Trieste 14 novembre 1999 Auditorium Museo Revoltella



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Renato Ferraro


L’ANTROMORFIZZAZIONE DELLA NAVE
Trieste 14 novembre 1999 Auditorium Museo Revoltella

È un maledetto vizio dell’uomo quello di antropomorfizzare, cioè di conferire sembiante e carattere umano, tutto o quasi: dèi (e, attraverso di loro, forze della natura), sentimenti, virtù, vizi, parti del giorno (pensiamo alle tombe medicee) ore (che danzano leggiadramente nella Gioconda di Amilcare Ponchielli) animali (da Esopo a Fedro, a La Fontaine, a Trilussa, a Walt Disney con i tanti suoi epigoni) e - quel che è più grave - anche nazioni: se da un canto, con i ridotti costumi di avvenenti ballerine, danzavano nel famoso Ballo Excelsior, possono d’altro canto, proprio in quanto persone une, essere oggetto di odio meglio focalizzato, e criminalizzate senza attenuanti.

Così anche alla nave viene spesso conferita personalità umana. Alla nascita, essa viene battezzata con fastosa liturgia. Ecco una bella orazione composta per la cerimonia di battesimo di una unità militare:

“ Dio onnipotente ed eterno, che con il Tuo amore governi il cielo, la terra e il mare e componi in sapiente armonia le bellezze dell’Universo, ascolta la nostra preghiera.

Tu che ci hai dato intelligenza e libertà perché, conoscendo le leggi della natura, ce ne servissimo per il bene e la felicità di tutti, benedici questa nave costruita dal lavoro e dall’impegno dell’uomo, a difesa della Patria e dei suoi confini. Mentre essa scende in mare e prende l’antica via delle acque, accompagnala, o Signore, con la Tua divina protezione perché domini le insidie dei flutti, e continui con fierezza le gloriose tradizioni marinare della nostra Patria.

Un nome prestigioso torna oggi a portare sulle onde e sotto l’arco dei cieli la bandiera dell’Italia nostra; il mondo vedrà così il generoso servizio dei nostri marinai. Assisti o Signore, e proteggi da ogni pericolo e da ogni avversità tutti coloro che vivono e lavorano sotto questa bandiera e fa che, solcando i mari e gli oceani, questo vessillo serva sempre nella tranquillità delle onde e dei cuori ad avvicinare fra loro tutti i popoli, diventando prezioso strumento di una più sentita ed universale fratellanza”.

Le viene, quindi, imposto un nome che, per sottolinearne l’individualità, deve per legge essere diverso e dissimile da quelli di tutte le altre tuttora in vita (art. 140 cod. nav.), però può portare il nome di una nave non più esistente, così come in certe antiche famiglie ricorrevano nel tempo sempre i medesimi appellativi; viene iscritta ad un’apposita anagrafe, in cui verranno annotate tutte le vicende principali della sua esistenza (e questa circostanza la rende un “bene mobile registrato”, il cui regime giuridico è molto simile a quello dei beni immobili): si tratta, com’è noto, della “matricola”, tenuta dalle Capitanerie di Porto; e notiamo per inciso che si tratta di documenti spesso di notevole interesse anche sotto il profilo storico. Inoltre, viene munita di un documento d’identità – l’”atto di nazionalità” – che deve sempre portare addosso quando va in giro.

La sua fanciullezza può essere, non diversamente che nei cuccioli umani, costellata di birichinate. Walt Disney nel film Le Sette Meraviglie narra le vicende (quasi deamicisiane) di Little Toot, un gaio rimorchiatorino portuale, che discende da una gloriosa stirpe di forti e valorosi tug-boats. Little Toot è un vero lazzariello, sempre pronto a combinar marachelle, tanto da preoccupare seriamente il suo papà, che sgobba da mane a sera per campare la famiglia. Una volta che ne ha fatta una più grossa del solito, viene scacciato ignominiosamente dall’ambito portuale, e addirittura confinato fuori delle acque territoriali. Qui, sorpreso da una tempesta, dapprima si dispera spaventato, poi, vincendo il terrore, si rende protagonista dell’audacissimo salvataggio di una grossa unità passeggeri, che riesce a rimorchiare in acque sicure per cui, pienamente riabilitato, viene riammesso nell’ambito portuale tra la commozione orgogliosa del padre: è finalmente adulto!

