Trascrizione della requisitoria orale del p



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TRASCRIZIONE DELLA REQUISITORIA ORALE DEL P.M.

TESTO RIVEDUTO E CORRETTO CON AGGIUNTE DAL P.M. D’UDIENZA


SOMMARIO:

  1. Premessa – 2) Il decreto legge 26 aprile 1993 n. 122 convertito in legge 25 giugno 1993 n. 205 (c.d. legge Mancino) – 3) Bene tutelato e tipo di tutela – Reato di pericolo astratto – Propaganda razzista – 4) La c.d. legge Mancino e l’articolo 21 della Costituzione- 5) La fattispecie concreta – 6) La consulenza storica e la realtà odierna in Verona – Razzismo – 7) Diffusione ed incitamento – Fattispecie concreta – 8) Discriminazione – 9) Conclusioni

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  1. PREMESSA

Signor Presidente e signori del Tribunale, oggi si conclude questo processo che ha avuto un ampio sfogo dibattimentale e che ha come oggetto reati di propaganda razzista. Il capo di imputazione è molto chiaro ed indica quali sono i fatti concreti contestati agli odierni imputati.

Basta leggere la deposizione del teste Fior, il quale, dopo aver detto che ha notato questi manifesti con la scritta "Firma anche tu per mandare via gli zingari: no ai campi nomadi," affissi in posizioni strategiche in un giorno di mercato a Villafranca, ha aggiunto che quelle frasi “secondo me, sia allora nel 2001 sia oggi, sono un incitamento all'odio razziale perché non si parla tanto di chi ruba, di chi delinque ma si parla in generale di zingari”.

Quindi non soltanto il comportamento tenuto è facilmente rilevabile leggendo il manifesto ma anche la percezione che ne hanno avuto i terzi - e parlo di Fior perché è il più evidente, ma tutti gli altri testi escussi lo hanno rilevato - è stata chiaramente quella di un incitamento all'odio razziale nei confronti degli zingari. Si è realizzata appieno quella che è l'ipotesi tipica prevista dalla norma contestata.

Potremmo dire a questo punto che il processo è finito, che la prova è stata data.

Ma, come spesso accade, le cose semplici devono essere spiegate con una certa particolare attenzione per dimostrarne, non soltanto l'evidenza immediata emotiva ma, anche, il significato intrinseco che, nella specie, va evidenziato richiamando lo spirito della norma al fine di verificare se questo spirito si sia realizzato nella fattispecie concreta.

E capite bene che in questo caso, proprio perché si tratta di fatti semplici, la spiegazione richiede un po' di tempo.

Ho detto "solare", di "evidenza solare".

Sappiamo tutti che il sole fa bene ma sappiamo anche che l'esposizione al sole provoca scottature. Spiegare il perché il sole fa bene e perché può provocare scottature richiede un'indagine scientifica, al fine di accertare, per esempio, cosa sono i raggi infrarossi, quando e come agiscono, ecc..

L’approfondimento tecnico-scientifico comporta del tempo.

Allora, nella specie, il tempo che io perderò o, meglio, occuperò per dimostrare la fondatezza dell'imputazione è soltanto dovuto al fatto che bisogna dimostrare, nonostante la semplicità del caso concreto, in maniera più approfondita dal punto di vista tecnico-giuridico come e perché si è realizzata l'ipotesi tipica prevista dalla norma incriminatrice e, a tal fine, analizzare espressamente il contenuto ed il significato di tale norma.


  1. IL DECRETO LEGGE 26 APRILE 1993 N. 122 CONVERTITO

IN LEGGE 25 GIUGNO 1993 N.205 (c.d. legge Mancino)
E’ necessario, quindi rifarsi alla legge 25 giugno 1993 n. 205 di conversione del decreto legge 26 aprile 1993 n. 122 (c.d. legge Mancino) intitolata “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa”.

Questa legge ha chiaramente esplicitato l’intento di contrastare efficacemente tutte le forme di discriminazione per i motivi espressamente indicati ed è evidente, quindi, che si occupa di questioni che riguardano la convivenza sociale non soltanto di una determinata nazione, ma la convivenza sociale del mondo intero.

Gli interessi offesi dai comportamenti da questa legge previsti hanno carattere ed estensione internazionale e per questo motivo di essi si sono occupati e si occupano tutti gli stati.

Si tratta di problemi sovranazionali affrontati e disciplinati in primo luogo a livello internazionale e poi riproposti in ambito nazionale con soluzioni che attuano le direttive e gli accordi raggiunti a quel livello superiore.

E, infatti, la c.d. legge Mancino, come è espressamente ricordato nella clausola iniziale dell’articolo 3 comma 1 della legge, è una legge di attuazione di un trattato internazionale. Anzi è una legge che amplia e completa, con un intervento più coorente e preciso, la precedente legge 13 ottobre 1975 n. 654 di ratifica ed esecuzione della Convenzione internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale aperta alla firma a New York il 7 marzo 1996.

Allora è bene leggere questa Convenzione di New York che, dopo aver definito all’articolo 1 la discriminazione razziale come “ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l'ascendenza o l'origine nazionale o etnica, che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica”, al successivo articolo 4 statuisce espressamente che "gli Stati contraenti condannano ogni propaganda ed ogni organizzazione che si ispiri a concetti ed a teorie basate sulla superiorità di una razza o di un gruppo di individui di un certo colore o di una certa origine etnica, o che pretendano di giustificare o di incoraggiare ogni forma di odio e di discriminazione razziale e si impegnano ad adottare immediatamente misure efficaci per eliminare ogni incitamento ad una tale discriminazione od ogni atto discriminatorio, tenendo conto, a tale scopo, dei principi formulati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e dei diritti chiaramente enunciati nell'articolo 5 della presente Convenzione ed in particolare:



  1. a dichiarare crimini punibili dalla legge ogni diffusione di idee basate sulla superiorità o sull'odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonché ogni atto di violenza o di incitamento a tali atti diretti contro ogni razza o gruppi di individui di colore diverso o di diversa origine etnica, come ogni aiuto apportato ad attività razzistiche, compreso il loro finanziamento;

  2. a dichiarare illegale ed a vietare le organizzazioni e le attività di propaganda organizzate ed ogni altro tipo di attività di propaganda che incitino alla discriminazione razziale e che l’incoraggino, nonché a dichiarare reato punibile dalla legge la partecipazione a tali organizzazioni od a tali attività;

  3. a non permettere né alle pubbliche autorità, né alle pubbliche istituzioni, nazionali o locali, l’incitamento o l’incoraggiamento alla discriminazione razziale”.

Ho letto parte della Convenzione - nella traduzione italiana, naturalmente, perché è scritta in francese - per dimostrare come la norma della c.d. legge Mancino si rifà a questa Convenzione riportandone il testo quasi integralmente.

Ed è la stessa Convenzione, così come poi ripresa dalla c.d. legge Mancino, che si riferisce ad altri trattati internazionali - come la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - che avevano già in precedenza ritenuto necessario fissare questi principi come regola direttiva per tutti gli Stati.

E la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 10 dicembre 1948 appunto, all'articolo 2, riconosce a tutti le libertà enunciate nella dichiarazione stessa “senza distinzione alcuna per ragioni di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica, o di altro genere”, eccetera.

Principi che sono stati poi ripresi dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo firmata a Roma il 4 novembre 1950, e che sono stati ancora ripresi in ulteriori trattati come il Patto Internazionale sui diritti civili e politici adottato a New York il 16 dicembre 1966 e, di recente, dalla Costituzione europea firmata a Roma circa un mese fa.

Sono queste tutte norme che dimostrano la rilevanza di questa questione a livello sovranazionale, e la conseguente necessità di un intervento legislativo sia a livello sovranazionale che a livello nazionale.

Perché questo?

Ecco un altro dei temi che bisogna approfondire se si vuole capire il vero senso di queste norme.

Perché si è ritenuto e continua a ritenersi necessario questo intervento così esplicito e ripetitivo?

Per rispondere a questa domanda non si può non ricordare che l'Europa, dopo il secondo conflitto mondiale, era uscita da una situazione di disconoscimento della dignità umana mai raggiunta nel passato. Il razzismo, la follia nazista con la shoah, cioè lo sterminio degli ebrei e delle altre etnie come zingari o altri soggetti e gruppi più deboli come gli omosessuali, ha rappresentato una grande tragedia dal cui superamento nasce e si legittima la attuale democrazia.

Si è ritenuto necessario porre a fondamento delle nuove democrazie e ribadirlo in maniera netta e precisa, che costituisce punto centrale di ogni legislazione democratica il rispetto della dignità umana in ogni forma e senza condizioni. Necessità sentita molto forte nell'immediatezza della fine del secondo conflitto mondiale, sentita ancor più forte successivamente fino a pochi giorni fa con l'approvazione della Costituzione Europea che ribadisce il principio fondamentale del rispetto della dignità umana espressamente richiamato al titolo primo articolo 261: "La dignità umana è inviolabile, essa deve essere rispettata e tutelata".




