Traumi e vita quotidiana pag. Ricerca di senso e salute mentale pag. Un modo per continuare a vivere pag. Quel che la vita può offrire pag



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CONTENUTI

Traumi e vita quotidiana…………….………………………………….pag. 2

Ricerca di senso e salute mentale…………………….…………….pag. 4

Un modo per continuare a vivere…………………………………..pag. 8

Quel che la vita può offrire……………………………………………pag. 15

E’ una sfida per crescere……………………………………………….pag. 18

Uno che ha saputo ricominciare……………….…………………..pag. 22

Note bibliografiche…………………………………….…………………………pag. 26

Il titolo riassume già in estrema sintesi il percorso oggetto di queste pagine. Un percorso, quindi un cammino, un movimento purtroppo ben noto anche all’esperienza di molti: dal lutto alla sua elaborazione per iniziare una ricostruzione del proprio mondo che comunque, spesso, ne rimane segnato per sempre. Un percorso che pur nella sua eccezionalità è però immerso inevitabilmente nella vita quotidiana, nel suo dipanarsi giorno per giorno, con il ritmo proprio della quotidianità.





TRAUMI E VITA QUOTIDIANA

Il giorno dopo un evento traumatico troviamo la quotidianità “senza senso”, indicando in qualche modo la sproporzione tra l’importanza dell’evento stesso e la nostra vita, e la banalità dei gesti e delle situazioni che ci troviamo a vivere giornalmente. “Sembra assurdo che tutto continui come prima” – diciamo - e quasi pensiamo sarebbe più logico che all’apocalisse interna che stiamo vivendo corrispondesse un’apocalisse cosmica, al mondo che ci “crolla addosso” corrispondesse un effettivo crollo di tutto il mondo intorno a noi.

La vita però va avanti, come abbiamo detto: il quotidiano che conosciamo così bene ci propone situazioni ben note e gesti che possiamo ripetere automaticamente. Ci sembra però di doverli scegliere nuovamente, quasi come se ci si presentassero per la prima volta. Abbiamo bisogno di ricostruirli, abbiamo bisogno di ricostruire il nostro mondo dai frantumi. E’ vero che la ricostruzione, il mettere assieme i cocci, è principalmente un esercizio interiore: è un cercare di ristabilire una uniformità tra il mondo come lo si vedeva prima dell’evento traumatico, quello che si credeva, l’atteggiamento che avevamo verso di esso, e il mondo attuale, quello che ci troviamo tra le mani adesso, quello che abbiamo di fronte, quella situazione “senza senso” nella quale siamo stati precipitati. E’ appunto una ricerca di senso, un tentare di dare un senso accettabile a quanto stiamo vivendo. Al tempo stesso però questo percorso interiore si materializza, si rende in qualche modo visibile, a sé e agli altri, attraverso i comunissimi gesti della quotidianità, quando invece di compierli come automi ne ridiventiamo padroni esprimendo così attraverso di essi il senso ritrovato del nostro mondo.

La vita quotidiana la si potrebbe vedere come un “continuum”, una specie di “basso continuo” nella sinfonia della nostra vita, un qualcosa insieme chiaro e impercettibile, presente e quasi invisibile. Il fatto che sia un percorso semi-cosciente non significa però che non ci faccia camminare. “La vita va avanti” - si dice - intendendo che qualsiasi cosa ci sia capitato, qualsiasi stato d’animo stiamo vivendo, la quotidianità ci obbliga in qualche modo a ripetere gesti e situazioni banali al di là di quel che stiamo provando.

Un mondo di piccole cose quotidiane che impercettibilmente muovono il nostro spirito, il nostro cuore e tutte le facoltà del nostro essere in un flusso ininterrotto di cui spesso non prendiamo coscienza se non dopo un certo tempo, e solo se vi poniamo attenzione, se facciamo mente locale e tentiamo di ricordare o riflettere su quel che abbiamo vissuto quotidianamente.

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RICERCA DI SENSO E SALUTE MENTALE

In merito alla costruzione del nostro mondo interiore, alla distruzione che un evento traumatico può causare e al successivo tentativo di ricostruzione riporto qui di seguito alcuni brani di una bozza di articolo preparata per il Journal of Contemporary Psychotherapy (Springer Science & Business Media. LLC) da Robert A. Neimeyer, Laurie Burke, Michael Mackay e Jessica Stringer, dal titolo “Terapia del dolore per la perdita e ricostruzione del significato: dai principi alla pratica”. L’approccio strettamente scientifico stona forse un po’ con il resto del presente lavoro, ma la chiarezza della trattazione e degli esempi sicuramente aiuta la comprensione generale del tema senza appesantirlo troppo.