La personalizzazione che l’uomo fa della nave è tale che essa spesso diventa oggetto d’amore al pari d’una donna; ed è sintomatico che in inglese, lingua nella quale tutti gli oggetti inanimati sono di genere neutro, la nave vivente è femminile (she): e questa mi sembra un’eccezione grammaticale estremamente galante.

Va però sottolineato, per contro, che nella Marina Militare italiana si tiene molto alla virilità dei vascelli, anche se la denominazione sarebbe, in origine, femminile; per cui si dice, ad esempio, il Sentinella, il Baionetta, ecc.. Questo perché, magari a livello d’inconscio, nei cannoni si scorgono inequivocabili simboli fallici. Ma la portaerei è sempre femminile: la Kennedy, la Nimitz ecc.. Alma Mater, dal suo grembo generoso vengono partorite vivacissime, rumorose, talvolta micidiali creaturine. Sempre a questo proposito, mi piace ricordare la storia della nostra prima unità del genere. Nata come “incrociatore portaeromobili”, espressione volutamente equivoca perché alla Marina, assurdamente, non era stato ancora concesso di avere una propria aviazione con macchine ad ala fissa, si chiamò dapprima il Garibaldi; quando poi il vecchio nodo fu finalmente risolto, l’unità acquistò di pieno diritto la qualifica di portaerei, diventando quindi la Garibaldi! E questo cambio di sesso riempì di gioia il mio cuore di vecchio borbonico, potendo ora considerare l’eroe eponimo dell’unità, quello che per noi resta sempre “l’avventuriero nizzardo” (che per giunta proveniva dal Sudamerica) come un viado!

Fanciulle, talvolta vergini intatte, pronte a rinchiudersi in monastero piuttosto che piegarsi a cose che non vogliono fare, erano invece le navi ateniesi. Siamo nel 424 a. C.: Pericle se l’è portato via la peste nel 429. Atene attraversa una fase di guerre esterne e turbolenze interne: una nuova classe, quella della borghesia dei parvenues, affarista, spregiudicata, arrogante, tiene il campo. Il suo più radicale rappresentante è Cleone, cui succederà Ipèrbolo: contro costoro si scaglierà l’arguto, ma tutto sommato ingenuo idealista Aristofane. Nei Cavalieri, critica l’avventurismo di questo mal digerito ceto dominante, e se la prende soprattutto proprio con Ipèrbolo, ex fabbricante di lucignoli:

Corifeo:

Dicono che le triremi chiacchierando tra loro, fece una più vecchia delle altre: ‘Non sapete, ragazze, che succede in città? Si dice che uno ha chiesto cento di noi, da mandare contro Cartagine, un cittadino mascalzone: Ipèrbolo, l’acetiera’. Una cosa indegna, intollerabile, sembrò a tutte. Disse una, che ancora non aveva accostato gli uomini: ‘Dio liberi, non mi avrà mai: piuttosto che piegarmi, invecchio qui, marcita dai tarli’. ‘Neppure Naufante avrà la figlia di Nasone, quant’è vero che anch’io sono fatta di legno e pece. Se gli Ateniesi lo vorranno, siamo pronte a rifugiarci nel Tesèo, a vele spiegate, o nel tempio delle dee venerate. Non prenderà più in giro la città, dando ordini a noi. Salpi lui, senza di noi: per l’inferno, se vuole. Metta in mare le sporte dei lucignoli che vendeva!’”

Attenzione: la femminilità della nave potrebbe portar a pensare che una sua parte rotondeggiante prenda nome da un delizioso attributo femmineo: la poppa! Però devo deludervi, non è così: questo termine prende invece origine dal fatto che sulla parte posteriore della nave si ergeva in antico una statuina ritenuta dotata di virtù apotropaica, in genere una dea, che i marinai chiamavano affettuosamente pupa, cioè “bambola”: con un semplice processo metonimico con poppa si è poi indicata tutta la zona su cui il simulacro si ergeva.