  1. BENE TUTELATO E TIPO DI TUTELA - REATO DI PERICOLO ASTRATTO – PROPAGANDA RAZZISTA

Tutto questo cosa vuol dire ai fini che ci interessano nell'odierno procedimento?

Tutto questo vuol dire che le norme della c.d. legge Mancino, che sono state contestate agli odierni imputati, sono norme che mirano a tutelare la dignità umana, cioè norme che hanno come oggetto, come bene giuridico tutelato la personalità umana. E quindi tutti i reati che queste norme prevedono vanno certamente inquadrati tra i reati o i crimini contro l'umanità.

Non è l'unico esempio di crimine contro l'umanità.

Anzi, in precedenza l'Italia aveva adottato, in attuazione di altra convenzione internazionale, una legge del 1967 contro il genocidio, considerato crimine contro l'umanità; legge che prevedeva non soltanto i fatti, e quindi puniva fatti di genocidio, ma anche la pubblica istigazione e l'apologia del genocidio, inserendo un'apposita norma che costruiva questo reato come reato di pericolo astratto, reato di pura condotta.

Queste norme, proprio perché prevedono reati contro l'umanità, che, quindi, devono definire fattispecie che tutelano questo bene giuridico di particolare rilievo, sono state costruite prevedendo una tutela anticipata del bene giuridico stesso. Sono state costruite con quella struttura che è conosciuta come struttura dei reati di pericolo ed addirittura di pericolo astratto.

Cosa significa?

Non pericolo presunto, che, secondo una parte della dottrina, potrebbe dar luogo a qualche sospetto di incostituzionalità sotto il profilo dell’inoffensività perché punirebbe soltanto la disobbedienza e non la offesa di un bene specifico. Pericolo astratto, invece, come offesa, comunque, di un bene giuridico specifico, o meglio pericolo di lesione che è previsto dalla legge sulla base di un giudizio ex ante che viene adottato secondo la migliore scienza ed esperienza del momento storico a livello politico-legislativo e che considera quel fatto di per sé lesivo o potenzialmente lesivo di questo bene.

E’ stato, cioè, lo stesso legislatore ad indicare la condotta astrattamente pericolosa in maniera tassativa e diretta, data la quale il reato si consuma senza necessità di accertare caso per caso il verificarsi di un danno o di un concreto pericolo di danno.

La situazione di pericolo, quindi, non è configurata come elemento costitutivo della fattispecie.

Una volta accertata la corrispondenza tra la condotta tenuta in concreto e la previsione legislativa, non è necessario svolgere ulteriori accertamenti. Il reato si è perfezionato. (cfr. in proposito la sentenza della Cassazione sezione I del 21 gennaio 1998, Insabato ed altre prodotte in copia al dibattimento).

Ecco perché non soltanto la valutazione dell'intenzione del legislatore nell'emanare queste norme è rilevante.

E’ rilevante anche il momento storico in cui queste norme sono state concepite, il momento storico dal quale queste norme derivano ed il momento storico nel quale queste norme vanno attuate.

Ecco perché abbiamo ritenuto rilevante, in questo procedimento, una consulenza tecnica che serve ad ampliare le cognizioni sul momento storico attuale rapportandole a quelle che erano le finalità della legge e verificare se effettivamente queste finalità ancora sussistono, oltre naturalmente a quello che può essere il notorio che tutti conosciamo.

Quindi pericolo astratto, tutela anticipata del bene giuridico "dignità umana", tutela anticipata mediante la previsione di punibilità di specifici atti.

La legge espressamente descrive così la fattispecie: "chiunque diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi…"

Nell'ipotesi che noi stiamo trattando le contestazioni riguardano la diffusione di idee fondate sulla superiorità e sull'odio razziale e l'incitamento a commettere atti di questo tipo, cioè le due forme di propaganda razzista: una di diffusione di idee, diciamo più soft, di semplice propagazione di idee e l'altra, più virulenta, dell'incitamento.

E’ importante accertare il come di questa diffusione e di questo incitamento, il dove di questa diffusione e di questo incitamento, e le modalità di ricezione di questa diffusione e di questo incitamento. Anche gli effetti che questo incitamento può provocare vanno considerati anche se, come ho già rilevato, non fanno parte della fattispecie prevista dalla norma come elemento costitutivo, perché - come dicevo prima - si tratta di una norma che prevede un reato di pericolo astratto, di pura condotta, quindi di pericolo già oggetto di valutazione storico–sociale–politica fatta dal legislatore al momento dell'emanazione della norma e da fare al momento dell'attuazione della norma, ma non un elemento costitutivo della fattispecie, neanche sotto il profilo della sussistenza del pericolo, perché non siamo in una ipotesi di pericolo concreto, ma - lo ripeto - in una ipotesi di pericolo astratto.

Quindi non è richiesto dalla norma - e questo è importante ai fini dell'applicazione concreta della norma stessa - che da questo comportamento si sia verificato o si verifichi o si accerti che si sia verificato un turbamento, una situazione di effettiva ricezione di quel messaggio.

È sufficiente che quel messaggio sia stato emanato.




  1. La c.d. LEGGE MANCINO E L’ARTICOLO 21 DELLA COSTITUZIONE.

A questo punto non si può non affrontare il grave problema che questa impostazione solleva e che è stato sollevato. In effetti ci muoviamo in un “campo minato”.

Ci muoviamo in un campo minato perché, se è vero che queste norme hanno come oggetto di tutela la persona e la dignità umana, ci troviamo, comunque, in un “campo minato”.

Perché se è vero che la dignità umana è un diritto fondamentale, è anche vero che, almeno per questo tipo di contestazione: la propaganda razzista, ci muoviamo in un campo che si scontra con altri diritti altrettanto fondamentali, e, in particolare, con il diritto, altrettanto fondamentale, che è il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero e le opinioni personali.

Ed allora il problema che ci si è posti a livello - dicevo - sovranazionale, e non soltanto nazionale, è questo: come si può conciliare questa tutela di un bene fondamentale come la dignità umana con la tutela dell'altro bene fondamentale che è la libera manifestazione del pensiero, la libertà di espressione?

Principio sacrosanto che viene anche questo riconosciuto in tutti i trattati internazionali, gli stessi a cui facevo riferimento prima e da ultimo la Costituzione Europea, di recente firmata a Roma che ne fa espresso richiamo all’articolo II-71.

Il problema non può che essere risolto facendo ricorso ad un principio che è stato in più riprese richiamato dalla Cassazione, e sul quale la dottrina è concorde: il principio del bilanciamento.

Se è vero che entrambi questi diritti (dignità umana e libertà di espressione) sono fondamentali, ai fini della punibilità delle condotte di propaganda razzista bisogna far ricorso ad una operazione di bilanciamento di interessi entrambi costituzionalmente garantiti.

Qualcuno - ma questo più con riferimento ad una dottrina che considera come oggetto di tutela in questi casi non tanto, o non soltanto, la dignità umana ma l'ordine pubblico inteso sia in senso materiale che in senso ideale - sotto questo profilo, ha detto che in questo caso si tratta di una scelta politica.

Quando le opinioni, si è detto, pongono in discussione il regime e l’assetto democratico di uno Stato possono essere penalmente sanzionate perché la libertà di espressione, pur essendo una delle condizioni di base per il progresso delle società democratiche e per lo sviluppo di ciascun individuo, non è una libertà assoluta.

Questa scelta politica che fa riferimento al famoso paradosso della tolleranza, cioè il paradosso che Karl Popper risolveva in un certo modo dicendo che la tolleranza non può arrivare fino al punto di suicidarsi riconoscendo la possibilità all'intollerante di distruggerla.

Quindi una società tollerante, per difendere se stessa, deve essere intollerante nei confronti degli intolleranti che la vogliono distruggere.

Ma questo, ripeto, è un principio a livello filosofico risolto in questo modo da Karl Popper.

A livello socio–politico-giuridico si può anche affrontare sotto questo profilo, ma con riferimento all'impostazione dottrinaria che in questi reati vede come oggetto di tutela soltanto l'ordine pubblico.

Nel caso in esame, invece, la particolare dignità dell’oggettività giuridica dei reati in contestazione non pone dubbi sulla necessità di risolvere il bilanciamento nel senso della prevalenza del bene costituzionalmente protetto della personalità umana.

La legittimità delle norme antirazzismo si basa proprio sul giustificato bilanciamento tra questi due principi previsti dalla Costituzione (v. Cass. sez. I 28/02/2001-07/06/2001, Aliprandi e Cass. sez. V 24/01/2001-24/08/2001, Gariglio).

Perché questa prevalenza?

Ma perché la dignità umana, come dicevamo prima, è il fondamento di tutte le Costituzioni nate dopo il secondo conflitto mondiale ed anche di quelle, come l’inglese, nate prima.

