Tommaso d’aquino



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22.12.2017
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TOMMASO D’AQUINO
Nominato dalla tradizione scolastica come il Dottore angelico. Al contrario del maestro Alberto Magno o Bonaventura, non ricoprì cariche ecclesiastiche nell’ordine domenicano a cui apparteneva, la sua vita fu di professore.

Nacque a Roccasecca nel 1225 o 1226 ed entrò nel monastero benedettino come oblato (=destinato alla vita religiosa per decisione dei genitori). Nel 1224 entrò nell’ordine domenicano contro la volontà della sua famiglia poiché aristocratici, tanto avversi che rapirono il giovane. La via di Tommaso fu segnata quindi da un conflitto drammatico con la famiglia, che solo dopo un anno di residenza coatta riuscì nel 1245 a tornare a Napoli dove riprese gli studi di domenicano. Poi tornò a Parigi e fu sotto Alberto Magno fino al 1248 e poi nel 1252 insegnò teologia. In quegli anni c’era la polemica contro i regolari che si concluse con il papa Alessandro VI che assegnò le cattedre di teologia a Tommaso e Bonaventura.

A tale periodo risalgono le opere di Tommaso quali il commento alle Sentenze e ad alcuni libri della Bibbia, intervenne nella disputa tra secolari e regolari con il Contra impugnantes dei cultum et religionem e le Quaestiones de veritate, infine il trattato filosofico De ente et essentia. Commenta anche il De trinatate e il De hebdomadibus.

Due temi centrali del suo pensiero sono la riflessione sulla teologia come scienza e la metafisica.

La sua posizione è di aristotelico in cui vede l’espressione compiuta della ragione naturale e dato che per Tommaso i principi naturali della ragione non possono essere in contrasto con la verità di fede, ritiene possibile un uso cristiano dell’aristotelismo. Non serve più la garanzia agostiniana per accogliere le tesi di Aristotele. Tommaso vede in Aristotele colui che considera le creature per quello che sono, in piena autonomia con la fede. Con ciò non s’intende che Tommaso consideri il filosofo e il credente come due figure scisse e non comunicanti, ma riconosce nelle sue parole la riflessione su un’esperienza di vita, del XIII secolo, ormai mutata rispetto alle condizioni storiche in cui la filosofia cristiana di Agostino aveva affondato le radici.

Il distacco di Tommaso da Agostino si sente ai massimi livelli quando afferma che mescolare l’acqua della ragione nel vino della Parola di Dio non significa corrompere il vino, ma se uno è un buon teologo, trasmutare l’acqua in vino come nelle nozze di Cana.

L’esigenza di una comprensione razionale delle fede, espressa già da Anselmo, era stata interpretata dalla tradizione agostiniana come ricerca di una sapientia che pur non rifiutando l’apporto di strumenti della ratio inferior (razionalità scientifica), si fonda però sull’esposizione della sacra pagina (anche se si cercava di considerare il credibile come intellegibile, rimaneva la distinzione fra sapienza e scienza). Tuttavia nella riflessione dei teologi della prima metà del 200 sulle sentenze, si era affacciata un’idea nuova che si sarebbe dimostrata vincente con Tommaso: Guglielmo d’Auxerre, prima del 1220, aveva assimilato gli articoli di fede ai principi che secondo l’epistemologia aristotelica degli analitici secondi presiedono alla costruzione di ogni scienza. Aristotele mostrò infatti che è possibile costruire una scienza deduttiva in due modi:


  • A partire da principi auto evidenti, in termini medievali, noti per il lime naturale dell’intelletto (come la matematica)

  • A partire da principi che non sono noti di per sé, ma che derivano come conclusioni da una scienza superiore (come la musica che parte da certe conclusioni dell’aritmetica). Queste scienze si definiscono subalterne.

La teologia si potrà costruire come scienza assumendone la subalternatio rispetto ai contenuti della rivelazione: le verità rivelate, analogamente alle conclusioni di una scienza di livello superiore, si pongono come principi certi a partire dai quali il ragionamento apodittico (=dimostrativo).

In Tommaso la definizione dei due ambiti distinti (filosofia e teologia) si accompagna all’introduzione del metodo razionale nella teologia la filosofia che insegna tale metodo razionale è però ancella della teologia,a indicare che tale metodo può essere usato solo come strumento della verità rivelata e non come critica. Nella Summa teologica dirà che così come le scienze profane non devono dimostrare i propri principi, ma argomentano per dimostrare altre tesi, così la sacra dottrina non dimostra i propri principi che sono articoli di fede, ma da essi procede per dimostrare altro.