Ricordando l’affermazione di Frankl (1992) secondo la quale “la ricerca di senso è la chiave della salute mentale e di una prospera umanità”, il Costruttivismo è un approccio postmoderno alla psicologia che mette in evidenza il bisogno delle persone di dare un senso alle loro esperienze di vita (Neimeyer 2009). Una proposizione fondamentale del Costruttivismo è che le persone sono motivate a costruire e mantenere una auto-narrazione significativa, definita come “una copertura a volta, struttura cognitivo-affettivo-comportamentale, che organizza le ‘micro-narrazioni’ della vita quotidiana in una ‘macro-narrazione’ che consolida la nostra auto-comprensione, stabilisce la nostra caratteristica gamma di emozioni e di traguardi e guida la nostra rappresentazione sul palcoscenico del mondo sociale” (Neimeyer 2004). Un’identità individuale è quindi essenzialmente una conquista narrativa, poiché il nostro senso di identità è costituito attraverso storie che noi costruiamo attorno a noi stessi e condividiamo con altri.

Credenze fondamentali e assunzioni sul mondo fanno da spina dorsale all’auto-narrazione. Secondo Janoff-Bulman (1992), la maggior parte delle persone mantengono nel profondo la credenza che sono degne e meritevoli di risultati positivi, che hanno un significativo controllo sulle loro vite, e che il mondo è in generale benevolo e giusto. Queste credenze di base forniscono agli individui un ampio senso di significato e permeano l’auto-narrazione di una coerenza tematica che “parla alla fede sottostante dell’autore nelle possibilità dell’intenzione umana e del comportamento…[e] riflette il punto fino al quale la persona crede che il mondo possa essere buono”.

Da una prospettiva costruttivista, la perdita di una persona cara può rappresentare una sfida alla validità delle credenze fondamentali e minare alla base la coerenza dell’auto-narrazione. Morti violente, improvvise, o apparentemente senza senso, possono far apparire il mondo pericoloso, imprevedibile, o ingiusto (Janoff-Bulman (1992); Park e Folkman (1997)). Anche morti non violente possono mettere alla prova la validità delle credenze fondamentali di una persona. Per esempio la morte prolungata e dolorosa di una persona amata colpita da cancro può far mettere in dubbio alla persona che ha subito la perdita che il mondo sia davvero benevolo. Oppure può condurre chi è rimasto, a chiedersi che controllo si abbia veramente nella vita, dato che la morte dolorosa era inevitabile. L’esperienza della morte di una persona cara può anche far ricordare alle persone che l’uomo è mortale e sollevare domande circa l’esistenza di una vita dopo la morte, portandole a intraprendere una ricerca esistenziale per trovare un senso (Yalom e Lieberman 1991)

Infine, poiché molti affermano continuamente un modo di essere “conosciuti” da loro stessi e da altri nel crogiuolo dell’intima esperienza (Stern 2004), la perdita di una figura di primo piano che procuri questo “rispecchiamento” critico rischia di erodere la personalità di chi sopravvive alla perdita.

Insomma, per una miriadi di ragioni, le perdite possono mettere alla prova le condizioni fondamentali che sostengono la reale esperienza vissuta, andando a colpire il proprio ampio senso di significato e coerenza (Neimeyer et al. 2006).

Le persone possono risolvere l'incongruenza che segue la morte di una figura significativa a cui erano legate intraprendendo uno dei due processi generali di ricostruzione di significato (Neimeyer 2006a, b). Da una parte possono cercare di assimilare l'esperienza della perdita nelle loro convinzioni pre-perdita e nelle loro auto-narrazioni (Janoff-Bulman 1992; Park e Folkman 1997) mantenendo in sostanza la coerenza con chi erano prima. Dal punto di vista psicologico questo comporta la ricostruzione della loro comprensione della perdita in modo tale da riaffermare le credenze fondamentali circa se stesse e il mondo che erano state messe alla prova, come per esempio attraverso lo sviluppo di spiegazioni religiose e di famiglia per la perdita, l’attribuzione di responsabilità o la ricerca di confronti verso il basso (Park e Folkman 1997). Dal punto di vista relazionale questo tipicamente comprende anche recuperare l’aiuto in corso e la convalida da altre figure familiari nel proprio mondo sociale o da altri che hanno fatto la stessa esperienza di perdita (Pargament and Park 1997; Lehman et al. 1986). In alternativa le persone possono tentare di adattarsi alla perdita riorganizzando, approfondendo o espandendo le loro le credenze fondamentali e la loro auto-narrazione per abbracciare la realtà della perdita (Janoff-Bulman 1992), spesso ricercando convalide per una mutata identità in connessione ai nuovi campi di relazioni sociali. Per esempio, mentre non tutte le esperienze della vita sono prevedibili o controllabili, colui che è in lutto può arrivare ad apprezzare la crescita personale e i benefici nascosti che queste esperienze possono portare (Calhoun e Tedeschi 2006) e impegnarsi in una “lotta orientata al ristabilimento” che comprenda lo sperimentare nuovi ruoli sociali e identità (Stroebe and Schut 1999). Indipendentemente se predomini l’assimilazione o l’adattamento, il traguardo è il ristabilimento di un’auto narrazione (sufficientemente) coerente e risoluzione delle incongruenze tra la realtà della perdita e il proprio senso del significato. Da una prospettiva costruttivista le persone che mostrano una normale reazione al dolore per una perdita riescono con successo a intraprendere una ricostruzione di significato e sono capaci di assimilare o di adattarsi alla perdita formando conseguentemente, o mantenendo, una trama di coerenza, così come un passaggio denso di significato nella loro auto-narrazione. D’altra parte il fallimento di questi i processi di costruzione del significato si associa con reazioni di lutto complicato e con la frammentazione dell'auto-narrazione che finisce per non avere più senso nel presente (Currier e Neimeyer 2006; Neimeyer et al. 2002).