Qualcuno addirittura sostiene che la dignità umana è un diritto che preesiste alla Costituzione, che viene riconosciuto dalla Costituzione e, come tale, nessuna Costituzione potrebbe disconoscerlo. Si tratta di diritto umano fondamentale che costituisce l'essenza di uno Stato democratico, un'essenza tale che è fondante di tutti gli altri diritti fondamentali.

Ed allora sotto il profilo del bilanciamento non v'è dubbio che deve riconoscersi possibile, anzi, necessaria la limitazione del diritto della libera manifestazione del pensiero, e della libertà di espressione, quando l’esercizio di questi diritti confligge con l’altro diritto del rispetto della dignità umana.

Ma questa conclusione trova una giustificazione anche sotto il profilo di una interpretazione strettamente letterale della Costituzione.

L'articolo 21 garantisce la libertà di manifestazione del pensiero e pone un solo limite esplicito, che è quello del buon costume. Qualcuno – ma mi pare che sia solo una voce isolata – sostiene che questo è l'unico limite che si può porre alla manifestazione del pensiero e tutti gli altri non dovrebbero essere opposti. Il che, però, comporterebbe l'impossibilità di prevedere reati di ingiuria e diffamazione che sicuramente, invece, la nostra Carta Costituzionale riconosce perché gli articoli 2 e 3 riconoscono il rispetto della dignità della persona umana.

Ora la libertà di manifestare il proprio pensiero, la libertà di espressione è tutelata dalla nostra Carta Costituzionale come diritto fondamentale, entro determinati limiti, che non sono quelli solo del buon costume espressamente previsto dall'articolo 21, ma quelli del rispetto della persona, della dignità umana, che poi sono insiti nello stesso motivo per cui la libertà di espressione è un diritto che viene riconosciuto.

La libertà di manifestare il proprio pensiero, la libertà di espressione intesa come informare ed essere informati, infatti, sono libertà che sono tutte finalizzate ad uno sviluppo della personalità umana, al migliore sviluppo della personalità umana, sono tutte finalizzate a rendere più completa quella realizzazione della personalità umana attorno alla quale ruota tutta la nostra Costituzione e che ne costituisce lo scopo principale.

Quindi la libera manifestazione del pensiero può essere riconosciuta soltanto se è finalizzata a questo, se è compatibile con questo.

Naturalmente finalizzata a questo significa anche riconoscimento di tutte le opinioni contrarie a quelle che sono le opinioni maggioritarie in un certo momento, rispetto, per esempio, a tutto quello che può essere il modo di gestire lo Stato, il modo di gestire l'ordine familiare, o altri specifici istituti, ma sempre entro il limite del rispetto della dignità umana.

Quindi, dicevamo, ci muoviamo in un “campo minato” che è quello della libertà di manifestare la propria opinione, il proprio pensiero, di esprimersi liberamente, ma “campo minato” che è facilmente superabile con questo principio del bilanciamento, tenendo presente qual è il bene oggetto di tutela di queste norme e qual è la prevalenza che questo bene deve avere rispetto all'altro.

Ma è anche testuale questa prevalenza.

Tutte le norme che prevedono il diritto di manifestare il proprio pensiero, non soltanto - dicevo - la Costituzione italiana con quello esplicito, l'articolo 21, ed altri impliciti, come i già citati articoli 2 e 3, ma tutte le norme prevedono questi limiti.

Così la Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, oltre ad una limitazione specifica del rispetto comunque dei diritti della personalità, riporta, all’articolo 17, una limitazione generica, che è riprodotta nella Costituzione Europea di recente approvata a Roma e che è il divieto dell’abuso di diritto.

Nessuna disposizione della presente Carta" – recita l’art. II – 114 della Costituzione Europea di recente approvata - "deve essere interpretata nel senso di comportare il diritto di esercitare un'attività o compiere un atto che miri a distruggere i diritti o la libertà riconosciuti nella presente Carta o ad imporre a tali diritti e libertà limitazioni più ampie di quelle previste nella presente Carta".

La nuova Costituzione Europea ripropone, cioè, l'articolo 17 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo che espressamente prevedeva la stessa cosa facendo divieto a chiunque di "compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti o della libertà riconosciti nella presente Carta".

Norma quest’ultima che è stata più volte richiamata dalla Corte di Strasburgo per precisare il contenuto delle garanzie previste dagli articoli 10, 14 e 17 della Convenzione stessa.

La Corte Europea in varie decisioni che riguardavano applicazione di norme interne, in alcuni Stati in questa specifica materia della propaganda razzista ha affermato espressamente che l’articolo 17 della Convenzione Europea è chiarissimo: non si può abusare di un diritto, nella specie manifestare liberamente il proprio pensiero, per offendere dei diritti altrettanto, anzi più fondamentali e più tutelati.

Una delle più famose decisioni è quella del 23 settembre 1994, il cosiddetto caso Jerfild, il caso, cioè, di un giornalista che aveva intervistato tre “giubbotti verdi”, un'organizzazione tipo gli Skin italiani, che avevano fatto delle dichiarazioni razziste di un certo tipo. Per questo motivo i tre giubbotti verdi erano stati condannati dai Tribunali danesi che, però, avevano ritenuto responsabile dello stesso reato anche il giornalista che aveva raccolto quelle dichiarazioni. Il giornalista ha fatto ricorso alla Corte Europea e la Corte Europea, con una decisione giusta, corretta, che riteniamo scontata, ha giustamente escluso la responsabilità del giornalista sostenendo che non spetta al potere giudiziario indicare ad un giornalista come deve fare il suo lavoro.

Noi non avremmo mai pensato in Italia di mettere sotto processo, per esempio, il giornalista Grimaldi che ha raccolto le dichiarazioni dell’imputato Tosi.

Perché? Perché il diritto di raccogliere dichiarazioni, il diritto di informare del giornalista è un diritto che va inteso nel senso più ampio e quindi, non può sopportare limiti se non quelli espressamente previsti dalla legge.

Il comportamento del giornalista non ha cagionato lesione nè pericolo di lesione perché l’intervista non è finalizzata ad offendere ma solo ad informare. Si tratta di una intenzione addirittura meritoria se si vuole dire che serve a far conoscere che “c’è del marcio”, in quel caso in Danimarca, nel nostro caso a Verona.

Quindi il giornalista è stato ingiustamente coinvolto.

Ma i tre giubbotti verdi che avevano fatto quelle dichiarazioni sono stati giustamente condannati.

In buona sostanza nel confermare quella condanna la Corte ha ribadito la punibilità come crimine contro l’umanità dell’incitamento all’odio razziale, confermando il principio fissato chiaramente nella seconda Conferenza Mondiale della lotta contro il razzismo tenutasi a Ginevra nel 1983, secondo il quale, per eliminare veramente il razzismo, è necessario combatterlo anche nella sua fase preliminare che si manifesta sia sotto forma di “diffusione di idee”, sia, in maniera ancora più preoccupante, sotto forma di “incitamento”.

La Corte ha aggiunto che i cosiddetti giubbotti verdi non potevano esercitare il diritto di esprimere liberamente le loro idee, in quanto l’articolo 17 della stessa Convenzione di Roma preclude ai gruppi o agli individui il diritto di godere delle libertà previste dal testo se queste sono dirette alla negazione dei diritti dell’uomo.

La giurisprudenza internazionale in molti altri casi si è pronunciata in tal senso respingendo, ad esempio, le rivendicazioni dei c.d. “negazionisti” che si presentavano come vittime di un attentato ingiustificato alla libertà di espressione.

La Francia, come molti altri Stati Europei, con la legge 13 luglio 1990, c.d. legge Gayssot, che ha aggiunto l’articolo 24 bis alla legge 29 luglio 1881 sulla libertà di stampa, ha introdotto nel proprio sistema giuridico il reato di “negazionismo”, prevedendo una sanzione penale per coloro che contestano l’esistenza dell’olocausto. La Francia ha limitato l’incriminazione solo al caso di negazione dell’olocausto mentre altri paesi, come la Spagna e la Svizzera, hanno previsto la punibilità per la negazione di qualunque genocidio o crimine contro l’umanità.

E’ chiaro che queste norme mirano a rafforzare la repressione dei discorsi razzisti di cui il negazionismo è una sotto specie e, quindi, anche queste norme vanno nella direzione della punizione della propaganda razzista ed incidono in maniera ancora più evidente e profonda sul diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero anche relativamente ad un evento storico.

Nonostante ciò e con riferimento proprio alla suddetta legge Gayssot, la Commissione Europea dei diritti dell’uomo (nel caso Faurisson contro France del 1996) e la Corte di Appello di Parigi (sentenza contro Garaudy del 16 dicembre 1998) hanno ritenuto queste norme conformi alle disposizioni della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789 che consacra la libertà di espressione, e compatibili con le previsioni delle convenzioni internazionali relative ai diritti dell’uomo sottoscritte dalla Francia.