Per Tommaso la sapienza non è separata dalla scienza poiché anche se il lume della mente umana non può manifestare cose che sono manifeste dalla fede, non ci possono essere cose della fede contrarie alle cose che sono per noi in natura, poiché uno dei due dovrebbe essere falso, ma entrambi sono state create da Dio che non può essere autore di falsità. La sacra dottrina si fonda sopra il lume della fede, la filosofia sul lume naturale della ragione.

RAGIONE E FEDE

L’uomo ha come fine Dio che eccede la comprensione della ragione e quindi non basta la sola ricerca fondata sulla ragione. È necessario che l’uomo sia istruito dalla rivelazione divina e questa non annulla la ragione, ma la perfeziona. La ragione si subordina alla fede. La ragione serve alla fede per tre motivi: dimostra i preamboli di fede, cioè la cui dimostrazione serve alla fede stessa (dimostra ad esempio che Dio esiste, perché non si può credere a qualcosa se non si sa se c’è). Inoltre la filosofia può essere adoperata a chiarire mediante similitudini le verità della fede. Infine può controbattere le obiezioni che si fanno alla fede dimostrando che sono false.

I principi che possiede la ragione sono veri poiché sono stati infusi da Dio stesso che è l’autore della natura umana, e la verità di ragione non può mai venire in contrasto con quella rivelata ( le fede è la regola del corretto procedere della ragione).

Il principio aristotelico secondo cui ogni conoscenza comincia dai sensi è utilizzato da Tommaso per limitare le pretese della ragione, cioè questa può elevarsi a dio solo partendo dalle cose sensibili.

La ragione è capace di due dimostrazioni, quella o priori (propter quid) che parte dall’essenza di una causa per scendere ai suoi effetti e quella a posteriori o quia che parte dall’effetto per risalire alla causa e questa può essere usata per la conoscenza di Dio. Questa ci dice qualcosa circa l’esistenza di Dio, ma non sulla sua essenza.

Chiarito il dominio della fede e della ragione chiarisce i relativi atti. Definisce l’atto del credere come un pensare con assentimento.



FRUTTI DELLA RAGIONA NATURALE

La struttura di fondo della filosofia di Tommaso è nell’affermazione dell’inevitabile concordanza del lume della fede con quello naturale della ragione, fondata sul fatto che entrambi derivino da Dio. L’atteggiamento di fiducia nelle capacità della razionalità umana deriva dal superamento del pessimismo circa la natura umana che era insita nell’antropologia agostiniana radicata nell’idea del peccato originale e della successiva decadenza degli uomini dallo stato di perfezione originaria. Al contrario Tommaso ritrova nella filosofia aristotelica il riconoscimento della positiva perfezione della natura umana che legge come espressione della somiglianza con Dio. La ragione è la massima espressione di tale somiglianza e la massima perfezione del genere umano. La ratio storicamente per Tommaso d’incarnava in Aristotele, per questo assume la sua opera come base della propria filosofia tesa a definire l’autonomia della ragione e dell’accordarsi con la verità rivelata.

Il lavoro filosofico prende le mosse dalla riflessione sul concetto centrale della filosofia aristotelica di atto che utilizza come strumento nel distinguere tra creatore e creatura.

METAFISICA

è il primo scritto. Sottolinea come si debba tornare all’origine dei veri significati dei termini per riprendere uno studio che conduca alla verità. Termine base ENTE, tutte le cose sono enti (=determinate da due caratteristiche; 1) essere qualcosa 2) tutti gli enti sono, cioè esistono.

L’esistenza appartiene a tutti gli enti, ma non ci dicono cosa sono. Nella sua prospettiva ciò che una cosa è, è nella forma della cosa, Dio dà solo l’essere, è causa dell’esistenza delle cose, ma esse sono un’attualizzazione di una forma presente nella materia (VS al pensiero filosofico per cui la forma viene da fuori e determina l’essenza delle cose). Essere ed esistenza si distinguono ontologicamente. La differenza con Aristotele è che è un principio motore che passa dalla potenza all’atto, per Tommaso è un principio causale che porta la forma.

L’esistenza è per Tommaso il valore assoluto perché è questo ciò che viene dato da Dio, non l’essenza (il che cos’è). È in forza dell’importanza che la chiesa offre a Tommaso che inizia a far studiare la filosofia medievale, prima di allora pensata senza la filosofia stessa.

