra troverete questi numeri con la possibilità di leggere questi interventi perché la risposta a Vittorini, ce n’è una sullo stesso Politecnico di Balbo, risposta di un cattolico per dire come ci fosse questa unione di intenti al di là della frase, cioè al Politecnico c’erano persone che provenivano da varie esperienze culturali antifasciste, avevate il cattolico, il partito d’azione, il comunista, il socialista, ecc. Ma ne provoca un’altra. La frase di Vittorini diceva “collaboriamo tutti quanti” e al di là dei nomi cattolico, marxista, socialista poi evocava anche Budda, Cristo ecc. C’è la famosa risposta di Carlo Bò che dice “Piano Vittorini, Cristo non è cultura, Cristo è qualcosa che sta prima della cultura, da cui discende tutto il resto”. Ed è uno dei filoni di discussione. L’altro filone di discussione sarà, invece, una fortissima polemica che porterà alla chiusura del Politecnico. Perché nel momento in cui Vittorini rivendica all’intellettuale il diritto di fare cultura liberamente dal partito verranno meno dei fondi e il politecnico chiuderà. Troverete una copertina dove c’è la risposta famosa di Togliatti con firma Roderigo de Castiglia a Vittorini e la risposta di Vittorini con un titolo, un sottotitolo ma messo proprio in copertina, in rosso significativo “Suonare il piffero per la rivoluzione?”. Cioè, come dire, di fronte ad un momento, ed è questa la grande chiave, del 1948, le elezioni del 48, fronte popolare, fine del governo di unità nazionale, chiamiamolo così, quindi grande rottura, la letteratura si trova di fronte a un grosso bivio. Per cui da parte degli intellettuali di sinistra e soprattutto dalla parte del partito c’è una chiusura a riccio e chiede all’intellettuale di essere organico. Di qui la grande crisi della letteratura in quel momento, che si trova a dover scegliere e fare i conti. E’ divertente pensare che noi parliamo sempre di Vittorini comunista, ci sono delle lettere di Vittorini a Heminguay mandandogli una propria biografia per delle riviste americane e dice “io checchè ne dicano non sono mai stato comunista, non ho mai avuto la tessera di partito, se qualche tessera porta il mio nome è perché me l’hanno data senza che lo sapessi”. Devo dire che da sto punto di vista arriverà anche a rifiutare un premio per evitare le ambiguità. Proprio per dirvi come i ripensamenti fossero davvero anche pesanti e concreti. Ecco, come questo si ribalta sul piano della letteratura. Sul piano della letteratura è il problema se la realtà va solamente descritta, virgolette fotografata, fermo restando semmai il problema della prospettiva, o va rappresentata; e, se va rappresentata, come. Se bastano dei contenuti, o se i contenuti richiedono anche uno stile, una forma. E se quella forma deve essere dettata dall’alto (tipo realismo socialista) o se un artista ha il diritto di cercare delle forme che meglio esprimano la realtà che vede e che anche da un punto di vista ideologico di sinistra, secondo lui, contribuiscano al miglioramento dell’uomo e del mondo, di questa realtà da ricostruire. Allora trovate anche i vari momenti della letteratura e ci sono anche qui l’emergere proprio delle contraddizioni. Qual è il problema iniziale della letteratura della espressività immediata il problema è proprio quello di raccontare ciò che si è vissuto 1943 1945 significa guerra partigiani resistenza campi di prigionia ecco le richieste anche di certa parte del politecnico ma soprattutto o di certe riviste ideologiche come società è raccontate le vostre esperienze mandatecele Bilenchi stesso tiene una rubrica su una rivista fiorentina proprio di questo tipo mandatecele che le pubblichiamo ed ecco l’ambiguità che dicevo ad un certo punto voi avete dei racconti di partigiani che raccontano dal vivo queste vicende a un certo punto c’è Calvino che scrive all’amico Marcello Venturi un'altra colonna della narrativa dell’epoca sulle pagine dell’Unità e di Milano Sera e dice “ma non è il caso che la piantiamo con queste cose? Perché guarda queste cose di partigiani che senso ha di parlare così io comincio a sentire la necessità di fare altro anzi per la verità io sto già facendo altro ho scritto un libro che va in una direzione diversa ecco questo libro è il sentiero dei nidi di ragno “ codificato come neorealista ecco se voi leggeste una lettera di questo tipo vi dice come già fosse lontano dalle premesse stesse di una letteratura e di una documentazione o come la chiamava società una letteratura di occasione d’altra parte o è questo come il punto di partenza della mostra l’ambiguità del realismo viene da lontano ogni volta che si è parlato di realismo ci si è trovati di fronte proprio a questa ambiguità Calvino diceva “i nostri maestri sono tre noi ci rifacciamo ai Malavoglia a paesi tuoi di Pavese e conversazioni in Sicilia di Vettorini io penso che se utilizzassimo dei canoni stretti avremmo dei problemi anche delle difficoltà a definire realisti perfino i Malavoglia no se seguissimo delle logiche cause e effetto o tutto quanto ma se uno va a leggere Paesi