In proposito la Corte di Appello di Parigi ha giustamente osservato che: “la contestazione dei crimini contro l’umanità appare come una delle forme più forti di discriminazione razziale contro l’insieme degli ebrei e di incitazione all’odio nei loro confronti e non rientra dunque nel campo del dibattito sull’accertamento della verità storica”.

La negazione di quei fatti, cioè, costituisce una ulteriore e più grave offesa alle vittime dell’olocausto.



  1. LA FATTISPECIE CONCRETA

Adesso veniamo al caso concreto e cioè alla vicenda oggetto di questo processo.

Qual è l’episodio di cui ci dobbiamo occupare?

Un gruppo di persone, esponenti di un partito politico con responsabilità amministrative a tutti i livelli che aspirava ed aspira a responsabilità amministrative ancora più rilevanti, fa affiggere, con il logo del partito, dei manifesti, il cui contenuto è sotto gli occhi di tutti, ed è questo: "No ai campi nomadi. Firma anche tu per mandare via gli zingari: no ai campi nomadi".

Questa iniziativa di raccolta di firme, pubblicizzata attraverso questi manifesti che, come abbiamo visto, vengono affissi nella città di Verona e anche nella provincia nei punti più strategici - come ci dice il teste Da Fior - nei giorni di mercato per poter essere letti dalla maggior parte delle persone, viene accompagnata da una conferenza stampa di presentazione, alla quale partecipano gli organizzatori, e da una serie di articoli riportanti dichiarazioni rese a giornalisti dagli organizzatori stessi.

Non credo che ci voglia molto, salvo volersi tappare gli occhi e le orecchie, a vedere ed a leggere ed a percepire il significato di queste frasi ed il messaggio che questo comportamento doveva trasmettere alle persone cui era rivolto.

Altro problema poi può essere quello di valutare se quelle persone erano pronte a recepirlo o venivano convinti a ciò da questa iniziativa. Ma di questo parleremo dopo.

Sicuramente era questo il messaggio che veniva rivolto: "Via gli zingari, no ai campi nomadi".

E perché "via gli zingari, no ai campi nomadi"?

Ecco, le dichiarazioni alla stampa.

Le abbiamo sentite nel corso dell'istruzione dibattimentale. E’ inutile ripeterle.

Mi limiterò soltanto a rileggere una di queste che può essere ritenuta la più significativa, anche se messa in raffronto con il contesto dell'articolo e del momento in cui veniva resa questa dichiarazione: "Via da Verona" - ecco che si ripete lo slogan del manifesto - "Via da Verona". Dichiarazione resa alla stampa il giorno 16 o, almeno, riportata il giorno 16 settembre del 2001 dal giornalista Grimaldi, resa alla stampa dall'imputato Flavio Tosi. "Via da Verona. Qui non ci possono stare perché non si integrano nella nostra società, fatta di cittadini che hanno una casa, che pagano le tasse, che hanno una residenza e che non vivono in una roulotte".

Questa dichiarazione collegata a tutto l'insieme delle altre dichiarazioni, anche questa molto significativa, è un'espressa affermazione di discriminazione razziale anche tra etnie diverse. Alla domanda “siete accusati di essere razzisti", si risponde: "ma quale razzismo? noi non abbiamo mai detto nulla nei confronti di altre etnie. Per esempio, cosa c’è da dire sui cingalesi? Nulla. È gente che lavora e che si comporta bene".

Discriminazione, razzismo, all'interno di etnie diverse. Tra le etnie diverse c’è chi è meglio e chi è peggio, c’è chi va mandato via e chi può restare.

Quindi non credo che si possa dubitare della portata di questi comportamenti e del messaggio che con questi comportamenti si è voluto trasmettere alle persone cui era diretta la richiesta di raccolta di firme.


  1. LA CONSULENZA STORICA E LA REALTA’ ODIERNA IN VERONA – RAZZISMO

Quindi questa è la fattispecie concreta di cui ci dobbiamo occupare. Questa è la fattispecie che, secondo il pubblico ministero nella contestazione fatta, integra gli estremi della cosiddetta propaganda razzista di cui alla norma contestata.

Dicevo prima, pericolo astratto con quel particolare significato, per cui è lo stesso legislatore ad individuare questa condotta astrattamente pericolosa a seguito di una valutazione politico-storica che lo induce a ritenere quella determinata condotta di per se idonea a produrre un certo risultato in una determinata realtà sociale.

Ecco perché l'importanza e la rilevanza della consulenza della dott.ssa Marcella Filippa, che abbiamo appositamente interpellato e a lungo sentita nel corso di questo dibattimento.

Verificare, cioè, il contenuto del giudizio formulato ex ante dal legislatore e verificare l’attualità di quel giudizio.

Ed allora sussiste il pericolo in questo momento, in questa città o, meglio, nel momento in cui questi comportamenti sono stati tenuti sussisteva questo pericolo di offesa alla dignità umana, di offesa alla etnia che veniva in questo modo considerata?

La risposta della consulente è stata molto chiara e precisa.

Il fatto della raccolta di tante firme, per le finalità chiaramente indicate dagli stessi imputati, è un indice chiaro della pericolosità. A nulla vale poi considerare che probabilmente, in coloro che hanno ricevuto questo messaggio, c'era qualcosa di già presente che andava verso quella direzione e che questo messaggio ha sbloccato, ha portato all'evidenza.

Anzi questa circostanza rappresenta un'ulteriore dimostrazione della pericolosità di questo messaggio, un'ulteriore dimostrazione della realizzazione in questo caso, sì, anche del pericolo in concreto, perché questo messaggio ha trovato, ha impattato una realtà che era pronta a recepirlo e quindi a creare quel turbamento indicato nel capo di imputazione e ad offendere quella etnia.

Consulenza, quindi, necessaria.

Riportiamoci un po’ a quello che dicevamo prima sull'origine di questa norma, sul perché il legislatore ha ritenuto non soltanto di punire fatti, atti di discriminazione, ma addirittura anche comportamenti di propaganda.

La risposta è evidente.

L’esperienza vissuta nel secolo scorso ha comportato la presa di coscienza di certe realtà. E queste certe realtà sono state ben spiegate dalla consulente dottoressa Marcella Filippa.

Anche se il razzismo si è modificato e, possiamo dire, aggiornato, passando dall’affermazione dell’ineguaglianza biologica alla affermazione della differenza assoluta culturale (c.d. razzismo differenzialista), le manifestazioni di intolleranza che hanno preceduto le grandi tragedie dello sterminio nazista, non sono finite, anzi sono proseguite assumendo maggiore pericolosità perché si presentano in forme diverse, più sottili, più subdole, più sofisticate e, perciò, più sfuggenti.

E la consulente, sia con la relazione scritta sia con le dichiarazioni rese all’odierno dibattimento, ci ha dato risposte esaurienti in questo senso.

Perché questa propaganda deve considerarsi pericolosa?

La dott.ssa Marcella Filippa ci ha spiegato come è nato e come si è sviluppato il razzismo nazista e ci ha riferito, in particolare, degli studi fatti dallo storico americano William Hallen e ripresi dal sociologo italiano Luciano Gallino sulla situazione in una tranquilla cittadina tedesca (che potrebbe essere paragonata all’odierna Verona) negli anni precedenti alla instaurazione della dittatura nazista, segnalando come i nazisti abbiano saputo utilizzare le paure, le angosce ed il bisogno di sicurezza di quei cittadini per i loro scopi attraverso la “capillare costruzione di un processo di spersonalizzazione dell’altro”.

In tale quadro e nell’indicare la particolare efficacia della “propaganda razzista” in quel periodo (fornendo, quindi, una ulteriore prova della necessità di aggredire il fenomeno razzista già nella sua fase preliminare) la consulente ha, poi, ampiamente riferito sul modo in cui, in particolare, sia usata questa arma della “spersonalizzazione dell’altro” nei confronti dell’etnia zingara.

Gli zingari, oltre che per motivi razziali, basati sulla teoria biologica delle differenziazioni (etnia di razza inferiore e, quindi, da perseguitare), sono stati perseguitati in Germania ed in Italia anche perché considerati “asociali”. Almeno all’inizio, prima della segregazione e sterminio nei campi di concentramento, dove sono stati eliminati sicuramente più di 500.000 zingari (sterminio che tra gli zingari è conosciuto con il nome di porrojmos, come ci ha detto la consulente), la campagna contro l’etnia zingara si è accentrata sullo stereotipo negativo che da sempre accompagna queste persone indicate come delinquenti e privi in assoluto di senso morale.

La stessa consulente ha riferito che nella maggior parte dei casi gli interventi di segregazione degli zingari nei campi di concentramento, anche nell’Italia fascista, sono stati determinati da lamentele e petizioni della popolazione che così reagiva a quei messaggi discriminatori di cui abbiamo detto prima.