Con Leone XIII, Gilson inizia qui a scrivere qui la filosofia medievale.
Nel De ente et essentia stabilisce il principio fondamentale che riforma la metafisica aristotelica e la rende adatta alle esigenze del dogma: la distinzione dell’esistenza e dell’essenza che riprende da Avicenna, che però a lui era servito per confermare la necessità dell’essere. Infatti la differenza tra l’essere la cui essenza implica l’esistenza (Dio) e l’essere la cui essenza non implica l’esistenza (finito) consiste secondo Avicenna nel fatto che il primo è necessario per sé, il secondo per altro e deriva quindi dall’essere necessario.

Il primo risultato di tale principio nella dottrina tomistica è di staccare la distinzione di potenza e atto da quella di materia e forma. Infatti per Aristotele potenza e atto s’identificano con materia e forma (non c’è potenza che non sia materia né atto che non sia forma). Tommaso chiama l’essenza quiddità o natura e comprende non solo la forma, ma anche la materia delle cose composte. Dall’essenza si distingue l’essere o esistenza delle cose. L’essenza è in potenza rispetto all’esistenza e l’esistenza è l’atto dell’essenza. L’unione dell’essenza ed esistenza, quindi il passaggio dalla potenza all’atto si ha con un intervento creativo di Dio.

Ci sono tre modi in cui l’essenza può essere nelle sostanze:


  1. Nella sostanza divina l’essenza è l’esistenza, Dio è necessariamente eterno

  2. Negli angeli che sono privi di materia, l’esistenza è diversa dall’essenza, il loro essere non è assoluto, ma creato e finito

  3. Nelle sostanze composte di materia e forma l’essere è aggiunto dall’esterno e quindi creato e finito.

Aristotele non distingueva tra l’essere di Dio e quello delle altre cose, cosa che invece fa Tommaso, dove l’essere delle creature è separabile dall’essenza e quindi creato e l’essere di Dio, identico con l’essenza e quindi necessario.

Nel De ente et essentia presenta la dottrina centrale della distinzione tra essenza e atto di essere o esistenza. Il trattato è diviso in sei capitoli ed è costituito a partire dalla spiegazione di termini metafisici come ens, natura, essentia, genus (come Boezio).

Le tesi che sostiene riguardano:


  • la distinzione reale nelle creature tra essenza creata ed esistenza.

  • L’affermazione dell’atto come atto di essere e la negazione dell’identità immediata tra potenza (l’oggetto, subiectum dell’atto, cioè il contenuto di un atto intellettuale o percettivo diverso dal soggetto) e materia.

  • Segue da quella prima la tesi della natura non materiale delle sostanze separate, che sono però creature, la cui distinzione dal Dio creatore è garantita dal fatto che per quanto siano forme pure (cioè non costituiscono sinolo con la materia come invece sono le sostanze naturali), non sono atto puro, non hanno cioè la loro esistenza da se stesse, ma la ricevono da Dio. Nelle sostanze separate la forma pura è potenza rispetti all’atto di essere.

  • L’affermazione di Dio come atto puro di essere che è per sua stessa essenza incausato e infinito. Arriva nella Summa contra Gentiles ad affermare che l’essenza di Dio è il suo essere, difatti alla domanda rivolta a Dio da Mosè sulla sua identità, rispose “Io sono colui che sono”.

LA FILOSOFIA AL SERVIZIO DELLA TEOLOGIA

Tommaso trascorse diversi anni a Roma, Viterbo e Orvieto dove risiedeva la corte papale. In tale periodo la curia pontificia divenne un luogo ricchissimo di fermenti intellettuali. Qui Tommaso iniziò a commentare Aristotele e scrisse il commento al de divinis nominibus dello pseudo dionigi. Qui scrisse la Summa contra Gentiles, dove Tommaso riprende gli argomenti della naturale convergenza tra fede e ragione dicendo che sebbene la verità di fede superi la capacità di ragione, i principi naturali della ragione non possono essere in contrasto con tale verità. Quindi uno dei compiti della ragione è scompare il campo da errori che possono ostacolare la piena accettazione della verità di fede.

Il rischio della filosofia aristotelica per un cristiano consisteva nel limitare lo sguardo al mondo delle creature. Tommaso trasforma lo sguardo filosofico proprio a partire da ciò dicendo che la fede si interessa delle creature in quanto in esse si riscontra una certa immagine di Dio e l’errore su esse può portare all’errore su Dio, per cui la creatura interessa alla filosofia umana per un aspetto diverso da quello della fede, infatti le considera per quello che sono e quindi a seconda della diversità dei loro generi si hanno diverse discipline. La fede cristiana le considera in quanto rappresentano la trascendenza di Dio.