tuoi e Conversazioni in Sicilia uno già si rende conto come quei libri da alcuni fossero letti come realistici da altri fossero letti come allegorici come ricchissimi di metafore ecco il problema di fondo quindi la mostra ha queste premesse ha l’ambiguità del realismo americano che poi viene assunto soprattutto stilisticamente e poi c’è una seconda fase di passaggio dalla documentazione virgolette rappresentazione letteraria c’è un documento significativo secondo me ed è due libri vicini uno è Primo Levi Se questo è un uomo e vicino avete Il sergente della neve di Rigoni Stern il primo è una scrittura diretta di quanto avviene per quanto elaborata all’interno ma abbastanza fedele ecco se voi io penso se alle volte fosse capitato tra le mani a Vittorini sarebbe uscito così? Lo penso guardando al dattiloscritto di Rigoni Stern che manda questi suoi ricordi della Russia a Vittorini e Vittorini gli dice che non c’è abbastanza letteratura riscrivilo glielo rimanda e glielo fa riscrivere e voi vedete delle pagine completamente rifatte dattiloscritte cancellate e pagine riscritte a mano ecco il problema è proprio questo del passaggio dalla testimonialità diretta alla letteratura un altro aspetto che si incontra diventa che realtà rappresentare ed è la seconda fase la realtà da rappresentare in linea con la costruzione del mondo nuovo se volete è quella ideologica che va sotto il nome di realismo puro e semplice direi che da questo punto di vista però c’è un libro veramente riuscito penso che siamo abbastanza d’accordo è quello delle terre del sacramento di Jovine che riesce miracolosamente a legare l’elemento ideologico con l’elemento poetico se volete per certi aspetti lirico vedete il contenuto il contenuto è l’occupazione delle terre e quindi di nuovo la possibilità di riscatto dell’uomo etc etc però il guaio è che su quella linea succede che il realismo scusatemi il termine il realismo tira tira editorialmente fateci caso Moravia che per certi aspetti è stato l’anticipatore del

Realismo con gli indifferenti per certi aspetti no a un certo punto lascia perdere tutta la narrativa precedente e scrive romanzi come la ciociara e scrive racconti i romani e si riavvicina a quel mondo che si affaccia al cinema e si affaccia alla letteratura come ladri di biciclette etc e quindi c’è una appropriazione anche della moda del momento dello scrittore ma soprattutto voi avete questo guardarsi intorno e questo soprattutto pubblicare di tante persone di cui oggi non si ha memoria abbiamo cercato di documentare nella mostra proprio per dire che nel momento in cui il fenomeno tira l’editoria li insegue avete scrittori tipo Micheli che oggi non esistono più a parte il fatto che sono mattoni di cinquecento pagine ma che si trovavano nella stessa collana di Pavese o di un Hemminguei o di Folkener cioè cosa da suicidio a pensarci davvero oggi insomma viceversa avete poi questo enorme sviluppo successivo e questo è positivo sul piano creativo di una attenzione alla realtà e soprattutto diventano delle realtà regionali se c’è una diversità rispetto alla pittura dove i centri sono Milano e Roma in letteratura il centro diventa il meridione e dovessi scegliere una zona del meridione è Napoli è una grossa espressione letteraria quella che trovate in quel di Napoli ma nello stesso tempo c’è una espressione letteraria che già da sola mostra le ambiguità del termine perché Bernari riesce meglio o altri autori come Rea riescono meglio quando anziché descrivere direttamente la realtà secondo i famosi i canoni si fanno prendere dalla magia della naponalità quindi quando trasfigurano il tutto e si allontanano dai canoni stretti e pensate ,si parlava della Napoli milionaria nel film ma pensate è la Napoli di De Filippo è la Napoli magica per certi aspetti della Ortese la Ortese che descrive i granili di un realismo assoluto e voi vi trovate di fronte ad una descrizione che pare di gironi infernali danteschi nel momento in cui c’è il massimo della realtà avete il massimo della visionarietà ecco non per nulla sono questi i libri che restano e non le ciofeche che ci siamo ritrovati e che spesso ci ritroviamo ecco questo è seguire i passaggi quindi Napoli il meridione che significa Moravia e che significa anche Pasolini il giovane Pasolini e un elemento di realtà che si fa più interiore da rivisitare e sarà la realtà di autori che voi trovate come Gadda ,Gadda che nel 1946 scrive la prima relazione del pasticciaccio pubblicata nel 1946 Gadda che scrive l’Adalgisa quindi Gadda che si confronta con la realtà e risponde all’inchiesta sul neorealismo e dicendo “ma cosa neorealismo ma che realtà è quella di questi personaggi realtà non è descrivere un piede realtà è descrivere quello che succede dentro guardando quello che succede fuori e renderlo stilisticamente “ ecco queste realtà interiori che trovano poi spesso spazio nel teatro nel dramma che so i betti corruzione al palazzo di giustizia i fabbri eppoi un ultimo aspetto di documentazione è quello che ha a che fare con l’altra faccia ideologica