L’amore dell’uomo per la sua nave-donna può assumere varie caratteristiche. Per qualcuno è compagna di vita e di lavoro: il pescatore la cura affettuosamente, ma pretende da lei fatica durissima e per nulla priva di rischi. Per altri è invece compagna di svago e d’avventura: sembra quasi che si divertano, insieme, in perfetta camaraderie. Per altri ancora – e questo è un caso, ahimè, sempre più frequente – è oggetto di vanitosa esibizione, come un’amante bonazza molto decorativa: meglio ancora se fu, prima, d’un altro, che sia uomo di grande prestigio: il nuovo partner se ne illumina di riflesso; e non importa se il predecessore, magari un famoso play-boy, se ne sia liberato perché stufo degli ormai vizzi vezzi di lei.

Ma, se la nave è femmina, come può non essere essa stessa vanerella? Eccola allora sfoderare tutto il suo charme nelle grandi occasioni di mondanità, agghindata con quella civettuola mise tipo “falso-zingara” che è la gala di bandiere o gran pavese. Per le soirées particolarmente eleganti, eccola invece avvolta in sfolgoranti giri di perle: il pavese di lampadine.

La femminilità della nave era un tempo simboleggiata dalla polena, quella figura, generalmente lignea, che ornava le prore dei velieri. Qui ci sarebbero tantissime cose da dire, ma basterà ricordare solo alcune cose abbastanza sfiziose.

Per esempio, nella versione cinematografica del Giro del mondo in 80 giorni, quando Phileas Fogg, esq., (impersonato da David Niven) acquista l’Henrietta e, per farla correre di più onde arrivare a Liverpool in tempo per vincere la scommessa, fa bruciare in macchina tutte le sovrastrutture di bordo, il sacrificio anche della bella polena getta nella più nera disperazione l’innamorato fuochista (ma devo precisare che non ho trovato l’episodio nel libro di Jules Verne).

Un’altra storia di polena, truculenta questa volta perché si tratta di una potentissima iettatrice, ma che è anche una femmina ammaliatrice, è quella narrataci da Günter Grass ne Il tamburo di latta (nella traduzione di Lia Secci per Feltrinelli). La vicenda si svolge nel museo navale di Danzica:

“Così, vanto della raccolta era la polena di una grande galea fiorentina il cui porto d’armamento era Bruges, ma che apparteneva ai mercanti d’origine fiorentina Portinari e Tani. Nell’aprile 1473 i pirati e capitani della città di Danzica Paul Beneke e Martin Bardewiek riuscirono a catturare la galea al largo della costa della Zelanda, mentre incrociavano davanti al porto di Sluys, e dopo averla abbordata passarono per le armi il numeroso equipaggio, compreso il capitano e gli ufficiali…

Un’opulenta donna di legno, nudità verde, che guardava diritto davanti a sé dagli occhi d’ambra incastonati, sotto le braccia sollevate che si chiudevano negligentemente mostrando tutte le dita, e sopra seni tesi verso al meta. Questa donna, la polena, portava sfortuna. La statua l’aveva commessa il mercante Portinari a uno scultore in legno che godeva di buona fama per i suoi lavori d’intarsio, incaricandolo di attenersi al modello di una ragazza fiamminga che gli stava a cuore. Non appena la verde figura venne applicata sotto il bompresso della galea, alla ragazza, come era consuetudine, s’intentò un processo per stregoneria. Prima di subire il rogo, sotto tortura, accusò il suo protettore, il mercante fiorentino, e lo scultore che aveva saputo così bene ritrarla. Portinari, a quanto si dice, temendo di finire a sua volta sul rogo, s’impiccò. Allo scultore furono mozzate ambedue le mani geniali perché in futuro non potesse più fare, di una strega, una polena. … Il signor Tani, l’altro mercante, fu ucciso a colpi d’azza d’abbordaggio. Ma anche la sorte di Beneke era segnata: pochi anni dopo, caduto in disgrazia presso i patrizi della sua città natale, fu affogato nel cortile dello Stockturm….”

(E scusate se è poco!).

La narrazione delle disgrazie provocate dalla formidabile iettatrice continua per alcune pagine: basti sapere che la vicenda si chiude con la bizzarra quanto oscena morte del custode del museo, Herbert Truczinski, che nel tentativo di “farsi” la “pupa verde” (che pur aveva più volte dichiarato non essere il suo tipo di donna!), vi rimane trafitto ed avvinto in maniera quasi inestricabile.