Con il verbo rappresentare non intende come Bonaventura che nelle creature c’è traccia del creatore, ma che la possibilità del rappresentare risiede nella partecipazione all’essere che le creature ricevono da Dio.

La conoscenza delle creature è via della dimostrazione di Dio che p in virtù dell’analogia (=possibilità di predicare lo stesso nome di diversi soggetti secondo un significato che in parte è lo stesso e in parte è diverso), dato che l’essere conferito alle creature è lo stesso di Dio, per quando il modo d’essere delle creature è per partecipazione e per Dio è per essenza.

L’analogia può essere di due tipi:



  1. Analogia attributionis: secondo la quale qualcosa si predica di due soggetti in riferimento a un terzo (cibo e corpo si possono definire sani riferendosi alla nozione di sanità).

  2. Analogia proportionis: secondo cui qualcosa si predica di due soggetti in riferimento l’un all’altro e in tale senso si parla di analogia tra Dio e le creature, perché qui è necessario che uno dei due termini venga prima e Dio è prima di tutto quindi serve quest’analogia.

Tommaso presenta caratteristiche innovative che nell’età in cui visse non fu recepito tanto che ricevé condanne per alcuni tesi che sosteneva. Per lui con Aristotele si arriva alla perfezione della filosofia, ma in una prospettiva cristiana ed è conscio della distinzione fra FILOSOFIA E FEDE.

Il suo obiettivo è creare una complementarietà tra fede e filosofia.



  • LA FILOSOFIA è ANCELLA DELLA TEOLOGIA

È in subordine del pensiero teologico? No, essere ancella vuol dire sorreggere, aiuta la teologia. Per Tommaso il sapere filosofico porta l’uomo a realizzare se stesso, è il punto più alto che realizza se stesso, è il punto più alto che realizza l’uomo, perché la ragione è la forma dell’uomo. L’anima non è una sostanza a se stante, che viene data da Dio a un corpo, ma è una parte indiscindibile del corpo (pensiero aristotelico).

Nell’uomo la massima attualizzazione è nella ragione.

Ciò che distingue la fede dalla teologia sta nel fatto che è una scienza, ma si distingue in due ambiti:


  1. La teologia dei filosofi/ metafisica/ scienza delle cause; ragionamento razionale su Dio come causa

  2. Teologia delle sacre scritture, questa è scienza nel metodo, non lo è nei principi. I principi primi sono i dati della fede, da questi, attraverso il ragionamento sillogistico, ne derivano le conseguenze. I suoi principi non sono assiomi, ma i dogmi della fede cristiana.


Se Dio è causa, l’approccio filosofico (razionale) ci dice solo che le cose sono effetti di Dio e la ragione può dagli effetti risalire alla causa (dimostratio quia) che fa comprendere che Dio esiste, sennò non ci sarebbero gli effetti.
Nel primo settore non c’è nessun dato di fede, nessun contenuto delle sacre scritture e ci parla di Dio in quanto Principio delle cose. In Tommaso attraverso Avicenna e il Liber de causis (Tommaso è il primo che si rende conto che il testo è di Proclo) vede Dio come causa.
Le cinque prove a posteriori si basa su questo principio: c’è una causa necessariamente e questa è l’unica ragione che può sapere.

Questa è la teologia dei filosofi, che non spiega chi sia Dio, questo lo fa la seconda teologia. Quello che ci ha Anselmo nel Proslogion per Tommaso non ha alcun valore. Conoscere la natura di Dio equivale a porsi nella stessa natura di Dio secondo Tommaso, è la relazione che l’uomo può avere con Dio è di effetto-causa, quindi si può conoscere l’esistenza di Dio, non chi sia.

Tutto ciò che cogliamo con i sensi diviene universale perché l’uomo ha la capacità di astrarre l’universale dal particolare. Tutti i sensi entrano in relazione per darsi una forma dell’oggetto e la nostra anima passa questa conoscenza particolare all’universale in modo INDIVIDUALE. L’intelletto agente è una facoltà dell’anima (non come Avicenna che dice che è fuori e non come Agostino per il quale viene con un’illuminazione).

Secondo Tommaso il principio agente attivo funziona tutto allo stesso modo. Processo di sintesi (dal particolare all’universale), è uguale per tutti e ognuno è responsabile del proprio.

Tommaso contrasta le dottrine di Averroè che diceva che l’intelletto agente è separato dall’individuo, ma così è come che la forma (anima) è tolta dalla materia.

L’intelletto agente e potenziale come facoltà individuali.