direi da sempre rimossa perché basterebbe tra l’altro pensare nell’ambito stesso della sinistra sarebbe bastato leggere quel romanzo di Betti sulla sezione elettorale per rendersi conto di cosa avveniva nel 1948 certo forse può sembrare una bestemmia parlare di realismo ricordando don Camillo di Guareschi e però pare che il 1948 era anche quello e molto di quello in certe regioni così lo era per molti aspetti quello su cui veniva ironizzando e la linea del grottesco un altra linea di rappresentazione della realtà spesso dimenticata di un Longanesi padre di tutta una generazione e basterebbe pensare e finisco con questo nome con Flaiano.Flaiano del tempo di uccidere parla della guerra come ne hanno parlato altri ma la guerra è ancora la guerra o è il dramma della solitudine e della angoscia dell’uomo? ed è forse meno reale di quello che veniva scrivendo Pavese nel compagno? Grazie
MODERATORE : Ora lascerei la parola prima a Mario e poi a suo figlio Luca Verdone parleranno molto rapidamente del cinema e poi a Sgarbi
MARIO VERDONE : Collaborando alla mostra curata da Luciano Carmel mi ha incuriosito vedere l’origine di questi nomi di queste parole che noi usiamo oggi in ogni momento e cioè realismo e neorealismo come sono nate queste parole ? va bene il realismo letterario è un fenomeno di sempre però è nell’ottocento che un francese Fin Flory scrive il suo primo testo su realismo e nella stessa epoca un pittore francesce Courbe fa della pittura realistica ecco direi che la parola è ormai ufficializzata proprio in questo secolo in Italia si adopera piuttosto la parola naturalismo per Verga ma non ancora generalmente realismo ma veniamo al neorealismo .Quando è nata questa parola chi l’ha usata per primo? Nel 1928 un regista russo Stanislaski viene definito caposcuola del neorealismo teatrale quindi in un certo senso, la parola comincia ad essere usata in Italia nel 1930 un critico letterario Arnaldo Bocelli parla di neorealismo letterario nel cinema comincia a circolare nel 1938 perchè Umberto Barbaro parla di film francesi non italiani come Il porto delle nebbie ,alba tragica definendoli neorealisti ma non siamo ancora al neorealismo italiano un altro critico regista francese Marcel Lervrie quello che definisce il neorealismo italiano come la rivoluzione della verità chiama i film italiani neoveristi ma questa parola trova sostenitori e no ci sono di mezzo italiani c’è stato un altro critico francese però che non vuol parlare di neorealismo allora chi è che ha reso veramente popolare la parola neorealismo. Ecco allora io ricordo una rivista bianco e nero 1948, io allora ne ero redattore, e il rettore della Università che oggi si chiama Luiss ma che allora si chiamava Prodeo, Felice Borion (?), che aveva molte idee buone alcune anche non buone, non si era sempre d’accordo su tutto, però per quel che riguarda il neorealismo ha un merito indubbio ha scritto un saggio nel ’48 intitolato “Le basi teoriche del Neorealismo Italiano”, quindi bisogna fare riferimento a questo scritto della rivista “Bianco e Nero” per indagare sulle origini della parola, su il significato di questa parola. Che significato gli attribuisce lui, ma anche gli altri del resto, che il Neorealismo è un realismo sociale all’italiana è un realismo umano è un realismo che invita che interpreta la vita come è e gli uomini come sono. Ecco con questa battuta con questa definizione ci possiamo collegare benissimo alle parole di Pavese e di Vittorini.
MODERATORE: Grazie professore. Ecco, Luca Verdone ha curato proprio capillarmente la sezione della mostra dedicata al cinema che ha strabiliato tutti, Sgarbi compreso, stamattina perchè credo che sia la prima volta che vengono raccolti da collezioni pubbliche quasi tutti ma credo che ne manchino pochissimi, due o tre forse, i manifesti, le locandine originali di tutti i maggiori film prodotti in quegli anni, considerando il fatto che la produzione cinematografica in Italia, in quegli anni, era di dimensioni completamente diverse da quella di oggi, era una grande industria con straordinari registi e poi con cast di attori fantastici. Tutti i manifesti originali tranne due o tre che non si son trovati oppure addirittura si sospetta che non siano mai stati stampati originali, restaurati per la circostanza a spese del Meeting, caricati sui costi della mostra, con grandi difficoltà di reperimento ma vi garantisco sono una delle cose più affascinanti di questa rassegna. Alcuni di questi hanno dimensioni di 2 metri per 1 e 40 sono fatti da straordinari illustratori, perché tenete presente che in quegli anni gli illustratori in Italia sono più bravi di certi pittori innanzitutto e certi pittori che sono oggi considerati i massimi vertici di quegli anni delle arti figurative in realtà sono fondamentalmente dei grandi illustratori a cominciare da uno che a me del resto piace moltissimo ma che non nomino anche perché a tutti quanti verrà in mente il suo nome. Comunque ora Luca ci spiega un po’ che cosa, che cosa sono stati questi dieci anni di cinema italiano.

