Tribunale di novara sezione civile



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19.11.2017
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TRIBUNALE DI NOVARA






SEZIONE CIVILE

composto dai Magistrati

Dott. Bartolomeo Quatraro Presidente

Dott. Rossana Riccio Giudice

Dott. Fabrizio Filice Giudice Rel.





-0 9 MAG. 2911

Nella causa iscritta al n. 4064-2010 RG

ha pronunciato il seguente



DECRETO

Avente ad oggetto opposizione a stato passivo proposta da:

XX IN AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA ex d.lgs. 270/1999 nella persona del Commissario Straordinario XX, elettivamente domiciliata in XX giusta procura in atti;

Ricorrente in opposizione



Contro

xx nella persona del Curatore Rag. xx

Opposto non costituito

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con ricorso in opposizione ex artt. 98,99 1.f. depositato il 30 dicembre 2010 xx IN AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA ex d.lgs. 270/1999 nella persona del Commissario Straordinario prof. xx, chiede, in riforma dell'impugnato stato passivo del xx, di essere ammessa al passivo dell'intestato fallimento per i seguenti crediti: € 3.000.000,00 al chirografo, a titolo di risarcimento danni da depauperamento del valore del marchio; € 1.000.000,00 al chirografo, a titolo di risarcimento danni da depauperamento del valore degli impianti; € 500.000,00 al chirografo, titolo di risarcimento danni da depauperamento del valore del magazzino; il tutto in riforma del provvedimento assunto dal GD in data 22 novembre 2010, comunicato all'odierno istante in data 3 dicembre 2010, provvedimento che ha invece decretato l'esclusione di tutte e tre le poste insinuate.

La tesi oppositiva si basa su un duplice ordine di rilievi.

In primo luogo, secondo parte opponente, l'impugnato provvedimento avrebbe errato nell'aderire

alle osservazioni del curatore ( che infatti aveva concluso per la non ammissione dei crediti) nella misura in cui questi aveva eccepito: a) la mancata prova del danno prodotto dalla società scissa xx anche in considerazione del fatto che il marchio e i macchinari erano stati trasferiti dall'odierna opponente xx in liquidazione in A.S., unitamente alla restante parte d'azienda, a xx, la quale ne aveva corrisposto per intero il prezzo di cessione, pattuito nella misura di euro 3.000.000,00; b) che, a tutto concedere, la responsabilità dell'odierna opposta, quale società beneficiaria della scissione dalla debitrice principale xx, sarebbe stata in ogni caso limitata, ex art. 2506 quater, comma terzo, c.c. al valore effettivo del patrimonio netto attribuito a essa beneficiaria al momento della costituzione per scissione da xx: valore indicato, nel progetto di scissione stesso, in euro 20.000,00.

A detrazione di tali assunti osserva, in sintesi, l'opponente: a) che in realtà il marchio e i macchinari non sarebbero mai di fatto stati trasferiti da xx a xx: in quanto l'atto di cessione d'azienda del 18 marzo 2008, prodotto in atti, esibisce un capitolato contrattuale provvisto, all'articolo 11, di una condizione risolutiva dell'utilizzo e sospensiva dell'acquisto di proprietà dell'oggetto del trasferimento (marchi, macchinari e impianti) consistente nell'adempimento degli obblighi assunti contrattualmente dalla cessionaria, e segnatamente: il mantenimento di determinati livelli occupazionali e la prosecuzione, senza soluzione di continuità, dell'attività d'impresa dalla firma del contratto sino alla data del 20 aprile 2011; b) posto che, dunque, detta condizione risolutiva si sarebbe avverata ( e di riflesso non si sarebbe avverata la condizione sospensiva) in quanto la cessionaria non avrebbe mantenuto gli impegni contrattualmente presi - il che, oltre a non essere oggetto del presente giudizio, rappresenta di fatto circostanza non contestata per mancata costituzione della procedura opposta - la condizione risolutiva avrebbe operato di diritto e il trasferimento di marchi, macchinari e impianti non avrebbe mai avuto luogo; c) a ogni buon conto andrebbe osservato che il prezzo della cessione, poi risolta ope legis dall'avveramento della risolutiva, non era, in realtà, stato pattuito in euro 3.000.000,00 bensì nella cifra complessiva di euro 23.000.000,00: da corrispondersi, però, nella misura di euro 3.000.000,00 a mezzo di pagamento diretto tramite assegni circolari, e nella misura di euro 20.000.000,00 mediante accollo da parte della cessionaria di un debito della cedente, odierna opponente, nei confronti di un creditore ipotecario iscritto nello stato passivo di essa odierna opponente; d) quanto al rilievo conclusivo secondo cui, a tutto concedere, la responsabilità dell'odierna opposta, quale società beneficiaria della scissione dalla debitrice principale xx, sarebbe in ogni caso limitata al valore effettivo del patrimonio netto attribuitole (indicato, nel progetto di scissione, in euro 20.000,00), andrebbe invece considerato che l'indicazione del valore del patrimonio netto attribuito alla beneficiaria odierna opposta contenuta nel progetto di scissione non avrebbe carattere di presunzione iuris et iure, bensì di presunzione iuris tantum e, di riflesso, sarebbe comunque riservata ai creditori la possibilità di dimostrare una reale maggiore consistenza del patrimonio netto trasferito alla società rispetto alla consistenza indicata nel progetto di scissione.