Per lui l’anima è infusa da Dio al momento della nascita (non in stato embrionale), l’uomo è un corpo (materia), dotata di anima (forma), con la morte dell’uomo muore l’anima, questo genera un problema. Come lo risolve?

Dice che tale condizione è temporanea, perché nella visione cristiana si ha la resurrezione. Il momento transitorio è una testimonianza dell’attesa del giudizio divino dove l’anima riandrà nel corpo (non più sensibile, ma comunque nel corpo), in uno stato glorioso. In questo stato la visione di Dio, sarà visione, ma non sarà piena acquisizione della natura divina, che resterà sempre un mistero.



LE PROVE DI DIO

Aristotele distingue tra ciò che è primo per se e ciò che è primo per natura e ciò che è primo per noi. Se Dio è primo nell’ordine dell’essere, non lo è nell’ordine delle conoscenze umane che cominciano dai sensi. Serve quindi una dimostrazione della conoscenza di Dio ed essa muove dagli effetti sensibili, è quindi una demonstratio quia, a posteriori. Respinge la prova ontologica di Anselmo, infatti dice che se anche intendiamo Dio come ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore, non ne segue che egli sia in realtà e non solo nell’intelletto.

Nella Summa theologiae elenca le cinque prove dell’esistenza di Dio:


  1. Prova cosmologica, desunta dalla fisica e metafisica di Aristotele. Parte dal principio che tutto ciò che si muove è mosso da altro. Ora se ciò da cui è mosso a sua volta si muove, bisogna che anch’esso sia mosso da un’altra cosa e questa da un’altra. Ma non è possibile procedere all’infinito, altrimenti non ci sarebbe un primo motore e neppure gli altri si muoverebbero. È necessario giungere a un primo motore che non sia mosso da null’altro e per esso tutti intendono Dio.

  2. Prova causale. Nell’ordine delle cause efficienti non si può risalire all’infinito, altrimenti non vi sarebbe una prima causa e quindi neppure una causa ultima e cause intermedie. Vi deve dunque essere una causa efficiente prima che è Dio. Tale prova desunta da Aristotele era stata ripresa da Avicenna.

  3. Desunta dal rapporto tra possibile e necessario. Le cose possibili esistono solo in virtù delle cose necessarie: ma queste hanno la causa della loro necessità o in sé o in altro. Quelle che hanno la causa in altro rinviano a quest’altro e poiché non si può procedere all’infinito, bisogna risalire a qualcosa che sia necessario di per sé e sia causa della necessità di ciò che è necessario per altro e questo è Dio. Questa prova è desunta da Avicenna.

  4. Prova dei gradi. Nelle cose si trova il meno è il più del bene, del vero e di tutte le perfezioni, vi sarà dunque anche il grado massimo di tali perfezioni e sarà esso la causa dei gradi minori. Ora la causa dell’essere e della bontà e di ogni perfezione è Dio. Tale prova di origine platonica è desunta da Aristotele.

  5. Si desume dal governo delle cose. Le cose naturali, prive d’intelligenza, appaiono dirette a un fine e non potrebbe essere se non fossero governate da un essere dotato d’intelligenza. Vi è dunque un essere intelligente dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine e questo essere è Dio.

BATTAGLIE DOTTRINALI

Nel 1269 torna a Parigi dove si trovò nel cuore di un dibattito universitario su uno degli argomenti più controversi della filosofia aristotelica: la dottrina dell’unicità dell’intelletto possibile e quella dell’eternità del mondo. Scrive due trattati monografici il De unitate intellectus contra averroistas e il De aeternitate mundi. A questo periodo risale il commento al liber de causis.

Sulla dottrina dell’eternità del mondo sostiene che non si può affermare niente dal punto di vista filosofico, né il suo inizio né la sua eternità. Per Tommaso Dio crea le cose dal nulla e le idee sono nella sua mente.

Gli essere creati si dispongono in una scala che ha agli estremi Dio e le creature materiali. Tra questi due estremi ci sono gli angeli (forme pure create) e la creatura umana (sinolo, al confine tra il mondo materiale e quello delle intelligenze).

L’anima è forma del corpo. L’anima razionale è l’unica forma sostanziale dell’uomo.