Poi, sapete, c’è sempre chi esagera! È il caso del nostro Gabriele d’Annunzio. Però, nel suo La Nave, è la femmina fatale ad avere la peggio. Basiliola la Faledra, in arte l’Aquila d’Aquileia, dopo aver provocato una contesa per le sue grazie tra il Navarco Marco Gràtico e il fratello di lui, il Vescovo Sergio, che ne resterà soccombente e ucciso, tenta di sfuggire alla punizione che la Diaconessa Ema vuol farle infliggere, ancora offrendo le sue voluttà al vincitore, cui propone di portarla con sé nell’impresa navale che si accinge a compiere; ma questi, pur ancora turbato dal sovrumano sex-appeal di lei, ha altri progetti. È il momento di varare la Nave: tutti sono pervasi da frenesia, Marco dirige la manovra:

“All’acqua! All’acqua! Vara! Vara! Sotto,

le maestranze! Tutti alle travate!

Abbriva! Ogni uomo spinga quanto può

con la mano col braccio con la spalla

e col suo cuore! Ecco il sole! Ecco il sole!

Soffiate nelle bùccine! Cantate

alleluia! O compagni, rallegratevi!

(ed ecco che si rivolge a Basiliola, ancora speranzosa di farla franca)

O dura come ferro, arditamente

ti rallegra! Mancava a questa Nave

la figura di prua. Non ha che il rostro

a tre punte e le epòtidi. O compagni,

eccola! Ce l’ha data il Dio tremendo.

Eccola. È bella. Noi la inchioderemo

fra le due cùbie. O mastri d’ascia, mastri

d’ascia, il martello e tre aguti a scaglie

da fermar le catene delle landre!

Clipeati, formate la testudine,

come in saettamento ai parapetti

di bordo, e sollevate sopra i cuoi

supina la guerriera e trasportatela!

Aquila d’Aquileia, a prua, a prua!

O Falera, ti do la bella morte.”

(Ma Basiliola si sottrarrà all’oltraggio dandosi la morte, ponendo il suo volto stupendo nel fuoco di un braciere, sì da renderlo … inutilizzabile per la bisogna).

Spesso oggetto di amore umano, la nave può anche essere soggetto di amore sui generis. Proprio così: può innamorarsi di un essere consimile! Vladimir V. Majakovskij (nell’antologia curata da Renato Poggioli per Einaudi, poi per Mondadori) canta in versi tenerissimi una storia di eros e thanatos tra due unità militari:

“Vanno sui mari scherzando in crociera

il torpediniero e la torpediniera.

E come la vespa s’attacca al miele,

così la torpediniera fedele.

E per il torpediniero, infinita

È la felicità della vita.”

Ma il loro amore innocente suscita, come spesso avviene, lo scandalo dei benpensanti:

“Ma li scoprì con gli occhiali sul naso

un riflettore pedante, per caso.

Una sirena fece la spia,

denunziandone a tutti la scia.”

La “lei”, da brava fanciulla pudica, vuol sottrarsi alle prevedibili maldicenze:

“Fuggì via la torpediniera,

come al vento della bufera.”

Il “lui” è un gentiluomo, e affronta rassegnato le proprie responsabilità:

“Ma il torpediniero ormai stanco,

poverino, fu colto nel fianco.”

La vicenda si chiude, dunque, in tragedia, non priva d’una sua grandezza romantica:

“Sull’oceano ora va la preghiera

della vedova torpediniera.”

E il poeta conclude la sua elegia commentando la crudeltà gratuita dell’evento:

“Dava forse agli uomini noia

quella loro semplice gioia?”

Ho pensato molto a questa cupa ed enigmatica storia d’amore e morte, ed oserei proporre una mia personale, forse audace interpretazione, che forse nessuno slavista abbia ancora avanzata: che si tratti di una storia gay?

Comunque, a parte questi casi non infrequenti d’innamoramento e amore navale (perché Alberoni non scrive sull’argomento uno dei suoi dotti saggi?) è accertato che esiste un intenso intreccio di relazioni interpersonali tra bastimenti, anche se soltanto pochi esseri umani, dotati di eccezionale sensibilità, riescono ad averne contezza. È il caso di Longfellow che, nella sua poesia Ships, riferisce:

Ships that pass in the night

and speak each other in passing

(Navi che passano nella notte, e passando si parlano).