Tanto premesso, il Collegio

OSSERVA



  1. L'opposizione è infondata e va respinta, per professa destituzione di pregio di tutti i rilievi oppositivi.

  2. Quanto alla prima censura - relativa all'asserito avveramento della condizione risolutiva che avrebbe di fatto impedito il trasferimento di marchi, macchinari e impianti dall'odierna opponente in qualità di cedente alla debitrice principale xx in qualità di cessionaria - va osservato quanto segue.

Al fine di risolvere la problematica in oggetto si rende necessario compiere un preliminare svolgimento intorno al tema della cosiddetta "condizione di inadempimento".

Pacifico essendo che l'atto di cessione dell'azienda concluso tra xx e xx in data 18 marzo 2008, registrato in data 21 marzo 2008, reca, all'articolo 11, rubricato "condizioni", un complesso combinato disposto teso ad apporre alla fattispecie contrattuale una condizione risolutiva (dell'utilizzo) e sospensiva (dell'acquisto della proprietà) di marchi, macchinari e impianti: di modo che la società cessionaria ha acquistato, alla data di consegna e fino al 20 aprile 2011, il solo diritto all'utilizzo di detti beni subordinato all'avveramento di una duplice condizione: il mantenimento, fino al 20 aprile 2011, di determinati livelli occupazionali previsti nell'atto di vendita e la prosecuzione, fino alla medesima data, dell'attività di impresa. In base al capitolato contrattuale, dunque, il mancato avveramento di queste due condizioni avrebbe comportato - e difatti ha comportato - l'avveramento della condizione risolutiva dell'utilizzo dei beni e il mancato avveramento della condizione sospensiva dell'acquisto della proprietà degli stessi.

Ciò posto, occorre preventivamente chiedersi se detta condizione, nella duplice veste risolutiva e sospensiva, in quanto chiaramente volta a dedurre quale condizione l'adempimento delle medesime obbligazioni dedotte in contratto, possa considerarsi o meno ammissibile.

Per quanto qui interessa, e senza incedere a prospettazioni di tipo accademico, giova osservare che secondo un'impostazione più risalente si tendeva a escludere l'ammissibilità della deduzione in condizione di condotte costituenti, in sostanza, l'adempimento delle prestazioni dedotte in contratto: in quanto, si sosteneva, l'effetto pratico di tale rivisitazione contrattuale sarebbe stato quello di sottrarre alla disciplina legale della risoluzione e del conseguente risarcimento del danno la vicenda dell'inadempimento, riconducendola, sub specie di avveramento/mancato avveramento della condizione, alla disciplina della risoluzione di diritto esercitabile contrattualmente tra le parti nei

modi e con gli effetti dedotti in contratto, potenzialmente diversi da quelli fatti propri dal regime legale.

In questo senso Cass. Sez. 3, Sentenza n. 7007 del 24/06/1993 (Rv. 482911) secondo cui: «Nella cessione di un contratto a titolo oneroso la condizione risolutiva, cui sia assoggettata l'obbligazione del cessionario relativa al pagamento del prezzo, costituendo tale obbligazione elemento costitutivo del contratto, è inconciliabile con la causa di detto negozio, con la conseguenza che va ritenuta impossibile ai sensi dell'art. 1354 cod. civ. e, quindi, come non apposta».