LUCA VERDONE: Dunque sono stati dal ’43 al ’53 degli anni direi fondamentali soprattutto perché c’è stata la riscoperta dopo tanti anni di ventennio di regime la riscoperta di una cosa molto importante per quello che riguarda il cinema del Neorealismo, cioè la riscoperta dei valori umani, dei valori semplici, dei valori quotidiani, dei valori della persona umana. Questo era già presente nei primi documentari di Rossellini del ’41 “Fantasia sottomarina”, i documentari sugli animali, ecco, che lui ha fatto, sul mondo diciamo scientifico, ma questo interesse per la realtà per la riproduzione autentica del vero, Rossellini la mette in mostra la mette in evidenza soprattutto con “L’uomo dalla croce”, che viene realizzato in Italia una storia di guerra ambientata in Russia che viene girata a Ladispoli, che però non sembra assolutamente contraddire la realtà sovietica del tempo e che ha in sé già dei germi di riscoperta di valori spirituali e umani straordinari ispirandosi alla vicenda di Padre Reginaldo Giuliani, che fu un cappellano militare ucciso proprio in Unione Sovietica durante quel periodo il ‘43. Ecco, questa attenzione alla realtà, in realtà porta il cinema a riscoprire i valori dell’uomo, questa è la cosa interessante, è la cosa essenziale ecco, che noi vediamo già dai primi documentari di Rossellini, e questo lavoro attento, sottile, per la ricerca della semplicità, della autenticità, dell’obiettività del dato reale, della vita come è, degli uomini come sono, trionfa poi in “Roma città aperta” che è veramente un saggio, un doc, un capitolo essenziale del Neorealismo perché racconta non soltanto la tragedia della guerra a Roma durante il ’45, l’occupazione nazista, nel momento più tragico ma c’è questo sguardo affettuoso, poetico, che non ne condiziona poi dopo l’obiettività del fatto, sui partigiani e sul diciamo su tutta quella umanità che a Roma si agitava per difendersi da questa tragedia immane, bellica, ecco la figura del sacerdote interpretata da Aldo Fabrizi e la figura dell’ingegnere partigiano torturato dai nazisti aiutato a sua volta dal sacerdote, sono descritti con una tale poesia, astraendosi però da ogni giudizio, ideologico, ecco, che è veramente uno dei capisaldi, si può considerare uno dei capisaldi, del cinema Neorealista. La mostra ha un percorso espositivo che parte prima di tutto dai prodromi del Neorealismo, quindi, andando voi vedrete a identificare tutte le, gli elementi che hanno portato alla nascita e al trionfo del Neorealismo negli anni ‘43/’45 e cioè partendo dai primi esperimenti di Rossellini come “La nave bianca”, il primo documentario di guerra romanzato con attori veri, con i marinai veri, ecco, oppure “Uomini sul fondo” di De Robertis, sempre sul mondo della marina e della guerra, ecco, e quel delizioso esempio che è “Campo de’ Fiori” di Mario Bonnard (?) dove si intravede già la nascita della commedia dialettale, autentica dove i personaggi agiscono in ambienti veri, autentici, come per esempio Campo de’ Fiori a Roma, ecco, tutto questo viene esposto nella mostra con un percorso espositivo che ne identifica i prodromi e che poi sviluppa il discorso sulle personalità maggiori del Neorealismo quali sono appunto quelle di Roberto Rossellini, Vittorio De Sica e Luchino Visconti. Vedrete anche che c’è stata una ricerca anche piuttosto accurata dal punto di vista di tutto quello che era il supporto pubblicitario di questi film di allora, una ricerca molto accurata che si è potuta fare grazie anche all’apporto, e devo ringraziarlo pubblicamente, di Giovanni Gentili che con il suo formidabile intuito siamo riusciti a scoprire veramente tutto quello che ancora di oggi di disponibile c’è in Italia e nel mondo di cartellonistica sul Neorealismo. Per esempio la riscoperta dell’unico manifesto esistente in Italia di “Sciuscià”, è veramente una chicca che vi consiglio di non perdervi. Ci sono poi a supporto di tutto questo, di queste stazioni, ecco che vi ho appunto descritto che riguardano i tre maggiori registi del Neorealismo italiano, delle fotografie che documentano anche le loro dichiarazioni più illuminanti al riguardo del loro lavoro, per esempio vedrete in Visconti in “Ossessione”, a corredo di una sua dichiarazione che, più volte è stata pubblicata ed è molto nota, cioè che lui ebbe la visione del film da l’immagine confusa prima e poi sempre più nitida nella sua mente di una donna riversa sull’asfalto con le calze che le rotolavano sulle gambe, ecco, quella affermazione che ha determinato poi l’ispirazione del film, voi la vedete circoscritta in quella fotografia bellissima tratta da “Ossessione” in bianco e nero, in quel bianco e nero denso, potente che è anche crudele nella sua obiettività dove si vede Clara Calami riversa sull’asfalto con le calze che le rotolavano sulla sulle caviglie ecco a documentare la cupezza del dramma che aveva vissuto questa povera donna nell’Italia della guerra, ecco. C’è da aggiungere poi, a proposito di De Sica a parte il lavoro sulla ricerca dei cartelloni e delle fotografie e che documentano quelle affermazioni essenziali che ci sembrano dei prototipi delle degli esempi del loro cinema per esempio una curiosità dell’Oscar vinto nel ’49 da De Sica, l’Oscar autentico che fu consegnato a De Sica nel ’49 dall’Accademia delle Arti e delle Scienze di Hollywood. Queste, tutto questo naturalmente si aggiunge a un all’ultima alle ultime due stazioni, che ci sono della mostra e che riguardano il Neorealismo dialettale o il Neorealismo rosa e il Neorealismo e l’impegno civile, ecco, qui abbiamo cercato, soprattutto nella stazione dell’impegno civile, di valorizzare il lavoro di alcuni registri, che per, in quel momento storico, subito dopo il dopoguerra, il momento in cui hanno realizzato il loro film, sono stati un po’ tenuti in disparte come per esempio, il cui lavoro è stato parzialmente valorizzato, come per esempio Pietro Germi, che per me è un maestro straordinario, un regista di statura gigantesca veramente, ecco che nel film “Il nome della legge” e “Nel cammino della speranza” rivela tutte le sue qualità di grande autore e di grande vate si può dire tra virgolette del Neorealismo proprio per la forza espressiva delle sue immagini, per il, la potenza del suo sguardo, per la obiettività e la autenticità del suo sguardo sul mondo per esempio dei contadini siciliani e meridionali che devono, costretti ad emigrare al Nord con grandi sofferenze nel film “Il cammino della speranza” in quel bellissimo film che è un protipo di film di mafia “Il nome della legge” dove vediamo la difficoltà di un pretore del Nord calato in Sicilia per cercare di reprimere il fenomeno mafioso. C’è anche poi da valorizzare il cinema di Aldo Vergano “Il sole sorge ancora” dove appare, dove sono rilevanti i contributi di Carlo Lizzani e di Gillo Pontecorvo, un cinema di ampio respiro sociale, perché identificava già la polemica sociale di allora, in quel momento con molta chiarezza. E poi nella stazione conclusiva vedremo il Neorealismo dialettale e il Neorealismo e la contaminazione dei generi cinematografici come nel 1952/’53 questo genere sia già destinato a confluire nella Commedia all’Italiana perchè le ultime prestazioni, le ultime opere di Castellani “Sotto il sole di Roma” e “Due soldi di speranza” preludono, preludono già a una confluenza del Neorealismo quindi degli stilemi del Neorealismo verso la Commedia all’Italiana che tanta parte avrà e molto importante nel cinema italiano degli anni ‘60. Grazie.