La persecuzione degli zingari sia nella Germania nazista che nell’Italia fascista, cioè, così come, peraltro, la persecuzione degli ebrei e delle altre minoranze, si è attuata attraverso varie fasi: quelle iniziali del rifiuto, discriminazione ed allontanamento e quelle finali della segregazione, deportazione ed eliminazione. Le prime funzionalmente preordinate alle seconde.

Per l’attuazione delle prime fasi è stata essenziale la costruzione dell’immagine del diverso da emarginare e discriminare e, a tal fine, hanno contribuito l’apatica accettazione, l’indifferenza, il silenzio e, quindi, l’oggettiva complicità di tutte le popolazioni che a queste operazioni assistevano come spettatori inermi o quasi compiaciuti.

Il comportamento oggetto del presente processo, visto in questa luce storica, appare, quindi, molto più significativo e preoccupante proprio perché, come ha espressamente riferito la consulente: “si inserisce, proprio per la sua modalità, in un percorso di discriminazione ed esclusione, che da secoli vede gli zingari, come minoranza etnica, oggetto di pratiche discriminatorie”.

  1. DIFFUSIONE ED INCITAMENTO – FATTISPECIE CONCRETA

Analizzando ora i singoli elementi della fattispecie contestata vediamo che la legge - lo abbiamo detto - parla di: "diffondere” in qualsiasi modo idee e “incitare” a commettere atti.

La diffusione delle idee è facilmente riscontrabile nella specie.

Le idee sono quelle manifestate attraverso il manifesto, quelle espresse nella conferenza stampa, quelle indicate nelle dichiarazioni rese ai giornalisti.

Quindi “diffusione” come abbiamo detto.

Non si tratta di una semplice opinione interna o esternata ad un piccolo gruppo di conoscenti, ma diffusione ad una larga, larghissima massa di persone.

Incitamento.

L'incitamento, secondo la dottrina e la giurisprudenza non è sinonimo di istigazione.

Indica qualcosa di diverso e di più tenue rispetto all’istigazione e di diverso e di più penetrante rispetto all’apologia.

Istigazione significa spingere o stimolare qualcuno a fare qualcosa. Apologia significa esprimere la propria adesione senza avere la pretesa di incidere sul pensiero altrui. Incitamento, invece, significa agevolare oppure consolidare la formazione di un giudizio negativo, nella specie, di odio razziale od etnico.

Quindi l’incitamento è qualcosa di più dell’apologia e di meno dell’istigazione, nel senso che non ha come scopo diretto la spinta all’azione, ma la formazione di un giudizio negativo, di un modo di pensare di un certo tipo dal quale, comunque, si auspica che discendano determinate azioni. Un comportamento, cioè, che più che spingere ad un’attività, cerca di influire sul modo di pensare anche, o forse principalmente, sfruttando alcuni aspetti già presenti nel pensiero altrui stimolandone l’attuazione.

Ecco, nella specie si è realizzato anche l’incitamento.

Si è realizzata la diffusione e l’incitamento.

Perché? L'incitamento, ripeto, non è quello rivolto alle persone che si sono recate a firmare. Quella è diffusione delle idee recepite in un certo modo. L'incitamento è rivolto a chi regge le sorti di una certa collettività e che è tenuto a seguire, o, almeno, a tener conto delle opinioni espresse da quella collettività che amministra.

Certo, in democrazia, un amministratore oculato ed aperto cerca di far evolvere la comunità nella quale vive per farle raggiungere quei principi di civiltà e di democrazia nei quali crede. Ma se così non è e si riesce a far venire fuori aspetti negativi, è chiaro che una massa di pareri di un certo tipo, anche se negativi, possono influenzare coloro che hanno responsabilità amministrative e che devono prendere decisioni di un certo tipo, nella specie, che riguardano una certa etnia.

Ecco allora che mi pare molto chiaro che nella specie l'incitamento c’è stato.

Io mi rivolgo agli amministratori con il risultato di un referendum al quale ha partecipato una grossa fetta della popolazione, al fine di determinare in loro il convincimento che quell’azione da me propugnata è giusta perché sostenuta dalla gente e cerco di indurre gli amministratori stessi a tenere quel comportamento di discriminazione da me sostenuto.

Poi vedremo cosa si intende per comportamento discriminatorio, quando e come si può verificare. Certo è, comunque, che non è richiesto dalla norma che questo incitamento venga formalizzato con specifici atti oltre a quelli già indicati.

Erroneamente il g.i.p. ha detto, nel rigettare la richiesta di giudizio immediato, che occorreva dimostrare che la petizione era stata depositata. Non è richiesto dalla norma. È un eventuale post factum assolutamente irrilevante per la sussistenza della fattispecie penale. L’unica cosa rilevante è che questo incitamento sia finalizzato ad influire sulla decisione. E questo è rilevante. Questo è sufficiente. Non ci vuole altro. Non ci vuole né la ricezione né la possibilità di ricezione nè la previsione – anche improbabile - di ricezione.

È necessario solo che la raccolta di firme sia finalizzata a quello. E chiaramente, per dichiarazione ufficiale degli stessi imputati, la raccolta di firme era proprio finalizzata a quello.



  1. DISCRIMINAZIONE

Quindi i due elementi della diffusione e dell’incitamento si sono entrambi realizzati nella fattispecie concreta con le modalità già chiarite.

Incitamento a compiere, dice la legge, atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi". Quindi atti finalizzati alla discriminazione.

Occorre ora vedere se effettivamente, nella specie, l’atto oggetto dell’incitamento fosse discriminatorio.

La definizione di "discriminazione", come ho detto prima, la ritroviamo in molti trattati internazionali, in convenzioni internazionali. A livello nazionale, a parte il Decreto Legislativo recentissimo del 9 luglio 2003 - Decreto Legislativo 9 luglio 2003 n. 215 - che ha istituito l’ufficio anti-discriminazioni e che all'articolo 3 da una definizione di "discriminazione", credo che la norma fondamentale su questo punto sia quella contenuta nel Decreto Legislativo n. 286/98 - che sotto questo profilo non ha subito modifiche con le successive leggi del 2002 e del 2003 e la recentissima del 2004. L'articolo 43 del suddetto Decreto Legislativo n. 286/98 dà questa definizione di discriminazione: "costituisce discriminazione ogni comportamento che direttamente o indirettamente comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l'ascendenza o l'origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose e che abbia lo scopo o l'effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l'esercizio in condizioni di parità dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale ed in ogni altro settore della vita pubblica".

Questa definizione è ripresa quasi integralmente dall’articolo 1 della Convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966 e già prima richiamata perché attuata compiutamente nel nostro Stato con la c.d. legge Mancini.

Lo stesso art. 43 sopra citato, al capoverso indica alcuni casi specifici che possiamo definire atti tipici di discriminazione, rispetto a quelli genericamente indicati nel I comma che possiamo, invece, definire atti di discriminazione atipica.

Quindi sulla base di questa norma cos'è la discriminazione? Cosa si deve intendere per atto di discriminazione?

Intanto diciamo che è fondamentale che ci sia la finalità della distruzione o compromissione dei diritti o libertà fondamentali, quindi gli atti devono tradursi in comportamenti che compromettono i diritti umani e le libertà fondamentali.

Allora una prima esclusione va fatta sicuramente con riferimento a quegli atti che non hanno rilievo giuridico.

Possiamo dire senz’altro che il fatto di non salutare un extracomunitario appartenente ad un'etnia diversa o il fatto di non invitarlo a cena a casa mia è un atto che riguarda il galateo o altre sfere ma non certo quella giuridica per la quale è irrilevante, pur essendo sempre un atto di discriminazione.

Una seconda considerazione è che si deve trattare comunque di atti concreti perché così espressamente recita la norma.

Quindi escludiamo senz’altro quei comportamenti, quegli atti che servono a dare regolamentazioni astratte per fattispecie generali. Quindi la legge non può essere inserita tra gli atti di discriminazione. La legge, se contiene atti di discriminazione o se è una legge discriminatrice, va contrastata con altri mezzi che sono l'eccezione di incostituzionalità e, quindi, l'eliminazione, sotto questo profilo, dal nostro ordinamento giuridico.

Ma anche gli atti regolamentari ed amministrativi non rientrano tra gli atti di cui parla l'articolo 43, perché anche quelli sono atti che disciplinano fattispecie generali astratte.

I comportamenti, invece, tenuti da pubblici ufficiali, comportamenti concreti, quando realizzano questa finalità prevista dall'articolo 43 primo comma sicuramente vanno considerati come atti di discriminazione anche se posti in essere in esecuzione di un atto generale contenente quelle indicazioni discriminatorie.

Ora vediamo quali sono gli atti previsti dal secondo comma.

La previsione di fattispecie tipiche serve anche ad inquadrare le cosiddette fattispecie atipiche cioè quelle che non sono espressamente disciplinate.