E tuttavia tale petizione di principio è stata successivamente, e gradualmente, abbandonata dall'insegnamento di legittimità che, per contro, estendendo alle massime conseguenze la cosiddetta "dommatica" del volere privato, è giunto, carsicamente, ad affermare che le parti ben possono, nell'ambito dell'autonomia privata, prevedere l'adempimento o l'inadempimento di una di esse quale evento condizionante l'efficacia del contratto, sia in senso sospensivo che risolutivo: sì che non configura una illegittima condizione meramente potestativa la pattuizione che fa dipendere dal comportamento - adempiente o meno - della parte l'effetto risolutivo del negozio, e ciò non solo per l'efficacia (risolutiva e non sospensiva) del verificarsi dell'evento dedotto in condizione ma anche perché tale clausola, in quanto attribuisce il diritto di recesso unilaterale dal contratto - il cui esercizio è rimesso a una valutazione ponderata degli interessi della stessa parte - non subordina l'efficacia del contratto a una scelta meramente arbitraria della parte medesima ( Cass.: Sez. 1, Sentenza n. 1842 del 03/03/1997; Sez. 2, Sentenza n. 17859 del 24/11/2003; Sez. 2, Sentenza n. 9504 del 21/04/2010).

Onde, facendo applicazione dell'esposto principio che, si ribadisce, costituisce ormai approdo ermeneutico di gran lunga maggioritario in seno all'insegnamento di legittimità, occorre porre un preliminare punto fermo alla vicenda che qui ne occupa: consistente nella ammissibilità delle condizioni apposte al capitolato contrattuale in oggetto con la riflessa conseguenza che occorre procedere, in regime di interpretazione del contratto, alle delibazione e implementazione di tali clausole, per quanto di rilievo, nella vicenda oppositiva in scrutinio.

Un secondo punto fermo va invece rinvenuto nella erroneità dell'assunto oppositivo inerente all'individuazione del prezzo del trasferimento quale individuato nel contratto.

Corre, al riguardo, l'obbligo di ricordare che, secondo gli assunti del ricorrente, tale prezzo non era, in realtà, stato pattuito in euro 3.000.000,00 bensì nella cifra complessiva di euro 23.000.000,00: da corrispondersi, però, nella misura di euro 3.000.000,00 a mezzo di pagamento diretto tramite assegni circolari, e nella misura di euro 20.000.000,00 mediante accollo da parte della cessionaria di un debito della cedente, odierna opponente, nei confronti di un creditore ipotecario iscritto nello

stato passivo di essa odierna opponente.

Ad affermare l'inconsistenza della tesi, è sufficiente, anche in questo caso, procedere all'esame del tenore narrativo del testo contrattuale: laddove si legge, all'articolo 8, rubricato "prezzo della cessione", che le paciscenti convengono che il prezzo complessivo per l'acquisto dell'azienda è determinato in euro 3.000.000,00 già versati da xx a xx a mezzo di assegni circolari alla procedura prima dell'atto; imputandosi il valore di euro 20.000.000,00 agli immobili aziendali e giustificando la rilevante discrasia tra il valore di imputazione degli immobili aziendali e il prezzo stabilito per la cessione dell'intera azienda con la circostanza che il complesso aziendale oggetto del trasferimento comprende anche il debito descritto nel pedissequo art. 9;

Detto articolo 9, rubricato "accollo liberatorio", prevede, quale pattuizione accessoria, che xx si accolla il debito aziendale nei confronti del creditore ipotecario iscritto al n. 144 dello stato passivo di xx per euro 20.000.000,00 oltre interessi, obbligandosi a liberare dal debito xx entro il 15 giugno 2008.

Sì che la corretta interpretazione del capitolato contrattuale induce a ritenere che possa qualificarsi come prezzo della cessione esclusivamente la somma di euro 3.000.000,00: in quanto la pattuizione relativa all'accollo liberatorio del debito nei confronti del creditore ipotecario si professa eccentrica rispetto al perimetro individuativo dell'elemento "prezzo della cessione" e attinente, invece, a una pattuizione accessoria che consiste, giustappunto, nell'assunzione di detto accollo da parte della cessionaria: pattuizione che, sotto il profilo causale, ben può inserirsi nella dinamica contrattuale complessiva, nel cui ambito può peraltro essere apprezzata quale giustificazione economica per la pattuizione di un prezzo di cessione così inferiore rispetto al valore degli immobili così come quantificato dalle parti nel medesimo atto di cessione; altro è, però, l'apprezzamento, sotto il profilo causale, della vicenda contrattuale complessiva, altro è la circoscrizione di un singolo elemento del contratto, segnatamente il prezzo della cessione, laddove detto elemento acquisti individuale rilevanza su specifici aspetti della disciplina contrattuale.