TEORIA DELLA CONOSCENZA

Quella tomistica ricalca quella aristotelica. Il processo attraverso il quale il soggetto conoscente riceve l’oggetto è l’astrazione e l’oggetto conosciuto è nel soggetto conoscente in conformità della natura del soggetto conoscente. L’intelletto conosce le cose solo in quanto unite ai corpi, ma nell’atto del conoscerle le astrae dai corpi stessi il conoscere è un astrarre la forma dalla materia individuale e così trarre fuori l’universale dal particolare. L’astrazione non afferma la separazione reale della forma dalla materia individuale, consente solo la considerazione separata della forma e questa considerazione è la conoscenza umana. La materia è sia comune e individuale, comune come la carne e le ossa, individuale come questa carne e queste ossa. Nel processo di astrazione ciò che viene separato dalla forma è la materia individuale. Per cui un uomo è diverso da un altro perché è unito a un determinato corpo non a un corpo. Da ciò risulta che l’universale non sussiste fuori le cose singole, ma è reale solo in esse (che è il prodotto di astrazione).

L’intelletto che astrae le forme dalla materia individuale è l’intelletto agente. L’intelletto umano è finito e di contro quello angelico non conosce in atti tutti gli intellegibili, ma solo in potenza, è quindi intelletto possibile.

Dato che nulla passa dalla potenza all’atto se non per opera di ciò che è già in atto, la possibilità di conoscere propria del nostro intelletto diventa conoscenza effettiva per opera di un intelletto agente che fa passare all’atto gli intellegibili astraendoli dalle condizioni materiali e agendo come la luce sui colori.

Contro Averroè afferma l’unità di questo intelletto con l’anima umana. Se l’intelletto agente fosse separato dall’uomo, non sarebbe l’uomo a intendere. L’intelletto attivo non è uno solo, ma ce ne sono tante quante sono le anime umane.

Dio conosce tutto se stesso e le cose attraverso la sua essenza che è atto puro, l’angeli che ha un essenza in atto ma non puro perché creata, conosce se stesso per essenza e le altre cose per similitudine, l’intelletto umano non è atto, ma potenza e si conosce solo quando opera le astrazioni attraverso l’intelletto agente.

L’errore non si ha circa l’essenza, ma circa le particolarità che appartengono all’essenza e che arriva a conoscere attraverso il ragionamento.

Tommaso sostiene che Averroè ha interpretato erroneamente il testo aristotelico. La conoscenza per Tommaso è il passaggio dalla potenza all’atto. Gli intellegibili che si trovano in potenza nelle immagini formatesi dal contato con i sensi con le cose, vengono separati da esse e quindi posti in atto come intellegibili. Questo avviene nel processo astrattivo in cui l’intelletto si rivolge a un solo aspetto della cosa, e si ha l’astrazione totale o universale quando si lasciano cadere gli aspetti specifici e si considera la natura universale della cosa, è astrazione formale quando si considera la singola qualità distaccata dal soggetto in cui sussiste. L’astrazione è possibile grazie al lume naturale immesso da Dio nell’anima umana, e lo identifica con l’intelletto agente.

L’intelletto possibile (o passivo, o materiale, quello che sta agli intellegibili come il senso sta ai sensibile) è inteso come una facoltà individuale o non si spiegherebbe come ogni uomo intende.

ETICA

Dalla quinta prova si desume che Dio ordina le cose al fine supremo che è lui stesso in quanto sommo bene. Il governo divino del mondo che ordina il mondo verso il suo fine è la provvidenza. Ciò non esclude la libertà dell’uomo, poiché questa fa parte della provvidenza divina. La predestinazione non toglie la libertà dell’uomo alla beatitudine eterna a cui non si giunge con le sole forze naturali, ma Dio deve guidare. Ma con ciò Dio non necessita l’uomo, perché fa parte della predestinazione che l’uomo attinga liberamente la beatitudine.

Provvidenza e predestinazione suppongono la prescienza divina con la quale Dio prevede i futuri contingenti cioè le azioni dovute alla libertà umana. La prescienza divina è certa e infallibile.

Per Tommaso il male non è che mancanza del bene. Il male può essere di due specie: pena (che è la deficienza della forma) e la colpa (deficienza di un’azione che non è stata fatta come andava fatta). La colpa è l’atto con cui l’uomo deliberatamente sceglie il male. L’uomo tende naturalmente al bene (sinderesi).

Le facoltà naturali sono determinate ad agire in un unico modo, non hanno scelta né libertà, ma agiscono in modo costante. Le potenze razionali, che sono proprie dell’uomo, non sono determinate in un unico senso, possono agire in più sensi.

Per Tommaso le virtù intellettuali e morali sono umane, conducono alla felicità in questa vita, per perseguire la felicità eterna servono le virtù teologiche, infuse da Dio nell’uomo (fede,speranza, carità).



POLITICA

C’è una legge eterna nella mente divina e la legge di natura che è negli uomini è un riflesso o una partecipazione di quella legge.

