Un abbraccio che rincuora e dona fiducia



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25.12.2019
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«So a chi ho dato la mia fiducia»:

la vocazione tra desiderio e paura del cuore1

di Giancarlo M. Bregantini, Arcivescovo di Campobasso-Boiano

GIANCARLO M. BREGANTINI

Un saluto affettuoso a ciascuno di voi, con la consapevolezza che questa prima relazione porta con sé tante attese; perciò rivolgo un grazie sincero a tutti voi che siete qui numerosi. Non mi aspettavo persone così qualificate e questo crea un po’ di trepidazione anche nel mio cuore di vescovo.

Il Signore oggi ci fa la grazia, anche alla luce del video che abbia­mo appena visto (cf il dvd Storie e luoghi vocazionali, a cura del CNV, Roma 2009), di rileggere quella domanda che era stata posta ai ra­gazzi, come se la facessi a me stesso o come se la ponessi a ciascuno di voi: ma tu, in chi hai posto la tua fiducia? Perché questo è il pun­to: in chi ho posto io la mia fiducia? La domanda non è scontata, perché dentro di essa c’è un mistero ed è il mistero della vita.

Cerco allora di entrare nel cuore di Paolo, rileggendolo come io stesso l’ho vissuto. Gran parte della mia vocazione è stata opera della sua presenza nella mia vita.

Parto da un’immagine di San Giovanni Crisostomo che ho pro­posto quest’anno nel mio messaggio annuale per le scuole. Criso­stomo era innamorato di San Paolo. È sua la famosissima frase: «Il cuore di Paolo è il cuore di Cristo». Questa definizione mi ha ispirato un paragone con la natura. Voi sapete che il carbonio, a seconda di un insieme di circostanze, di molecole, di calore, può produrre due oggetti completamente diversi: può diventare carbone oppure diamante. Crisostomo chiama Paolo il “diamante di Dio”, che è una metafora davvero sublime. Ma prima di essere diamante, Paolo è stato carbone: Dio ha trasformato questa molecola di carbonio in diamante. Questa è la vocazione.

In fondo, ogni ragazzo ha dentro di sé elementi che possono di­ventare carbone o diamante. Questa è la bellezza dell’educare; que­sta è anche la bellezza, il fascino della nostra vocazione, della fatica e dello splendore di essa, perché sentiamo che questa affascinante trasformazione da carbone a diamante non è mai finita.

Sono molto interessanti le interviste proposte nel video: avete scorto negli occhi di quei ragazzi momenti di carbone, ma anche momenti di diamante. Alcuni occhi lucidi di commozione di fronte a certe domande... ma tu in chi poni la tua fiducia? Perché la rispo­sta è lì, nella vita. Possiamo allora provare a leggere l’esperienza della fiducia in questo modo: da che cosa dipende l’esperienza di passare da carbone a diamante? Dipende da un nome: Gesù Cristo.

Oggi è la festa del nome di Gesù. Mi piacerebbe sentire un canto che mi ha affascinato durante la giovinezza e che amo immensa­mente, nella sua forma dolce e mirabile del gregoriano: «Iesu dulcis memoria quam Iesus, Dei Filius, nil canitur suavius, nil auditur iucun­dius...». Quel nome ha trasformato Paolo da carbone a diamante. È il nome di Gesù: quante volte lo cita, quante volte lo nomina, in che modo appassionato ne parla! Si passa dalla paura al desiderio, se si riesce ad incontrare questo volto, questo calore, questo Nome.

Io sono entrato in seminario da ragazzo (e di questo benedico il Signore), sebbene, prima di diventare prete, mi sia formato anche lavorando nelle fabbriche: il seminario minore da solo non mi era sufficiente a intuire il mondo di oggi. Un giorno il nostro educatore ci diede delle immaginette. Dietro aveva scritto alcune frasi di San Paolo in latino. Io non ricordo l’immaginetta, ma ricordo la frase perché mi colpì e mi segnò in maniera determinante. La frase di­ceva: «Dilexit me et tradidit semetipsum pro me», Cristo mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. La novità non fu tanto il “dilexit” quanto il “pro me”, perché compresi per la prima volta nella mia vita di giovane, dentro la bellezza di questa scelta, ma anche nella fatica, nelle fragilità, nelle paure dell’adolescenza, che non ero più generico, ma ero amato come persona. Dilexit me: il gioco di parole in italiano è particolare: amato… chiamato, chiamato... amato, riem­pito della sua presenza; sceso profondamente il cuore di Dio nel mio cuore… allora non si è più vaghi, non si è più generici, non si è più uno tra i tanti, ma amati personalmente. Dilexit me, questo è il nodo principale: Paolo mi ha insegnato ad amare in modo personalizzato, a sentirmi amato in modo personalizzato. Questa è la prima certez­za per sfuggire le paure: sentirsi amati, sentirsi chiamati in maniera diretta.