Al qual riguardo, la corretta esegesi contrattuale impone, patentemente, di limitare la qualifica di prezzo della cessione alla sola cifra, così specificata in contratto, di euro 3.000.000,00.

Contuttoché, tornando alla disciplina delle condizioni contenuta al citato art. 11 del contratto, nell'ultima parte dell'articolo le parti specificano che il prezzo della vendita è immodificabile sicché non sarà in alcun modo influenzato dalle dette condizioni: dicitura, questa, che avvalora ancora di più la cristallizzazione del prezzo della cessione in quella somma che è esplicitamente, al precedente art. 8, cristallizzata quale prezzo della cessione, con esclusione dell'introversione all'interno del prezzo delle vicende attinenti alle altre pattuizione accessorie: tra cui quella contenuta al pedissequo art. 9 e attinente all'accollo liberatorio assunto dalla cessionaria.

Bene: restiamo per un attimo sulla disciplina delle condizioni contenuta al citato art. 11, ultima parte: lì le parti specificano, altresì, che la mancata acquisizione della proprietà dei marchi, macchinari e impianti e la risoluzione di diritto all'utilizzo degli stessi a seguito del mancato rispetto degli obblighi di mantenimento dei livelli occupazionali e di continuazione dell'attività d'impresa id est: la risoluzione automatica del contratto per avveramento della risolutiva dell'utilizzo e contestuale mancato avveramento della sospensiva dell'acquisto della proprietà - costituisce, a norma dell'art. 1382 c.c. ( clausola penale) misura del risarcimento del danno, ferma restando la risarcibilità dei danni ulteriori.

La clausola si professa, alla lettura, di non facilissima comprensione; ma, traendo le fila del ragionamento sin qui svolto e alla luce dei punti fermi, in linea di puro fatto e in punta di diritto, sopra delineati, ritiene il Collegio di conferire alla volontà contrattuale espressa nel citato atto di cessione le seguenti linee interpretative:

1) le parti hanno convenuto, nell'atto di cessione dell'intera azienda, un prezzo della cessione individuato in euro 3.000.000,00, il quale, peraltro, era già stato corrisposto mediante assegni circolari antecedentemente alla stipulazione dell'atto; 2) le parti hanno poi stimato, all'interno dell'azienda, in circa 20.000.000,00 il valore del solo patrimonio immobiliare e, a giustificazione causale di un prezzo di cessione ampiamente inferiore a detto valore, hanno inserito, quale pattuizione accessoria, un separato accordo di accollo che la cessionaria si sarebbe assunta nei confronti di un creditore ipotecario già insinuato al passivo della cedente, in A.S., per un credito corrispondente proprio alla cifra di euro 20.000.000,00 ( insomma: eius commoda eius et incommoda); 3) l'atto di cessione dell'azienda ha previsto, poi, che al momento della stipulazione dell'atto la parte cessionaria avrebbe acquistato unicamente il diritto alla consegna e all'utilizzo dei beni oggetto di cessione, mentre il definitivo acquisto della proprietà sarebbe rimasto sospensivamente condizionato al mantenimento, da parte della cessionaria, di alcuni obblighi, ulteriori rispetto al pagamento del prezzo, dedotti in contratto: segnatamente il mantenimento di determinati livelli occupazionali e la prosecuzione dell'attività fino alla data del 20 aprile 2011; 4) l'inadempimento a queste due obbligazioni dedotte in contratto avrebbe comportato da un lato l'avveramento della condizione risolutiva dell'utilizzo dei beni oggetto di cessione e, dall'altro lato, il mancato avveramento della condizione sospensiva dell'acquisto della proprietà dei medesimi beni; 5) in caso di avveramento della risolutiva e contestuale mancato avveramento della sospensiva le parti hanno previsto un duplice ordine di conseguenze: uno consistente in effetti «restitutori» e uno consistente in effetti «risarcitori»; 6) sotto il profilo restitutorio si è inteso determinare che l'avveramento della risolutiva e il mancato avveramento della sospensiva avrebbero comportato il mantenimento alla cedente xx di proprietà e utilizzo dei marchi, macchinari e impianti