Vari studi dimostrano come la ricerca di un significato sia una cosa comune in chi ha subìto una perdita, anche se per un certo numero di questi non risulta affatto facile. Poiché la terapia costruttivista tende ad essere tecnicamente eclettica ma teoricamente coerente (Neimeyer 1993, 2009), si possono usare tecniche che comprendono il raccontare di nuovo la narrazione della perdita (ri-narrazione), la scrittura terapeutica, l’attenzione al linguaggio e la metafora, la visualizzazione evocativa e l’articolazione della posizione pre-sintomo e tantissime altre.



(Traduzione libera in quanto l’articolo non è ancora uscito in italiano: il grassetto è mio).

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UN MODO PER CONTINUARE A VIVERE

La resilienza è quella qualità che ci permette di continuare a vivere nonostante i colpi che inevitabilmente riceviamo nel corso della vita. Tante auto continuano a girare sebbene ammaccate, quindi non sembrerebbe niente di speciale. Il bello della resilienza consiste invece nella sua (che è poi “nostra”) capacità di cambiarci e proprio in virtù di questo cambiamento, di renderci flessibili; un adattamento che dialoga con la nuova situazione, ne è influenzato e la influenza: un adattamento quindi attivo in due direzioni, sia verso l’interno che verso l’esterno. Si parla anche di un adattamento passivo, quando si riescono ad accettare situazioni sulle quali non possiamo nulla. Non sono molto d’accordo su questo aggettivo, “passivo”: ritengo infatti che la qualità della resilienza sia sempre una splendida attività, come dicevo, sia interna che esterna e niente andrà perduto solo per il fatto che la situazione esterna è immodificabile. Vorrà dire che questa condizione immutabile andrà a modificare, con la sua risposta immutabile, l’attività resiliente del soggetto.

I colpi che possiamo prendere sono tanti; prenderò in considerazione principalmente quelli irreparabili, quelli che fanno terminare la vita, almeno come la conosciamo qui. Spesso però il trauma che ci colpisce si manifesta prima come più o meno grave, e quindi non irreparabile ma riparabile, anche in funzione appunto della nostra attività resiliente.

La resilienza diventa così un cammino di apprendimento. In questo senso il fatto che i danni siano irreparabili non ha alcun senso perché è un cammino che può durare tutta la vita, anzi, che dura in pratica tutta la vita: non c’è un termine fissato per “il conseguimento del diploma” e quindi si impara tutti i giorni.

Il dolore, come la gioia del resto, ha una sua quotidianità: la natura stessa e perché no, anche il tempo ha una sua quotidianità. La quotidianità del “tutti i giorni”, pur nella ripetitività quasi ossessiva e immutabile del dolore, fissa un termine, delimita. In assenza di questa piccola fine quotidiana, di questo limite, il tempo interno si dilata fino ad occupare tutto, il quotidiano diventa eterno e in questo senso si annulla. Immagino che a questo punto inizino situazioni al limite della patologia che vanno ben oltre i limiti che mi ero dato.

La quotidianità ha una sua grandezza: è un invisibile campo di battaglia. Da una parte affermazione fisica e concreta di un mondo che appare indifferente, che va avanti anche senza di noi, che anzi ci richiama a non cambiare ed esige il nostro contributo attivo perché tutto prosegua come sempre. Noi che in quel momento abbiamo tutt’altro per la testa, dobbiamo mangiare, lavarci, vestirci, preparare, schiavi, da un certo punto di vista, di una quotidianità che non sentiamo più nostra. Dall’altra parte siamo già partiti per il lungo viaggio alla ricerca del senso di quel che ci è capitato. Come cavalieri più o meno coraggiosi, più o meno dotati, lo cercheremo in luoghi lontani, dappertutto, per terra e per mare, non ci fermeremo finché non lo abbiamo trovato. Come spesso capita all’eroe partito per terre lontane, scopriremo poi che il tesoro si stava già svelando nel dispiegarsi del quotidiano, compagno di ogni giorno. Il dolore aveva riempito tutto, il tempo si era fermato e noi non riuscivamo ad attaccare un senso minimo alla quotidianità che vivevamo; anche perché non lo avevamo mai fatto. Eravamo troppo presi da tutt’altro, prima: il tempo passava così velocemente, non ce n’era mai. Anche allora però, prima dell’evento traumatico che ci ha colpito, la quotidianità tentava di trattenerci con un’infinita serie di intralci che vivevamo appunto come impedimenti alla perfetta espressione del nostro io che volevamo realizzare. Per l’uomo che riesce a vivere in pienezza il suo tempo invece, la quotidianità non pesa come una perdita di tempo perché è in pace con quello che vive, con tutto il suo mondo. Sta facendo una cosa normalissima ma importantissima: vive.