In questi giorni abbiamo cantato insieme il canto natalizio Ade­ste, fideles. Anche i pastori sono stati chiamati («Vocati pastores...»). Cos’è la vocazione? E la vocazione dei pastori? La voce dell’angelo giunge a loro e subito si mettono in viaggio, vanno verso… «An­diamo a vedere, andiamo…» e poi tornano a raccontare. Questo è il nostro compito: essere capaci di andare insieme, ciascuno di aiuto all’altro, e sentirsi poi capaci di raccontare. Pensiamo alle sette an­tifone “O”: “O Sapientia”, “O Rex”, “O Clavis”… oppure al Gesù dolce memoria: quanto è grande e soave il nome di Gesù attraverso queste immagini. E noi abbiamo il dovere di raccontarlo! Quanto è raro utilizzare l’aggettivo dolce per definire Gesù, eppure è una parola così profonda ed efficace: se non fosse dolce non lo potrei scegliere, non lo potrei amare, non ce la farei a lasciare il mondo di oggi che ci affascina in mille modi diversi.

Ci chiedeva una volta un monaco orientale: qual è il nemico del bello? Fu una domanda molto imbarazzante... Verrebbe spontaneo rispondere “il brutto”, invece il nemico del bello è “il più bello”: una risposta straordinaria! Una persona non lascia il bello per il brutto, ma il bello per “il più bello”, cioè per qualche cosa di più grande, di dulcis, di particolarmente intenso. Tra le espressioni di Paolo che mi hanno dato la forza di scegliere Gesù Cristo come pienezza e perla nella vita, ce n’è una che mi ha particolarmente segnato: Paolo, ad Atene, sfida gli intellettuali (cf At 17,27), dicendo loro di essere ve­nuto a raccontare quel Dio ignoto che cercano e che in fondo han­no messo sull’altare, perché il Dio nostro non è lontano da ciascuno di noi, ma va cercato... “come a tentoni”. Immaginiamo di entrare in una stanza buia, sappiamo che c’è l’interruttore però non sappia­mo dove; lo dobbiamo cercare adagio, con pazienza, non è lonta­no... lo dobbiamo toccare. È il cercare silenzioso, umile, rispettoso di Dio, che non si impone, ma si propone sempre; ma devi essere tu a toccarlo tu, con la tua mano: questa è la fiducia. È toccare quel Dio, che ti ha amato, con le tue mani, come dice Giovanni nella sua bellissima lettera.

Pensate al dramma del Papa lo scorso anno all’Università “La Sapienza”. È il dramma del rapporto straordinario tra libertà e ve­rità. La fiducia nasce da qui. Sono le assi portanti del cammino for­mativo di ogni uomo, di ogni giovane: aiutare a comporre libertà e verità è il dono più grande che possiamo fare.

Noi siamo l’immagine – antichissima – della nave. Poco fa abbia­mo cantato “soffia nelle vele”: ciò che soffia nelle vele è la libertà, che fa andare avanti e conquistare le cose. Però la nave ha bisogno del timone. Ebbene, libertà e verità sono coniugate insieme da una parola: “fiducia”. La fiducia è la capacità di mettere insieme libertà e verità. Può essere una chiave di risposta di fronte alle domande più imbarazzanti, a volte inevitabili o scontate. A scuola, ad esempio, mi chiedono spesso cosa penso dei gay: come rispondere? Se ci si appella alla legge si è già subito giudicati, se invece si parte dalla libertà e dalla verità, allora si lascia parlare ciò che c’è nel cuore di ciascuno, si dà fiducia alla vita, a Dio, scoprendo la libertà e la verità insieme. La fiducia è l’unione armoniosa di libertà e verità. Anche i limiti della storia, anche i peccati, anche le situazioni più difficili, più drammatiche nel cammino educativo sono dentro questa fidu­cia, tra libertà e verità.

Questo processo straordinario è descritto da Paolo con questa immagine: tocca Dio con le tue mani e sentirai che ti è accanto.

Una terza frase mi ha aiutato davvero tanto di fronte alla scelta finale del cammino. Un giorno di grandissimo buio, di grandissima fatica, mi si è aperto il cuore leggendo un passaggio nella Lettera ai Filippesi: «Non che io abbia già conquistato il premio o sia arrivato alla perfezione, solo mi sforzo di correre per conquistarlo perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù» (Fil 3,12). Nel mo­mento critico della mia vita, questa frase mi ha salvato: «Perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù». Ho capito che pri­ma ancora che io dicessi sì a Dio, lui l’aveva detto a me; prima an­cora che io lo cercassi lui mi aveva conquistato e mi aveva cercato, scelto, atteso e soprattutto… afferrato!