(circostanza pacificamente poi avveratasi, almeno a quanto risulta dalle allegazioni di cui al ricorso in opposizione: in cui si dà atto che i bandi di vendita del complesso immobiliare pubblicato dai curatori dei fallimenti xx e della odierna opposta xx non hanno compreso i marchi, implicitamente attribuiti alla proprietà dell'odierna opponente xx; nonché del fatto che essa odierna opponente xx in A. S. ha di converso già pubblicato il bando per la cessione dei marchi e dei macchinari, previa autorizzazione ministeriale; e, ancora, del fatto che, almeno relativamente ai macchinari, è già stata disposta, anche in seno alla procedura fallimentare dell'odierna opposta, la restituzione a xx); 7) sotto il profilo risarcitorio si è invece del tutto evidentemente inteso stabilire ( art. 11 seconda parte) da un lato che la somma percepita dalla odierna opponente a titolo di corresponsione anticipata del prezzo di cessione, euro 3.000.000,00, sarebbe in ogni caso stata trattenuta dalla medesima quale risarcimento a saldo e stralcio per il mancato avveramento della condizione sospensiva e per il contestuale avveramento della condizione risolutiva, entrambi eventi imputabili alla cessionaria, per gli effetti dell'art. 1382 c.c.: ovvero quale clausola penale. Dall'altro lato la medesima odierna opponente si è riservata la facoltà di chiedere il risarcimento di danni ulteriori.

Ed è a questo proposito che la pretesa della odierna opponente s'infrange in limine chiamando la reiezione dell'opposizione: giacché la complessa sistematica delle condizioni, risolutiva e sospensiva, e le relative conseguenze in punto di risoluzione automatica, sottratta alla disciplina della risoluzione per inadempimento, e dell'immediato trattenimento del prezzo a titolo di penale, risultano, in definitiva, insistere solo sul risarcimento dei danni previsti dalle parti al momento dell'atto e circoscritti, a saldo e stralcio, con il richiamo della clausola penale, alla stessa somma già percepita dalla cessionaria a titolo di versamento anticipato del prezzo.

Per quanto attiene, invece, a eventuali danni ulteriori - vale a dire proprio quei danni per i quali l'odierna opponente ha inteso insinuarsi nel passivo fallimentare di xx - la risarcibilità, in astratto prevista dal capitolato contrattuale, non viene più, però, coperta dal complesso sistema delle condizioni e della clausola penale di cui al medesimo contratto, ma acquisisce i caratteri dell'ordinaria azione di risarcimento: il che è quanto dire che, da un lato, le parti hanno inteso prevedere che il mancato perfezionamento della cessione per mancato avveramento della condizione sospensiva per causa imputabile alla cessionaria, che non avesse adempiuto alle obbligazioni dedotte in contratto, in quanto condizione di adempimento, avrebbe comportato, illic et immediate, l'innesco di una clausola penale, che avrebbe consentito alla cedente di trattenere, a tale titolo, la cifra incamerata al titolo di versamento del prezzo; dall'altro lato la stessa cedente si è riservata la facoltà di agire, nelle forme ordinarie, per ottenere il risarcimento anche di danni ulteriori: il che è quanto ha inteso ottenere mediante insinuazione allo stato passivo

di xx e, di riflesso, di xx quale beneficiaria scissa solidalmente responsabile ex art. 2506 quater c.c..

E però, altro è prevedere l'astratta possibilità di chiedere il risarcimento di danni ulteriori rispetto a quelli preventivamente e a stralcio confluiti nella clausola penale, altro è, poi, agire in concreto per il risarcimento di tali danni: che vanno, come è appena il caso di osservare, anzitutto allegati e, nondimeno, provati: soggiacendo all'ordinario principio dell'onere probatorio di cui all'art. 2697 c.c.

In buona sostanza: come in qualsiasi azione di risarcimento danni per inadempimento, l'attore deve provare di aver subito gli ulteriori danni di cui chiede ristoro, nell'an e nel quantum : con tutto che, trattandosi di un'azione risarcitoria comunque connessa all'inadempimento, ai fini della quantificazione del danno dovrebbe comunque tenersi conto di ciò che il creditore lucra per non dover più rendere la propria prestazione (ciò che si declina nel mantenimento in capo alla procedura xx in AS di marchio, impianti e macchinari) nonché di quanto già percepito a titolo di saldo e stralcio per effetto della clausola di cui all'articolo 1382 c.c..