Periodicamente la nave deve sottoporsi a check-ups e, se del caso, a cure di cosmesi in quegl’istituti di bellezza specializzati che sono i bacini di carenaggio e di raddobbo. Qualche volta si ammala, ed allora la terapia più frequente è il trapianto di organi: in ciò ha preceduto da gran tempo l’essere umano. Non teme crisi di rigetto, tanto che può a mano a mano mutare tutte le sue parti senza perciò perdere la sua personalità. Già Alfeno, nel Digesto giustinianeo, osservava: “Navem, si adeo saepe refecta esset et nulla tabula eadem permaneret, quae non nova fuisset, nihilominus eamdem navem esse existimari” (Se una nave fu tante volte riparata talché nessuna tavola delle originali sia rimasta, tuttavia si reputa che sia sempre la medesima).

La vecchiaia può essere molto triste! Spesso abbandonata da tutti, la nave conosce l’estremo squallore dell’inattività, ormeggiata a una banchina fuori mano o, peggio ancora, lasciata all’ancora in una rada remota, preda della ruggine e infestata dai ratti: meglio, piuttosto, l’eutanasia della demolizione!

Però talvolta può pure godere di una serena vecchiaia, circondata dall’affetto dei propri cari e dedita alle pratiche di pietà religiosa. È bello, allora, rievocare dinanzi un uditorio attento ed ammirato, l’intrepida e corteggiata gioventù (magari sparandosi un po’ di pose):

“La navicella che vedete, dice

che fu più veloce d’ogni altra,

amici, e che volando a remi o a vela

vinse l’impeto di qualunque nave

………


Ma queste cose furono già un tempo:

ed ora invecchia in solitaria quiete,

e a te si consacra, gemello Castore,

e a te pure, gemello di Castore”.

La storia della vecchia signora ce la racconta Catullo (nella traduzione di Salvatore Quasimodo per Mondadori.

Val qui la pena di ricordare come in altri Paesi le vecchie signore del mare sono venerate e ben conservate, e ricevono la visita di migliaia di appassionati: penso all’Avrora (a San Pietroburgo), alla Victory (a Plymouth), all’Alabama (a Mobile), a tante altre che sarebbe impossibile elencare: perché in Italia non si riesce a fare qualcosa del genere?

Ma per le navi si favoleggia anche di una vita oltre la vita! Forse la più antica testimonianza ci viene da Virgilio (nell’Eneide, nella traduzione di Luca Canali per la Fondazione Lorenzo Valla, poi per Mondadori), a proposito delle navi di Enea. Però, però … occorrono eccezionali raccomandazioni (o intercessioni, se vogliamo usare un termine più teologico). In questo caso la postulante è, nientemeno, la berecinzia Madre degli dei, Cibele (o Rea). Costei, fin dal tempo in cui Enea costruisce le sue navi, va ad implorare la protezione di Giove:

“Nel tempo in cui da principio Enea costruiva la flotta

sul frigio Ida, e s’apprestava a correre il profondo mare,

si narra che la berecinzia Madre degli dei si rivolgesse

così al grande Giove: ‘Asseconda, o figlio, ciò che la cara

madre ti chiede, per la quale tu hai domato l’Olimpo.

Avevo, prediletta per molti anni, una selva di pini,

un bosco sull’altissima rocca, dove portavano le offerte,

oscuro di neri pini e di tronchi d’acero;

lo donai volentieri al giovane dardanio bisognoso di navi;

ora un ansioso timore mi tormenta e mi serra.

Dissolvi il timore, e fa’ che la madre, pregando,

ottenga che nessun percorso le sfasci, o turbine di vento

le abbatta: giovi che nacquero sui miei monti’”.

La reazione del figlio, persona troppo importante, è – come spesso accade – quella impaziente ed infastidita di chi è (o finge di essere) troppo indaffarato e non può perdere tempo con siffatte quisquilie, e cerca di sottrarvisi trincerandosi dietro asserite difficoltà: “Mammà, mammà, ma tu che vuoi da me? Io in fondo sempre un povero dio sono!” Però ‘a mamma è semp’‘a mamma, e alla fine anche Giove deve arrendersi:

“A lei di rimando il figlio, che volge le stelle del cielo:

‘O madre, dove trascini i fati? Che cosa chiedi per esse?