Ora, la luce del senso che abbiamo intravisto sta però illuminando poco a poco anche la quotidianità di quel dolore che allora ci pareva impossibile. Come per magia oggi, la luce di quel senso che non smetteremo di cercare, o di tenere con noi, fa ritrovare un senso anche nelle piccole cose di tutti i giorni non solo di oggi, ma anche, guardando indietro, di allora.

Nella nostra vita di uomini normali non succede nulla, nulla di clamoroso ma tutto di ordinario. Però in tutte le cose e le situazioni ordinarie che viviamo tutti i giorni mettiamo in realtà tutto noi stessi. Quello che siamo realmente lo mettiamo lì, nella normalità del quotidiano che a quel punto diventa l’espressione massima e completa della nostra vita. Proprio per questo è lì dove ogni sforzo di cambiamento ha il suo massimo effetto: cambiare lì vuol dire cambiare davvero noi stessi e allo stesso modo, se cambiamo davvero noi stessi il cambiamento si riflette proprio lì: vuol dire cambiare davvero il nostro quotidiano, dal di dentro. E spesso non sono gli sconvolgimenti, i cambiamenti radicali, gli scarti netti, ma un piccolo tocco qui, un’aggiustatina là, una piccola correzione di rotta, una sfumatura, la consistenza di un pensiero per illuminare il tutto, o anche solo una parte rimasta un po’ in ombra. Sono come piccole correzioni al timone; sobrie e discrete, che fanno seguire meglio la rotta e senza le quali sarebbe continuamente persa.

Anche il luogo della normalità è importante. Noi siamo molto il prodotto del nostro “dove siamo”. Ogni “dove”, ogni luogo dove si vive e si cresce, è una ricchezza e produce degli uomini, insegna un modo, un modo di vivere (lingua, cultura, credenze, relazioni umane, mestiere, religione…). E alla fine tutto ci sembra normale, ma è frutto di relazioni, fedi, passioni di uomini, amori e battaglie che in qualche modo condividiamo e con le quali dobbiamo essere in pace, per essere in pace con noi stessi e vivere in pienezza il nostro tempo così legato al nostro luogo

Nella normalità del luogo dove siamo, diventando grandi facciamo normalmente senza accorgercene una cosa eccezionale: troviamo noi stessi crescendo in mezzo a tanta normalità. Nella normale vita quotidiana spunta la nostra eccezionalità e l’eccezionalità unica della nostra persona e della nostra situazione è in fondo la normalità di tutti.

Il tempo ha un ruolo fondamentale nella quotidianità: potremmo dire che ne è il tratto distintivo. La riconosciamo dal ritmo che prende il tempo quando la incontra: il tempo la scandisce e la misura, ma ne è anche il supporto, il mezzo che la esprime e per questo ne è in qualche modo modellato: un po’ come l’aria può essere considerata il supporto della musica e pur ne è influenzata. Ancora, ci vogliono molti anni pare per esprimere nel concreto il rapporto tra due persone: il tempo non è un fattore secondario. L’amore ha bisogno di tempo per far vedere di cosa è capace, di cosa sa fare, e il tempo ha bisogno di amore per diventare pieno, per far vedere come può diventare bello, per diventare davvero un tempo per l’uomo e non l’esatto succedersi dei secondi dell’orologio. Anche il tempo ha bisogno di essere riempito per avere un senso, per non rimanere vuoto, come del resto l’amore e ogni relazione ha bisogno di tempo per sostanziarsi, per non rimanere una parola vuota.

Sotto questo aspetto, l’insegnamento che viene dai decenni di vita nascosta di Gesù a Nazareth, è proprio che in famiglia bisogna viverci, giorno per giorno, a lungo, come al lavoro o in altre situazioni: bisogna viverle, prenderle concretamente su di sé, viverci in mezzo. Solo così si cambiano, solo così ci cambiano, si vivono pienamente e rivelano tutta la loro fecondità e bellezza.

Un campo di battaglia dicevamo, un freno alla nostra azione creatrice, alla nostra espressione. Per altri invece esattamente l’opposto: la quotidianità può diventare un rifugio. Per chi non ha nessuna parte dove andare, men che meno di fretta; per chi non ha nessuna creazione nuova da modellare, men che meno pubblicamente; per chi ha finito per avere paura del nuovo o del mondo che sente sempre più lontano, esterno a sé, il quotidiano dei gesti, delle cose, degli odori, dei suoni, dei riti personali può diventare veramente l’unico rifugio, il micromondo dove ricomporre il proprio mondo che non trova casa nel mondo “di fuori”. Ed ecco una persona che vive “in un mondo tutto suo”, diciamo. E sappiamo tutti bene purtroppo come alcune di queste forme esasperate siano o diventino poi addirittura patologiche. Anche nel caso del quotidiano vissuto come rifugio comunque vale l’immagine del campo di battaglia: qui non sarà l’intralcio alla nostra azione ma piuttosto il fortino da difendere contro ogni mutamento e interferenza. Non è però il rifugio dell’uomo che compie tutto secondo la legge, che si mette al suo riparo. Qui l’uomo può vivere in pienezza il suo tempo nella pace di chi non si ripara tanto per mettere a posto la coscienza, ma ancora una volta semplicemente per vivere, dentro una legge con la quale è in pace e condivide.

