Tornare a Samo



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30.12.2017
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Tornare a Samo ?

Exegi monumentum aere perennius : ho eretto un monumento più durevole del bronzo. Parole di Orazio. Quando l’arte si proponeva ancora di eternare il transeunte, di immortalare quando è perituro o quando, magari,aspirava a vincere “ di mille secoli il silenzio”. E Keats: A thing of beauty is a joy for ever. Una cosa bella è una gioia per sempre . L’artista era allora un artiere che aveva una conoscenza perfetta dei materiali usati, fossero essi marmo, bronzo, colori, parole o suoni, e mirava a intendere e rappresentare le cose dal punto di vista dell’eternità: sub specie aeternitatis. La sua massima ambizione era il lavoro ben fatto, curato nei minimi dettagli, perfezionato con scrupolosa pazienza. L’insoddisfazione era il suo demone. L’arte era, insomma, una diuturna lotta con l’angelo dell’ineffabilità. Estro, quindi, e genialità, ma anche calcolo e rigore.

Poi ci fu quella che Hans Sedlmayr, con icastica formula, ha definito “ la perdita del centro “, culminata – non a caso – nel concettualismo, che ha decretato la sparizione dell’oggetto artistico, nonché la preminenza della dimensione mentale rispetto al manufatto. Nella riduzione dell’arte a idea, a linguaggio, a definizione, il pensiero ha soppiantato le immagini, l’opus, mortificandone il valore e l’importanza. Con la conseguenza che il rapporto dell’artista con i materiali non ne presuppone più una compiuta conoscenza: esso è divenuto meramente estetico, cioè superficiale e strumentale a un tempo. E non è mancato chi ha perseguito la “ dematerializzazione “ dell’opera d’arte, ridotta appunto all’affimero progettuale. Per Marina Pugliese “ l’artista contemporaneo si è affrancato dal dato esecutivo”. E “ l’arte che non dura “ ne è il risultato, con gli inevitabili corollari della svalutazione dell’originalità (degradata a feticcio), della serialità – almeno potenziale – dei suoi prodotti, tutti virtualmente riproducibili, di uno sperimentalismo fine a se stesso, che si coniuga con la provocazione, magari gratuita, o finisce per scadere nella trovata. Talora per èpater les bourgeois,spesso per calcolo mercantile, quando i due intenti non coesistano. Fino al ready – made e agli objets trouvès. Fino alla manzoniana Merda d’artista.

Ci sono poi degli artisti che non usano più la materia come mezzo espressivo, ma ad essa affidano il compito di “ essere “ arte. Si pensi ai sacchi sbrindellati, ricuciti o ripezzati di Burri,alle sue “combustioni”, ai suoi cretti, che testimoniano tutti, a volte con interventi minimi dell’autore, le stigmate del tempo e lo strazio dell’”esserci”: quel “ mal di vivere “ – sunt lacrimae rerum – che pure fa a pugni con l’eleganza delle variazioni cromatiche. O si pensi al trionfo del materico, alle stratificazioni di materiali diversi, all’esaltazione della “casualità “ come summum di originalità, all’Action Painting …. Al limite, a Fontana, per il quale la tela che egli taglia o perfora “non è più una superficie, ma una materia (…..). Una materia soggetta a divenire, cioè anche a trasmutarsi e a deperire, una materia che denuncia la sua effimerità” (Calvesi). All in the present must be transformed è appunto il titolo di una mostra veneziana del 1989 dedicata a Barneys e Beuys. Ma come conciliare tutto questo con l’idea dell’arte come testimonianza, storia, comunicazione? Come impedire che essa si esaurisca in una sorta di sterile solipsismo o - peggio – in una patente ammissione di impotenza e di afasia?

Sono questi, forse, gli interrogativi cui è approdato Giovanni Massolo. E, per uscire dall’impasse, dopo quaranta e passa anni di attività pittorica, egli si è mosso in due direzioni solo apparentemente contradditorie: ritornando cioè alle origini e alla natura. Da un lato, infatti, si riallaccia alla pittura vascolare greca e, più precisamente, allo stile cosiddetto “ severo “, riprendendo e interpretando in chiave personale sia la linea funzionale sia la scenografia della figura nello spazio. Giovandosi della preziosa collaborazione dell’architetto Tullio Mazzotti, che gli ha fornito una serie di vasi – dall’anfora al cratere a calice, dall’hydria alla kylix, dalla pelikè alla pyxis, dall’oinochoe all’urna funeraria con coperchio modellato ad elmo – l’artista si è misurato con il rigore delle geometrie prospettiche in voga nell’Ellade tra il V e IV secolo a. C. Sviluppando il discorso in maniera ora più ora meno libera, con invenzioni che raggiungono gli esiti migliori nell’elaborazione di motivi decorativi vegetali o astratti, Massolo sembra seguire a suo modo l’esempio di Andrè Chènier, il quale si propose di fare versi antichi su pensieri nuovi. Qui sono antichi o, meglio, all’antica i supporti, mentre nuove sono le decorazioni, quantunque in alcuni casi, soprattutto là dove l’artista riproduce la figura umana, la tentazione di emulare i soggetti tradizionali si faccia decisamente sentire. I limiti, in questo caso, sono quelli del dèjà vu: limiti, a ben guardare, impliciti in ogni neoclassicismo.