MODERATORE: Ecco ora do la parola a Vittorio Sgarbi che pur rapidamente ha già visitato la mostra e a caldo e ancora di più a freddo se si può dire così in mezzo a stò calore tremendo avrà qualche cosa da dirci.
VITTORIO SGARBI: C’è un aspetto del mio carattere che non necessariamente è interessante potrebbe rientrare nella rubrica “Chi se ne frega di cuore” e quindi potrei evitare di parlarne se non fosse che utile sul piano del racconto perché voi avete assistito ad una non sacra rappresentazione che sarebbe stata diversa se io non fossi arrivato questa mattina, ma soltanto adesso, e quindi un episodio di revisionismo critico in tempo reale che ha indotto salvo gli amici letterati e cinematografari a registrare una parte degli interventi in particolare quelli di Bona Castellotti e del curatore principale Caramel sulla base di un mio sdoppiamento psicologico intervenuto nella mattina. Io ho delle ambizioni alla santità peraltro mai prima manifestate ma qua mi pare inevitabile comunicarlo di cui l’aspetto più rilevante è quello della bilocazione che è quello di essere in due luoghi contemporaneamente ma avere anche due pensieri contemporaneamente, se possibile uno di sinistra e uno di destra, uno caldo e uno freddo, uno alto e uno basso, ovvero uno istituzionale e uno antiistituzionale, uno di governo e uno di opposizione, uno di lotta e uno di amministrazione per cui ho fatto come un impianto stereofonico dicevo che abbia due casse così ben articolate da mandare l’una le trombe, l’una i corni e l’una l’organo e l’altra invece gli archi un discorso in cui potevo dire soltanto quello che deve dire un uomo di governo e cioè “che bella inziativa” soprattutto perché qui siamo in un’area molto adesiva al Polo e quindi come parlare male di una cosa fatta dagli amici di Comunione e Liberazione, insomma di questo potente movimento che ha sostenuto da Lellio Basso a Berlusconi una linea improbabile ma che oggi Ronza ci ha rivelato, lui ha i piedi in basso e la testa in Berlusconi, un fenomeno abbastanza anomalo ma insomma per quella parte di Presidente operaio che c’è in Berlusconi dobbiamo riconoscere che è possibile perfino cose un ponte così impossibile fra due mondi comunista e anticomunista apparentemente tanto lontani. E quindi non potevo dire male che comincio non andrebbe bene però allora ho detto “il sottosegretario dice bene e il critico dice quello che gli pare” e così ho cominciato con l’altra cassa un’azione delicata in verità di killeraggio nei confronti di Caramel, dicendone di tutti i colori ma in maniera sobria e educata insomma relativamente che però siccome ho già detto questa mattina e ha determinato il discorso che avete sentito con tutti questi aggiustamenti di cui voi sapete poco perché non avete visto la mostra oggi non ho più voglia di parlarne cioè io adesso vorrei soltanto dire tutto il bene possibile di questa mostra ed evitare che voi sappiate le ragioni di diniego che invece ho manifestato questa mattina perché io sono fatto così cioè mi annoio a dover ripetere la stessa parte e voglio farne un’altra e quindi non dirò niente che sia contro Caramel di cui penso tutto il male possibile in realtà, però non vi dirò perché. Io vi dirò insomma che nell’assunto voi dovete immaginare un grande ospedale in cui ci sono dei medici formidabili e c’è il quartiere dove sta l’ortopedico e poi il quartiere dove sta il cardiologo, e poi il reparto dove sta l’oncologo questi ragazzi del Meeting hanno chiamato un ortopedico a curare il cuore. Questo è la metafora. Ci hanno detto chi è la persona più adatta a occuparsi di realismo in Italia? Non vi dirò un nome facile a pensarsi, che sarebbe poi anche abusato, potrei dire per esempio il nome di Mario De’ Micheli. Dice va bè Mario De’ Micheli ne sa tanto che è inutile chiamarlo perché tanto ha già detto quello che sa, dice allora potremo chiamare un antico critico che si chiama Raffaele De Grada (?), ma perché chiamare Raffaele De Grada (?) che tutta la vita l’ha dedicata al Realismo. C’è uno specialista di astrattismo in Italia che tutta la vita ha scritto di opere astratte? Caramel chiamiamo lui.
C’abbiamo un buon ortopedico, e applichiamolo finalmente al cuore vediamo se il metodo berlusconiano funziona, vediamo se c’è in lui questa linea di medico generico, che poi dimostra di avere delle arti speciali per curare il cancro, per curare il cuore. Lui che tutta la vita ha curato i piedi? E allora hanno detto, senza consultarsi con me che tanto non avendo alcun interesse per la critica d’arte e non conoscendo per esempio Lisi, Mauro, cioè tutti questi rappresentanti del popolo di Comunione e Liberazione nel. Lei vuol protestare qualcosa?
Parla qualcuno del pubblico ma non si capisce.
VITTORIO SGARBI: si
Parla qualcuno del pubblico ma non si capisce.