Le fattispecie tipiche sono quasi tutte atti o comportamenti che di per sé già costituiscono atti illeciti.

Si può dire, cioè, che l’articolo 43 del decreto legislativo 286/98 non individua nuove categorie di illeciti ma solo considera aggravati dallo scopo discriminatorio atti che già di per se sono da considerare “contra legem” e acquistano una ulteriore connotazione di illiceità dalla finalità specifica di discriminazione che li caratterizza.

Cioè la legge, quando parla di atti di discriminazione “per motivi” individua soltanto le finalità che devono avere questi atti. Non ci dice che deve trattarsi di atti illeciti e tanto meno di reati.

Gli atti illeciti qualora dovessero costituire già di per se reato, se compiuti con finalità di discriminazione, sono puniti più gravemente perché si applica l'aggravante prevista dall'articolo 3 della c.d. legge Mancino.

Ora, le fattispecie tipiche di discriminazione previste dal capoverso dell'articolo 43 sono tutte fattispecie che anche di per sé sono in effetti atti illeciti (reati o illeciti civili ed amministrativi) e che diventano di discriminazione quando vengono compiuti o solo o anche con finalità di discriminazione razziale, etnica, religiosa o nazionale.

Quali sono questi atti?

La lettera a) del cpv dell’articolo 43 del decreto legislativo 286/98 indica i casi di discriminazione nei rapporti con i pubblici poteri:

il pubblico ufficiale o la persona incaricata di pubblico servizio o la persona esercente un servizio di pubblica necessità, che nell'esercizio delle sue funzioni compia od ometta atti nei riguardi di un cittadino straniero che, soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità, lo discriminino ingiustamente”.

È chiaro che in questo caso se il pubblico ufficiale compie atti di questo tipo, a seconda della gravità dell'atto, delle dimensioni che quest'atto assume, si può realizzare il reato di omissione di atto d'ufficio, il reato di abuso di atto d'ufficio, qualche volta anche il reato di corruzione o concussione, comunque sicuramente c’è un comportamento in violazione dell'articolo 97 della Costituzione che obbliga il pubblico ufficiale all'imparzialità nei confronti di tutti i cittadini.

Quindi atto, comunque, sempre illecito.

Nel capo b) dello stesso capoverso del citato articolo 43 sono indicati i casi di discriminazione nell’offerta di beni o servizi sul mercato: "chiunque imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire beni o servizi offerti al pubblico ad uno straniero soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità".

Anche questi sicuramente sono tutti atti di per sé illeciti, anche se posti in essere senza la connotazione razziale, perché disciplinano le ipotesi di offerta al pubblico, che, ai sensi del Codice Civile (articolo 1336 C.C.) non può essere ritirata.

Quindi sarebbe sempre un illecito civile, che se posto in essere anche per fini di discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa ha questa ulteriore connotazione di illiceità per cui può godere della tutela civilistica che è prevista appunto da questa norma e da quella successiva, l'articolo 44.

Nel capo c) sono indicati i casi di discriminazione nell’offerta di occupazione o di particolari servizi relativi all’alloggio, alla formazione, all’istruzione ed alla assistenza: "chiunque illegittimamente imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire l'accesso all'occupazione, all'alloggio, all'istruzione, alla formazione, ai servizi sociali e socio–assistenziali allo straniero regolarmente soggiornante in Italia soltanto in ragione della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, etnia o nazionalità".

In questo caso la stessa norma ci indica espressamente la illiceità dell'atto comunque, perché parla di comportamenti che vengono posti in essere tutti illegittimamente. Cosa significa "illegittimamente"? Significa: in violazione di un preciso dovere, che può essere, in questo caso, il dovere di assumere, il dovere di dare l'alloggio, il dovere di istruire, eccetera. Quindi in questi casi abbiamo sempre atti illeciti che sono l'oggetto della discriminazione, che costituiscono oggetto dell'atto discriminatorio.

Nel capo d) dello stesso cpv dell’articolo 43 è indicato il c.d. boicottaggio discriminatorio: "chiunque impedisca, mediante azioni od omissioni l'esercizio di una attività economica legittimamente intrapresa da uno straniero regolarmente soggiornante in Italia, soltanto in ragione della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, confessione religiosa, etnia o nazionalità”.

La nostra Costituzione garantisce la libertà di impresa economica, quindi questo è sicuramente un atto in violazione dei valori costituzionalmente garantiti.

E, infine, la lettera e) dello stesso cpv del citato articolo 43 indica i casi di discriminazione sul posto di lavoro: "Il datore di lavoro o i suoi preposti....".

In altri termini, cioè, in tutti i casi in cui il datore di lavoro, oltre a tenere quei comportamenti che sono indicati in questa lettera e), che di per sé sono illeciti perché previsti dallo Statuto del lavoratore e da altre norme che hanno modificato ed ampliato tale disciplina, tiene questi comportamenti, non soltanto in violazione di queste norme ma anche per discriminazione razziale, compie un atto di discriminazione per cui si può usufruire di questa tutela speciale prevista dalla legge per tale ulteriore illecito.

L’elencazione fatta, quindi, indica atti di discriminazione che di per sé sono illeciti e che, comunque, sono contrari al nostro ordinamento giuridico ma che acquistano una particolare rilevanza ai fini – come abbiamo detto - della disciplina prevista dall’articolo 44 dello stesso decreto legislativo n. 286/98, ma, anche ai fini della rilevanza penale, - qualora vengano compiuti con finalità di discriminazione razziale, etnica religiosa o nazionale.

Il problema nasce - non è il caso che ci riguarda ma è importante approfondirlo, perché, nel caso che ci riguarda, può avere un suo rilievo - quando il comportamento è un comportamento privato, assolutamente privato e rientra nell'ambito dell'autonomia negoziale del privato.

Se il privato si rifiuta di entrare in rapporto contrattuale con un altro privato, questo rientra nella sua libertà di contrarre che è riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico per cui quel rifiuto non può essere vietato qualora venga fatto per fini di discriminazione razziale, etnica o religiosa. Perché? Perché in questo caso abbiamo una libertà che non incide, così come tutti i fatti penalmente rilevanti che riguardano la discriminazione razziale, sulla dignità umana ma è una libertà di regolamentazione del privato.

Se è vero che in nome della libertà non si può legittimare ogni comportamento discriminatorio, è, altresì, vero che non si può, in nome del divieto di discriminazione, sopprimere ogni forma di libertà.

Per fare un esempio, pensiamo a tutti i contratti “intuitu personae” e in particolare al matrimonio.

Se io voglio sposare solo una persona della mia stessa etnia, nessuno mi può impedire di rifiutarmi di contrarre matrimonio con una persona di un'altra etnia.

Si tratta certamente di un comportamento discriminatorio ma che non mi può essere vietato perché rientra nella mia libertà negoziale.

L'avvocato che non vuole difendere chi appartiene ad una certa etnia, è libero di farlo perché è libero di scegliere le persone con cui stipulare il contratto di prestazione d’opera.

Solo deontologicamente potrebbe avere qualche responsabilità.

Nell’ambito, peraltro, della libertà negoziale ci sono dei casi in cui c’è, comunque, un obbligo di contrarre. Allora possiamo dire che in tali casi, il divieto di contrarre determinato dall'appartenenza dell’altro contraente ad una certa etnia, religione, nazione, eccetera, è discriminante ed è rilevante come atto discriminatorio. Faccio un esempio: io posso vendere la mia casa a chiunque. Se dico "io non la voglio vendere ad un extracomunitario", non la vendo. Si tratta di un comportamento discriminatorio che però rientra nella mia libertà negoziale.

Ma se io faccio un contratto con una persona la quale con me contrae secondo lo schema del contratto per persona da nominare, io, in base alla legge civile, sono obbligato poi, a contrarre, anche se viene nominato un extracomunitario. Io non posso più dire "no perché si tratta di un extracomunitario", perché in questo caso la discriminazione sarebbe illecita in quanto io sono tenuto a compiere l’atto sulla base del principio che, una volta stipulato, il contratto con persona da nominare, produce effetti anche prima che la persona venga nominata.

Lo stesso nel caso di un contratto preliminare. Se io faccio un contratto preliminare non posso poi più rifiutarmi perché sono obbligato a contrarre; anche se la persona con cui poi contraggo è una persona extracomunitaria, non posso più dire che non lo faccio perché si tratta di persona appartenente ad un'altra etnia, perché in questo caso discriminerei e, compio un atto non soltanto discriminatorio, ma anche civilmente illecito.

Lo stesso discorso vale anche per il contratto di locazione.

Il cosiddetto divieto di locare ad extracomunitari, così come una volta per il divieto di locare ai meridionali in certe zone d'Italia, di per sé non è atto rilevante ai fini della discriminazione che può essere quindi represso con quella particolare tutela civile e, ancor meno, con quella penale, perché rientra nella libertà negoziale. È quindi un atto lecito, che discrimina si, ma nell'ambito di una libertà di scelta, che è riconosciuta dall'ordinamento come libertà di contrarre, autonomia negoziale riconosciuta espressamente, che non si concilia con il divieto di discriminazione.