Che navi fatte da mano mortale abbiano un destino

immortale? Ed Enea affronti certo gl’incerti

pericoli? A quale mai dio fu concesso un tale potere?’”

Ma ecco che ora cede:

“’Ma quando, terminato il viaggio, terranno i porti

ausoni, a ognuna che sarà scampata alle onde,

e avrà trasportato il capo dardanio nei campi laurenti,

toglierò la forma mortale e farò che siano dee

del grande mare, quali la nereide Doto

e Galatea solcano con il petto i flutti schiumanti’”.

La promessa sarà puntualmente mantenuta pochi … versi dopo: quando Turno, approfittando dell’assenza di Enea, tenta un’incursione nel campo trincerato troiano e d’incendiare le navi, interviene la Madre degli dei:

“…’Voi andate libere,

andate come dee dell’Oceano: lo comanda la madre ’.

Subito tutte le navi strapparono gli ormeggi dalle rive,

e a guisa di delfini coi rostri sommersi nelle acque

si dirigono al fondo. Allora, meraviglioso prodigio,

riemergono altrettante figure virginee e vanno sulle acque”.

La sopravvivenza delle navi in forma di ondine sarà subito dopo provvidenziale per Enea, perché esse si precipitano ad informarlo di quanto sta avvenendo. La più svelta di loro, Cimodocea, lo avverte di persona, e addirittura spinge fisicamente la sua nave affinché aumenti la velocità:

“Disse, e con la destra allontanandosi spinse,

esperta dell’arte, l’alta poppa: quella fugge sull’onde

più veloce d’un dardo e d’una freccia che uguaglia i venti”.

E qui, a proposito delle raccomandazioni, mi sia consentita una breve digressione. Noi tutti crediamo che questo fenomeno disdicevole sia proprio ed esclusivo della nostra cultura tradizionale, diciamo pure cattolico-romana (pensiamo, appunto, alla intercessione). Però non è così. Una dimostrazione eloquente l’ho trovata in Yukio Mishima, nel romanzo La voce delle onde (nella traduzione dall’americano di Liliana Trassati Sommavilla per Feltrinelli).

Siamo, dunque, in Giappone, e precisamente a Uta-jima, l’“isola del canto”, all’imboccatura del golfo di Ise:

“Il ragazzo portava spesso pesce al faro, poiché sentiva un debito di gratitudine verso il guardiano. L’anno prima era caduto agli esami finali, e tutto lasciava presumere ch’egli avrebbe preso il diploma con un anno di ritardo. Ma sua madre s’era rivolta alla moglie del guardiano, che lei aveva conosciuta durante le frequenti escursioni oltre il faro per raccogliere legna, e le aveva spiegato che non avrebbe più potuto mantenere la famiglia se suo figlio non avesse ottenuto il diploma quell’anno. La moglie del guardiano ne aveva parlato al marito, ch’era andato a far visita al direttore della scuola, suo buon amico, e grazie a quell’intervento amichevole il ragazzo aveva potuto diplomarsi a tempo”.

Ma, giusto per concludere, ritorniamo un momento al tema della sopravvivenza della nave: pensiamo a lividi ectoplasmi vaganti su acque procellose in illuni notti da tregenda. Guai al navigante che abbia la sventura di avvistarne le spettrali forme fluorescenti tra nebbie e piovaschi! ... È il caso del vascello maledetto dell’Olandese Volante, der fliegende Holländer, protagonista dell’omonima opera lirica wagneriana. Ricordo ancora il terrore – a distanza di oltre sessant’anni! - che provai quando, bambino, i miei genitori mi portarono al San Carlo ad ascoltarla: allorché, alla fine del primo atto, comparve improvvisa la sagoma sinistra con un equipaggio di spettri, la paura fu tanta che serrai gli occhi e non li riaprii se non quando lo scrosciare degli applausi segnò il calar del sipario.



Però, che musica, ragazzi! Chi ami al contempo musica e mare, soffre di un riflesso condizionato per cui, al vedere un bastimento invelato (non più molti in giro, purtroppo), sente subito risuonare nelle orecchie e nell’animo l’agitato “tema del vascello”.




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