VITTORIO SGARBI: Ha ragione io sono vanitoso, narcisista. E’ vero, si è vero, ha ragione, sono così. Ha ragione. Ha ragione. E invece Carmelo Bene e Fellini erano delle anime, hai capito, qui, qui , dove c’è il trionfo del narcisimo uno deve essere una specie di infermiere come non capisco perché
LUCIANO CARAMEL: Sono io l’infermiere.
VITTORIO SGARBI: C’è lui l’infermiere tocca a lui. La signora evidentemente è una ammiratrice di Rosi Bindi quindi non si può. Ma detto questo io poi non volevo dire niente altro, io ho cercato di fare un processo critico lo stesso, anche, voglio dire che il massimo narcisista è un autore che io purtroppo ho letto troppo che si chiama Montaigne (?), e lo dirò alla signora che andava via, il quale ha detto “Io devo fare un saggio sull’uomo, devo parlare dell’uomo, ma siccome l’uomo che conosco meglio sono io, parlo di me stesso”. Ed è quello che ha fatto Montaigne (?) però l’ha fatto anche Leopardi, però l’ha fatto anche Fellini, ma chissà perché io in questo momento non sono più governativo quindi tentavo di applicare un metodo che mi dispiace abbia turbato la signora ma credo vi abbia fatto capire che cosa è capitato in questa mostra. Allora, da un lato abbiamo Comunione e Liberazione, come ha osservato oggi il critico di Repubblica ha tentato di appropriarsi di una materia che è tipica della sinistra militante e in particolare del comunismo romantico sia sul piano della critica, sia sul piano della storia, ecco il nome di De’ Micheli che ho fatto prima, per esempio. Quindi abbiamo un tentativo di appropriazione perfettamente riuscito delle discipline cinematografiche e letterarie, importante, notevole e forse anche spiazzante, quindi cerco di parlare in modo un po’ più oggettivo adesso. Dall’altra parte abbiamo, per le arti figurative, la chiamata dell’infermiere ortopedico che dicevo e cioè di dire se c’è una persona la cui vocazione di storico anche, oltre che di critico, sia indirizzata verso quella parte dell’arte contemporanea, dell’arte del ‘900, la quale ha un indirizzo progressivo, come dire occorre arrivare a dare alla forma dell’arte qualcosa che aveva i suoi prodromi in Picasso, molto di picassiano c’è in questa mostra ma non potremo dire che Picasso è un realista o forse anche lui lo è. E allora ecco che l’intervento di Caramel è un intervento spiazzante, a tal punto spiazzante, che è occorso qui dire cosa è il Realismo, cosa è il Neorealismo, che cosa abbiano inteso, c’è una pagina bellissima per esempio di Pampaloni per la letteratura che dice che il Neorealismo non serve a capire le esperienze di Moravia o di Brancati o di Pratolini o di Pavese che è una scatola troppo larga. Mentre per il cinema la categoria di Neorealismo, abbiamo sentito, pur con molte riserve può definire in un modo che abbia dei confini riconoscibili l’esperienza di Rossellini, l’esperienza di De Sica, l’esperienza di Visconti sia pure con una componente fortemente narcisistica ed estetizzante, e quindi si può dire che la categoria del Neorealismo funziona e consente una mostra storicamente perfetta per il cinema. Allo stesso modo possiamo dire che questa mostra dà un panorama così esteso della esperienza letteraria tale da inglobare da “Se questo è un uomo”, da “Cristo si è fermato ad Eboli” fino ad un magico visionario quale è Tobino dà una diversa definizione di un realismo addirittura agganciando fenomeni para-realisti o fortemente intimistici e quindi sono due blocchi della mostra su cui, benchè io non sia uno specialista né di cinema né di letteratura credo, che ognuno di voi tornerà a casa soddisfatto e soprattutto arricchito e in perfettamente e storicamente informato di quello che è accaduto fra il ’43 e il ’53. Ma ecco che qui interviene, al di là del narcisismo, sono costretto a non parlare soltanto bene e a riprendere invece l’atteggiamento meramente critico, quello che è il limite di una posizione disinfettante sul piano ideologico e sul piano anche del giudizio di valore di quello che è stato il Realismo nella pittura. Ecco perché oggi è nata questa molto civile discussione che vi ha portato ad assistere, poi lo vedrete a la mostra, a questo teatro di aggiustamenti rispetto a quella che è una mostra che io chiamerei per la parte della pittura “a la faccia del realismo” ovvero non “a la caccia del realismo” come prima è stato accennato da Bona Castellotti cioè andare a individuare ogni filone ma a la facci perché qui cito una sola area geografica fortemente negletta se non del tutto assente ma non nella parte letteraria che è l’area toscana, che è l’area eminente nella storia dell’arte dal primo realista che è Giotto fino a Michelangelo e andando avanti per un lungo percorso che culmina in Bartolini, il grande scultore Bartolini. Allora la linea toscana è una linea che nel ‘900 dà alcune non marginali forme di presenza come quella di Soffici, in rapporto con le avanguardie europee figura pur molto complessa che possiamo pure emarginare. Ma poi arriviamo al nucleo forte sul quale oggi ho cominciato la mia attività di schermadore con Caramel. Nessuno può escludere dal Realismo figure come Pratolini, Cassola che sono figure pesanti del Realismo. Allora io mi chiedo: se Pratolini e Cassola sono certamente centrali nella mostra, perché un movimento che si chiama I Pittori Moderni della Realtà il cui manifesto del 1949 esattamente al centro dell’asse cronologico scelto dai curatori della mostra sono totalmente rimossi, secondo