Attenti però che se questo è vero, se tutto ciò che abbiamo detto è vero, è vero solo per l’autore di questo fatto, così come è vero – come dicevamo prima – per l'autore di un fatto che non ha rilievo giuridico.

Cioè io posso non invitare a casa mia al compleanno di un mio familiare un extracomunitario perché non ritengo di doverlo invitare, posso addirittura ai miei figli dire "non invitate extracomunitari a casa vostra quando festeggiate il compleanno", posso anche non contrarre con extracomunitari perché voglio discriminarli, nell'ambito della mia libertà negoziale. Compio un atto che è contestabile dal punto di vista della educazione, deontologia professionale, della correttezza ed altro, ma sicuramente non costituisce illecito né civile né penale.

Però è discriminante, sicuramente, cioè anche questi atti discriminano anche se non sono rilevanti perché rientrano nell'ambito della libertà di contrarre.

Bisogna però chiarire: se è difficile o forse impossibile ipotizzare una responsabilità penale degli autori di questi fatti che abbiamo prima specificato e che non costituiscono neanche illecito civile, diversa è la posizione di coloro che, invece, “incitano” a compiere questi stessi atti.

Ed invero il comportamento di chi, per esempio, si rivolge ad una comunità invitandone gli appartenenti a non dare in locazione le case ai componenti di una certa etnia, a non ricevere tali persone in casa propria e, comunque, a non intrattenere con loro rapporti di alcun tipo, incide direttamente e negativamente sulla libertà di queste persone di etnia diversa ad avere rapporti con gli altri membri della comunità e, quindi, a sviluppare a pieno la propria personalità godendo dei diritti a tutti riconosciuti dalla nostra carta Costituzionale.

Anche se il comportamento oggetto dell’incitamento non costituisce per chi dovesse tenerlo un comportamento penalmente o civilmente sanzionabile, l’incitamento a tenere quel determinato comportamento che è pur sempre – come abbiamo rilevato – discriminatorio, è certamente rilevante dal punto di vista penale per chi “incita” perché ha l’effetto di distruggere o compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio in condizione di parità delle libertà fondamentali, secondo quanto indicato nel primo comma dell’articolo 43 del decreto legislativo 286/98.

Cosa significa questo?

Significa che quando la legge prevede e fa divieto di incitare a commettere atti di discriminazione, non vuol dire che ritiene che l'incitamento si debba rivolgere soltanto agli atti discriminatori che di per sé costituiscono reato o illecito civile o amministrativo. Significa soltanto che fa divieto di incitare cioè di agevolare cioè di dare un appoggio alle persone che vogliono compiere atti di discriminazione anche in quest'ambito che è un ambito di libertà negoziale riconosciuta dalla legge. Per cui, per esempio, come dicevamo prima, se io posso non invitare a casa mia un extracomunitario per motivi di discriminazione, sicuramente non è consentito a nessuno incitare gli appartenenti ad una certa comunità a non invitare ed a non socializzare con gli extracomunitari.

Perché questo? Torniamo al caso concreto.

Il caso concreto, come sappiamo, riguarda la raccolta di firme per mandare via gli zingari: "No ai campi nomadi". E qui l’iniziativa, come ho detto prima, è diretta ad incitare la pubblica amministrazione ad adottare certi provvedimenti.

Questi provvedimenti devono essere adottati secondo i principi che regolano non soltanto l'attività della pubblica amministrazione sotto il profilo di rispetto della legge, ma anche sotto il profilo del corretto uso del potere discrezionale.

Ora, abbiamo detto prima che l’atto amministrativo generale di per sé, essendo atto che disciplina una situazione astratta prevista in generale, non rientra tra le ipotesi di atti di discriminazione di cui all'articolo 43. Solo i comportamenti tenuti in attuazione di questi provvedimenti che disciplinano situazioni previste in astratto e generali sono sicuramente sanzionabili sotto questo profilo.

Questo lo dico perché nella specie è molto pertinente e rilevante. Ci sono stati dei casi in cui – proprio per riallacciarmi a questo principio - dei giudici hanno disapplicato degli atti amministrativi - alcune ordinanze di alcuni sindaci mi pare di Lecco e di Alessandria - che avevano imposto delle condizioni particolarmente svantaggiose per gli extracomunitari che volevano rilasciati i certificati di residenza o altri certificati anagrafici, condizioni svantaggiose rispetto agli altri cittadini; in quel caso è stata la stessa autorità amministrativa, il Prefetto, che ha annullato quelle ordinanze proprio sotto il profilo della discriminazione. Quindi il meccanismo, diciamo, si è autoregolamentato secondo il principio legislativo più coerente.

Ci sono stati altri casi, come per esempio quello del regolamento della Lega Nazionale Calcio che escludeva la possibilità di tesserare extracomunitari per le squadre di serie C, mentre ne prevedeva la possibilità per le squadre di serie A e B, entro certi limiti. In quel caso il Tribunale di Reggio Emilia ha disapplicato questa norma ritenendola discriminatoria e quindi ha, applicando il principio dell'articolo 5 della legge del 1865, impedito che si attuasse questo atto discriminatorio che era stato posto in essere dal singolo funzionario ma che era riferibile ad un atto amministrativo di un certo tipo.

Quindi anche qua siamo nell'ipotesi di incitamento ad un atto discriminatorio da compiersi in esecuzione di un’attività amministrativa.

Perché il discorso fin qui fatto è rilevante nel nostro caso specifico?

Perché uno degli argomenti difensivi che si coglie dalle dichiarazioni rese dagli imputati è questo: "noi siamo i difensori della legalità, noi abbiamo tenuto questo comportamento perché dicevamo che l'amministrazione pubblica doveva rispettare i propri regolamenti che fissano la possibilità di ospitare gli zingari in certi campi; questi regolamenti non sono stati rispettati, quindi noi abbiamo agito nell'attuazione di questo principio di legalità".

A questo proposito è da sottolineare, riportandoci a quanto rilevato prima, che non è certo questo il modo di fare rispettare la legalità, perché nella propaganda razzista conta molto il modo, il luogo ed il come viene realizzata una certa attività ed un certo comportamento finalizzato ad escludere certe persone dal godimento di fondamentali diritti.

Qui siamo in un tentativo, ad avviso dell'accusa, di difendersi arrampicandosi sugli specchi.

Perché? Perché, comunque, io credo che sia pacifico che il messaggio - come dicevo prima - del manifesto e delle dichiarazioni sia quello: “Via gli zingari da Verona, in quanto zingari, in quanto persone che non si integrano“, “via gli zingari da Verona“.

Si cerca di far credere, con alcuni argomenti che sono stati evidenziati nel corso del dibattimento ma che adesso approfondiremo, che in effetti si trattava di fare rispettare la legge o, comunque, provvedimenti amministrativi di questo tipo e ci si è riferiti ad alcune leggi regionali, tra l’altro leggi regionali che avevano previsto certe scelte per sistemare in modo adeguato i nomadi residenti nella città di Verona e che, comunque, non escludevano la necessità e l'obbligo - come è stato anche questo dimostrato con più testimonianze - da parte del Comune di garantire l'istruzione a tutti i minori di questi accampamenti nomadi.

E’ valido il tentativo di difendersi sostenendo che quest'attività era finalizzata a fare rispettare la legge che limitava i campi nomadi soltanto a certe zone e, quindi, l’iniziativa era limitata soltanto a quelli che non si erano attenuti a queste disposizioni?

Ripeto, non è questo il messaggio che è stato trasmesso e recepito, non è questo il messaggio che si legge, non è questo il messaggio che si rileva dalla lettura degli atti, anche a seguito delle deposizioni dei numerosi testi sentiti in dibattimento.

Ma, per ipotesi, consideriamo che il vero messaggio sia stato questo.

Intanto non si può dire che la petizione che è stata sottoscritta e che nessuno ha letto - almeno questo è quello che è emerso dal dibattimento – contenga il vero messaggio dell’iniziativa.

I testi escussi hanno ricordato il testo della petizione solo quando la stessa è stata sottoposta allo loro lettura. Sicuramente tutti invece sapevano qual era il messaggio del manifesto, addirittura venendo da luoghi dove il problema non era comunque sentito, perché, come ci è stato detto da un teste che veniva da San Pietro in Cariano, molti firmatari sono venuti da altri paesi o, comunque, da altri quartieri non interessati direttamente alla questione del campo nomade abusivo. In caso di referendum ufficiale queste persone non sarebbero state legittimate a sottoscriverle.

Comunque queste sono questioni di contorno che fanno anche vedere come questo tentativo di difesa non sia molto sorretto da situazioni credibili anche sotto l'aspetto della verosimiglianza.