Il che è quanto dire che il creditore deve dare prova di una residua una quota di danni, diversi e ulteriori da quelli già ristorati mediante la clausola penale, e scontati, in ogni caso, gli effetti (restitutori), già in sé locupletativi, della risoluzione contrattuale di diritto avveratasi con il mancato avveramento della condizione sospensiva.

Sotto questo profilo la tesi oppositiva è irrimediabilmente flebile: in quanto non solo lesina, ben prima di provare, finanche di allegare gli asseriti danni ulteriori che avrebbe patiti all'esito della vicenda e che, del tutto genericamente, imputa a "depauperamento" del valore del marchio, del valore degli impianti e del valore del magazzino, senza aggiungere nessun'altra circostanza.

Ma non basta.

Nemmeno si premura di fornire una qualsiasi base giustificativa della quantificazione che, di tali danni, essa parte opponente ha effettuata: a quale base di calcolo, e su quali parametri, infatti è stato imputato a euro 3.000.000,00 il danno per depauperamento del valore del marchio, a euro 1.000.000,00 quello per depauperamento del valore degli impianti; a euro 500.000,00 quello per depauperamento del valore del magazzino: quesito cui il ricorso non fornisce alcuna risposta.

E anzi, la richiesta istruttoria, sia pur labilmente affermata, di disporre una CTU contabile che possa, sulla base della documentazione prodotta, "confermare la quantificazione del danno subito da xx così come da lei indicato" svela, del tutto patentemente, la natura marcatamente esplorativa della richiesta: che pretenderebbe di colmare una lacuna strutturale della stessa richiesta, come già formulata in sede di insinuazione al passivo: tanto ciò è vero che il provvedimento di reiezione dell'insinuazione assunto dal GD ha dedotto, quale parametro valutativo demiurgo, proprio la

mancata prova del danno prodotto.

Valutazione che deve in questa sede essere a ben più forte ragione confermata, se si considera che, in base al disposto di cui all'articolo 99, comma secondo, n. 4), 1.f., il ricorso deve contenere, a pena di decadenza, l'indicazione specifica dei mezzi di prova di cui il ricorrente intende avvalersi e dei documenti prodotti.

Quand'è chiaro, nel caso di specie, che il ricorrente non intende offrire alcun reale mezzo di prova a sostegno della sua domanda: se non suggerire al Tribunale di disporre un accertamento tecnico che si risolva, nei fatti, nel provare, in luogo di esso opponente, non solo nel quantum ma anche nell'an, la sussistenza di quei danni ulteriori di cui, in via del tutto generica, essa chiede ristoro.

Richiesta che incorre nell'invincibile rilievo che la consulenza tecnica non è mezzo istruttorio in senso proprio, avendo la finalità di coadiuvare il giudice nella valutazione di elementi acquisiti dalle parti, sicché il suddetto mezzo di indagine non può essere utilizzato al fine di esonerare la parte dal fornire la prova di quanto assume (inter alla: Cass. Sez. L. ordinanza 3130 del 8/2/2011).



3. Quanto alla seconda censura - attinente alla limitazione della responsabilità della odierna opposta nei limiti del valore del patrimonio netto attribuitole ex art. 2506 quater, comma terzo, c.c. - va osservato preliminarmente che, non diversamente da quanto avvenuto in sede di insinuazione al passivo, la trattazione di tale censura avviene, anche in questa sede, a livello di puro obiter, atteso che le argomentazioni ampiamente dianzi svolte, depongono per la reiezione dell'opposizione e per la conferma del provvedimento del GD di esclusione di tutte le poste creditorie insinuate, rendendo, nei fatti, superfluo addentrarsi anche nella questione della (eventuale) limitazione della responsabilità dell'odierna opposta, quale società beneficiaria della scissione della debitrice principale xx, ex art. 2506 quater, comma terzo, c.c. al valore effettivo del patrimonio netto attribuito a essa beneficiaria al momento della costituzione per scissione da xx: valore indicato, nel progetto di scissione stesso, in euro 20.000,00.