il titolo verso di questa sezione che dovrebbe essere “La rimozione”? Per cui c’è uno completamente inutile, benchè grande scrittore e grande realista come Testori, ci sono personaggi come Leoncillo, Chighine e Morlotti, cioè io in questa mostra diciamo di cinquanta artisti non ne avrei esposti quarantotto, ne avrei lasciati due: Guttuso e Vespignani. Poi avrei cominciato con una ricognizione territoriale che mi porta ad esempio e qui si è aperta la discussione perfino di gusto personale con Caramel, sulla assenza di Acci, Bueno, Bueno Due (autori di un capolavoro che si chiama “A le Cascine”, i due Bueno fanno questo quadro sublime che è parallelo al cinema di quegli anni), Schiltian (?) e Annigoni. Quando, giocando sul più compromesso e sputtanato di loro, fra virgolette, che è Annigoni, ne chiedo a Caramel dice “Ma Annigoni è un pessimo pittore”. Contemporaneamente mi dice “Testori è ancora peggio di Annigoni e nel ’46 ha fatto tre quadri uno astratto, uno cubista e uno testoriano”, senza avere alcun ragione, alcun rapporto con il Realismo però per compiacenza, ho detto io, e per linea lombarda, dice lui, verso questo grande rappresentante della cultura che oggi qui ha in voi molti esponenti che è Testori, Testori c’è e non c’è Annigoni e non c’è Sciltian (?). Allora io mi chiedo “O il Realismo è una parola nella quale noi al di là delle nostre simpatie, dobbiamo intendere come intendeva Trombadori purtroppo scomparso ma grande possibile curatore di questa mostra il ritorno dell’uomo al centro della storia da protagonista sia su una posizione proletaria sia su una posizione anche di borghesia che cresce oppure il Realismo è una cosa che noi qualunque quadro riproduca qualunque cosa è un quadro Realista e allora ecco le presenze di Chighine o Morlotta su cui la fase picassiana e la fase paesaggistica poco hanno a che fare con il Realismo e forse qualcosa di più con quello che Arcangeli chiamava il Naturalismo, altra questione che riguardava per lui la natura, ma se noi dovessimo partire proprio nell’ambito della revisione critica di queste stagioni uno dei quadri di riferimento che mi pare assente qua ma forse solo per ragioni di prestito che è “La Crocefisisone” che vinse il premio Bergamo, arrivò seconda di Guttuso che è un bruttissimo quadro ma importantissimo per il piano storico, generò un saggio del ’43 di Francesco Arcangeli che potrebbe essere l’epigrafe di questa mostra “Della pittura moderna e di una sua radice malata”. Lui già nel ’43 intendeva in Guttuso in questo antico articolo addirittura rimosso da una parte della critica che ha pubblicato gli scritti di Arcangeli perché troppo prepotente contro Guttuso quello che c’era di cartellonistico, di retorico, di vano in questo pittore legittimato soltanto dall’essere stato comunista odiato dalla civiltà dell’arte proprio perché realista ad oltranza al punto tale che se voi nella mostra vedrete un suo ritratto della Magnani e poi dietro il manifesto, troverete che il manifesto è molto più espressivo sul piano estetico che non il ritratto.

Il manifesto l’ha fatto un cartellonista, il ritratto l’ha fatto Guttuso secondo una previsione del culo di Marta Marzotto, che era in qualche modo un punto di arrivo di una ricerca di Guttuso che è stata molto traumatica per le arti, perché ha rappresentato una frontiere in cui tutto il Realismo è stato sussunto, cancellando, per esempio, altra cosa che rimproveravo all’amico Caramel amabilmente, uno dei grandissimo realisti di questi anni che si chiama Antonio Donghi, la cui assenza è come dire “questa mostra non ha niente a che fare con il tema di cui parla”. Ecco, vi ho dato alcuni esempi, altri se ne potrebbero dare per l’area piemontese perché, per esempio, il Realismo si connoti nelle figure di Pavese e di Fenoglio e sia assente, per esempio, l’esperienza di un pittore che si chiama Gregoglio Calvi di Bergolo (?) o del gruppo dei pittori piemontesi, il gruppo dei sei, che bene o male ha una storia non dissimile da quella di una parte degli artisti di corrente come Birolli ed altri che pur vedrete. E’ come se la pertinenza lombarda di Testori e del critico, per altro non testoriano che è Caramel, avesse dato alla Lombardia un primato della pittura della realtà guardando con molta sufficienza una serie di manifestazioni che dall’Emilia, pensiamo per esempio all’alluvione del Polesine ‘51, il grande pittore realista di quegli anni si chiama Pono Zancanaro (?), non ne vedo traccia, il grande scultore realista di quegli anni si chiama Virgilio Milani, non ne vedo traccia, e scendendo verso la Toscana ho dato i nomi dei grandi assenti, al di là del gusto di Caramel, e poi scendendo verso Roma troviamo un’altra serie che è capitanata da Donghi ma a cui puoi aggiungere tranquillamente non soltanto lo Ziveri presente, in cui i bordelli che sono come antagonisti al mondo lombardo con la loro sensualtà pesante, ma ci sono una serie di altri artisti fra cui Ianni che smise di dipingere nel ’58, nipote di Giovanni Gioacchino Belli, per una crisi rispetto alla figura e rispetto al Realismo rappresentativo questione che coinvolge anche Capogrossi grandioso Realista fino a quando non diventa il pittore delle forchette. Scendendo verso il Sud trovi una accondiscendenza verso un contemporaneo come Armando De Stefano e non trovi per esempio la traccia di alcuni artisti di potente qualità realistica come il dimenticatissimo Ar (?) o lo scultore Gaetano Martinez, in compenso