Comunque, quello che si è tentato di dire è “noi abbiamo tenuto questo comportamento soltanto per fare rispettare la legge e per indurre la Pubblica Amministrazione a rispettare la legge".

Intanto, se la Pubblica Amministrazione si fosse convinta, sulla base di questo referendum, sulla base del risultato di questo referendum, ad adottare un provvedimento di sgombero e di allontanamento solo di quella parte, non di tutti gli zingari, quindi diamo anche per scontato che non era per tutti ma solo per una parte, ma se si fosse acquietata a fare quello soltanto sulla base di questo referendum, sicuramente anche se avesse adottato un comportamento legittimo sotto il profilo della corrispondenza a provvedimenti regionali o amministrativi - il che non è -, avrebbe sicuramente commesso un atto di discriminazione perché la finalità che l’avrebbe indotta, quindi l'uso del potere discrezionale ad adottare questo provvedimento, sarebbe stata quella di seguire le indicazioni che venivano da questo referendum con queste modalità proclamato e, quindi, sarebbe stato, comunque, un atto di discriminazione e, quindi, sempre l'incitamento all'atto di discriminazione sarebbe sussistente, perché è discriminazione anche quella che viene compiuta per queste specifiche finalità anche se ciò non comporta violazione dei regolamenti e della legge.

Ma nella specie così non è.

Così non è, perché, come risulta anche perché prodotto in udienza dibattimentale, esiste un fascicolo che è stato iscritto dalla Procura della Repubblica prima ancora di iniziare questo procedimento sulla base di alcune delibere tenute dal Consiglio comunale che ordinava lo sgombero, l'allontanamento, lo spostamento di campi nomadi da una parte all'altra. Quel fascicolo è stato iscritto a modello 45, cioè tra gli atti non costituenti notizie di reato, perché si è ritenuto che in quel caso certamente non c'era neanche un sospetto di reato.

Perché indipendentemente dalla valutazione del comportamento corretto o scorretto dal punto di vista politico e dal punto di vista della correttezza nella disciplina dei bisogni degli amministrati, sicuramente quelli sotto esame erano comportamenti propedeutici che rientravano nell'ambito del rispetto della legge amministrativa e quindi, per questo, non è stato mai iniziato un procedimento penale. Si è soltanto acquisita una certa mole di documentazione ai fini di un'indagine conoscitiva, per accertare la eventualità che ci potessero essere degli estremi di reato.

Quindi non vi è dubbio che il comportamento tenuto, anche se fosse stato – e certamente non lo è stato – finalizzato a far adottare dal Comune delibere limitatamente ad un certo gruppo di persone che non erano accampate secondo certe regole amministrative prestabilite, sicuramente l'incitamento con queste forme, con queste modalità costituisce l'ipotesi delittuosa di cui all'articolo 3 della cosiddetta Legge Mancino.

In buona sostanza, cioè, anche nel caso che si volesse sostenere che l’atto oggetto di incitamento non era un atto illegittimo, certamente la condotta tenuta con le modalità sopra indicate e con le finalità discriminatorie bene evidenziate, integra la fattispecie penale contestata che si limita a vietare solo l’incitamento a compiere un atto discriminatorio per motivi razziali, non richiedendo anche che l’oggetto di istigazione coincida con il compimento di un atto costituente reato o, comunque, illecito civile o amministrativo.

Ciò vale a maggior ragione per la “diffusione di idee” che sicuramente si è realizzata con le modalità già precisate.

  1. CONCLUSIONI

Credo che le considerazioni fatte ci consentano, anzi, a mio avviso, ci impongano di arrivare a certe conclusioni, che sono quelle dell'affermazione della responsabilità di tutti gli imputati per l'ipotesi delittuosa loro contestata. Tutti dico, perché tutti hanno partecipato a quella conferenza stampa con la quale questa iniziativa è stata pubblicizzata e propagandata, quindi conoscendone i contenuti ed assumendo su di loro anche la responsabilità della diffusione di quei manifesti che peraltro portavano il logo di un partito politico al quale tutti questi organizzatori sono aderenti.

Quindi non vi è dubbio che tutti hanno concorso in quest'attività, che di per sé è – come dicevo prima – di diffusione di idee fondate sull'odio e sulla discriminazione per motivi etnici e razziali ed hanno coscientemente e volutamente lanciato un messaggio per spingere una certa parte della popolazione a sostenere una campagna di denigrazione di una minoranza etnica per poi portare i risultati di questa campagna alla pubblica amministrazione ed ottenere dei provvedimenti discriminatori del tipo che abbiamo esaminato.

Noi qui abbiamo parlato – è il caso che ci occupa – di una discriminazione che riguarda gli zingari. Ritorno al problema della contestualizzazione del fatto, ritorno al problema della pericolosità legata all'ambiente storico valutato secondo elementi percepibili da tutti e mi riporto alla consulenza della storica Marcella Filippa: reazione determinata da comportamenti che hanno portato ad un certo risultato, approfondimento di quella particolare evoluzione di razzismo, individuazione dei momenti in cui bisogna intervenire per incidere efficacemente ed evitare che quei fenomeni arrivino a quelle degenerazioni cui sono già arrivati e - purtroppo, anche quello si è verificato - differenziazione delle vittime. Cioè oggi viene percepita in maniera molto più sentita la persecuzione, la discriminazione nei confronti degli ebrei, che non quella nei confronti degli zingari o di altri gruppi come omosessuali od altri. Solo di recente si sta di nuovo - o, meglio, per la prima volta - evidenziando in tutta la sua tragicità la persecuzione anche di questa etnia.

Etnia, ecco un altro aspetto che fa parte della contestazione, perché è contenuto nel capo di imputazione e rappresenta uno degli elementi costituitivi per ritenere integrato il reato.

Si tratta di un'etnia. Su questo punto credo che non ci possano essere obiezioni, la dottoressa Marcella Filippa è stata pacifica. Etnia è sicuramente quella degli zingari, per tutte le motivazioni che ci ha spiegato, anche se addirittura ci ha detto che all'interno di questa etnia ci possono essere diversi gruppi etnici, alcuni dei quali evidentemente anche hanno dei motivi di contrasto tra loro.

Io sono rimasto abbastanza "sconcertato" da certe domande che venivano fatte ai testi per cercare di sapere se all'interno di certi campi c'era un contrasto tra Sinti e Rom. Beh, sì, ma che c’è di male? Non l'ho capito. Perché se c’è il contrasto, cosa cambia?

Nei condomini si litiga. E perché si litiga nei condomini sgombriamo il condominio? Mandiamo via tutti i condomini perché ci sono litigi nei condomini? Io non ho capito il significato di questa domanda ed ancora oggi mi interrogo su questo.

Quindi etnia sicuramente anche quella degli zingari, etnia che ha avuto una considerazione diversa perché, purtroppo, anche a livello delle vittime c’è una gerarchizzazione.

Cioè voi immaginate un attimo cosa sarebbe successo se, proprio perché certe categorie hanno maggior possibilità di difesa e quindi sono meno deboli - ma la tutela deve essere estesa a tutti, anzi ai più deboli a maggior ragione - immaginate se, invece che scrivere "no ai campi nomadi, firma anche tu per mandare via gli zingari", fosse stato scritto "no alle sinagoghe, firma anche tu per mandare via gli ebrei". Ci sarebbe stata sicuramente una giusta reazione immediata, da parte di tutti. Non ci sarebbero state indifferenze. Non ci sarebbe stata acquiescenza. Non ci sarebbero state forse neanche quelle firme in quel numero, con quella consistenza che abbiamo constatato. Eppure la situazione è uguale, è perfetta, è identica, non cambia.

Quindi per affermare la responsabilità degli imputati credo che basti anche questo paragone.

Concludendo chiedo che venga affermata la responsabilità di tutti gli imputati, con la condanna degli stessi alla pena di mesi 6 di reclusione ciascuno, con le attenuanti. Non chiedo le pene accessorie. Non chiedo le pene accessorie e chiedo tutti i benefici perché ritengo che il ripristino della legalità deve realizzarsi con l’affermazione di un principio di legalità che è stato molto visivamente violato, con un'affermazione di una responsabilità e del riconoscimento che questi atti sono illegittimi.

I destinatari di questa condanna avranno già una sanzione sufficiente a rieducarli, se così si può dire.

Non credo che sia necessaria un'effettiva carcerazione per ottenere la rieducazione per questo tipo di reato, commesso da questo tipo di persone, cioè commesso da chi ha responsabilità amministrative, commesso da chi deve - come dicevo prima – cercare di elevare la coscienza civile delle persone di cui ha responsabilità di gestione.



Quindi credo che la sola condanna, il solo riconoscimento che esiste una legge che è a tutela del più debole e che viene applicata in questo modo è già sanzione sufficiente per raggiungere il fine rieducativo che è proprio della pena.

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