Una succinta trattazione anche di questa questione vale, tuttavia, anzitutto a ricordare che l'insinuazione di cui oggi si discute é, ontologicamente, una insinuazione "di risulta": nel senso che tutte le argomentazioni sopra trattate rendono evidente che gli asseriti danni ulteriori rispetto a quelli già dedotti nella disciplina contrattuale rappresentano voci esigibili, sempre nella prospettazione di parte ricorrente, nei confronti della debitrice principale xx: sicché, anche un loro riconoscimento, che qui non v'è stato, avrebbe, in questa sede, portato ad affermare una responsabilità solidale della beneficiaria odierna opposta xx solo nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto a essa assegnato, esattamente secondo quanto dispone il citato art. 2506 quater, comma terzo, c.c.

Anche in questo caso, non potendosi certamente porre in scacco l'assunto normativo di chiarissima

interpretazione, la tesi dell'opponente è che il valore del patrimonio netto cui occorre fare riferimento non può essere cristallizzato in quello indicato nel progetto di scissione (euro 20.000,00), dovendosi in ogni caso riconoscere al creditore la possibilità di provare che il valore netto del patrimonio era superiore a quello indicato.

Beninteso.

Tale enunciato, apparentemente lineare, entra in rotta di collisione con un duplice ordine di vere e proprie «meta considerazioni di principio» che parte opponente non affronta minimamente, e nelle quali, invece, qualora la trattazione di questa censura non fosse assorbita dal rigetto in blocco delle pretese oppositive, occorrerebbe senz'altro addentrarsi.

In primo luogo si è detto - e non vi è dubbio in proposito - che l'insinuazione nei confronti di xx ha un carattere meramente riflesso in quanto il risarcimento dei danni viene richiesto in prima battuta nei confronti della debitrice principale xx e, soltanto in seconda battuta, in via solidale, e con limitazione al valore del patrimonio netto attribuitole, a xx quale società beneficiaria della scissione.

E allora.

L'accertamento dei pretesi danni deve necessariamente passare attraverso il contraddittorio nei confronti della debitrice principale xx - a cui si imputano le condotte inadempienti che hanno portato all'avveramento della risolutiva e al mancato avveramento della sospensiva - e a cui si chiede il risarcimento degli ulteriori danni, non coperti dal complesso sistema di condizioni e clausola penale previsto dal contratto.

Tale contraddittorio, però, non potrebbe certo seguire le sorti del presente giudizio atteso che, essendo anche xx fallita ( come risulta dal doc. 12 di parte opponente), ogni pretesa nei suoi confronti dovrà seguire le forme dell'accertamento del passivo mediante insinuazione nel suo stato passivo: circostanza a cui, nella presente sede, non è stato apprestato alcun riscontro.

Una volta, dunque, riconosciuto un debito risarcitorio ulteriore mediante insinuazione al passivo di xx: il tantundem - per la parte non recuperata dalla debitrice principale - potrebbe essere insinuato al passivo della debitrice solidale odierna opposta xx, che ne risponderebbe nei limiti del valore del patrimonio netto attribuitole al momento della scissione.

Tale modo di ragionare è quello che più salvaguardia l'implementazione del principio dell'onere probatorio: in quanto, diversamente opinando, dovrebbe consentirsi all'odierno opponente di muovere nei confronti di xx una pretesa che si riferisce, in via principale, a un altro soggetto: nei cui confronti, però, e nel cui contraddittorio, non è mai stata accertata ( almeno a quanto risulta) con le dovute forme: con il rischio, nel caso di una duplice insinuazione ai due fallimenti, di una duplicazione di fatto della medesima posta, con diverse quantificazioni, nell'uno e



nell'altro fallimento; tanto più che, assecondando la tesi dell'opponente, l'accertamento dei danni e la loro quantificazione sarebbero stati di fatto rimessi a un accertamento tecnico eminentemente esplorativo.