Un grande educatore salesiano ci spiegava così questa immagine così profonda: la vita – è il tema di questo interessante Convegno – è come un trapezista che si lancia nel vuoto, mentre dall’altra parte c’è un altro trapezista pronto a raccoglierlo; deve esserci perfetta sintonia tra chi si lancia da una parte e chi si lancia dall’altra, perché basta un secondo in meno o in più perché le due mani non s’in­crocino. Ecco che cos’è la vocazione: è un lanciarsi fiducioso nelle mani dell’Altro, sapendo che sarai raccolto da lui. La vita non ha la rete come ce l’hanno i trapezisti! Tu non puoi non lanciarti, ma non è un lanciarti nel buio: «Scio cui credidi», so in chi ho posto la mia fiducia (2Tm 1,12). So che mi lancio e lui mi afferra, perché “anch’io sono stato afferrato da Cristo Gesù”. È bellissimo tradurlo così: sono stato afferrato da Cristo Gesù. E ora ci accorgiamo che veramente in queste mani che ci afferrano – queste mani che afferrano i ragazzi, che hanno paura come tutti, fanno fatica come tutti, ma hanno bi­sogno, soprattutto oggi, di punti di riferimento –, in questo incontro la parola fiducia è la parola che sta al centro del cammino di fede.

Ma da dove sgorga la fiducia di Paolo? Perché Paolo si è fidato di Gesù? La fiducia di Paolo non è stata spontaneistica e non è stata nemmeno volontaristica. Ogni riferimento al momento formativo dei seminaristi è chiaro: non è né spontaneistica, né volontaristi­ca, sono due realtà opposte. La fiducia di Paolo non è ovvia, non è scontata, non è facile, non è naturale… perché qualche volta si pensa che tutto nella fede sia così: bello, dorato, profumato, tutto incenso; ma non è nemmeno volontaristica: quando vuoi essere il migliore della classe, oppure vuoi essere la suora più brava della co­munità o il prete migliore della diocesi, o il vescovo più… In fondo il volontarismo ce lo portiamo dentro tutti, tutti siamo stati educati a questo.

Da cosa nasce, allora, la fiducia di Paolo? È una fiducia matu­rata nella sofferenza e nel fallimento delle sue presunte sicurezze. Paolo ci insegna a vivere “tra paure e desiderio”: il passaggio da una sicurezza presuntuosa ad una fiducia “generosa e intelligente”. Noi dobbiamo, infatti, passare da una sicurezza presuntuosa – io sono il migliore, me la cavo, non ho bisogno di nessuno – ad una fiducia generosa e intelligente. La parola fiducia rappresenta il superamen­to di questa sicurezza presuntuosa che noi ci poniamo.

Guardiamo Paolo: Paolo poteva essere sicuro e il c. 3 della Lettera ai Filippesi lo dice chiaro. Pensate infatti come Dio aveva prepara­to quest’uomo: conosceva l’ebraico, che aveva imparato a casa; il greco, imparato a scuola e nella strada; il latino, appreso attraverso le istituzioni: «Civis romanus sum...». All’interno della dimensione delle tre culture ci poteva stare la sua ricchezza, la sua genialità in fondo. Però Paolo non riesce ad armonizzare le tre culture perché, alla fin fine è un fondamentalista; in fondo dice: io non riesco ad accettare che tu, Stefano, rinunci alla tradizione dei padri; io ti devo eliminare, ti devo distruggere. Paolo vive in pieno questo dramma, ha dentro di sé culture e lingue diverse, ma non riesce ad armoniz­zarle. Quando incontra Cristo tutto quello che era il suo vanto e la sua sicurezza crolla. Ricordiamo brevemente i sette motivi del suo vanto: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio di ebrei, fariseo osservante della legge perciò preciso e perfetto, quanto allo zelo persecutore, irreprensibi­le quanto alla giustizia. Sono parole sue: il vanto, la sicurezza erano garantite, ma lui non pone più la sua sicurezza dentro queste cose. Trasforma la sicurezza in fiducia perché crolla tutto quello che s’era costruito, e crolla attraverso cinque fattori: il perdono di Stefano, che è decisivo; la polvere di Damasco; il buio del carcere; la fede, nella Lettera ai Romani; la traversata verso Roma (cf At 27,13-44).




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