La legge di natura si concreta in tre inclinazioni: quella verso il bene naturale. L’inclinazione speciale ad atti determinati che sono quelli che la natura ha insegnato a tutti gli animali e infine l’inclinazione al bene secondo la natura razionale che è propria dell’uomo.

Oltre alla legge eterna che per l’uomo è quella di natura, ci sono altre due tipi di leggi, quella umana, inventata dagli uomini e quella divina che indirizza l’uomo al fine soprannaturale.

Tommaso è per l’origine popolare delle leggi perché dice che sono stabilite dalla popolazione, ma ritiene comunque migliore la monarchia.

ESPERIENZA FINALE

Si dice che dopo la messa del 6 dicembre 1273 Tommaso fu colpito da qualcosa che lo sconvolse e da li non scrisse né disse nulla e poco dopo, a seguito di un incidente, morì nel 1274.


TESTO FOTOCOPIA: TOMMASO, COMMENTO AL LIBER DE CAUSIS

Si ha una sintesi del contenuto in cui si dice che la proposizione 18 del Liber de causis nella prima parte deriva dalla proposizione dell’ Elementatio (elementi di teologia di Proclo), mentre la parte conclusiva non ha antecedenti in Proclo. Dalla proposizione 102 derivano la tripartizione in esse, vivere, intelligere come gradi della realtà e la derivazione di ognuno al grado primo. Il principio in base al quale il primo da ai suoi derivati la propria caratteristica e la definizione di vita come processione dall’ente primo. Il commento di Tommaso è vicino a quello di Proclo.

Nella dinamica causativa in Proclo, Tommaso rilegge una propria tesi, quella per cui Dio dà l’esistenza alle cose, non è causa delle forme (tale dottrina è solo in Tommaso).


Ciò che è dato da Dio

Ciò che deriva dal processo di derivazione delle cose
Questo pone una distinzione tra ESISTENZA ed ESSENZA

In Tommaso non c’è il processo di partecipazione presente in Boezio. Non c’è lo schema neoplatonico che nel cristianesimo diviene partecipazione. Ciò che la creatura è, per Tommaso, viene da Dio.

Pagina 344/345: qui pone la distinzione tra ciò che ci dicono i platonici e l’altro. Un conto è la creazione con la portata di una forma che richiede una realtà preesistente, un conto è una creazione ex nihilo, che richiede Dio. nel passaggio nel libro di causa; ente è il quod est (ciò che una cosa è), in Tommaso è l’esistere (Tommaso legge a suo modo un concetto neoplatonico).

L’essere è ciò che viene per primo è coincidere con l’esistenza.

Nell’ente e l’essenza la prima opera, Tommaso pone tale distinzione (essere ed esistenza) e su questa si individuano tre realtà diverse.


  1. ENTI COMPOSTI: di natura e forma, quello per eccellenza è l’uomo. L’essenza dell’uomo non è né la materia né la forma, ma il composto. L’essenza dell’uomo è l’essere uomo (unione di forma e materia). L’esistenza si pone come diversa dall’essenza, poiché è data da Dio. così la realtà diviene qualcosa di nobile poiché data da Dio.

  2. ENTI SEMPLICI: sono forme che non hanno materia e sono li angeli (le intelligenze, i motori dei cieli per Aristotele). Non sono composti, la loro essenza coincide con la forma, ma anche loro in quanto creati hanno un’esistenza data da Dio. sono le cause seconde.

  3. DIO: in lui non c’è nessuna combinazioni di essenza ed esistenza. Tutto ciò che Dio è, corrisponde con l’essenza. Essenza = esistenza.

Le intelligenze muovono perché guardano il creatore (nulla a che fare con Bacone i cieli che dicono il disegno divino). Nel 1277 l’altra tesi condannata è quella per cui gli angeli nella sua specie non si identificano con gli individui, cioè il fatto che si possa parlare di enti è perché sono composti. Nella forma gli enti sono tutti uguali, ma la materia è diversa. Nel processo conoscitivo un ente composto lo conosco astraendo la forma. Estraggo la forma per passare ad una conoscenza universale. Nella materia resta il principio d’individuazione.

Di fronte agli angeli non si può avere un principio d’individuazione quindi non vengono considerati individuo. Ergo: ogni angelo è una specie a se stante (non cadono sotto i sensi) e nel processo conoscitivo proprio perché mancano di materia non li conosco in maniera individuale.

Le sostanze semplici e composte sono studiate dalla metafisica.

Per Tommaso: le scienze teoretiche sono tre : 1) filosofia naturale (o fisica)

2) matematica

3) metafisica

Queste portano l’uomo alla conoscenza.