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QUEL CHE LA VITA PUO’ OFFRIRE

Ci saranno probabilmente molti altri modi non “sani” per vivere il quotidiano, oltre a quelli ai quali ho brevemente accennato, ma non ho certo le conoscenze necessarie per esaminarli tutti né a dir la verità mi interessa: qui vorrei piuttosto considerare quale risorsa sia la quotidianità vissuta come scelta, pienezza di senso e di significato, pienezza di tempo, accoglienza del passato e apertura sul futuro, radice profonda che alimenta e sguardo al cielo che attira.. Naturalmente intendo la quotidianità non come entità astratta e a sé stante ma come termine di quell’atteggiamento attivo dell’azione resiliente che continuamente interagisce adattandosi e adattando la situazione.

Alla base, e in senso generale, c’è la convinzione che la vita è un dono (almeno nel senso che prima non c’ero e adesso ci sono) ed in qualche modo va ricambiato. L’istinto è quello di tenere tutto per sé, ma in fondo sentiamo che è un puntare in basso: noi non riusciamo ad essere un bersaglio abbastanza grande per la vita, c’è bisogno di qualcosa di più. Il mondo intero potrebbe già essere un bersaglio migliore, più degno della vita.

Parto sì alla ricerca del senso, ma è anche vero che il senso si presenta a me, attraverso e nella mia vita: è, in fondo, la mia vita, vi sono immerso. Come in una festa preparata dai genitori per il figlio, egli la vive e l’apprezza vivendola, festeggiando, e tutto di quella festa gli parla dei genitori che l’hanno preparata. Non solo ogni dettaglio gli parla, ma in ogni dettaglio c’è davvero la mano dei genitori. La festa è un giorno speciale, ma lo stesso si potrebbe dire della vita di tutti i giorni di quel figlio, che i genitori curano al meglio per il suo bene, e se il figlio ascolta, sente che ogni cosa gli parla del bene che papà e mamma gli vogliono: dalle lenzuola che sanno di pulito ai biscotti della colazione, proprio quelli che piacciono a lui. E anche in situazioni peggiori, se i genitori faticassero a dargli qualcosa che gli piace, quel figlio riuscirebbe a “vedere” il bene che gli vogliono in tante piccolissime cose: se anche le cose fossero necessariamente piccole, il bene rimarrebbe grande. E’ un dialogare con i fatti, perché i fatti hanno una relazione, un senso che parla e interpella attraverso di essi. Così, ascoltando, le cose della mia quotidianità rivelano me stesso perché io parlo ed esprimo il mio senso, il senso che vi attacco attraverso di esse, vi esprimo me stesso. Nello stesso tempo rivelano la relazione degli altri verso me e sono come il tramite di quel che gli altri mi dicono. E ancora, in modo impercettibile ma reale, attraverso quella particolare modalità di ascolto che è attenzione alle cose che accadono come fatti che mi interpellano, trovo una risposta forse già data, e quindi da riconfermare, o del tutto nuova e quindi da inventare; per vivere sempre più pienamente, sempre più intensamente nella pace, per accogliere la mia quotidianità quel che mi capita, sia di bello che di brutto, come un’esperienza che diverrà parte di me, che mi farà in qualche modo cambiare, o meglio, che vivrò nella pace dandole un senso e facendola diventare la mia stessa vita e, nel corso di questo processo, forse cambierò e forse il cambiamento si incomincerà altrettanto impercettibilmente a vedere nella mia quotidianità, nelle mie cose di tutti i giorni. L’attenzione alle cose di cui parlavo è un equilibrio non semplice da raggiungere e mantenere: è fragile, è instabile, basta un niente perché qualcosa prenda il sopravvento e la mia attenzione sia tutta attratta per un particolare, un avvenimento, una situazione. E’ un equilibrio che potremmo chiamare saggezza, la saggezza dell’albero che è ben radicato in sé, che ha un suo luogo preciso, che si relaziona totalmente con quello che gli è attorno, che è proteso verso l’alto, e che in mezzo a tutto questo, anche se scosso da un vento impetuoso, si accorge della goccia d’acqua nel terreno, silenzioso e prezioso nutrimento per la più piccola delle sue radici.