trovi, non c’è traccia dell’ultimo Martini, ma trovi un grande lombardo del tutto astratto e prevalentemente astratto e come è accaduto a Morlotti nella fase preliminare al massimo picassiano che si chiama Vittorio Tavernari. Allora io credo che questa mostra dovesse chiamarsi gli a-realismi. Hanno dimenticato una a. E davanti a quella a consentire che alcune immagini della realtà fossero rappresentate per far capire la posizione interiore che è una posizione perfettamente legittima ma che non c’entra col realismo è la differenza che c’è fra Courbè (?) e Van Gogh. Courbè (?) realista, Van Gogh espressionista. L’espressionismo non è una variante del realismo è esattamente la trasposizione, vedi il capolavoro di Chighine qui esposto, delle emozioni che la realtà ti comunica. C’è in questa mostra una specie di metastasi che trasferisce al realismo ciò che è dell’espressionismo, almeno in alcune delle componenti più vigorose, come quella appunto che ho citato di alcuni lombardi. Allora in questo discorso che ho dovuto poi alla fine sintetizzare dopo la protesta della signora c’è probabilmente la ipotesi che il prossimo anno si faccia una mostra de “I realismi” o de “Il realismo” che consenta un panorama integrato facendo vedere tutti gli artisti meno quelli qui presenti e ce ne sono altrettanti, altri cinquanta sessanta quanti ne siano perfettamente legittimi per questo titolo. Ora io questo dicevo, questo titolo così esteso nel momento in cui non è esaustivo indica una rimozione che è esattamente quello che veniva fuori in parte accennato dalla censura peraltro soltanto per la sua collana posta da Vittorini per ragioni ideologiche a un capolavoro come Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Se dovesimo accettare la posizione di Vittorini, Il Gattopardo, che è un capolavoro di realismo fantastico del realismo diciamo di invenzione, in senso manzoniano del ‘900 non sarebbe potuto entrare in una mostra in una raccolta in cui si indichi cosa è il realismo. Ora, vorrei dire da ultimo che Benedetto Croce era stato fortemente e fieramente polemico perfino con Manzoni trovando che la componente parenetica ovvero cattolica ovvero di promozione di valori religiosi era il vero limite dei Promessi Sposi i quali non erano sufficientemente lontani dalla componente di volontà di predica, di parenetica. Ecco quello che è il problema del realismo è proprio fino a che punto esso abbia legittimazione soltanto per la sua corrispondenza alla cultura partigiana della Resistenza di una sinistra comunista romantica oppure si possa anche essere un realismo come accade a quello che ho indicato prima dei toscani che prescinde da questa componente ideologica e che quindi è Realismo alla Tomasi di Lampedusa. Ecco su questo io oggi avevo, in qualche modo e con diversi argomenti, contrastato Caramel, la mostra per me è stata di uno stimolo formidabile e posso dire che una mostra che parte con un Sottosegretario di Stato che invece che celebrarla la critica non avrà, non potrà che avere fortuna perché alla gente piacciono gli incidenti non che il traffico vada regolare fa notizia lo scontro, è stato uno scontro amicale ma dove c’è l’accensione di un contrasto nasce interesse, curiosità, attenzione per una mostra grande e problematica come questa di Rimini.
MODERATORE: Ecco, è evidente che ci sarebbe moltissimo da dire purtroppo dobbiamo lasciare la sala tra tre minuti però Caramel implora una frase di poter dire una frase.
LUCIANO CARAMEL: Una frase due.
MODERATORE: No una.
LUCIANO CARAMEL: Io sono come ho detto stamattina felice dell’intervento di Sgarbi il quale pur essendo un uomo di governo è riuscito a parlare come si parla all’Università, come si parla altrove, essendo poi amici io non ho certamente interpretato male le sue cose e anzi come dicevo prima riconferma l’impostazione che io ho dato alla mostra scegliendo alcuni lui ne avrebbe scelti altri ho invitato al Meeting a fargli fare una mostra l’anno prossimo de “I realismi”, ma tutto questo suo intervento così appassionato, così vivo, è primo nello spirito di questa complessità che io ho cercato di dare ai realismi e secondo anche nello spirito del Meeting che fa sempre sti confronti. La seconda postilla: non è molto informato sulle faccende, secondo me, l’amico Vittorio della medicina, dell’ortopedia, eccetera, tanto è vero che il manifesto del Realismo scritto da Gaboe (?) e da Pesverne (?) è un manifesto che sostiene che l’unico realismo è quello dei materiali e della forma e non c’è neanche un naso e un sedere e quindi è tutto abbastanza relativo. Questa la forza del Realismo.
MODERATORE: Ecco si
LUCIANO CARAMEL : Eh te capì!
MODERATORE: La mostra sarà aperta da domani alle 18,30 c’è l’inaugurazione. Volevo anch’io chiudere con una frase, ringrazio moltissimo tutti i collaboratori quelli che hanno parlato mi permetto di fare una brevissima eccezione personale a quello che a detto Sgarbi corregendo un termine quando ha detto che è stata una operazione riuscita per quanto riguarda almeno letteratura e cinema di appropriazione direi che più che un’operazione riuscita di appropriazione è una dimostrazione da parte del Meeting della sua grande apertura.
LUCIANO CARAMEL: Bravo
VITTORIO SGARBI: Io avrei pensato a tutto perché mi ero già annoiato al tema quella cretina è venuta lì e allora


1 Non so se si scrive in questo modo il nome del personaggio citato.






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