Ecco, dunque, che il pittore spinge dall’altro lato la sua ricerca verso la natura. Come Anteo, ritorna alla terra per reintegrare le sue energie, per affinare la sua ispirazione. Ed è come ricominciare da capo, attingendo alle radici stesse della creazione artistica. Un approdo al grado zero, nel tentativo di obliterare ogni condizionamento culturale. Con molta umiltà Massolo lascia per il momento da parte ogni problematica sul destino della pittura, elude consapevolmente i rischi della crisi attraverso una risoluzione pragmatica. Come superare le contraddizioni? Come uscire dal labirinto in cui l’arte moderna sempra essersi cacciata? Semplicemente chiamandosi fuori. E’ l’uovo di Colombo. Dipingendo, ogni dubbio sul significato e sulla consistenza della pittura svanisce. Basta rifarsi alla natura. Basta assecondare con la decorazione i sui prodigi. Vi sono delle bizzarre forme plastiche nella natura, il cui mimetismo è davvero stupefacente. Certe zucche, ad esempio. Chiamano il colore, lo suggeriscono. Chiedono di essere rappresentate: come sono o come potrebbero essere. E per incanto ecco dischiudersi uno spazio di libertà, senza che tra figurativo e astratto insorgano nette cesure, divaricazioni fatali. Il segreto è tutto nell’assecondare le potenzialità della materia viva. Come natura crea.

Leopardi, nello Zibaldone, coglie con profonda perspicacia la ragione dell’indefettibile originalità degli “antichi”, i quali, a suo dire, non avevano dinanzi a sé altro esempio che quello della natura: “Giacchè la natura simministra ben da sé idee sempre differenti e sempre nuove”. Di qui la forza della poesia di Omero, il quale, “scrivendo i suoi poemi, vagava liberamente per li campi immaginabili, e sceglieva quello che gli pareva giacchè tutto gli era presente effettivamente”.

Noi oggi abbiamo perduto questa spontaneità, questa naturalezza. La nostra mente è schermata da un eccesso di modelli, frastornata da una sovrabbondanza di esempi. Abbiamo troppa memoria.

Così la natura ci è spesso estranea, perché troppi filtri – troppe barriere – ci separano da essa. E ci condizionano, imponendoci un modo di vedere la realtà che non è il nostro. Snaturandoci. Ma perché noi dovremmo arrenderci alle convinzioni altrui? Concludere – con certuni – che l’arte è morta o moritura? O, spinti dall’impotenza, dall’incapacità di creare e di comunicare che tanti manifestano o dichiarano apertamente, esaurire ogni nostro sforzo nella mera provocazione, nello sberleffo, nel gesto distruttivo o nel gioco di prestigio che vanno tanto di moda? Non c’è conformismo peggiore, a volte, dell’anticonformismo proclamato, esibito, prescritto. Certamente qualcuno, per tale via, riesce ad acquistarsi una qualche fama: in fondo, anche Erostrato è passato alla storia. Ma a farne le spese è stato il tempio di Artemide da lui arso e distrutto. Proporre un’arte senza futuro, votata all’effimero, allo stesso modo, può sì suscitare qualche amabile frisson e finanche strappare qualche applauso, ma non andrà mai disgiunto da sospetti di istrionismo. E alla fine ci sarà sempre qualche innocente fanciullo – la bocca della verità – pronto a dire che il re è nudo.



Questo, Massolo lo ha capito e, pur sapendo che è impossibile fare tabula rasa di ogni esperienza, ha cercato di mettersi in discussione e di rimettersi a dipingere, come se nulla fosse. Da buon artiere, senza proporsi – per ora – traguardi troppo ambiziosi, si è armato di una tavolozza, di una spatola , di un pennello ed ha cominciato a guardarsi intorno. La natura non gli ha lesinato stimoli, spunti e suggestioni. Parafrasando Picasso, si potrebbe dire che la sua pittura non è soltanto un’operazione estetica: “è ( soprattutto ) una forma di magia intesa a compiere un’opera di meditazione tra questo mondo che ci è estraneo” e noi. A guidarlo è il piacere della scoperta. O, più ancora, il desiderio di comunicarlo.

Carlo Prosperi




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