Atteggiamento attivo dicevo, di piena libertà verso quel che ci capita, atteggiamento che si mette in campo (nel campo di battaglia) e miracolosamente fa incontrare il piccolo tempo del quotidiano con la grande strada del dolore (o della gioia) e dirige entrambi dritto al cuore, rendendo possibile la conquista del senso. Vorrei qui approfondire, alla luce di quanto detto finora, il significato di “senso”, parola che fa parte anche del titolo ma che nei brani che vi propongo viene molto meglio chiarita aiutando al tempo stesso ad illuminare il contesto al quale mi sono fin qui riferito.



LA SFIDA PER CRESCERE ED ESSERE LIBERI

“[Si] (…) impara che cosa fa un essere umano quando all’improvviso realizza di “non avere più nulla da perdere, tranne questa vita così ridicolmente nuda”. (…) Fame, umiliazione, paura e rabbia profonda per le ingiustizie subite, divengono sopportabili grazie all’intima contemplazione della persona amata, grazie alla religione, a un certo (…) umorismo, (…) alle rappacificanti bellezze della natura (…). Tuttavia questi attimi di conforto non infondono la volontà di vivere, se non aiutano il prigioniero a trovare un senso più ampio per tutta la sua sofferenza, apparentemente priva di significato. A questo punto tocchiamo nel vivo il tema dell'esistenzialismo. Vivere è sofferenza; sopravvivere è trovare il senso di questa sofferenza. Se questo è il senso della vita nel suo complesso, questo dev’essere anche il senso della sofferenza e della morte. Ognuno di noi deve scoprirlo da solo, e deve accettare la responsabilità insita in questa risposta. Se vi riesce, continuerà a crescere, senza curarsi delle offese. Frankl cita volentieri la frase di Nietzsche: "Chi ha un perché per vivere, può sopportare quasi ogni come".



Nel campo di concentramento ogni evento minaccia di sottrarre al prigioniero il suo sostegno. Tutti gli scopi della vita familiare sono infranti. La sola cosa che resta è "l'ultima libertà umana", la capacità di "scegliere un certo atteggiamento, di fronte a una serie di circostanze". Quest'ultima libertà che gli antichi stoici studiarono come i moderni e esistenzialisti, assume un significato evidentissimo nella storia di Frankl. I prigionieri sono uomini comuni, ma in definitiva, alcuni di loro, provarono la capacità dell'uomo di elevarsi al di sopra del fato, scegliendo d'essere “degni della loro sofferenza””.

(dalla prefazione di Gordon W. Allport all’edizione americana di “Uno psicologo nei lager” di V.E.Frankl)

“Quel che io qualifico e descrivo come vuoto esistenziale rappresenta un vero problema per lo psichiatra di oggi. Sono sempre più numerosi i pazienti che si rivolgono allo psichiatra, lamentandosi di un sentimento di vuoto e di non senso. A mio parere, questo sentimento è da riportarsi a due cause. A differenza dell'animale, nessun istinto dice all'uomo quale sia il suo bisogno. E a differenza degli uomini d’altri tempi, nessuna tradizione gli dice quale sia il suo dovere. Così egli si ritrova spesso a non sapere quel che egli propriamente vuole! Pertanto, egli vuole soltanto quel che gli altri fanno (conformismo del mondo occidentale) o egli fa soltanto quel che gli altri vogliono (totalitarismo del mondo orientale). La scomparsa delle tradizioni riguarda però soltanto i valori, non il senso. Mentre i valori sono universali, il senso è qualcosa di unico e specifico: esso varia non solo da persona a persona, ma anche da situazione a situazione. E l'unico mezzo per trovare il senso di una concreta situazione, è ciò che si chiama coscienza. Ne consegue che in un tempo come il nostro, cioè nell'epoca del vuoto esistenziale, l'educazione non può limitarsi a trasmettere usi e nozioni, ma deve preoccuparsi di affinare le coscienze. In un'epoca, in cui per molti uomini i dieci comandamenti hanno perduto la loro incondizionata validità, l'uomo ha bisogno di imparare ad ubbidire ai diecimila comandamenti che gli detta la voce della sua coscienza. E anche la psichiatria deve prendersi a cuore - uno dei suoi compiti è proprio questo - di ridare all'uomo la capacità di trovare nella vita, nella singola situazione della propria vita, un senso, malgrado lo sprofondarsi dei valori tradizionali. E secondo la dottrina della Logoterapia, la vita ha un senso - per ogni singolo uomo! E conserva questo suo senso letteralmente fino all'ultimo respiro. Ovviamente, lo psichiatra non può dire al suo paziente quale è il senso della vita: questo deve trovarlo il paziente stesso. Ma lo psichiatra può mostrare che un tale senso della vita esiste, in ogni situazione e condizione. La Logoterapia insegna che persino gli aspetti tragici e negativi dell'esistenza umana - la sofferenza ineluttabile, per esempio - possono essere trasformati in prestazione, in quanto l'uomo di fronte ad essi riesce a prendere il giusto atteggiamento. Al contrario di alcuni indirizzi esistenzialisti, la Logoterapia non è affatto pessimista, bensì semplicemente realistica: essa vuole che il paziente guardi in faccia quel ch'io chiamo la triade tragica dell'esistenza umana: dolore, morte, colpa. Inoltre la Logoterapia è financo ottimista: essa mostra come questi aspetti apparentemente negativi recano nel seno possibilità di senso altamente positive. Si diceva sopra che la coscienza ci lascia scoprire il senso (essa non è un "organo dei sensi", ma un "organo del senso", si potrebbe dire). Di fatto il senso dev’essere trovato coscienziosamente, non può esserci dato arbitrariamente. Noi non possediamo la libertà d’inventare un senso qualunque, bensì abbiamo la responsabilità di scoprire in concreto “il” senso! Con ciò non ci dice nulla contro la libertà, ma dobbiamo renderci coscienti che la libertà minaccia di degenerare in arbitrio se non è vissuta come responsabilità. Per questo motivo raccomandavo spesso ai miei ascoltatori americani di completare la statua della libertà, alzata sulla loro costa orientale, con una statua della responsabilità sulla costa occidentale”.