Le scienze pratiche sono: 1) etica

2)economica

3) politica

Queste guidano l’uomo all’azione.

La fisica si perviene con l’astrazione: dall’universale dal particolare. Una volta ricevuta la forma sensibile della cosa viene conferito dall’intelletto agente che è in noi conosco qualcosa se so individuarla. Conosco le sostanze composte in filosofia naturale.

La matematica è diversa: si astrae la forma dalla materia. Gli enti matematici sono enti che esistono di per sé nel mondo naturale, ma sta nella realtà, non in quanto sostanza, ma in quanto Forma Quantitativa. Astraggo per numero e grandezza. In ambito matematica la nostra mente lavora con queste forme come se avessero un’esistenza propria, separato dalla materia. Diversamente altre qualità come caldo e freddo, non è qualcosa su cui si può ragionare, come se avessero una vita propria.

La metafisica è quella dei filsofia, questa non lavora sull’astrazione, ma su un altro principio della mia mente: la separazione, l’atto primo di separazione è ciò che separa l’ente dal non ente.

In tale separazione la mente coglie l’alterità o diversità e attraverso ciò coglie il principio di casualità. Ergo: le sostanze separate, non essendo forma qualitative, sono oggetto del metafisico, non il fisico e il matematico.


TESTO BACONE (LIBRO)

Giustifica la religione verso la quale l’umanità tende, poiché esaltata dalle stelle. Lo fa sulla base di testi che legge in chiave cristiana (come Albumasar), de Vetula o Speculum astronomiae. Anche i filosofi guardando agli astri convergono che la fede cristiana vince VS Tommaso per cui la disciplina astrologica non è compresa nelle scienze teoretiche e quindi non è conoscitiva.

Pagina 119: sottolinea che Aristotele ribadisce che la vita naturale dell’uomo è in relazione con i cieli.

Pagina 125: parla di come l ‘uomo genera l’uomo dal sole. Opera non compiuta correttamente. La donna qui è mancanza (difetto di natura).

La casualità celeste è così forte che è a capo non solo di generazione naturali, ma anche della mancanza della natura. Quando da un uomo non si genera un uomo si è verificato una mancanza dalla parte della materia. Per Avicenna (seguito da Bacone) il datore di forme non può essere difettosa, per cui i difetti sono dati dalla volontà del cielo (perché il cielo nel dare le forme opera per necessità). Un principio astrologico giustifica l’influsso del mondo celeste.

Arriva a giustificare il determinismo di Avicenna: dove c’è una carenza o eccesso di materia, i cieli si impegnano affichè la materia non resta priva di forma. Cioè dove c’è un eccesso di materia i cieli aggiungono più organi, affinchè quella vita sia al medesimo della sua possibilità. I cieli agiscono sempre per il meglio affinchè tutta la materia sia con tutta la sua forma. Se c’è troppa materia aggiunge la forma, se ce ne è poca la toglie.

Nel de corrutione di Alberto Magno quando parla dei difetti dice: l’utero materno è una specie di membrana secondina, riproduce i movimenti celesti che nutrono l’embrione. Quando ci sono congiunzioni che generano alterazione del feto.

In Bacone si cerca di mitigare questo effetto: i cieli sono attenti all’uomo per rendere al meglio la sua vita. agendo come agenti fisici nell’uomo fanno in modo che siano i fini del creato.

Dopo parla della medicina dove vanno visti i cieli per sanare.

Pagina 140: il valore dell’astrologia sta nel fatto che è una scienza pratica e l’uomo deve prestare la sua opera affinché i cieli siano segni significativi per l’uomo. I cieli influiscono, ma in questo influsso l’uomo si muove in un mondo di contingenze, non necessità, la ragione umana è superiore ai cieli, può conoscere il movimento dei cieli e può constatarci. Tommaso svilupperà la dottrina della necessità contingente: cioè sono le cose su cui l’uomo fa lavorare il libero arbitrio. Dal punto di visto di Dio è necessario (sa cosa farà l’uomo) dal punto di vista dell’uomo è contingente.


Il processo conoscitivo non è mai concluso perché i cieli si sviluppano nella storia e l’uomo deve sempre migliorare se stesso, ricercando anche le migliori condizioni di vita. Importante quindi lo sperimentare (=creare gli strumenti che aiutano l’uomo). L’apporto tecnologico che l’uomo aggiunge è il culmine pratico (non conoscitivo) in attesa di glorificare l’umanità intera nel segno del cristianesimo.

Bacone è considerato precursore della modernità.



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