In secondo luogo non si può fare, puramente e semplicemente, astrazione dell'assunto che deve in ogni caso riconoscersi al creditore che agisca nei confronti della beneficiaria della scissione, responsabile in via solidale con la società "madre", la possibilità di provare che il valore netto del patrimonio era superiore a quello indicato nel progetto di scissione: giacché, così ragionando, si finirebbe con il relegare tale progetto di scissione a una sorta di atto privatistico superabile in qualsiasi momento con la semplice prova contraria, quando invece, per affermare l'inconsistenza di un tale asserto, è sufficiente avere riguardo alla disciplina della scissione contenuta negli articoli 2506, 2506 bis, ter, e quater c.c., e conferendo particolare riguardo all'art. 2506 ter nella misura in cui detto articolo prevede, come fase essenziale del procedimento di scissione, che l'organo amministrativo rediga la situazione patrimoniale e la relazione illustrativa in conformità agli articoli 2501 quater e quinquies, ovverosia in conformità alla disciplina della fusione; e, ancora, nella misura in cui il medesimo articolo, al comma secondo, prevede che la relazione dell'organo amministrativo debba indicare il valore effettivo del patrimonio netto assegnato alle società beneficiarie e di quello che eventualmente rimanga nella società scissa; sicché quello che viene genericamente indicato come "progetto di scissione", non dissimilmente da quanto è a dirsi per il "progetto di fusione", è in realtà un atto ufficiale dell'organo amministrativo che, seguendo obblighi imposti dalla legge, indica poste attive e passive tra le quali il valore effettivo del patrimonio netto assegnato a ciascuna società beneficiaria; e, sia per la fusione che per la scissione, la situazione patrimoniale aggiornata che accompagna il progetto deve essere redatta con l'osservanza delle norme sul bilancio di esercizio: sicché si tratta di un vero e proprio bilancio di esercizio infrannuale: o, come anche si dice, di un bilancio "di fusione" o "di scissione".

Onde, anche volendo aderire alla tesi della possibilità, per il creditore attore in risarcitoria, di provare un valore effettivo del patrimonio netto attribuito la società beneficiaria, diverso e maggiore rispetto a quello indicato nel progetto di scissione ( ad esempio perché indicato al costo storico), tale onere della prova non potrebbe certo essere evaso, come invece intende fare l'opponente, mediante la semplice produzione di stime alternative di detto patrimonio, peraltro di provenienza unilaterale di parte opponente medesima.

Anzi: l'onere della prova dovrebbe assumere una valenza quasi "rafforzata": consistente nell'offrire in prova tutta la documentazione che ha contraddistinto il progetto, la delibera e l'atto di scissione, e nel concentrare il cimento probatorio sull'analisi del bilancio di scissione ( non diversamente da quanto avviene per l'impugnativa di bilancio ordinaria), con particolare riguardo al rispetto dei

principi civilistici di redazione del bilancio e dei parametri delle trasparenza e correttezza, insisitendo poi sulla parametrazione del bilancio — lato sensu impugnato - alla relazione dell'organo amministrativo che ha sostenuto il progetto: il tutto al fine di svelare — se del caso, sì, a questi fini, con l'ausilio di un consulenza tecnica — inesattezze, incongruenze e incompatibilità tali da suffragare il sospetto che le voci attive non siano state correttamente indicate nel progetto medesimo.

Anche sotto questo profilo, però, l'opponente non offre alcuna prova intesa a dimostrare un valore del patrimonio netto superiore a quello risultante dal progetto di scissione nei modi suddetti ( non produce nemmeno il "progetto di scissione" e le relazioni amministrative che pure intende contestare in parte qua, né ne chiede l'esibizione, a parte resistente non costituita o a terzi, allegando di non essere riuscita ad accedere a detto progetto, e alla documentazione connessa, aliunde), pretendendo di dedurre tale superiore valore, sic et sempliciter, dalle perizie di parte allegati in atti.

Onde, a queste condizioni, il valore del patrimonio netto attribuito alla società beneficiaria quale risultante dall'atto di scissione — e pacificamente individuato dalle parti in euro 20.000,00 - non potrebbe, in questo modo, essere superato.

4. In conclusione: il provvedimento impugnato é da esente da qualsiasi censura e deve essere confermato, e di riflesso l'opposizione respinta.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo;

P.T.M.

Il Tribunale, definitivamente decidendo sulla opposizione proposta da xx IN AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA avverso lo stato passivo di xx, così provvede:



RESPINGE l'opposizione e CONDANNA parte ricorrente a rifondere a parte resistente le spese di lite, liquidate nella somma onnicomprensiva di euro 1.500,00 oltre IVA e CPA come per legge; Così deciso in Novara, nella Camera di Consiglio della sezione fallimentare del 28/4/2011.

Il Presidente



Dr. B. Quatraro
Il Giudice estensore
(dott. Fabrizio Filice)






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