(“The Existential Vacuum – A Challenge di Psychiatry (New American Library, New York, di V.E.Frankl, dalla prefazione di Giambattista Torellò all’edizione italiana di “Uno psicologo nei lager” di V.E.Frankl).

Vita quotidiana come campo di battaglia, dove noi eroi combattiamo tutti i giorni alla ricerca del senso; vita quotidiana come rifugio e fuga, dove cerchiamo riparo; ma soprattutto vita quotidiana come risorsa a nostra disposizione per prendere e dare. Risorsa da scoprire nell’attenzione ai fatti quotidiani, lasciandoci interpellare semplicemente dalla loro esistenza, senza farci ingannare dalla loro apparente inconsistenza, attenti invece al carico di significati che immancabilmente portano con sé: vedere attraverso le cose, specie le più piccole (proprio perché più piccole forse è più facile) per ricominciare a riscoprirne il senso.. E’ necessaria però quella minima apertura che ci fa attenti agli avvenimenti di ogni giorno e di fatto ci riconcilia con la nostra quotidianità.

Nel momento del buio la quotidianità sembra mettere il dito nella nostra piaga, al tempo stesso però può rappresentare il dispositivo di salvataggio che ci risolleva, luogo privilegiato dell’incontro tra l’espressione incredula del nostro dolore, l’oggettività della realtà e il senso nuovo che stiamo cercando di ricostruire.

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UNO CHE HA SAPUTO RICOMINCIARE

Sono spesso ricorso a brani molto diversi e di diversi autori per esprimere meglio e con un orizzonte più ampio la tesi che volevo esporre. Come conclusione propongo un piccolo commento a pochi versetti all’inizio dell’Esodo.

“Allora Mosè si allontanò dal faraone e si stabilì nel paese di Madian e sedette presso un pozzo. Ora il sacerdote di Madian aveva sette figlie. Esse vennero ad attingere acqua per riempire gli abbeveratoi e far bere il gregge del padre. Ma arrivarono alcuni pastori e le scacciarono. Allora Mosè si levò a difenderle e fece bere il loro bestiame. Tornate dal loro padre Reuel, questi disse loro: “Perché oggi avete fatto ritorno così in fretta?”. Risposero: “Un Egiziano ci ha liberate dalle mani dei pastori; è stato lui che ha attinto per noi e ha dato da bere al gregge”. Quegli disse alle figlie: “Dov’è? Perché avete lasciato là quell’uomo? Chiamatelo a mangiare il nostro cibo!”. Così Mosè accettò di abitare con quell’uomo, che gli diede in moglie la propria figlia Zippora. Ella gli partorì un figlio ed egli lo chiamò Gherson, perché diceva: “Sono un emigrato in terra straniera!”.

(Es. 2,15b-22, traduzione CEI “editio princeps” 1971, in BJ, EDB, 1974)

I fatti sono noti: Mosè, salvato dalle acque del Nilo dalla figlia del faraone, è educato alla corte dell’impero egiziano, probabilmente il più potente del mondo a quel tempo. Ai nostri giorni potremmo dire “ha studiato ad Harvard e si è fatto le ossa nella squadra del presidente degli Stati Uniti”. Quindi aveva a disposizione e grande familiarità con tutta la cultura, la scienza e la ricchezza di una grande civiltà. All’età di circa quarant’anni, per paura della reazione del faraone dopo l’incidente della lite tra l’ebreo e l’egiziano, fugge via da tutto e da tutti a Est, nel deserto oltre il Sinai. La sua vita nei successivi quarant’anni, prima della chiamata di Dio sull’Oreb, è riassunta nei versetti citati: per la verità, se togliamo il racconto dell’inizio di questa nuova fase, è riassunta in due versetti e mezzo (Es. 2,15b.21-22). Mosè da potente personaggio nel centro del potere del mondo si ritrova fuggiasco in terra deserta e straniera: ha perso tutto.

La sua iniziativa per salvare il suo popolo da solo con la sua forza, era miseramente fallita; tutto quello che aveva avuto a disposizione era diventato ora un pericolo mortale; possiamo immaginare che anche le relazioni e gli affetti fossero stati cancellati per sempre. E cosa fa Mosè dopo aver perso tutto? Si rifugia nella più normale quotidianità: si ferma dove prima gli capita, prende moglie, fa dei figli, pascola il gregge. Da attivo membro della squadra del Presidente diventa operaio extracomunitario dove gli capita di trovare un posto.

La Bibbia non lo dice ma non ci è vietato pensare che Mosè sia più volte andato col pensiero agli anni trascorsi in Egitto, paragonandoli con la sua attuale situazione e immancabilmente abbia sentito tutto il peso del suo fallimento. Altrettanto possiamo pensare che piano piano abbia imparato qualcosa dalla sua nuova condizione che, almeno all’inizio, doveva essere per lui solo fuga e rifugio.



Avrà imparato che, per quanta forza avesse, non era lui il salvatore del suo popolo; che senza la collaborazione dei suoi fratelli non sarebbe mai riuscito a far niente; che anche lui era solo un uomo (anche se ben educato); che moglie, figli e una comunità accogliente erano pur sempre un bene prezioso. Possiamo immaginare che da una quotidianità alla quale riservava solo un’attenzione distratta, anche perché gli ricordava il suo doloroso fallimento, sia pian piano passato ad una considerazione più oggettiva della sua situazione, a vedersi meno onnipotente e più uomo, ad imparare a gioire per quello che aveva: la stessa quotidianità testimone giornaliera del suo disastro diventava così appiglio per la ricostruzione di un mondo dotato di senso. Mi piace pensare che tutto questo percorso di resilienza e ricostruzione sia stato possibile anche perché Mosè ha mantenuto viva l’attenzione ai fatti, alle cose di tutti i giorni, anche le più piccole e banali: non dimentichiamo che, per essere precisi, prima Mosè si avvicina al roveto che brucia e solo dopo Dio lo chiama (Es.3, 3-4). Dopo aver passato quarant’anni a pascolare greggi nel deserto dove un roveto che brucia non è certo una rarità, Mosè, a ottant’anni, è ancora curioso di andare a vedere qualcosa di un roveto che gli pare strano. E lì, proprio da questa attenzione curiosa per uno spettacolo che poteva sembrare banale inizia una nuova vita, un’avventura che durerà altri quarant’anni, alla luce della quale la quotidianità prima penosa e poi ricostruita dei quaranta precedenti non sembrerà che una breve preparazione.

Sandro Mastellari

Note biografiche sugli autori citati

Viktor Emil Frankl (1905-1997) ha insegnato neurologia e psichiatria all’Università di Vienna ed è stato professore di Logoterapia alla Us International University of San Diego in California. Conferenziere infaticabile ha inoltre insegnato alle Università di Harvard, Dallas, Stanford e Pittsburg. Scalatore esperto e appassionato, a sessant’anni diventò pilota d’aereo, aveva l’hobby degli occhiali e poteva esibirsi al pianoforte in un tango indiavolato o in un valzer viennese. Leggeva moltissimo, recitava i Salmi in latino… Nella sua vita ha ricevuto 27 lauree honoris causa, mentre i suoi 31 libri sono stati tradotti in 24 lingue, compreso il giapponese e il cinese.

Pierluigi Malavasi è professore ordinario di Pedagogia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, dove insegna Teoria della progettazione educativa, Modelli e processi formativi e Pedagogia del sistema formativo integrato. Dopo la laurea (1984) e il dottorato di ricerca in Pedagogia (1991), ha condotto studi di teologia presso lo studio francescano Sant'Antonio di Bologna e la Facoltà Teologica dell'Emilia Romagna, conseguendo il grado accademico della licenza. Docente di ruolo nella scuola primaria per dieci anni, ha compiuto la sua carriera universitaria come ricercatore (1995), professore associato (1999) e ordinario (2001) presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. E' coordinatore del corso di laurea specialistica in Progettazione Pedagogica e interventi socio-educativi, direttore scientifico del corso di perfezionamento post lauream in Progettazione educativa sostenibile e Pedagogia dell'ambiente e del master di secondo livello in Sviluppo umano e ambiente. Governance, processi formativi e conoscenza scientifica.

Autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche, tra cui otto volumi monografici, è membro di diverse società e comitati scientifici di istituti di ricerca e riviste. E' responsabile di progetti di ricerca sui temi dell'educazione alla sostenibilità ambientale, della responsabilità sociale d'impresa e delle policy formative delle fondazioni.



Robert A. Neimeyer, Ph.D., è professore alla Psychotherapy Research Area del Department of Psychology, University of Memphis, dove è attivo anche nella pratica clinica. Dopo aver completato la pratica dottorale presso la University of Nebraska nel 1982, ha condotto ampie ricerche su vari temi quali la morte, il dolore, la perdita e il suicidio. 



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